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giovedì 1 giugno 2017

#omosessualità durante la terza età

Ho incontrato Hanna Jarzabek, fotografa polacca, in un tranquillo bar di Barcellona per parlare di uno dei suoi ultimi progetti, Flores de Otoño (Fiori d’autunno), un fotoreportage con una versione multimediale che ha l’obiettivo di esplorare un tema molto interessante di cui, però, si parla poco: come viene vissuta l’omosessualità durante la terza età. Durante la nostra lunga chiacchierata, Hanna mi ha raccontato cosa abbia significato attraversare ­– con lo sguardo e con la parola – la vita delle persone che ha ritratto, perennemente in bilico tra invisibilità e segregazione.

Quando nasce l’idea di questo progetto?

L’idea è nata nella primavera del 2013: cominciai a investigare sul tema, esplorando articoli di giornale, libri, film e informandomi sui fatti; è il metodo che uso in generale quando mi interesso a un nuovo progetto. Poi, durante il mese di luglio, entrai in contatto con quelli che sarebbero stati i miei protagonisti.

Mi ero già occupata di un tema legato al mondo LGBTQ con un progetto in Polonia e ho sempre avuto la tendenza a paragonare i due Paesi: la Polonia, dove sono nata e cresciuta, e la Spagna, dove vivo attualmente da molti anni. Ho sempre pensato, per esempio, che in Catalogna, soprattutto a Barcellona, ci fosse una certa visione progressista della questione. A un certo punto, però, mi sono interessata al fatto che esistesse una sorta di invisibilità di una fascia concreta della popolazione: gli anziani. Mi sembrava strano che la loro esistenza fosse messa al margine e ho provato a capire il perché. Così, dopo aver cominciato ad approfondire la mia ricerca, ho trovato qualche articolo  che parlava della paura, arrivati alla vecchiaia, di volver al armario, cioè “tornare nell’armadio”.

Volver al armario, mi sembra una definizione interessante. Puoi spiegarmi esattamente in cosa consiste?

Si tratta di un’espressione che è stata coniata per descrivere l’atteggiamento di timore  nei confronti della società e dei suoi pregiudizi che provano gli omosessuali in età avanzata: nascondersi nell’armadio è una maniera per non essere visti, né giudicati. È contrapposta all’espressione salir del armario, che sarebbe la traduzione del classico coming out. Negli articoli che avevo trovato, si parlava di alcune proposte per cercare di favorire una migliore integrazione di queste persone, come la creazione di strutture che potessero accogliere gli anziani LGBTQ per contrastare il fenomeno diffuso dell’omofobia, presente negli ospizi comuni.

Ad ogni modo, partendo proprio dall’espressione volver al armario, mi domandavo come potesse essere possibile che queste persone – che nei tempi della dittatura franchista avevano passato la vita a nascondersi in quell’armadio e da quell’armadio erano usciti solo con l’arrivo della democrazia – avessero di nuovo problemi nel gestire la propria libertà, una volta arrivate alla vecchiaia. Mi sembrava un fenomeno molto interessante. Dopo aver letto e investigato a lungo, mi sono resa conto che la mia ipotesi coincideva con la realtà: per molte persone era ritornato ad essere un problema vivere la propria omosessualità apertamente. Uno dei miei protagonisti, Maite, si può definire un caso emblematico di questa tendenza.

Parlami della sua storia

Ho intervistato varie persone ma, trattandosi di un tema delicato, è stato difficile trovarne che avessero voglia di raccontarsi. Chiedevo un livello di esposizione piuttosto alto perciò, alla fine, ho deciso di far ruotare il mio racconto attorno alle vite di tre personaggi.  Maite è l’unica donna che appare nel reportage. La sua è una storia particolare: ha passato una parte della sua esistenza in un convento di clausura per poi abbandonare la vita monastica, a causa di problemi di salute legati alla depressione. Una volta venuta a contatto con il “mondo esterno”, ha avuto diverse esperienze bisessuali e, rimasta incinta, ha scelto la strada del “matrimonio riparatore” con un uomo che aveva già avuto dei figli da una precedente relazione. Con lui ha avuto anche un’altra figlia ma la loro relazione è fallita dopo qualche anno e all’età di quarant’anni ha incontrato la donna della sua vita. Durante i nostri incontri mi raccontava della loro, relazione “clandestina”, nel senso che all’epoca evitavano di presentarsi come coppia: era più facile dire di essere amiche. La gente si rendeva conto che si trattava di qualcosa di diverso, ma era necessario mantenere le apparenze.

