BOTTONI [1]

mercoledì 22 giugno 2016

lettera aperta a Nichi Vendola, sui figli e le bandiere dei diritti civili

Caro Nichi Vendola,
 
ho letto con commozione l’intervista rilasciata a Francesco Merlo per Repubblica. Il quadro che ne viene fuori quasi riesce a far dimenticare quegli insulti osceni che ti e vi sono stati rivolti (perdonerai se mi permetto di darti del tu) quando si è diffusa la notizia dell’arrivo di Tobia Antonio in questo mondo. Insulti e offese non dissimili da quelli che, da tempo, ricevono tante coppie gay e lesbiche con figli, in questo paese che ha deciso che l’omofobia è un’opinione e in cui presunti difensori dei diritti delle donne pensano di poter decidere loro per tutte le donne, bontà loro.
 
È la vita, la tenerezza, la gioia di una famiglia, quella che emerge dal racconto che fai tramite Merlo. Una gioia che coinvolge anche le donne che hanno partecipato alla nascita di Tobia Antonio, la donatrice e la portatrice. Donne consapevoli e serene, che nessuno può né vuole sfruttare, che hanno scelto in totale autonomia e autodeterminazione, di aiutare te ed Ed a realizzare il sogno di essere padri. Egoismo, dice qualcuno. Come se i figli delle coppie etero venissero al mondo per scelta loro e non dei loro genitori. Ma questo è un altro discorso.
 
È la storia di una famiglia che si ingrandisce e accoglie una vita con tutta la naturalezza possibile, come quella di tante coppie gay e lesbiche che, da molti mesi a questa parte, hanno scelto di fare conoscere a tutti la loro intimità, consapevoli che è anche grazie alla conoscenza diretta delle vite delle persone che cadono i pregiudizi e si può tentare di combattere l’odio della discriminazione e la “paura” di ciò che non conosciamo.
 
È proprio questo il punto. E tu che hai fatto della visibilità del tuo essere omosessuale una bandiera politica, tra i primi personaggi pubblici a fare coming out, questo lo sai benissimo.
 
Da dopo le violente polemiche sulla nascita di vostro figlio, sulla vicenda è calato un rispettoso silenzio.
Ora esce questa bella intervista, con cui i lettori di Repubblica entrano in casa vostra, “vedono” il tavolo trasformato in fasciatoio, tu che passi Tobia Antonio a Ed, le verdure nell’orto, gli occhi della nonna. C’è molta intimità, in quell’intervista, nella quale leggiamo: “Non permetteremo che il corpo di nostro figlio diventi una bandiera dei diritti civili”.
Una scelta non solo legittima, ma anche comprensibile, se la inquadriamo nell’urgenza di ogni genitore di proteggere i propri figli dal peggio che questo mondo sa offrire. Un’urgenza che, però, condividono anche i genitori gay e lesbiche che hanno fatto una scelta di segno decisamente opposto.
 
Leggendo quella frase, il mio pensiero è andato a Luca, che leggerà negli atti parlamentari del Senato le violente accuse fatte ai suoi papà, a Nina e Cloe protagoniste con le loro mamme della copertina di un noto settimanale che sui social network ha ricevuto insulti irripetibili, a Levon i cui occhi sorridenti resteranno per sempre immortalati tra i visi delle sue mamme nelle immagini della campagna dell’Onda Pride 2015, ai tanti volti dei bambini che ogni anno sfilano con i loro genitori ai pride di tutta Italia e che da grandi leggeranno di essere “stati strumentalizzati” e a quelli che sono stati ripresi e fotografati in servizi televisivi e giornalistici ai quali non sono arrivate parole più gentili. famiglie_roma_prideNiente di tutto questo ha impedito alle famiglie arcobaleno di andare avanti, consapevoli che nella loro intimità sapranno tutelare i loro figli fornendo loro gli strumenti educativi e culturali giusti, circondandoli di parenti e amici che li amano e li rispettano.
 
Quei bambini sono diventati “bandiere dei diritti civili”, come le vite dei loro genitori. Perché in questo paese, in questo momento, bisogna scegliere da che parte stare. A quei bambini e ai loro genitori, tutti noi dobbiamo molto, anche i gay e le lesbiche che non hanno figli e che non ne vorranno mai avere. E non è stata una scelta facile, per quelle coppie, combattute tra il naturale senso di protezione che qualsiasi genitore prova e la consapevolezza che c’è una battaglia da combattere, per lasciare proprio ai nostri figli un mondo migliore di quello in cui sono nati.
 
Lo ripeto, a scanso di equivoci: quella di non sovraesporre vostro figlio è una scelta assolutamente legittima e rispettabile che nessuno si può permettere di contestare e che avevamo compreso tutti, dato il silenzio degli ultimi tre mesi, interrotto da questa intervista. Ed è comprensibile che la preoccupazione nasca anche dalla notorietà di almeno uno dei suoi papà. È solo che dire “non permetteremo che il corpo di nostro figlio diventi una bandiera dei diritti civili”, forse, non rende onore a quelle famiglie che tu stesso racconti di aver frequentato e grazie alle quali hai superato i tuoi dubbi, che si battono ogni giorno, coi loro figli e le loro figlie in braccio e per mano. Rischia, inoltre, di prestare il fianco a chi parla di bambini strumentalizzati ai Pride o alle manifestazioni per i diritti civili. Soprattutto perché a dirla è uno con la tua visibilità e la tua notorietà. E questo, caro Nichi, non ce lo possiamo permettere.
 
Caterina Coppola


 
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