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sabato 5 maggio 2018

Karl #Marx ... duecento anni e non sentirli

Duecento anni fa, il 5 maggio 1818, nasceva a Treviri (Germania) Karl Marx . Di seguito un mio scritto sugli aspetti attuali del suo pensiero, tratto dal libro "Un altro sguardo sul comunismo. Teoria e prassi nella genealogia di un fenomeno politico" (Prospettiva, 2011).

Nel modo in cui si presenta l'attuale fase di sviluppo del capitalismo su scala globale, alcune delle categorie e delle intuizioni marxiane possono rivelarsi ancora utili nella comprensione di fenomeni sociali ed economici complessi. Per non limitarci ad enunciazioni di principio, facciamo qualche esempio.

Il cuore della critica marxiana delle forme di sfruttamento nelle società capitalistiche è quello che affronta il tema della mercificazione del lavoro e dell'appropriazione, da parte dei capitalisti, del cosiddetto pluslavoro, inteso come frazione di salario non corrisposto al lavoratore.

Il lavoro, nelle società capitalistiche, al pari di ogni altra merce, ha un suo valore d'uso, vale a dire un suo grado di utilità per la società e l'economia, oltre che, di conseguenza, un suo prezzo (valore di scambio), nel quadro delle relazioni di mercato. Questi due fattori furono definiti da Marx anche come sostanza di valore e grandezza di valore.

"L'utilità di una cosa ne fa il suo valore d'uso."

(Marx, Il Capitale, libro I)

"Le merci vengono al mondo in forma di valori d'uso o corpi di merci, come ferro, tela, grano, ecc. Questa è la loro forma naturale casalinga. Tuttavia esse sono merci soltanto perché sono qualcosa di duplice: oggetti d'uso e contemporaneamente depositari di valore."

(Marx, Il Capitale, libro I)

La fonte del profitto nella società capitalistica è dunque data dal cosiddetto plusvalore, a sua volta il prodotto della differenza tra il lavoro impiegato per una data produzione e quello necessario alla riproduzione della forza- lavoro.

Il capitalista acquista la forza - lavoro come qualsiasi altra merce, ad un valore che è quello necessario alla sussistenza del lavoratore. Tale valore costituisce il cosiddetto salario. Per un dato numero di ore, il lavoratore lavora pertanto per il suo salario, per il tempo restante per il profitto del datore di lavoro.

"Il salario non è quindi che un nome speciale dato al prezzo del lavoro, non è che un nome speciale dato al prezzo di questa merce speciale, che è contenuta soltanto nella carne e nel sangue dell'uomo."

(Marx, Lavoro salariato e capitale)

Marx, prima nei Grundrisse poi nel Capitale, aveva affrontato, non senza accuratezza, la questione dell'applicazione delle macchine al processo produttivo, chiarendo che tale evenienza stava alla base, inevitabilmente, del tendenziale risparmio dei tempi di lavoro e, di conseguenza, ma solo nell'immediato, di una straordinaria massimizzazione dei profitti.

A lungo termine però, un aumento progressivo degli investimenti sul capitale fisso (macchine), a scapito del capitale variabile ( i salari degli operai), essendo quest'ultimo la fonte principe di estrazione del plusvalore, avrebbe determinato una tendenziale caduta dei profitti (Caduta tendenziale del saggio di profitto). Non solo. Rimanendo sul punto, Marx aveva anche svelato come l'uso strategico delle macchine, favorendo un aumento dei volumi di produzione, un accrescimento dell'offerta di beni sul marcato, avrebbe determinato, come conseguenza, una diminuzione del valore di scambio di quest'ultimi. Quindi una diminuzione dei profitti.

Caduta dei profitti e contrazione dei consumi starebbero alla radice delle crisi cicliche del capitalismo. Crisi di sovrapproduzione, di sovrabbondanza di beni.

