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giovedì 16 giugno 2016

strage di Orlando, la difficoltà italiana di dire "siamo tutti gay"

Facciamoci una domanda, apparentemente semplice: perché si va in un locale definito, nel linguaggio quotidiano, come “bar gay”? Semplice. Viviamo in una società in cui essere persone Lgbtqi è ancora problematico. Questo si traduce nel semplice fatto che se io volessi chiedere un appuntamento al ragazzo che vedo tutti in giorni in tram, potrebbe anche accadermi di essere insultato o aggredito. Allora si va nei luoghi “abitualmente frequentati da omosessuali” per star tranquilli. Lì, se vedrò il tipo del tram, posso cercare di invitarlo a cena o avere un due di picche perché non sono il suo tipo. Ma tutto avverrebbe in un ambiente che mi prevede e che, in un certo qual modo, mi tutela. È il luogo, in altre parole, in cui si sperimenta un’identità.

Facciamocene un’altra: come mai, ci si chiede, non si è data la stessa risonanza alle vittime della strage di Orlando come si è fatto per i fatti di Parigi e Bruxelles?

Aggiungo un’ulteriore considerazione: a leggere i commenti sul web, non avrebbe nemmeno senso parlare di morti gay, perché a morire sono persone. E questa critica avviene anche dentro una parte della comunità che, nella pur comprensibile esigenza di sottolineare l’umanità violata delle vittime, rischia di cancellarne l’aspetto identitario, che può essere più o meno forte, rivendicato o inconsapevole, ma che c’è. Questa forma di negazionismo nasconde la ragione per cui un assassino – non importa se affiliato all’Isis o meno – ha fatto quel che ha fatto. C’è la violenza ed è innegabile: la stessa avrebbe potuto uccidere con la stessa dinamica qualsiasi altra persona, con un proiettile che ti buca un polmone o ti attraversa il cuore. E questo ci rende tutti indistintamente uguali, con buona pace di chi ci descrive come contrari alla norma o alla natura.

Quell’assassino, però, ha agito contro quella comunità perché la odiava per una probabile forma di omofobia interiorizzata, se è vero che frequentava abitualmente quel bar e che cercava appuntamenti nelle chat gay. E se pure per questa ragione (ma siamo nel rango delle mere ipotesi) si fosse affiliato al califfato, la scelta di attaccarla, di violare un suo luogo specifico in cui essa vive la propria identità non è casuale, ma rappresenta un assalto a quelle persone, a ciò che rappresentavano e vivevano. Negarlo significherebbe ucciderle due volte. Stampa e media hanno osservato questo silenzio senza commemorazione. Il nostro sistema dell’informazione ha qualcosa da farsi perdonare e qualcuno a cui chiedere scusa, quindi. Ma non è il solo.

È rimbalzata la notizia che durante la partita Italia-Belgio le due squadre di calcio non abbiano sentito il dovere di osservare il rituale minuto di silenzio, per onorare e ricordare le vittime. E questo è indicativo di come la nostra cultura, quella che si riconosce in canoni di normalizzazione – e a ben pensarci, il calcio è lo sport più “maschio” che esista, laddove “maschio” coincide molto spesso con “eterosessuale” – tratta i suoi morti. Ci sono quelli di serie A, come le vittime parigine e belghe che non si trovavano certo in un bar gay, e altri di serie B che in quei luoghi ci vanno. Per i primi, solidarietà e dolore, esibito, gridato e rivendicato. Per i secondi, generica indignazione, dovere di cronaca e basso profilo.

In questa parabola che confonde tristezza e dolore, emergono le tragiche gaffe di Francesco Cosatti, giornalista sportivo, e di Sport Mediaset che su Twitter hanno scambiato addirittura il simbolo arcobaleno del mondo Lgbt proiettato sulla Torre Eiffel, per un omaggio calcistico all’Italia per la sua vittoria (tweet per fortuna poi rimossi). Come se il mondo fosse un luogo creato affinché si possa poggiare un pallone da far calciare da un nostro connazionale, al cospetto ammirato di chi ci riconosce almeno la gloria degli stadi, di fronte a un sentimento nazionale svilito da una classe politica che dal fascismo a oggi ci ha più volte fatto vergognare di vivere in questo Paese.

Viviamo, per capirci, in una realtà che ricorda parole come “froci”, “camioniste” e “travoni” ma poi dimentica l’identità di persone omosessuali e transessuali proprio quando si dovrebbe sottolineare la ragione per cui vengono uccise. Una società eterosessista che ha preferito dimenticare quali sono le vere ragioni dell’odio contro il popolo arcobaleno. Odio che tra un family day e una sparatoria, a seconda di quale sponda dell’Occidente stiamo parlando, porta alla morte della dignità e/o del corpo. Per qualcuno è rassicurante, anestetizza il proprio senso di responsabilità. Ma ciò non rende meno responsabile quel sistema culturale che divide i vivi in persone più degne di altre (e più uguali, di conseguenza) e i morti in martiri e cadaveri semi-invisibili. E questo, come già detto, uccide quella gente due volte: nel corpo e nella memoria.

Dario Accolla






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