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venerdì 27 gennaio 2017

il giorno dopo la #giornatadellamemoria



Quest'anno, per la prima volta, mi è capitato di vivere la Giornata della Memoria con un certo disagio interiore. Di sicuro il contesto attuale, a livello nazionale e internazionale, avrà contribuito al disincanto e al disagio. Nel seguire le ricorrenze, i ricordi, le celebrazioni e le interviste che stampa e televisioni distribuivano a piene pagine e a frequenze multiple, alle immagini storiche di filospinati e di lager, di fucilazioni e forni crematori, di deportazioni e confinamenti, si affiancavano nella mia mente, impertinenti e uncinanti, le immagini delle odierne emigrazioni, inossidabili reti spinate, affollati campi profughi, nuovi muri di isolamento e via degradando...

Erano le 10,30 dell'11 aprile 1987 quando Primo Levi si suicidò nella sua casa di Torino. "Una malattia incurabile, male oscuro - si disse - a tutti ignoto"... Personalmente sono portato a pensare che Primo Levi "fu suicidato". Appena un anno prima (era la primavera del 1986) l'editrice Einaudi aveva pubblicato l'ultimo suo capolavoro: "I sommersi e i salvati", là dove portava a compimento la testimonianza e le riflessioni che animarono il suo primo, più famoso, libro: "Se questo è un uomo".

In quelle pagine convergono le molte inquietudini che impegnarono la mente di Levi nell'ultimo periodo della sua vita:

Lo sbiadirsi della memoria di Auschwitz, che pare coincidere con la cancellazione della propria identità; la mancanza di cognizioni e di memoria storica nei giovani studenti incontrati nelle scuole, i quali accolgono la sua testimonianza con scetticismo semplificatore, come una vicenda appartenente a tempi remoti; l'avvento degli storici negazionisti e revisionisti, che mettono in dubbio l'esistenza o le specificità dello sterminio ebraico e dei Lager; infine, l'insofferenza per la retorica che irrigidisce nei rispettivi ruoli le figure delle vittime e dei carnefici.

In quel libro c'è un passo molto, ma molto premonitore di tutto ciò che sta accadendo oggi nel nostro mondo. Levi ammonisce:

È avvenuto, e quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto. Non intendo né posso dire che avverrà; è poco probabile che si verifichino di nuovo, simultaneamente, tutti i fattori che hanno scatenato la follia nazista, ma si profilano alcuni segni precursori. La violenza, "utile" o "inutile", è sotto i nostri occhi: serpeggia in episodi saltuari e privati, o come illegalità di stato, in entrambi quelli che si sogliono chiamare il primo e il secondo mondo, vale a dire nelle democrazie parlamentari e nei paesi dell'area comunista. Nel terzo mondo è endemica o epidemica. Attende solo il nuovo istrione (non mancano i candidati) che la organizzi, la legalizzi, la dichiari necessaria e dovuta e infetti il mondo. Pochi paesi possono essere garantiti immuni da una futura marea di violenza, generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali.

C'è da chiedersi cosa scriverebbe oggi, di fronte al nazionalismo miope di Le Pen, al razzismo becero di Salvini, al protezionismo borioso di Trump e, soprattutto, alla passiva indifferenza di tutti noi.

Don Aldo Antonelli

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