Per quanto attiene alle cosiddette "previsioni" di Marx, quella che più di altre ha stupito, per lucidità e fondatezza, è sicuramente quella relativa alla tendenza del capitalismo a globalizzarsi e ad accentuare la sua componente finanziaria. Proprio le recenti crisi che hanno investito il capitalismo mondiale, a partire dalla cosiddetta "bolla americana", stanno a dimostrare come le turbolenze in ambito finanziario incidano sull'economia produttiva.

"A misura che la produzione capitalistica, che va di pari passo con l'accumulazione accelerata, si sviluppa, una parte del capitale viene calcolata ed impiegata unicamente come capitale produttivo di interessi."

(Marx, Il Capitale, libro III)

Queste quattro grandi questioni - reificazione e sfruttamento del lavoro, uso strategico e massivo della macchina e ciclicità delle crisi, mondializzazione e finanziarizzazione dell'economia - rivestono tutt'oggi una straordinaria rilevanza. Sono ancora alcuni dei termini più pregnanti dell'attualità politica, a prescindere dalle interpretazioni e dai giudizi che se ne danno.

Applicando i concetti, le categorie, fin qui fugacemente richiamate alla realtà del mondo contemporaneo, ai problemi sociali ed economici del nostro tempo, ci accorgiamo ordunque che gli stessi possono contribuire, molto più di quel che si pensi, ad illuminare il cammino della politica.

Il capitalismo, nello stadio attuale, sebbene globalizzato, fa i conti con la "limitatezza del mercato": non siamo più nell'epopea fordista, in cui predominava un'idea di mercato illimitato, da riempire di beni di consumo. Al contrario è la saturazione del mercato lo spettro principale che hanno davanti le grandi imprese multinazionali.

Questa circostanza, unita all'ipertecnologizzazione ed all'informatizzazione dei processi produttivi – agli investimenti sempre più massicci sul capitale costante, per dirla con Marx - ed alla concorrenzialità della manodopera dei paesi in via di sviluppo, sta alla base di una tendenziale, epocale, caduta del valore d'uso (Utilità relativa per il sistema produttivo) e, di conseguenza, del valore di scambio (Salario) della merce lavoro nei paesi capitalistici avanzati.

È vero che il valore d'uso della forza- lavoro è dato, in Marx, essenzialmente dalla sua capacità fisica di soddisfare esigenze di produzione di beni, perciò il suo valore di scambio nel fabbisogno alla sua riproduzione, ma nel valore di questa particolare merce, seguendo proprio il ragionamento marxiano, c'è anche quello che chiamerei il suo grado di indispensabilità per l'impresa, la sua utilità in rapporto al fabbisogno di manodopera in un dato momento e in un dato contesto.

Come un altro qualsiasi oggetto, sebbene molto speciale, il lavoro, nel quadro delle economie mercatiste, ha un suo grado di utilità nel soddisfare bisogni sociali e produttivi ed, al tempo stesso, un suo valore di mercato, un suo prezzo.

Per quanto speciale, come lo stesso Marx aveva chiarito, il lavoro, in questo tipo di società, è, a tutti gli effetti, una merce, di consumo e di scambio. Se allora per qualsiasi altra merce il valore d'uso consiste nella sua capacità di soddisfare determinati fabbisogni, nel caso della forza-lavoro tale fabbisogno può essere identificato anche con la domanda di manodopera.

"La ricchezza delle società, nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico, si presenta come una immane raccolta di merci e la singola merce si presenta come sua forma elementare."

(Marx, Il Capitale, libro I)

I fenomeni che ho prima richiamato, tipici dell'attuale fase di sviluppo delle economie capitalistiche mature, sono alla base, come dicevo più indietro, di una sostanziale riduzione del valore d'uso, o, se si vuole, del grado di indispensabilità del lavoro, inteso sia in senso assoluto come tempo necessario nei cicli produttivi, sia in senso relativo come offerta di lavoro sul mercato.

