PUBBLICITA'- RISTORANTE IL FEUDO

BOTTONI [1]

giovedì 21 aprile 2016

quando Hollywood era omofoba

Fino a pochi anni fa l’omosessuale sullo schermo faceva sempre una brutta fine. Il primo a studiare questo “strano” fenomeno si chiama Vito Russo: negli anni ’80, in certi ambienti, era più celebre di Liz Taylor.

In attesa dell’arrivo nelle sale italiane del film Stonewall, il 5 maggio, continua il viaggio di Wired alla riscoperta delle migliori battaglie per i diritti civili nel mondo.

Quando pensiamo all’omofobia probabilmente ci vengono in mente scene da Pubblicità Progresso: insulti urlati, risate di scherno, occhi lividi. O qualche titolo di giornale in occasione delle aggressioni più eclatanti. La violenza – fisica, psicologica o verbale – nei confronti di gay e lesbiche, però, è solo parte della definizione. Un’altra parte, per esempio, è quella che ha a che fare con il modo in cui le loro storie vengono raccontate, magari da quegli stessi giornali.

Faccio questa premessa perché la storia di Vito Russo è, tra le altre cose, una storia di lotta all’omofobia, ma condotta in un modo incredibile: attraverso una storia del cinema, e del modo in cui Hollywood ha raccontato l’omosessualità, prima; e attraverso la Gay and Lesbian Alliance Against Defamation (oggi conosciuta come GLAAD), poi.

Parlare di Vito Russo non è impresa semplice: perché è stato talmente tante cose, per talmente tante persone, che limitarsi solo a una parte della sua vita sembra quasi di fargli un torto. Per darvi un’idea: nella sua biografia un amico ricorda di avere detto a un conoscente: “Ho incontrato Vito Russo e Liz Taylor!“. “Conosci Vito Russo?” È stata la risposta incredula del conoscente.

Ecco, negli Stati Uniti Vito Russo, a un certo punto e almeno per alcuni, è stata una persona più importante di Liz Taylor. E mi piace iniziare a raccontarlo così perché ha molto a che fare con il lavoro che ha fatto – che poi, in parte, somiglia al lavoro che adesso faccio io: fare in modo che le persone LGBT siano rappresentate dai media in maniera corretta.

Vito Russo nasce nel 1946 a New York, dove trascorre l’infanzia: una New York che assomiglia incredibilmente a quella disegnata da Will Eisner. La sua prima passione è il cinema, dove si nasconde ogni volta che può. I genitori, per metterlo in castigo, gli vietano di andarci: però verso la fine degli anni Cinquanta gli regalano un piccolo proiettore, con cui Vito organizza numerosi cineforum privati per gli amici. Adora i film dell’orrore ma anche quelli drammatici, i musical e le commedie. E soffre quando la famiglia decide di trasferirsi a Lodi, nel New Jersey, per realizzare il sogno di una casa più grande e di una vita più tranquilla.

Durante gli anni delle superiori inizia a scrivere per il giornalino della scuola: è la scusa che gli serve per tornare in quel di Manhattan (e di Broadway). E il suo amore per New York emerge ogni volta che racconta il suo coming out: sa benissimo che se fosse cresciuto a Lodi avrebbe pensato di essere l’unico gay al mondo, ma a Manhattan gay e lesbiche non mancavano, ed erano visibili.

Una cugina lesbica e un cugino pansessuale completano il quadro: non è stato difficile per Vito riuscire a capire chi fosse fin da bambino, ma sa benissimo che non per tutti è così. E sa benissimo che parlare di quello che prova gli è comunque difficile: gli mancano le parole per farlo, le uniche che conosce sono gli insulti che gli rivolgevano i ragazzi del quartiere quando era piccolo.

Di quel periodo racconta che “mai, neanche per un secondo, ho creduto che essere gay fosse sbagliato, fosse un peccato, che l’omosessualità fosse una cosa cattiva. L’omosessualità non è una cosa che si fa: è una cosa che si è“. Dovevano ancora passare dieci anni prima dei moti di Stonewall.

Per fortuna che ci sono i film. Victim, uscito nel 1961, aveva come protagonista Dirk Bogarde nei panni di un avvocato accusato di omosessualità. Nel 1962 Russo vede il suo primo bacio tra due uomini sullo schermo, in Uno sguardo dal ponte. Nello stesso anno Shirley MacLaine appare sulla copertina di Life: è in uscita nelle sale Quelle due:


Insomma: l’omosessualità in questi film è raccontata come una cosa terribile, una cosa che rovina la vita, o che te la fa togliere.

Per questo una delle vite di Russo, quella che vi sto raccontando, è stata dedicata a fare in modo che non fosse così, che l’omosessualità fosse invece raccontata per quello che è – non una cosa che si fa, una cosa che sì è, appunto. Può sembrare quasi scontato, nel 2016, se pensiamo a Weekend o a Orange Is The New Black, giusto per fare due nomi: non lo era di certo negli anni Ottanta, quando l’AIDS, oltre a mietere vittime, ha contribuito a incendiare gli animi e a trasformare la comunità gay in un capro espiatorio.


Già dall’inizio degli anni Settanta Vito Russo gira gli Stati Uniti per raccontare quello che diventerà poi il suo libro, Lo schermo velato (pubblicato nel 1981), in una serie di lezioni accompagnate da spezzoni di decine e decine di film, raccolti su segnalazione di amici e conoscenti.

Film in cui ancora la parola gay o omosessuale non veniva pronunciata, ma in cui gli uomini che non si comportavano abbastanza da uomini o le donne che si comportavano un po’ troppo come uomini subivano lo stesso destino.

Lo schermo velato, trasformato anche in un documentario nel 1995 dal regista Rob Epstein, racconta gay e lesbiche, dopo essere stati per tanto tempo invisibili, hanno iniziato ad apparire ma solo come vittime o come carnefici. “Non ci sono mai stati gay e lesbiche nei film di Hollywood, solo omosessuali”, scrive Russo: per dire (anche) che i gay e le lesbiche che conosce lui non assomigliano per niente a quelli che vede ritratti al cinema.

Un’operazione straordinaria: anche perché Vito Russo decide che il suo libro dovrà essere capito da tutti, persino da sua madre. E perché, in fondo, ama alla follia anche i film che vuole criticare. Ma, soprattutto, perché vuole a ogni costo dargli un lieto fine – quello che nei film è sempre mancato. Il mondo che immagina per sé e per i suoi lettori è un mondo in cui gay e lesbiche si piazzano dietro e davanti alla cinepresa per raccontare le proprie vite e per farlo nel modo giusto.


E libro dopo libro, articolo dopo articolo, comunicato stampa dopo comunicato stampa (cercare informazioni sui primi anni di GLAAD negli archivi del New York Times mi ha incantata per ore), forse quel mondo è quello in cui viviamo. È di pochi giorni fa la notizia che in una delle prossime puntate di Faking It sarà introdotto un nuovo personaggio transgender, Noah, recitato da un attore transgender, Elliot Fletcher.

E la puntata sarà diretta da Silas Howard, un regista transgender. In Italia abbiamo avuto l’esempio incredibile di Vite Divergenti. Sono ancora casi isolati, è vero, ma non posso fare a meno di essere grata a Vito Russo per aver provato a immaginare il futuro in cui viviamo. Nessuno più di lui ha mai capito quanto sia importante. Se puoi immaginarlo, puoi farlo.


Chiara Reali

0 commenti:

PUBBLICITA' - GIORDANO