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giovedì 21 aprile 2016

tre storie per raccontare chi è l’avvocato James Esseks

Come membro delll’Unione americana per le libertà civili si muove dietro le quinte. Ma fa un lavoro fondamentale: fare in modo che le storie giuste arrivino alle orecchie di quante più persone possibile e che le parole giuste arrivino alle orecchie di chi deve decidere.

In attesa dell’arrivo nelle sale italiane del film Stonewall, il 5 maggio, continua il viaggio alla riscoperta delle migliori battaglie per i diritti civili nel mondo.

Ci sono molti modi per raccontare una storia, o una persona. Si può partire dal principio oppure no, seguire l’ordine cronologico oppure no.

Per esempio. La prima volta (o almeno credo) che ho sentito parlare di omogenitorialità è stato all’inizio degli anni 2000, in un dvd che avevo noleggiato un po’ per caso, un po’ per Chloë Sevigny. Si chiamava Women e non era un film vero e proprio, ma un prodotto per la tv via cavo americana che raccontava tre storie ambientate nella stessa casa. Se i muri potessero parlare, recitava infatti il titolo originale: non per raccontare la storia della casa ma per raccontare tre coppie lesbiche in tre diversi periodi storici.

L’ultima di queste tre coppie, composta da Sharon Stone ed Ellen DeGeneres, stava cercando di fare un figlio. A pensarci adesso, la cosa più pazzesca è stata che non mi aveva stupito per niente, e senza neanche rendermene conto mi ero ritrovata a fare il tifo per loro.

Negli Stati Uniti, probabilmente, la prima volta che tutti o quasi hanno sentito parlare di omogenitorialità, anche se ancora non si chiamava così, è stato grazie a Steven Lofton e a Roger Croteau, la cui storia ha addirittura spinto l’attrice e conduttrice Rosie O’Donnell a fare coming out.

Siamo più o meno alla fine degli anni Ottanta. Steven e Roger sono entrambi infermieri pediatrici, stanno insieme da quando si sono conosciuti, ai tempi dell’Università, e insieme crescono Bert Sanchez, uno dei figli affidatari di Lofton. L’hanno portato a casa quando aveva nove settimane e tutti pensavano che non sarebbe sopravvissuto molto a lungo: la madre era sieropositiva e lo era anche lui, non c’erano ancora farmaci efficaci e nessuno se l’era sentita di prendersi cura di quel neonato e degli altri come lui.


È la metà degli anni Novanta quando Steven e Roger ricevono una buonissima notizia: Bert è risultato sieronegativo alle ultime analisi. La gioia dura molto poco, però: stando alle leggi della Florida adesso Bert è adottabile da una famiglia. Una famiglia vera, dicono, composta da una mamma e da un papà. Poco importa che per lui la famiglia siano loro, che l’hanno cresciuto, e i suoi fratelli e sorelle.

Edie Windsor si è innamorata per la prima volta nel 1948. Era al college, stava scrivendo una tesina sul rapporto Kinsey. Aveva un fidanzato, perché era giusto così, ma è stata una donna a toglierle il fiato. Ha lasciato il fidanzato, poi si è rimessa con lui perché voleva vivere una vita normale. E ci prova, lo sposa: “se fossi stata etero”, dirà poi, “sarebbe stato probabilmente l’uomo della mia vita”. Ma il matrimonio dura poco meno di un anno. Edie si trasferisce a New York, sperando di incontrare la sua anima gemella.

Qui incontra Thea nel 1963 al Portofino, un ristorante. Ha sentito dire che il venerdì sera lì è pieno di lesbiche. Ballano insieme tutta la notte, iniziano a vedersi sempre più spesso. Per giustificare le numerose telefonate che riceve al lavoro, Edie racconta ai colleghi di essersi fidanzata con il fratello di Thea. E invece si fidanza con lei: al posto di un anello, Thea le appunta sul petto una spilla di diamanti. L’omosessualità è ancora considerata una malattia mentale (e lo sarà ancora per sei anni), non possono rischiare domande indiscrete.

Girano il mondo: nel 1969 stanno tornando da un viaggio a Venezia quando passano dal Village in taxi. È la notte del 28 giugno, quella dei moti di Stonewall. Che le cose stiano iniziando a cambiare?