La riduzione dell'utilità assoluta e relativa del lavoro ha, com'è facile immaginare, una ricaduta negativa sul corrispondente valore di scambio dello stesso, sul suo prezzo di mercato, che chiamiamo salario. Ma anche sul suo valore sociale, con pregiudizi, per fare il primo esempio che mi viene in mente, dei livelli di sicurezza nei luoghi di lavoro.

La conseguenza pratica di questo stato di cose è, in primo luogo, un aumento dei livelli di sfruttamento e di dipendenza del lavoratore dal potere dell'impresa. Secondariamente la contrazione dei salari e, nel caso della delocalizzazione extranazionale della produzione, il depauperamento delle economie interne.

L'inedita possibilità di delocalizzare segmenti sempre più significativi della produzione da parte dei grandi gruppi industriali, costituisce da un lato una forma di beneficio diretto per quest'ultimi, dall'altro un fattore di deterrenza sul piano interno, da giocare in sede di negoziazione salariale e di ristrutturazione aziendale.

E che cos'è la tendenza all'abbattimento dei costi del lavoro, anche attraverso la delocalizzazione dei siti produttivi, se non il rimedio alla parabola discendente del saggio di profitto, determinata dai mutamenti nella composizione del capitale e dal fenomeno della sovrabbondanza di merci in rapporto alle dimensioni del mercato? Forse, o certamente, questa legge non spiegherà, come Marx invece pensava, di che morte morirà, o potrebbe morire, il capitalismo, ma ci aiuta a comprenderne l'intimo funzionamento.

A tutto ciò è legata infine, in termini sistemici, la questione della forza- lavoro eccedente, il problema della disoccupazione. A proposito di quest'ultima, Marx aveva parlato di esercito industriale di riserva, quella variabile che, nelle economie capitalistiche, insieme ad altri fattori, consente di tenere i salari a livelli di sussistenza ed a garantire la riproduzione del plusvalore, quindi dello stesso sistema capitalistico.

"Ma se una sovrappopolazione operaia è il prodotto necessario della accumulazione ossia dello sviluppo della ricchezza su base capitalistica, questa sovrappopolazione diventa, viceversa, la leva dell'accumulazione capitalistica e addirittura una delle condizioni d'esistenza del modo di produzione capitalistico. Essa costituisce un esercito industriale di riserva disponibile che appartiene al capitale in maniera così completa come se quest'ultimo l'avesse allevato a sue proprie spese, e crea per i mutevoli bisogni di valorizzazione di esso il materiale umano sfruttabile sempre pronto, indipendentemente dai limiti del reale aumento della popolazione».

(Marx, Il Capitale, libro I)

Si può dire che nelle nostre società gli alti tassi di disoccupazione non sono funzionali al contenimento della dinamica salariale? Che, insieme al deterrente della delocalizzazione, la pressione della disoccupazione di massa non compensa la tendenza alla perdita di profitto? A queste domande risponderei così: questo non è il pensiero di Marx, ma la realtà del capitalismo, che Marx ha contribuito a disvelare, a descrivere, semplicemente a descrivere.

Bassi salari, precarizzazione dei rapporti di lavoro, abbassamento dei livelli di sicurezza nelle fabbriche, disoccupazione di massa, rappresentano pertanto i termini principali dell'attuale questione sociale, la cui lettura, senza dubbio, è facilitata dal ricorso a talune categorie marxiane, come quelle che abbiamo testé esaminato.

Rispetto alla società industriale degli albori, che Marx aveva analizzato da vicino, le uniche questioni davvero nuove sono che anche il lavoro intellettuale, specializzato, è stato assorbito dalla spirale della mercificazione e che la dipendenza dal potere dell'impresa si presenta sempre più sotto forma di rapporti di lavoro precari.

Anzi, proprio la precarizzazione del lavoro, che poi si tramuta in precarizzazione dell'esistenza, costituisce il prolungamento storico dei rapporti di lavoro alienati di cui Marx aveva ampiamente parlato nella sua opera, l'esito fatale della loro evoluzione.

