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martedì 30 gennaio 2018

lettera di un #trans contro il regime dei sessi

Signore, signori e tutti gli altri,

nel fuoco incrociato riguardo alle politiche di molestie sessuali, vorrei prendere la parola in quanto contrabbandiere tra due mondi, quello “degli uomini” e quello “delle donne” (due mondi che potrebbero non esistere ma che qualcuno si sforza di mantenere separati con una sorta di muro di Berlino di genere) per portarvi notizie dalla posizione di “oggetto trovato” o piuttosto di “soggetto perduto” durante la traversata.

Non parlo come uomo che appartiene alla classe dominante, la classe di quelli a cui è assegnato il genere maschile alla nascita e sono educati come esponenti della classe governante, quelli a cui si concede il diritto o meglio da cui si pretende (ed è una chiave analitica interessante) l’esercizio della sovranità maschile.

Non parlo nemmeno come una donna, visto che ho volontariamente e intenzionalmente rinunciato a questa forma di incarnazione politica e sociale.

Da quest’altra parte del muro
Parlo da uomo trans e non pretendo in alcun modo di rappresentare un collettivo o una fazione. Non parlo e non posso parlare in quanto eterosessuale né in quanto omosessuale, benché io conosca e viva entrambe le condizioni, perché quando si è trans queste categorie diventano obsolete. Parlo come transfuga di genere, come fuggitivo della sessualità, come dissidente (magari maldestro, perché mi mancano codici prestabiliti) di un regime della differenza sessuale. Parlo come auto-cavia della politica sessuale che vive l’esperienza, ancora non tematizzata, di esistere da entrambi i lati del muro, e che a forza di scavalcarlo quotidianamente comincia a essere stufo, signore e signori, della rigidità recalcitrante dei codici e dei desideri imposti dal regime eteropatriarcale.

Sarà la più importante delle guerre, perché in gioco non c’è un territorio ma il corpo, il piacere e la vita
Lasciate che ve lo dica, da quest’altra parte del muro: la situazione è molto peggiore di quanto avessi immaginato durante gli anni in cui sono stato una donna lesbica. Da quando vivo come-se-fossi-un-uomo questo mondo di uomini (cosciente di incarnare una finzione politica) ho potuto verificare che la classe dominante (maschile ed eterosessuale) non abbandonerà certo i suoi privilegi a causa di qualche tweet o qualche strillo.

Dopo le scosse della rivoluzione sessuale e anticolonialista del secolo passato, i patriarchi etero si sono imbarcati in un progetto di controriforma, a cui si aggiungono oggi le voci “femminili” che vogliono continuare a essere “importunate/disturbate”. Questa sarà la guerra dei mille anni, la più lunga delle guerre, considerando che riguarda la politica della riproduzione e i processi attraverso i quali un corpo umano si costituisce in quanto soggetto sovrano. Sarà la più importante delle guerre, perché in gioco non c’è un territorio ma il corpo, il piacere e la vita.

Robocop e Alien
Quello che caratterizza la posizione degli uomini nelle nostre società tecnopatriarcali ed eterocentriche è che la sovranità maschile è definita dall’uso legittimo di tecniche di violenza (contro le donne, contro i bambini, contro gli uomini non bianchi, contro gli animali, contro il pianeta nel suo insieme). Potremmo dire, leggendo Weber e Butler, che la mascolinità sta alla società come lo stato sta alla nazione: è il detentore e l’utilizzatore legittimo della violenza.

Questa violenza si esprime socialmente sotto forma di dominio, economicamente sotto forma di privilegio, sessualmente sotto forma di aggressione e stupro. Al contrario, la sovranità femminile è legata alla capacità delle donne di procreare. Le donne sono socialmente e sessualmente assoggettate. Solo le madri sono sovrane. All’interno di questo regime, la mascolinità si definisce necropoliticamente (attraverso il diritto degli uomini a dare la morte) mentre la femminilità si definisce biopoliticamente (attraverso l’obbligo per le donne di dare la vita). Potremmo dire che l’eterosessualità necropolitica somiglia all’utopia dell’erotizzazione dell’accoppiamento tra Robocop e Alien, di chi spera che con un po’ di fortuna uno dei due prenderà il sopravvento…

Questo regime eterosessuale è degradante e distruttivo quanto lo erano il vassallaggio e la schiavitù
L’eterosessualità non è solo, come dimostra Wittig, un regime di governo, ma anche una politica del desiderio. La specificità di questo regime è che si incarna in quanto processo di seduzione e dipendenza romantica tra agenti sessuali “liberi”. Le posizioni di Robocop e Alien non sono scelte individualmente e non sono scelte in modo consapevole. L’eterosessualità necropolitica è una pratica di governo che non è imposta da coloro che governano (gli uomini) a coloro che sono governati (le donne), ma si fonda piuttosto su un’epistemologia che fissa le definizioni e le rispettive posizioni degli uomini e delle donne attraverso una regolazione interna.

