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lunedì 21 novembre 2016

sessualità, #sessoeamore : il contagio della disinformazione

Dal caso Talluto di Roma agli allarmanti dati italiani. Ci vuole cultura e consapevolezza.

Lo hanno chiamato “l’untore” per aver consciamente diffuso l’HIV a trenta donne romane, per aver esteso con ratio la sua condizione a altre 30 persone ignare. Valentino Talluto, divenuto tramite la stampa un personaggio manzoniano della “colonna infame”, sarà protagonista, per la volta in Italia, di  un processo per il contagio volontario di Hiv. Sul banco degli imputati, il prossimo 2 marzo a Roma, siederà Talluto, 32 anni, con l’accusa di aver contagiato 30 donne, conosciute sul web, con la consapevolezza della sua sieropositività. A disporre il rinvio a giudizio dell’uomo, per i fatti dal  2006 al 2014, è stato il gup Massimo Battistini.

E ora si rischia la gogna mediatica, con conseguenze processuali gravi. Talluto è infatti accusato di epidemia dolosa, con pena massima prevista l’ergastolo, e lesioni gravissime. Da sottolineare infatti è che la diffusione del virus non si è fermata alle trenta donne che, ignare di portare dentro di se il virus  dell’immunodeficienza umana, hanno portato il contagio indiretto a 57 persone compreso un bambino nato da un rapporto con Talluto a cui è stato diagnosticato il virus solo all’ottavo mese. Valentino Talluto si è sempre difeso dalle accuse sostenendo di “non essere mai stato consapevole dei rischi che poteva arrecare la sua sieropositività”.

L’effetto domino che ne è seguito è agghiacciante. Come agghiacciante è stata la reazione delle persone verso la famiglia di Talluto. Tutto il caso mediatico, tutto il dolore di questo caso e dei contagi indiretti viene però da una sola branca tematica: il sesso visto come spensieratezza, senza alcuna minima cognizione dei rischi di un rapporto occasionale non protetto unito a un non controllo della propria salute e a probabili intenti criminosi del “paziente zero”.

Della vita e della backstory di Talluto, del “morboso” dietro la notizia deve importarci fino ad un certo punto. Dobbiamo aprire gli occhi e soprattutto la testa ”sull’etichetta” per avere un rapporto sessuale occasionale ma soprattutto renderci conto consciamente della situazione delle malattie sessualmente trasmissibili. Le Mst sono parecchie, per citarne solo alcune aids, clamidia, condilomi, donovanosi, epatiti, gonorrea, herpes, linfogranuloma venereo, pediculosi, scabbia, sifilide, tricomoniasi e ulcera. Sembra non esistere una coscienza sulla sessualità consapevole, una presa di posizione che considera anche il rapporto occasionale come una rete, un network che mette in contatto persone con storie differenti, che frequentano altri esseri umani, ognuno di essi con le proprie esperienze e il proprio network.

L’argomento delle malattie sessualmente trasmissibili ci riguarda tutti, a 360 gradi. E siamo ignoranti secondo gli ultimi dati. Lo attestano due recenti indagini, l’una condotta su settemila studenti e l’altra su 4.500 donne europee di età compresa fra i 20 e i 29 anni, nelle quali emergono comportamenti per nulla responsabili sul piano della salute, primo fra tutti il mancato uso di preservativo o di altre forme contraccettive. Un campione rappresentativo di settemila studenti tra gli 11 e i 25 anni in un’indagine di Skuola.net e Sic, società italiana della contraccezione, mostra come solo 4 ragazzi su 10 non usano il preservativo. L’Italia inoltra si classifica al 12imo posto per l’uso di contraccettivi e sessualità consapevole secondo una indagine dell’Ippf, l’international planned parenthood federation, la più vasta rete globale di associazioni per la libertà e la salute delle donne attiva in 170 Paesi, che ha preso in considerazione 16 nazioni europee.

Necessitiamo di una sessualità consapevole, di una cultura sulle infezioni sessualmente trasmesse, di capire come correre ai ripari, in caso di preservativo, profilassi e trattamenti sanitari. Dobbiamo sdoganare il tema della sieropositività e della dignità della persona sieropositiva, informarci con i dati concreati. Abbiamo il dovere di accrescere il senso comune, di formare coscienze e renderci conto che con la sessualità e le relazioni siamo gli uni legati agli altri, con il nostro background, la presa di coscienza sulla nostra salute con i test ematici, la donazione di sangue e le azioni relazionali quotidiane.

Pietro Colombo

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