Letteralmente col termine alienazione Marx indicava la condizione dell'operaio salariato, che, in regime capitalistico, è estraniato dal processo produttivo che lo riguarda e dallo stesso prodotto del lavoro: egli era, ed è, condannato a produrre beni che non gli appartengono, a produrre non per se stesso ma per gli altri. Una condizione che finisce per estraniarlo da se medesimo, dalla sua essenza, perché il suo lavoro non è libero e costruttivo, come lo era per i vecchi artigiani, bensì obbligato, meccanico, spersonalizzato.

L'alto livello di precarizzazione del lavoro nelle nostre società, aumentando i livelli di dipendenza del lavoratore, manuale o dell'intelletto che sia, dal potere dell'impresa e, per certi versi, dagli stessi beni che è chiamato a produrre, costituisce il fondamento di una forma ancora più micidiale di alienazione, di estraniamento da se stessi, dalla propria essenza sociale.

Alla produzione di beni per gli altri, alla tradizionale forma di estraniazione rispetto al proprio lavoro, nella nostra epoca, si aggiunge, pertanto un altro elemento alienante: il lavoro in forma precaria, ansiotica; ultima frontiera dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, che aliena l'individuo dalla sua vita, dal suo futuro.

Come non convenire allora sul fatto che alla base di tali questioni c'è quello che definirei il nodo principale degli assetti socioeconomici capitalistici: il fatto che il lavoro sia assimilato ad una qualsiasi altra merce: che tutte le relazioni sociali tendono a mercificarsi, con pregiudizio della dignità e della libertà dell'uomo? Che il lavoro salariato sia condannato a produrre ricchezza per gli altri, in misura inversamente proporzionale alla sua valorizzazione sociale?

E che dire poi, rimanendo sulle eredità spendibili del pensiero di Marx, delle crisi periodiche del capitalismo e degli effetti dell'economia speculativa, finanziaria, su quella reale? Anche su questo versante il filosofo tedesco aveva visto giusto, così come aveva visto giusto con riferimento alla concorrenza tra operi, sia sul piano interno che su quello extranazionale, a tutto vantaggio dell'impresa.

Vale la pena, tal riguardo, riportare un passo dello stesso Marx, la cui attualità è sorprendente:

"Su 1000 operai di uguale qualifica determinano il salario non i 950 occupati, ma i 50 disoccupati. Influsso degli irlandesi sulla condizione degli operai inglesi e dei tedeschi sulla condizione degli operai alsaziani (...)"

(Marx, Lavoro salariato e capitale)

Parafrasando, potremmo dire influsso degli operai serbi, o polacchi, sulla condizione degli operai italiani. Un questione di stringente attualità! Che rimanda, oggigiorno, al tema della delocalizzazione della produzione, la strada per beneficiare di costi di manodopera più bassi e di più bassi livelli di sindacalizzazione della forza lavoro, nei paesi emergenti o in via di sviluppo. Insomma ancora al tema dello sfruttamento del lavoro salariato e del valore mercantile del lavoro.

Potremmo stare a lungo su questi argomenti, ma una loro trattazione più approfondita costituirebbe il contenuto di un altro volume. Per il quale sarebbero necessarie competenze specialistiche, in materia economica, che chi scrive francamente non ha.

Possiamo però concludere con una constatazione: nelle società capitalistiche ancora c'è molto cammino da fare sul terreno della mediazione tra uguaglianza formale ed uguaglianza sostanziale dei cittadini. L'intuizione marxiana sulla contraddizione tra uguaglianza nello Stato e disuguaglianza nella società in regime capitalistico, costituisce ancora oggi un punto cardine per la critica degli squilibri nelle nostre società.

