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mercoledì 18 gennaio 2017

la rivolta delle #donne americane: un evento mondiale

Trump non è la malattia, Trump è il sintomo. Parole di Tamika Mallory, co-organizzatrice e perfetta icona della Marcia delle donne che si svolgerà il 21 gennaio a Washington. Perfetta icona perché è giovane, perché è donna e perché è nera, disegnando così un identikit delle categorie che questa marcia dice di voler rappresentare.

All'indomani dell'insediamento di Donald Trump, infatti, 300 associazioni americane si sono date appuntamento vicino alla Casa Bianca per difendere i diritti di tutte le minoranze e di tutte le categorie discriminate. Sarà una delle più grandi manifestazioni per i diritti civili dagli anni Sessanta, dicono.

Le donne ci mettono la faccia, l'organizzazione e l'indignazione (contro il misogino Trump), ma a fare massa ci sarà di tutto: dalle organizzazioni ambientaliste a quelle per i diritti dei carcerati, dai chi lotta contro le discriminazioni razziali a chi invoca limita alla vendita di armi. Perché tutte le battaglie per i diritti hanno a che fare con le donne.

Sembra ovvio, dato che le donne e uomini fanno entrambi fanno parte del genere umano. Ma le donne che scendono in piazza a Washington dicono qualcosa di più. Dicono di sentirsi chiamate in causa in tutte queste battaglie proprio in quanto donne. La battaglia contro le armi? È femminista perché le donne sono 16 volte più a rischio di un uomo di finire colpite da un proiettile e ogni mese ne vengono uccise 50 solo negli Usa da partner o ex partner.

L'ecologia e la lotta al surriscaldamento climatico? È femminista perché l'esigenza di un ambiente sano è prioritaria per le madri che pensano a come crescere i loro figli, sostengono i rappresentanti del Natural resource defence council (che aderisce alla manifestazione).

Ancora non sappiamo quanti parteciperanno alla Marcia delle Donne - a Washington e nelle 370 città del mondo che hanno aderito all'evento - ma secondo la pagina dell'evento su facebook sono circa 200mila le persone che vogliono andare a Washington, e sono 1200 gli autobus di manifestanti che hanno già ottenuto il permesso di parcheggiare allo stadio Robert Kennedy.

Raggiungere i 5 zeri sarà comunque un bel successo per gli organizzatori, che hanno organizzato una manifestazione quasi dal nulla, anzi da un post su facebook di due mesi fa sulla pagina di una semplice cittadina dell'Ohio, che aveva invitato 40 amiche a marciare per i diritti delle donne e contro la misoginia espressa dalla campagna elettorale di Trump.

Il successo nei numeri, però, lascia inevasa una domanda: chi è quel "noi" sotteso dallo slogan "Ascoltate la nostra voce?". Di categorie escluse dalla manifestazione ce n'è soltanto una ed è quella dei pro-life, ovvero degli antiabortisti, che inizialmente sembravano aver aderito alla manifestazione per poi essere banditi da un comunicato ufficiale delle organizzatrici, che si sono dichiarate pro choice, e cioè per la libertà di scelta.

Un residuo di femminismo "old school" che naviga in un mare di politically correct. I poster che pubblicizzano la manifestazione mettono in primo piano una donna velata, una volta col pugno alzato, una volta con la bandiera americana messa come chador. Vaglielo a dire alle organizzatrici che se una femminista doc vede una col fazzoletto in testa non le rivolge neanche la parola. E che una donna musulmana osservante col cavolo difenderà la libertà di scelta di chi esercita il diritto all'aborto.

Le contraddizioni sono nel dna di questa manifestazione, che punta a essere grande e accogliente ma per farlo esclude e respinge. Gli uomini per esempio. Siccome bisogna rappresentare e difendere le donne, gli uomini è bene che se ne stiano da parte. Possono pure venire, ma come membro di una "famiglia" e non come "maschi" che come al solito si vogliono prendere la scena anche quando la festa l'hanno organizzata le femmine.

Poi c'è il discorso delle minoranze. Siccome bisogna rappresentare e difendere i più bistrattati, anche le donne bianche e wasp devono fare un passo indietro e possibilmente non farsi intervistare dai giornalisti. In alcuni casi meglio che non vengano proprio - come ha deciso di fare Jennifer Willis, ministro matrimoniale e sostenitrice delle unioni gay in South Carolina, che non ci sarà perché un'attivista blogger l'ha accusata di voler andare a Washington per difendere la supremazia bianca.

Il politically correct fa parecchi caduti, dunque, ma fa anche tanto colore. I video e i flyer dell'organizzazione avvertono che al corteo ci saranno servizi igienici per tutti i sessi (gender toilet), spazi dedicati a tutte le categorie più deboli (disabili e donne incinte) e interpreti per sordomuti. Contemporaneamente ricordano alle mamme che sarà freddo e se vogliono portare i figli devono mettergli la sciarpa e il cappello.

Sì ai cartelli ma senza bastone, no agli zaini e alle shopper (borse grandi) e infine tutti tranquilli: oltre alla polizia ci saranno anche guardie specializzate in controllo non violento. Mi raccomando, il messaggio è positivo (sosteniamo i diritti di tutti) e non negativo (i cartelli "stupra Melania" non sono ammessi).

Tra tante voci discordanti, comunque, le previsioni più "rosee" sulla partecipazione all'evento le fanno le attiviste di pussyhat, quelle che stanno preparando un milione e 170 cappellini rosa per chiunque partecipi al corteo. Da due mesi stanno sferruzzando per creare una marea umana di teste incappucciate con le orecchie da coniglietto. Chissà se se lo metteranno anche sopra il chador.


Cecilia Tosi


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