Nel 2005, dopo l’approvazione della legge sui matrimoni tra persone dello stesso sesso, Maite ha partecipato al dibattito come militante e attivista, appoggiandosi all’azione di alcuni gruppi femministi. Successivamente, quando è passata la legge sull’adozione ha deciso addirittura di apparire in televisione, nel programma Espejo público, per raccontare la sua storia di madre lesbica. Attualmente ha 75 anni e si è separata dalla sua partner, nonostante siano ancora in ottimi rapporti. Alloggia in una sorta di condominio per anziani dove ciascuno ha il suo appartamento e mantiene la sua indipendenza, ma condividono spazi in comune.  Quando andai a trovarla la prima volta mi confessò che nessuno dei suoi vicini sapesse che era lesbica e che il tema era vissuto praticamente come un tabù. Mi presentò agli altri dicendo loro che ero una sua amica, e non potei spiegare perché mi trovassi lì.

La parte che mi è sembrata più interessante della sua storia è il fatto che lei pensi di vivere la sua situazione apertamente, con la consapevolezza di essere uscita molto tempo fa dal famoso armadio. E invece la tendenza a omettere e nascondersi mi indicava qualcosa di diverso, sicuramente di più complesso. Avendo trascorso con lei un po’ di tempo, per esempio, notavo l’enorme differenza di atteggiamento che aveva quando si trovava con i suoi amici della comunità LGBTQ e come il suo brio si spegnesse di colpo quando invece eravamo a casa. La vedevo spenta, probabilmente intimorita, ed era esattamente di questo che volevo parlare nel mio progetto: l’invisibilità di queste persone che, soprattutto in un momento concreto della vita, come la terza età, devono far fronte a nuove situazioni, rinunciando a una parte della propria identità. E oltretutto, bisogna considerare che molti di loro non hanno più l’appoggio della famiglia perché dopo il coming out sono stati respinti dai figli e sono rimasti soli.

E considerando la centralità della famiglia nella società spagnola, soprattutto come rete di solidarietà, non deve essere sicuramente facile restare da soli in questa fase della vita…

Esattamente, esiste un sentimento di solitudine molto radicato. O almeno è quello che io ho potuto osservare attraverso le mie foto e le narrazioni delle loro vite. Ti racconto un aneddoto per capire meglio la situazione. Lo scorso novembre ho organizzato l’esposizione di Flores de otoño in una residenza per anziani a Terrassa (una città vicino Barcellona) e quando, dopo un mese, sono andata a ritirare le foto per chiudere la mostra, è venuto da me un signore dicendomi: «Finalmente togliete questa roba da qui!». La mostra era stata allestita nella sala della mensa. Quando sono tornata, mi sono trovata davanti a una scena che definirei bislacca: era stato montato una sorta di “cordone sanitario”, una serie di tavoli che fungevano da barriera per l’accesso alle foto. E l’anziano che era venuto ad esprimermi il suo sollievo mi disse che durante un mese nessuno si era seduto in quella zona della sala. Come a dire: «A noi queste foto non interessano».

L’idea di presentare il mio progetto in un contesto così specifico era proprio quella di sensibilizzare le persone che, trascorrendo insieme una parte della vita, possono avere a che fare con situazioni del genere nella vita quotidiana. Ma come puoi intuire dalla reazione che ha avuto quest’uomo e dalla storia dei tavoli, il problema è tutt’altro che risolto, soprattutto per una certa generazione che fa fatica a capire i cambiamenti della società.

