BOTTONI [1]

lunedì 14 novembre 2016

la storia di Max, uno dei tanti #rifugiati gay in Italia

Max stringe la mano di Giovanni, lo guarda e si trattiene, come ad aspettare un suo cenno e poi comincia a raccontare: “Quando siamo andati insieme alla manifestazione #svegliatitalia per le unioni civili al Pantheon a Roma io non volevo tenergli la mano, avevo paura che da qualche angolo venissero fuori a menarci”, si ferma Max e sorride. “Anche se razionalmente so che in Italia non c’è nessun rischio, avevo paura”, afferma.

Al Pantheon, durante la manifestazione per il riconoscimento delle unioni civili del 23 gennaio scorso, Max e Giovanni si sono dati per la prima volta un bacio in pubblico. Ora vivono insieme, ma all’epoca avevano appena cominciato a frequentarsi. “Andando via dal Pantheon siamo passati sotto a un arco a palazzo Madama, in un posto anche molto romantico, e lui non mi voleva dare la mano”, conferma Giovanni, “io cercavo di dirgli ‘lascia che ci vedano, che ti importa’. Ma la sua paura era completamente irrazionale, era abituato a essere perseguitato”.

Max ha 35 anni e vive in Italia da due, è nato e cresciuto a San Pietroburgo poi si è trasferito a Simferopoli, in Crimea, dove è rimasta tutta la sua famiglia. In Italia ha chiesto e ottenuto lo status di rifugiato perché nel suo paese, la Russia, era vittima di violenze e discriminazioni in quanto omosessuale ed era perseguitato fin da bambino. La Russia nel 2013 ha introdotto il reato di “propaganda omosessuale” che ha portato a molti arresti tra gli omosessuali e gli attivisti lgbt e un incremento dell’omofobia. Max da poco più di un anno vive con Giovanni, un italiano di cinquant’anni, ma a sua madre in Russia non riesce ancora a dire che è innamorato e che vive insieme al suo compagno.

" Hanno detto che dovevo andarmene dal quartiere perché ero gay e poi mi hanno massacrato di botte "

“A Roma per la prima volta in vita mia ho visto una coppia gay che faceva una passeggiata mano nella mano, per me era un tabù, ero scioccato”, racconta Max che ripercorre tutta la sua storia: dalla scoperta di essere attratto dalle persone del suo stesso sesso verso i sette anni, fino a quando, a tredici, è stato picchiato da un gruppo di ragazzi.

“Mi dicevano che ero frocio, ma io non sapevo neppure che significasse. Mi hanno aspettato fuori da scuola, avevano 17 o 18 anni, erano più grandi di me. Hanno cominciato a insultarmi, hanno detto che dovevo andarmene dal quartiere perché ero gay e poi mi hanno massacrato di botte e io a casa non ho potuto nemmeno spiegare perché mi avevano picchiato”. Per le violenze subite, Max è stato ricoverato e ha perso l’uso di un rene.

“Mia madre non capiva cosa era successo e io non potevo spiegarglielo, non volevo crearle problemi perché vivevamo soli noi due, dopo che i miei avevano divorziato”, dice Max. “Da quel momento ho provato a essere quello che mi chiedevano di essere quei ragazzi che mi avevano picchiato, ho provato a cambiare, ma per me è cominciato un lungo periodo di depressione”. Il ricordo di aver tentato il suicidio sospende per qualche minuto la conversazione: “Come si dice in italiano suicide attempt?”.

Illegali nel proprio paese
“Al terzo tentativo di suicidio ho capito che tanto valeva vivere”, ricorda. Grazie al servizio civile internazionale Max arriva in Italia, a Tarquinia, e comincia a frequentare la comunità lgbt di Roma, poi decide di fare domanda di asilo. “Quando sono andato a presentare la domanda alla questura di Viterbo è stata dura, la persona che ha accettato la domanda era un po’ rigida, sembrava imbarazzata per la mia richiesta”, racconta.

Dopo solo un mese Max è stato chiamato per l’appuntamento con la commissione territoriale: “Mi ricordo benissimo quel momento: era domenica, alle dieci di mattina, e ho ricevuto una telefonata in cui mi dicevano di andare a prendere questo foglietto per fare il colloquio. Ero felice, non ci potevo credere, ero preparato ad aspettare molti mesi prima di essere convocato e invece è stato più veloce del previsto”.

