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mercoledì 18 gennaio 2017

la marcia delle donne. perché unite nella #protesta e non nella proposta?

Questo post parla di politica, di potere e di partiti. Vi avviso: parla di donne. Quindi interessa tutti. Parte da una data: sabato 21 gennaio. Una data non casuale, perché segue di 24 ore l'insediamento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

Quel giorno, a Washington, si terrà una marcia delle donne che si annuncia imponente. Il progetto politico, che parte dal presupposto che "i diritti delle donne" sono "diritti umani", pone le donne alla testa di un movimento a difesa dei diversi, dei più deboli (dagli immigrati agli omosessuali ai disabili) che, recita il manifesto, sono stati insultati e demonizzati nella scorsa campagna elettorale.

Le donne, che non sono state sufficientemente unite per eleggere la prima di loro a capo degli Stati Uniti, cercano ora quella forza e quella rappresentanza che possa contrapporsi al presidente entrante. Ma quanto contano le donne nella vita politica, quanto riescono a imporre visioni, strategie e, ultimo ma altrettanto importante, persone che le rappresentino?

Questa domanda interessa gli uomini. Interessa le donne. Anche te, che di quote e di battaglie per la parità non vuol sentir parlare perché tanto conta il merito e tu sai che potrai ottenere quello che vuoi indipendentemente dal tuo sesso. E riguarda te che, sul lavoro, dalle altre non hai mai ricevuto né aiuto né supporto. Tu che pensi che siano proprio le donne le peggiori nemiche delle donne, perché quando raggiungono il successo professionale si dimenticano delle altre, o peggio le ostacolano. E infine parla a te che sei arrivata dove volevi grazie alle tue capacità e per questo ritieni di non dover restituire aiuto e sostegno a nessuna.

La domanda non è tanto perché le donne non aiutino le altre donne, quanto piuttosto perché le donne, spesso unite nella protesta, non lo siano nella proposta e non giochino quindi vere battaglie di potere, che non significa guadagnare posizioni per se stesse, ma per il nucleo di persone che fa loro riferimento. La prova di questa carenza è che non esiste in Italia un segretario di partito donna. Ancora, nei partiti politici tutti divisi, senza eccezioni, in correnti, non esiste un capocorrente di sesso femminile. Le donne possono diventare ministre, presidenti di istituzioni. Ma restano in posizioni singole, isolate, dalle quali non deriva la rappresentanza di un'area culturale.

Facciamo un passo indietro e avviciniamoci alla sfera affettiva. Torniamo sui banchi di scuola. Credo che ognuna di noi abbia vissuto, almeno una volta a partire dagli anni dell'infanzia, dell'adolescenza e della prima gioventù quell'appagante esperienza che è l'amicizia femminile. Qualcuno la chiama efficacemente "sorellanza", ed è una sensazione unica di complicità che porta a riconoscersi nell'altra e quindi a manifestarsi nella propria autenticità, senza sovrastrutture, senza pregiudizi. Le amiche si parlano, si confidano, si consigliano, e soprattutto si aiutano.

Le donne si aiutano quando gli amori vanno male, quando lo studio si fa pesante, quando la famiglia di origine è pressante, poi quando i mariti e i figli presentano problematicità. Parallelamente arriva il lavoro e la carriera e lì, improvvisamente e salvo eccezioni, ecco che l'incanto si spezza. Generalizzando, tra donne non si conoscono più complicità e alleanza, ma conflitto e rivalità.

Ovviamente non è possibile applicare il metro del legame amicale al diverso e inevitabilmente meno intimo legame professionale. Eppure anche nella sfera personale non è stato sempre così. Il simbolico femminile, quello che abbiamo assimilato dalle fiabe ci imponeva un modello relazionale permeato dal conflitto e dalla rivalità. Lì, nel mondo dell'immaginario infantile, non esiste la "sorellanza", ma le sorellastre di Cenerentola.

C'è la strega di Biancaneve che vuole ucciderla per non esserne scavalcata in bellezza. Rivalità che ha un unico scopo: la conquista del Principe. La letteratura e la storia sono piene di esempi di questa condanna a contendersi l'uomo. Jane Austen la descrive con ironica amarezza, la Moll Flanders di Defoe si fa strada seducendo. Oppure i tanti esempi raccontati nei libri di Benedetta Craveri: donne intelligenti, spesso più degli uomini, che riuscivano ad affermarsi solo attraverso la benevolenza maschile, e quindi erano perennemente in conflitto tra loro proprio per accaparrarsene i favori.

Le conquiste femminili ci hanno portato ad accantonare tutto ciò. La nostra affermazione non passa più attraverso un "buon matrimonio". In questo hai ragione, sorella, quando pensi che puoi farcela con la forza del tuo merito. Una donna non vale più solo in riferimento al maschio che la sposa o la nutre ed è oggi considerato naturale che una ragazza abbia in testa prima la realizzazione professionale e poi quella affettiva.

Per dirla in parole spicce, le donne hanno smesso di litigarsi il fidanzato, o almeno se lo contendono allo stesso modo con cui i ragazzi si contendono le ragazze. Privandolo cioè della funzione salvifica. Anche per questo, nel privato, abbiamo raggiunto una complicità simile a quella maschile, con l'intensità propria che è data dallo specifico femminile, fatto di cura, attenzione, lettura interiore.

Perché allora non applicare queste best practices anche nel campo pubblico? Essere leader non vuol dire solo raggiungere posti di comando, che a poco servono se non rafforzano una squadra e un progetto. Le donne sconfiggeranno la propria subalternità solo se sapranno valorizzare i talenti delle altre, senza timore che le altre possano oscurarle. Occorre avere con il potere lo stesso rapporto di libertà che abbiamo raggiunto rispetto agli uomini perché non è il nostro singolo posto al sole che ci salverà.

Gli uomini, abituati a combattere battaglie, sanno che queste non si vincono da soli, ma facendosi affiancare da bravi ufficiali. Le donne, use ad affrontare tante difficoltà pratiche ed emotive hanno scoperto che le si risolve meglio con l'aiuto delle altre.

Se noi donne restiamo nella logica dell'Eva contro Eva saranno solo i superficiali ad avvantaggiarsene. E noi abbiamo bisogno di competenze, soprattutto nei giorni in cui si nomina fino all'abuso l'affermarsi della cosiddetta post verità. Il puerile trionfo della menzogna e della demagogia che secondo molti osservatori avrebbe contribuito a eleggere proprio quel Trump contro cui le donne sabato scenderanno per le strade della capitale americana.

La società non può fare a meno dei saperi femminili. Dello sguardo curioso e accogliente delle donne. Ma solo le donne possono valorizzarsi fra loro. Non solo e non tanto nel nome di una generica e buonista "sorellanza", ma con la consapevolezza che solo strutturando gruppi in una logica di merito possiamo costruire il futuro. Affermare un'egemonia che, guarda il caso, a differenza di "potere", è un termine femminile.

Serena Bortone

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