Non per negare, come aveva fatto Marx, una funzione livellatrice dello Stato, ma, al contrario, per incoraggiarla. Per sostenere politiche di trasformazione dell'esistente, volte a liberare dalla spirale mercantile quegli spazi, qui beni, che attengono alla sfera della libertà e della dignità dell'uomo. Tra questi innanzitutto il lavoro, il terreno su cui si misura il grado di realizzazione della persona umana, la sua libertà, la sua indipendenza.

Fino a quando il lavoro sarà assimilato ad una qualsiasi altra merce, da scambiare e trattare al pari di ogni altro bene nel quadro delle relazioni di mercato, non si potrà dire che una società è pienamente libera e democratica.

Finché il valore del lavoro sarà calcolato come valore d'uso e di scambio, secondo il criterio capitalistico già esaminato, e non in base alla sua funzione sociale, in quanto attività nella quale, contribuendo alla crescita dell'intera società, l'uomo realizza se stesso, non si potrà parlare di libertà piena e sostanziale con riferimento alle nostre società.

Rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, costituisce tutt'ora un debito della politica nei confronti della società. Di tutte le società. Nondimeno il problema che abbiamo oggi è proprio il dileguamento della politica, l'assenza di grandi progetti di cambiamento, sostenuti da una visione del mondo larga e prospettica.

Non mi riferisco a dottrine millenaristiche, a nuove concezioni escatologiche dello sviluppo storico, ma a concreti programmi di riforma dell'esistente, intorno ai quali organizzare, mobilitare, larghi strati della società, su cui fondare un'azione di governo autenticamente riformatrice.

E in questo, ancora Marx può venirci in soccorso, quando ci ricorda che l'economia politica sbaglia a considerare immutabili, oggettive, le leggi dell'economia capitalistica, poiché le stesse, così come sono realizzate dell'uomo, così dall'uomo possono essere cambiate.

Oggigiorno termini come riformismo, riformatore, sono largamente abusati nel linguaggio della politica. In realtà il ricorso ad essi è sempre più un modo per colorare foschi propositi di scardinamento delle principali conquiste dello Stato sociale, di destrutturazione del carattere universalistico dello stesso. Propositi dietro cui si cela una rinnovata preponderanza dell'economia e della finanza sulla politica, sulla capacità autonoma di quest'ultima di imprimere direzioni diverse al corso delle cose.

Molto spesso si è portati, anche per effetto della singolare temperie in cui siamo immersi, a pensare che la politica sia l'amministrazione della cosa pubblica, le tante e, spesso, strampalate alchimie elettoralistiche per arrivare al governo del paese, delle regioni, dei comuni. Altre volte pensiamo che far politica sia un modo per raccogliere il consenso nelle tornate elettorali, attraverso il cosiddetto rapporto con la gente ovvero uno dei tanti sbocchi professionali per portare a casa uno stipendio.

I partiti, quelli di massa che abbiamo conosciuto nel corso del novecento, non esistono più: sono stati sostituiti da simulacri di partito politico, dietro cui predominano soltanto le carriere personali dei leader ed il loro rapporto diretto con la massa elettrice, naturalmente passiva ed amorfa. In questo quadro la sovranità popolare è sempre più il paravento dietro cui mascherare l'insofferenza verso ogni forma di regola democratica, nei partiti come nei vari livelli di rappresentanza istituzionale e di governo.

Orbene: non sono in grado di dire se un ritorno alle forme di organizzazione della politica del passato sarebbe la via giusta, per porre rimedio al degrado attuale. Né se le attuali forme di organizzazione della società consentano una cosa di questo genere. Certamente è auspicabile che la politica, per una sinistra da reinventare, da rifondare, si riappropri della sua funzione storica essenziale, vale a dire quella di sfidare la corrente, di tentare l'impresa quotidiana di cambiare il corso delle cose, che non è per niente naturale, oggettivo, come i difensori dello status quo ci ricordano incessantemente. Per una sinistra del terzo millennio nulla può essere oggettivo, naturale, al di fuori della libertà e della dignità dell'uomo.