Sicuramente il fattore generazionale avrà avuto un peso in tutta questa faccenda. Si spera che tutto questo un giorno possa cambiare. Tu che ne pensi?

Anche io ne sono convinta. Ed è per questo che credo che sia dovere delle istituzioni  incentivare politiche di educazione alla tolleranza attraverso campagne di sensibilizzazione. Perché se è vero, come dici tu, che probabilmente per i nostri figli questo non sarà un problema, nel frattempo esistono queste persone che restano invisibili e hanno bisogno di riconoscimento adesso.

E cosa mi dici degli altri personaggi? Hai trovato degli elementi  in comune nelle tre storie di vita che hai deciso di raccontare?

Sicuramente esistono dei punti in comune ma anche delle grandi differenze. Per esempio, la storia di Pako dimostra un atteggiamento molto distante rispetto al caso di Maite. Si tratta di un uomo estremamente carismatico e nel suo caso non mi sono dovuta confrontare né con la riluttanza, né con la paura di Maite. Lui vive apertamente la sua omosessualità e non ne fa mistero con nessuno. In passato è stato sposato, è padre di due figlie e un figlio. Durante tutta la durata del reportage sapevo che suo figlio non gli rivolgeva la parola, ma poi mi è stato detto che recentemente hanno ripreso i contatti. Quando il mio lavoro è stato pubblicato su El Periodico, le sue sorelle gli hanno fatto avere una copia del giornale, ma ci ha messo un po’ per capacitarsi e leggere la storia di suo padre.

Quali sono le cose che ti sono sembrate più interessanti della sua storia ?

Prima di tutto la sua personalità: lo si potrebbe definire come una “prima donna” ed è una cosa che non nasconde, anzi direi che ne è pienamente consapevole. Per esempio, tiene lezioni di uncinetto due volte a settimana in una struttura del comune, vive attivamente la comunità e si sente benvoluto. Però, osservandolo in questa situazione, mi sono resa conto di non aver mai visto nessun uomo avvicinarsi per salutarlo. Mentre quando si trovava con le sue allieve si respirava una meravigliosa atmosfera di distensione, con gli uomini, invece, c’era solo distanza e indifferenza. Questo mi ha fatto riflettere: nonostante Pako si senta integrato persiste una subdola segregazione. Suppongo che abbia a che vedere con il discorso che abbiamo fatto prima sulla frattura generazionale. Comunque penso che, nonostante l’ipocrisia di questa situazione, per Pako sia un regalo poter sentirsi libero di vivere la sua vita come meglio crede e che ci sia una certa tolleranza e un clima di convivenza, nonostante tutto.

È stato facile costruire un rapporto di fiducia con i tuoi protagonisti?

In generale sì, si sono dimostrati aperti e cordiali, soprattutto nella prima fase. Anzi, direi che il fatto di avere l’opportunità di parlare con me e sfogarsi sia stato quasi terapeutico per loro. Quando ho cominciato a prendere in mano la macchina fotografica e ho spiegato che il mio lavoro consisteva in una presenza continua e costante per un certo periodo di tempo sono arrivati i problemi. Non è sicuramente facile mettersi a nudo, la paura di esporsi a uno sguardo esterno è forte e questo è anche comprensibile. Però alla fine abbiamo trovato un’intesa.

In effetti, il tuo lavoro si basa su un’osservazione paziente.Come hai risolto il dilemma della rottura dell’intimità dello spazio domestico?

Innanzitutto, per me è fondamentale la variabile del tempo: passo molte ore con loro, credo che sia molto importante per capire davvero le loro storie. A seconda del grado di libertà che mi si concede, cerco di esplorare vari ambienti e contesti: dalla casa al gruppo di amici, passando per le diverse attività che definiscono la loro personalità. Per esempio, nel caso di Maite, ho vissuto con lei per sette giorni perché, trovandosi a Madrid, mi è sembrata la soluzione logistica più adeguata. L’ho rivista in seguito, approfittando del fatto che possiede un piccolo appartamento a Sitges (città vicino a Barcellona) per approfondire quanto avevo avuto occasione di conoscere durante il primo periodo di convivenza. Mentre con i due uomini, Pako e Mària, facevo sessioni di intere giornate, facendo la pendolare.

