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sabato 1 ottobre 2016

intervista a Porpora Marcasciano, Presidente del #Mit

Bologna, via Polese 22. È la sede del Mit. Vi aleggia un inaspettato clima di familiarità, accoglienza, affetto. A ricevermi Porpora Marcasciano, presidente di quest’importante associazione onlus. Ma di cosa si tratta? Quali le sue finalità? Ecco le risposte a questi come ad altri quesiti.

Porpora, siamo nella sede della Mit. Che cosa significa Mit?

Mit sta per Movimento Identità Transessuale. Inizialmente esso indicava Movimento Italiano Transessuale. Quando l’associazione ha esteso la sua attività anche a livello europeo nella lotta contro le discriminazioni legate all’identità di genere, abbiamo voluto mantenere l’acronimo ma con l’attuale significato.

Da quando è operativo?

Il Mit è nato negli anni ’80 con la finalità di difendere e sostenere i diritti delle persone transessuali. Esso è attivo a Bologna da una ventina d’anni e dispone di un consultorio e di uno sportello legale. Altri sportelli e servizi dell’associazione sono poi sparsi in tutta Italia da Verona a Catania.

Qual è uno dei traguardi che le persone transessuali hanno raggiunto in Italia?

Indubbiamente, l’ottenimento della legge 164 nel 1982. Quella, cioè, che consente il cambiamento di sesso.

Una tale normativa quando era ancora forte la Dc?

Eh, sì. Anzi racconto un aneddoto al riguardo. Quando nel ’99 io e altre componenti del Mit fummo ricevute al Viminale, l’allora ministra dell’Interni Rosa Russo Jervolino ci raccontò che durante la votazione al disegno di legge aveva fatto uscire dall’Aula, con una scusa, quei parlamentari della Dc, che sapeva essere contrari e più conservatori. Erano tempi diversi con un Pci ancora influente. Per non parlare, poi, del sostegno, che ricevemmo nell’82 dai Radicali. Aggiungo ancora un altro aneddoto. La legge passò alla storia come “legge Ventimiglia”, perché, quando fu necessaria la firma del presidente della Repubblica (che allora era Pertini), egli si spostò nella cittadina ligure, dato che si trovava in quei giorni a Nizza.

Quali altre leggi hanno ottenuto le persone transessuali?

Purtroppo nessuna. Colpa, anche, della paurosa involuzione, che la classe politica italiana vive da alcuni decenni.

Quale vuoto legislativo dovrebbe essere ancora colmato?

Beh, ce ne sarebbero tanti. È da tempo, ad esempio, che sono state depositate proposte di legge, per consentire la rettifica dei dati anagrafici delle persone transessuali, che non si sono sottoposte all’intervento chirurgico di cambio del sesso. Ci possono essere tanti motivi che spingono a ciò. Come, a esempio, quelli legati alla salute. Ognuno di noi ha il diritto di decidere del proprio corpo e, soprattutto, di vivere la propria identità di genere  senze doversi sottoporre per forza a un’operazione. Visto che i signori parlamentari non l’hanno voluto capire, ci ha pensato la Corte di Cassazione con una sentenza storica del 2015. Da allora è questa la via da percorrere. Presentare, cioè, ricorso presso un tribunale. Ne sono stati già accolti tanti dai vari giudici, che hanno consentito la rettifica come richiesto. Un passo importantissimo. Ma in un Paese civile è grave che quanto garantito a livello giurisprudenziale non lo sia a livello legislativo.

Altro punto dolente è quello che riguarda l’approvazione di norme per contrastare l’omo/transfobia…

Capitolo tristissimo. Non mi dilungo sul relativo ddl Scalfarotto, la cui discussione in Parlamento s’è fortunatamente arenata. Dico fortunatamente, perché esso andrebbe totalmente riscritto e poi presentato al dibattito in Aula. Detto questo, la situazione è gravissima. Il pregiudizio e la paura irrazionale contro le persone trans è la causa principale dei crimini commessi contro le stesse. La transfobia si manifesta, poi, con un livello di altissima brutalità, che sfocia il più delle volte nell’uccisione delle persone transessuali.

C’è stato, dunque, un crescendo di atti transfobici in questi anni? E secondo quali percentuali?

Non posso dare dati assolutamente precisi, perché – e qui sottolineo anche la nostra mancanza – non abbiamo tutti i dossier relativi. Fatta eccezione degli omicidi, sulla base di quanto raccolto presso i nostri sportelli posso dire che la percentuale è molto alta.

La transfobia si manifesta anche a livello familiare?

Certo. Mica è soltanto quella che avviene in strada con violenza fisica e verbale. Sono non poche le persone transessuali maltrattate in famiglia e gettate al di fuori. Qui a Bologna ne vivono appunto due, in una nostra casa, dopo essere state abbandonate dai familiari.

Ho da tempo l’impressione che anche nella comunità gay ci siano a volte pregiudizi verso le persone transessuali. Che ne pensi?

Hai ragione. È conseguenza di quelle paure che ci portiamo dentro, paure interiorizzate. Molti gay hanno timore d’essere giudicati. Le persone transessuali possono rappresentare ai loro occhi un simbolo di estrema “diversità”. Mi viene, a esempio, in mente la questione che si ripresenta annualmente in occasione del Pride. Leggo e sento dire: “Evitiamo carnevalate. Bisogna sfilare in maniera normale”. Sono persone che non hanno capito niente del significato del Pride. Sono persone che ignorano le origini dei moti di Stonewall e del ruolo avuto da Sylvia Rivera. È una festa o no? Ognuno a una festa andrà pure vestito, come gli pare È la solita involuzione bigotta, di cui parlavamo prima in riferimento alla classe politica. Inoltre non è un caso che la “normalità” si è sempre declinata al singolare, mentre la “diversità” al plurale. È opportuno fare i conti con quell’omofobia interiorizzata, che alla fine è presente in ciascuno, e sradicarla.

Francesca Lepore

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