In tredici paesi del mondo l’omosessualità è un reato per cui è prevista la pena di morte, in 73 stati si può finire in carcere a causa del proprio orientamento sessuale, mentre in 14 paesi si rischiano condanne fino all’ergastolo. La convenzione di Ginevra sui rifugiati prevede che si possa chiedere la protezione internazionale quando si teme di incorrere in persecuzioni nel proprio paese di origine a causa del proprio orientamento sessuale. La protezione è prevista sia per coloro che sono perseguitati dalle autorità, sia per quelli che temono di essere vittime di violenze e persecuzioni da parte di soggetti non istituzionali. “Sentirsi illegali nel proprio paese è una cosa folle, mancano le parole per esprimere questo concetto, come si fa a vivere in una condizione in cui è vietato essere se stessi?”, chiede Giovanni mentre la voce gli si spezza.

" la persecuzione per motivi di genere è trasversale, attraversa molte culture " 

“Pensate ai ragazzi più giovani che si trovano a vivere in questa condizione di illegalità. In paesi come la Russia il numero dei suicidi è altissimo ma nessuno ne parla”, spiega Max. In Italia il circolo Mario Mieli e l’Arcigay hanno attivato degli sportelli per aiutare i migranti e i richiedenti asilo lgbt. “La maggior parte delle persone che si rivolge alla associazioni è costituita da richiedenti asilo che vengono da paesi africani dove l’omosessualità è punita pesantemente”, racconta Max.

“Le associazioni lgbt sono fondamentali in questo percorso di riconoscimento della protezione internazionale. Dobbiamo considerare che non è semplice per queste persone ammettere davanti a un’autorità di essere omosessuali, perché per loro potrebbe significare essere isolati dalle loro comunità, sia nei paesi di origine sia nei paesi di residenza”, spiega Carlotta Sami, portavoce in Italia dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr).

“Ci sono rifugiati per motivi di orientamento sessuale e identità di genere di molte nazionalità diverse, proprio perché la persecuzione per queste ragioni è trasversale, attraversa molte culture”, afferma Sami. “Più il contesto d’origine nega l’omosessualità, più è difficile per le persone trovare anche solo le parole per raccontare la loro esperienza”, continua Sami. Per questo è fondamentale che il riconoscimento di questo diritto avvenga attraverso l’ascolto attento di ogni singola storia da parte delle commissioni territoriali che in Italia valutano le domande di protezione internazionale. “Deve sempre essere valutata la gravità della situazione in cui incorrerebbe il richiedente asilo se facesse ritorno nel suo paese d’origine, e le reticenze di queste persone vanno valutate proprio nel contesto delle loro storie”.

Il rischio è che i profughi che scappano per motivi legati al loro orientamento sessuale siano vittime di due diversi pregiudizi: quelli che riguardano i migranti e quelli che riguardano gli omosessuali. “Per questo la battaglia per i diritti degli uni e degli altri deve andare di pari passo, sono battaglie che si rafforzano a vicenda”, conclude Sami.

Una perversione occidentale
La madre di Max chiama spesso a casa per sapere come sta suo figlio e gli chiede se ha trovato una fidanzata. “Non immagino che reazione potrebbe avere se le dicessi che il mio fidanzato si chiama Giovanni. È una persona molto gentile mia madre, molto forte, ma è omofoba”, dice Max.

Max racconta che in Russia essere gay significa vivere di nascosto. “Nel mio paese, l’omosessualità provoca sentimenti di disgusto nelle persone, si pensa che essere omosessuali sia una perversione occidentale”.

“I gay e le lesbiche suscitano sentimenti di paura, perché manca qualsiasi esperienza di cosa sia una coppia gay”, racconta. “Penso spesso a come reagirebbe mia madre, penso che ne sarebbe inorridita. Ma credo che prima o poi glielo dirò”.

“Potremo decidere di dirglielo quando ci sposeremo”, scherza Max, “se Giovanni non mi lascerà prima, perché ancora non ho imparato ad andare in bicicletta”.

Annalisa Camilli

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