Qual è l’idea che ti sei fatta, incrociando le storie di queste tre persone?

Devo dire che avevo cominciato il progetto pensando che condividessero l’atteggiamento di “tornare nell’armadio”, nascondendo la propria omosessualità al mondo esterno. Poi mi sono resa conto che non era così ovvio. Ciascuno di loro ha fatto delle scelte diverse e ha avuto reazioni distinte. Credo che la costruzione dei miei ritratti dipenda molto dal quadro generale che riesco a formare attraverso le testimonianze della famiglia o degli amici. Pako, per esempio, è una persona molto positiva e forte e mi ha ripetuto più volte che non ha dubbi sul fatto che, costi quel che costi, non ha nessuna intenzione di volver al armario, vuole vivere la sua vita da uomo libero. Mentre Maite e Mària sono due casi molto diversi.

Mària, di cui non ti ho ancora parlato, è stato il caso più complicato del mio progetto. Era un uomo molto solo, che purtroppo ci ha lasciato da poco. Anche lui aveva alle spalle un matrimonio e due figlie, ma dopo aver fatto coming out ha perso praticamente tutto. Non ho mai avuto la possibilità di parlare con la sua famiglia perciò resto con la sensazione che ci fossero altri fattori da prendere in considerazione nella sua storia. Ad ogni modo, non posso paragonare la sua storia a quella di Pako. Il suo era un modo di vivere l’omosessualità in sordina. Era una persona molto discreta.

Esistono delle strutture pubbliche che possano offrire supporto a queste persone?

Esistono solo due fondazioni nell’intero territorio nazionale che si occupano di questo tema, una è la Fundación 26 de Diciembre e si trova a Madrid, e l’altra è la Fundació Enllaç, con sede a Barcellona. Entrambe sono private. Soprattutto a Madrid, si cercano di sviluppare progetti residenziali per anziani transessuali e omosessuali. L’idea è di creare strutture miste che possano incentivare un clima di convivenza e tolleranza. L’altro obiettivo è l’integrazione nella società ed è per questo motivo che normalmente si organizzano attività per coinvolgere gli utenti e farli sentire meno isolati. La fondazione di Barcellona ha uno scopo maggiormente di assistenza e appoggio.

E per quanto riguarda le politiche pubbliche?

La verità è che c’è ancora molta strada da fare. A Barcellona esiste un consiglio municipale LGBTQ e all’interno di questo consiglio c’è un gruppo che si occupa della terza età. Ci sono gruppi di ricerca, si organizzano conferenze, si cerca di fare formazione nelle residenze per anziani, ma trattandosi nella maggior parte dei casi di enti privati il Comune ha un potere di intervento molto limitato. Quindi manca un’attività più concreta che possa sostenere queste persone, soprattutto per cercare di limitare le situazioni, spesso frequenti, di razzismo e segregazione.

Hanna Jarzabek è una fotografa polacca, con una formazione in Scienze Politiche e in Fotografia (L’École des Beaux Arts). Ha lavorato per diverse agenzie delle Nazioni Unite come OCHA, UNRWA e UNCTAD. Vive dal 2008 a Barcellona, combinando il suo lavoro di fotografa freelance con i suoi progetti personali e l’insegnamento presso scuole di fotografia specializzate. I suoi lavori sono stati pubblicati su Le Nouvel Observateur, Interviú, El Periódico de Cataluña, 7k, e altre riviste. Ha vinto diversi premi, tra cui il Third Prize (2015) ed è stata finalista del Grand Press Photo 2012 in Polonia e della 19° edizione del FotoPres la Caixa. Per saperne di più sul suo lavoro, è possibile visitare la sua pagina web: www.hannajarzabek.com.


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