Questa pratica di governo non prende la forma di una legge, ma la forma di una norma non scritta, di una trasgressione di gesti e codici che hanno per effetto quello di stabilire nella pratica della sessualità una divisione tra ciò che può e non può essere fatto. Questa forma di servitù sessuale si basa su un’estetica della seduzione, su una stilizzazione del desiderio e su una dominazione costruita storicamente e codificata erotizzando la differenza del potere e perpetuandola. Questa politica del desiderio è precisamente ciò che mantiene in vita l’ancien régime sesso-genere, nonostante tutti i processi legali di democratizzazione e di empowerment delle donne. Questo regime eterosessuale necropolitico è degradante e distruttivo quanto lo erano il vassallaggio e la schiavitù nell’epoca dell’illuminismo.

Estetica dell’eterosessualità
L’attuale processo di denuncia e visibilizzazione della violenza fa parte di una rivoluzione sessuale, tanto inarrestabile quanto lenta e sinuosa. Il femminismo queer ha fissato la trasformazione epistemologica come condizione di possibilità di un cambiamento sociale. Significa rimettere in discussione l’epistemologia binaria e la naturalizzazione dei generi affermando che esiste una molteplicità irriducibile dei sessi, dei generi e delle sessualità. Oggi comprendiamo che la trasformazione libidinale è importante quanto la trasformazione epistemologica: è necessario modificare il desiderio. È necessario imparare a desiderare la libertà sessuale.

Per anni la cultura queer è stata un laboratorio di nuove estetiche di sessualità dissidente, davanti alle tecniche di soggettivazione e ai desideri dell’eterosessualità necropolitica egemonica. Siamo in molti ad aver abbandonato da tempo l’estetica della sessualità Robocop-Alien. Abbiamo scoperto le culture butch-fem e bdsm con Joan Nestle, Pat Califia e Gayle Rubin, con Annie Sprinkle e Beth Stephens, con Guillaume Dustan e Virginie Despentes, abbiamo imparato che la sessualità è un teatro politico in cui il desiderio (e non l’anatomia) scrive la sceneggiatura. È possibile, all’interno della finzione teatrale della sessualità, desiderare di leccare suole di scarpe, di voler essere penetrato in ogni orifizio o di cacciare l’amante in un bosco come se fosse una preda sessuale. In ogni caso due elementi separano l’estetica queer da quella eteronormalizzata dell’ancien régime: il consenso e la non naturalizzazione delle posizioni sessuali. L’equivalenza dei corpi e la redistribuzione del potere.

In quanto uomo trans, mi disidentifico dalla mascolinità dominante e dalla sua definizione necropolitica. A questo punto l’importante non è difendere quello che siamo (uomini o donne) ma rifiutarlo, disidentificarsi dalla coercizione politica che ci costringe a desiderare la norma e a riprodurla.

La nostra prassi politica è quella di disobbedire alle norme di genere e di sessualità. Sono stato lesbica per gran parte della mia vita, poi trans negli ultimi cinque anni. Sono lontano dalla vostra estetica dell’eterosessualità quanto un monaco buddista che levita a Lhasa è lontano dal supermercato Carrefour. La vostra estetica dell’ancien régime sessuale non mi riguarda più.

Niente ombre sulla sessualità
Non mi eccito all’idea di “importunare” chicchessia. Non mi interessa uscire dalla mia miseria sessuale mettendo le mani sul culo di una donna sull’autobus. Non provo alcun desiderio per il kitsch erotico-sessuale che proponete: uomini che approfittano della loro posizione di potere per farsi una scopata o afferrare un culo. L’estetica grottesca e mortale dell’eterosessualità necropolitica mi dà il voltastomaco, perché è un’estetica che rinaturalizza le differenze sessuali e colloca gli uomini nel ruolo di aggressori e le donne in quello di vittima (dolorosamente riconoscente o gioiosamente importunata).

Se è possibile dire che nella cultura queer e trans scopiamo meglio e di più, è perché da un lato abbiamo estratto la sessualità dall’ambito della riproduzione e dall’altro, soprattutto, perché ci siamo sganciati dal dominio di genere. Non dico che la cultura queer e transfemminista sfugga a qualsiasi forma di violenza. Non esiste sessualità senza ombre. Ma non è necessario che l’ombra (la disuguaglianza e la violenza) predomini e determini l’intera sessualità.

Uomini e donne rappresentanti dall’ancien régime sessuale, sbrigatevela con la vostra parte di ombra e godetevela e lasciateci seppellire i nostri morti. Gioite della vostra estetica della dominazione ma non cercate di trasformare il vostro stile in una legge. E lasciateci scopare con la nostra politica del desiderio, senza uomini e senza donne, senza peni e senza vagine, senza asce e senza fucili.

Paul B. Preciado
(Traduzione di Andrea Sparacino)

   






















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