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martedì 21 marzo 2017

omogenitorialità e #diritti lgbt : quando certo femminismo sposa il più becero patriarcato

Il dibattito attualmente in corso in Italia sulla questione femminile si intreccia direttamente con la causa Lgbt, soprattutto in temi complessi quali l’autodeterminazione nell’uso del proprio corpo e delle sue capacità procreative. Sotto attacco è, nello specifico, la gestazione per altri (Gpa), pratica per cui una donna – in modo gratuito o dietro compenso – permettere di avere figli a singoli o coppie sterili e a padri gay. Personalmente, al fine di fugare ogni dubbio, sono favorevole ad essa, a condizione che non vi sia sfruttamento di alcun tipo. Ancora: non ho alcun interesse ad avere o adottare figli, per cui la mia difesa si basa su mere questioni di principio.

Le famiglie arcobaleno sono già da diverso tempo sotto attacco da parte delle forze tradizionalmente ostili all’estensione dei diritti per la gay community: estrema destra, esponenti clericali, movimenti omofobi, ecc. A queste, più recentemente, si sono accodate alcune frange di certo femminismo, radicale o della differenza. Per costoro, la genitorialità sembra dover essere un aspetto riservato alla famiglia tradizionalmente intesa. Approccio culturale pericoloso, per diverse ragioni. Se applicato da chi si dice femminista, ancora di più. Vediamo perché.

Da maschio del sud, nato e cresciuto in un contesto rigidamente eterosessuale e patriarcale, mi è stata trasmessa la visione della donna come soggetto debole, minoritario e a diritti parziali. Ho tuttavia avvertito – forse in relazione al mio orientamento sessuale considerato “fuori norma” – una certa insofferenza per quell’impostazione, poiché certe limitazioni sulla libertà dell’essere investivano anche me. Ciò non mi ha impedito, purtroppo, di scivolare in episodi di sessismo. Fino a quando non ho incrociato il pensiero femminista: incontro fecondo che è coinciso, per altro, col mio ingresso nel movimento Lgbt italiano.

I legami tra questione omosessuale e femminismo sono profondi: entrambi si fondano sulla lotta, culturale in primis, contro il sistema basato sul paradigma del “maschio, bianco, eterosessuale, cristiano e borghese”. Dalle compagne femministe mi è stato insegnato ad alzare lo sguardo rispetto a chi mi descriveva non solo come diverso – risignificando questa parola in chiave positiva – ma anche come subordinato. Mi è stato insegnato a dire no, e soprattutto a dire: a raccontare se stessi, a mettere in gioco la propria esistenza, come portatrice di vita. Come energia da mettere a disposizione di tutti e tutte per una liberazione definitiva del sé. Un sottoposto che parla, d’altronde, non è più tale. Per questa ragione coming out e visibilità sono due passaggi fondamentali della vita di una persona Lgbt.

Un’altra cosa che ho appreso è il concetto di “libertà di scelta”. Essa può essere esercitata in due modi: applicandola a se stessi o riconoscendola a terzi. Sull’interruzione di gravidanza, ad esempio, non so e non saprò mai cosa vuol dire tale esperienza e ciò mi porta a trattare l’argomento con molto rispetto. Penso, per la mia sensibilità, che non riuscirei ad abortire di fronte a una gravidanza indesiderata. Ma ciò non mi autorizza a vietarlo ad altre. Lo stesso dicasi per il trattamento di fine vita: in caso di malattia in fase terminale, preferirei avere l’ultima parola sulla mia morte. Vivrei, di contro, come prepotenza profonda un divieto imposto da qualcuno solo perché contrario alla mia scelta. Chi vuole vietare la Gpa a donne libere e a maschi che scelgono di divenire genitori, non esercita forse questo tipo di violenza?

Il femminismo, almeno quello che conosco per come mi è stato insegnato, mi ha trasmesso questi principi. Forse non sono femminista, in termini di appartenenza diretta, come non ho mai fatto parte di un partito socialista, eppure questo non mi impedisce di fare miei valori di egualitarismo tipici di quel sistema di pensiero. Questo vale anche per ideali come l’autodeterminazione sulle proprie scelte e sul proprio corpo. Per questo, le polemiche sulla genitorialità mi sembrano una contraddizione. Per due ragioni.

Innanzi tutto, perché un tale atteggiamento ripropone la cultura patriarcale della negazione della libertà individuale: sulla gestazione per altri, ad esempio, che fine ha fatto il vecchio slogan “il corpo è mio e lo gestisco io”? Sembra che al centro della questione non ci sia il (presunto) sfruttamento del corpo della donna, ma la possibilità che due maschi possano allevare prole. Per evitare che questo accada, si arriva a negare il principio di autoderminazione, a partire da quelle donne che decidono in tal senso. È questo che vogliono certe compagne, ovvero tradire il principio della libertà individuale?

In secondo luogo, sempre su Gpa e temi analoghi, sembra che si segua la stessa narrazione di quelle forze reazionarie e clerico-fasciste che si contrappongono alla pienezza dei diritti. Questo procedimento, per altro, fa confluire certo pensiero femminista nei ranghi del più becero patriarcato, dal quale invece ci si dovrebbe smarcare per fornire un modello di convivenza sociale più “a misura d’uomo e di donna”. Mi chiedo, dunque: pur di impedire a due maschi di poter essere padri, certe femministe sono davvero disposte a cedere al patriarcato che invece dovrebbero combattere?

Capisco che su certi temi ci possano essere remore molto grandi, ma forse il discorso andrebbe affrontato ascoltandosi e non imponendo visioni preconfezionate, magari usando un linguaggio violento o funzionale a inseguire la pancia del popolo (la cui subcultura si basa sul paradigma maschile e maschilista). Insomma, forse sarebbe il caso di trovare un nuovo equilibrio che superi la contrapposizione tra generi. Sempre che il fine ultimo di certe compagne sia la salvaguardia della dignità femminile e non il perpetuarsi dell'odio nei confronti di una categoria a discapito di un’altra.

Dario Accolla







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