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giovedì 23 giugno 2016

"stepchildadoption"; una pronuncia che spacca la maggioranza

Stralciata dalla porta della legge sulle unioni civili per incassare a febbraio il sì dei centristi di Angelino Alfano al Senato dopo il dietrofront del M5S, la stepchild adoption rientra come previsto dalla finestra della Cassazione. E torna a spaccare la maggioranza e il Pd, in un momento già delicato per il governo.

Sotto il fuoco di fila degli esponenti di Area popolare finiscono i giudici. La colpa? Non aver tenuto nella giusta considerazione la legge Cirinnà, che a loro avviso escluderebbe alla radice la possibilità della stepchild. Tesi respinta dal Pd, che ricorda la “clausola di garanzia” aggiunta alla fine del comma sulle adozioni proprio per non sottrarre ai giudici la facoltà di valutare caso per caso.

La Suprema Corte ha chiarito comunque che la legge, entrata in vigore il 5 giugno scorso, non si applica alla fattispecie esaminata, «ratione temporis e in mancanza di una disciplina transitoria». «La volontà del legislatore non è oscura alla luce di ciò che in quella legge è scritto, di ciò che non è scritto e di ciò che era stato scritto ed è stato soppresso», sostiene invece il ministro per la Famiglia Enrico Costa. «Vuoti normativi da colmare oggi non ce ne sono. Detto questo, le sentenze si rispettano». Duro il capogruppo di Ap alla Camera, Maurizio Lupi, secondo cui «è gravissimo» che la sentenza non tenga conto del provvedimento vigente.

Ma è il ministro della Giustizia Andrea Orlando (Pd) a ricordare: «Si sapeva che quando il Parlamento ha deciso di non intervenire in questa materia, sarebbe stata rimessa alla giurisprudenza. E così è avvenuto». Più in generale, il principio secondo cui la valutazione del giudice parte da un’attività istruttoria caso per caso è «in larga parte insuperabile, qualunque normativa si introduca». Con lui tanti dem, dal sottosegretario Ivan Scalfarotto («È un ulteriore passo di civiltà») a Monica Cirinnà: «La Cassazione stabilisce finalmente che quanto abbiamo sostenuto, e purtroppo dovuto stralciare dal testo, è legittimo ma soprattutto è giusto. In Italia la giurisprudenza non ammette discriminazioni tra bambini, né per il modo in cui sono nati né per l’orientamento sessuale dei loro genitori». A chi, come Maurizio Sacconi (Ap), parla di «sovversione antropologica incoraggiata dalla sinistra», Cirinnà replica: «Si è solo all’inizio di un percorso normativo, richiestoci dalla Corte europea e dalla nostra Corte costituzionale, che riconosca diritti e uguaglianza a tutte le famiglie». Ma anche all’interno del Pd riesplodono i malumori dell’ala cattolica. Il senatore Stefano Lepri sceglie di minimizzare: «La sentenza ha un valore relativo, perché una decisione presa da una sezione semplice non fornisce alcun indirizzo stringente».

Intanto le opposizioni di parte di Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Idea - che hanno chiesto un referendum abrogativo della prima parte della legge - ne approfittano per attaccare «il governo Pd-Ncd-Verdini» che, parola del leghista Massimiliano Fedriga, «toglie il diritto ai bambini di avere un papà e una mamma, avalla la pratica dell’utero in affitto e uccide la famiglia naturale». Esultano invece le famiglie arcobaleno e le associazioni come Arcigay. Ma anche la giudice minorile Melita Cavallo, estensore della decisione di primo grado da cui è originata la pronuncia della Cassazione: «Mi rende felice, perché garantisce il minore e nel caso specifico permette a una bimba di avere una seconda mamma a tutti gli effetti».

La polemica politica (con il silenzio eloquente dei Cinque Stelle) conferma comunque quanto sia in salita la strada di una riforma delle adozioni che apra alle coppie gay. In questa legislatura, nonostante le audizioni già avviate in commissione Giustizia alla Camera, sembra una missione impossibile.


Manuela Perrone


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