Per Edie e Thea cambiano davvero nel 1977, quando a Thea viene diagnosticata la sclerosi multipla. Possono viaggiare sempre meno: Thea ha bisogno di un bastone, prima, di stampelle, poi. Infine, della sedia a rotelle. Continuano a ballare: Edie, in braccio a Thea. “Non sono mai stata la sua infermiera”, dirà poi Edie: “sono sempre stata la sua amante”. Anche se, quando finalmente sono riuscite a sposarsi, dopo quarantadue anni insieme, uno dei testimoni ha dovuto sorreggere la mano di Thea perché Edie potesse infilarle l’anello: non era più in grado di sollevarla da sola.

Quando Thea è morta, Edie ha dovuto pagare centinaia di migliaia di dollari di tasse di successione perché il loro matrimonio, contratto in Canada, non era riconosciuto dallo Stato.

Jim Obergefell e John Arthur, invece, li ho visti per la prima volta in una fotografia: sorridevano su un aeroplano. Jim è appoggiato allo schienale. Non lo so ancora, ma sta morendo.

Jim e John si conoscono nel 1992. Hanno frequentato la stessa università senza mai incrociarsi, sono degli amici a presentarli in un bar ma ci vogliono tre appuntamenti prima che decidano di piacersi. E tanto.

Vanno a vivere insieme, non si lasciano più. In Ohio le cose non sono facili, per loro; non hanno nessun diritto. Vorrebbero sposarsi, perché quando stai con l’amore della tua vita prima o poi ti viene in mente, di fare questa cosa, di dichiarare il tuo amore di fronte a tutti, ma non si può. Solo che a un certo punto per loro diventa necessario. A John, nel 2011, viene diagnostica la sclerosi laterale amiotrofica. Una condanna a morte. “In salute e in malattia”, recitano i voti che ci si scambia quando si dice sì. Ma in Ohio dire sì è ancora proibito.

A Baltimora invece si può. È per questo che Jim e John sono su quell’aeroplano, insieme a un’infermiera e alla zia di John, che officerà il matrimonio. Una cerimonia brevissima, prima di tornare a casa. Un matrimonio brevissimo; dopo tre mesi John Arthur muore. Ma sul suo certificato di morte del matrimonio non c’è traccia. Nonostante i ventun anni passati insieme a Jim, nonostante il fatto che sia stato lui a prendersene cura nel corso della sua malattia. Nonostante il fatto che, in quei tre mesi, entrambi abbiano usato la parola “marito” più e più volte: è bello poterlo dire.

Queste tre storie non sembrano avere molto in comune: sono tutte e tre molto belle fino a quando non diventano molto tristi; parlano tutte e tre d’amore e di diritti negati; hanno tutte e tre un altro protagonista, che però non si vede. Un protagonista di quelli che restano un po’ nell’ombra, e che però grazie alle cose che fa in quell’ombra fa si che i finali vengano riscritti. E non solo quelli di queste tre storie, ma tanti altri.

Questo protagonista nascosto si chiama James Esseks ed è un avvocato. Ha studiato prima a Yale e poi ad Harvard e, dal 2001, è entrato a far parte dell’ACLU, l’Unione americana per le libertà civili. La sua, di storia, non la leggiamo da nessuna parte. Il suo compito è quello di fare in modo che le storie giuste arrivino agli occhi e alle orecchie di quante più persone possibile, che le parole giuste arrivino agli occhi e alle orecchie di chi deve decidere.

La storia di queste famiglie e di tutte le altre in ogni parte d’America è il motivo per cui l’opinione pubblica sta mutando così rapidamente, ha detto. Ricordando che ci sono voluti cinquant’anni di lotte per vincere questa battaglia – e, forse, anche di una persona come lui che nonostante le difficoltà e le sconfitte ha saputo guardare avanti.

Ci sono molti modi per raccontare una storia, o una persona. Per raccontare James Esseks ho scelto di raccontare tre dei casi che ha seguito, una sconfitta e due faticosissime vittorie, i tre casi per cui ricorderemo il suo nome, i tre casi per cui migliaia di famiglie hanno avuto e avranno la possibilità di essere considerate tali.


Chiara Reali

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