Come ha fatto correttamente osservare Mario Tronti, in suo libro intitolato La politica al tramonto, il tratto distintivo della politica moderna è stata la sua autonomia, il suo rapporto "agonico", conflittuale, con l'economia e le sue leggi. Ma anche la sua capacità di scendere a compromessi, di trovare forme di mediazione col potere economico.

Nel secolo trascorso l'autonomia della politica si è inverata nell'esercizio collettivo, attraverso i partiti di massa, di una critica dell'esistente, nel conflitto tra visioni diverse, antitetiche, del mondo, tra differenti progetti di società. Il conflitto appunto. Proprio questa categoria si deve recuperare, rivalutare, per capire la funzione che la politica ha svolto lungo tutto un secolo, per cambiare lo stato di cose presente.

Senza conflitto, senza dialettica tra distinte opzioni programmatiche e visioni del futuro, senza l'appartenenza ad un campo anziché ad un altro, non c'è politica. Piuttosto c'è politicantismo, carrierismo, fredda amministrazione della cosa pubblica, subalternità al potere economico. Esattamente quello che succede oggi nelle nostre società, dove, con la politica al crepuscolo, le differenze tra le varie soggettività in campo sono assolutamente fittizie, tutte facilmente ricomponibili nell'ambito della comune appartenenza al partito della conservazione dell'esistente.

Ma una politica autonoma ha bisogno, oltre che di forme organizzative adeguate e chiari punti di vista sulle questioni dirimenti dell'attualità, di strumenti di analisi che consentano di inquadrare la propria azione nell'ambito di una visione generale dei rapporti di forza in campo e di un'idea condivisa della prospettiva storica.

Il materialismo storico, nonostante tutto, è stato questo: un'intuizione generale della dinamica storica, il tentativo di universalizzazione della lotta del proletariato industriale. Abbiamo ampiamente detto a proposito degli elementi fallaci di questa concezione del mondo, ma, per rimanere al tema, tra le categorie da essa desumibili, che ancora oggi potrebbero avere una loro validità, c'è sicuramente quella del conflitto.

Tener conto della dinamica conflittuale delle relazioni sociali, significa pensare alla politica sia come parte del conflitto sia come luogo delle possibili mediazioni. La differenza con la filosofia marxiana della storia consisterebbe nel riconoscere alla politica una capacità di sintesi nel processo dialettico, in luogo di un suo improbabile superamento, per come Marx l'aveva postulato. Ciò nonostante l'elemento della conflittualità rimarrebbe alla base della lettura dei rapporti economici e sociali nelle nostre società.

D'altro canto che il conflitto tra forze produttive e rapporti di produzione sia stato alla base delle più grandi trasformazioni sociali, politiche ed istituzionali dall'antichità ai giorni d'oggi è ampiamente acclarato, com'è nondimeno acclarato che ad ogni rottura rivoluzionaria sia seguita la trasformazione delle forme del potere politico e non il loro superamento.

Ciò che resta delle analisi, delle intuizioni, delle categorie marxiane, può allora, insieme agli spunti di altre e più attuali teorie critiche della modernità, costituire il nutrimento per l'elaborazione di una nuova cultura politica antagonistica, di supporto alla sinistra del terzo millennio.

Il comunismo andrà sicuramente indagato, ulteriormente studiato, compreso nella sua complessità, con la stessa lucidità e lo stesso distacco che connotano gli studi su altri fatti storici, quelli ormai slegati dai termini dell'attualità politica. Di più: liberare la ricerca storica sul comunismo dai fumi del pregiudizio politico, a vent'anni ormai dalla rovina dell'Unione sovietica, sarà più che mai importante, indispensabile. Anche per restituire ad una vicenda lunga e problematica, che, in ogni caso, ha segnato la storia mondiale del secolo che abbiamo alle spalle, le verità che una certa storiografia, troppo condizionata dalla pressione del politically correct, le ha inopinatamente negato.

Luigi Pandolfi


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