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giovedì 21 aprile 2016

come si diventa attivisti lgbt ? intervista a Porpora Marcasciano

Due chiacchiere con la presidente del MIT, il Movimento identità transessuale di Bologna, per capire com’è cambiato il modo di fare attivismo in Italia negli ultimi 40 anni.

In attesa dell’arrivo nelle sale italiane del film Stonewall, il 5 maggio, continua il viaggio di Wired alla riscoperta dei precursori del movimento lgbt italiano.

Presidente del MIT, il Movimento identità transessuale di Bologna. Direttrice di Divergenti, il festival internazionale di cinema transessuale, giunto all’ottava edizione. Autrice di AntoloGaia, un’autobiografia che ripercorre buona parte della storia del movimento LGBT italiano: un curriculum impressionante, quello di Porpora Marcasciano, che abbiamo sentito per un viaggio nel passato, nel presente e nel futuro della lotta per i diritti.

Qual è stato il momento in cui hai pensato di essere diventata attivista?

“La prima volta che l’ho pensato è stato quando ho fatto coming out. Era il 1975, una volta al mese nel Liceo Scientifico che frequentavo si teneva un’assemblea su questioni che sceglievamo noi. Quella volta avevamo deciso di parlare dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Gli amici del collettivo politico del liceo conoscendo la mia situazione – allora mi consideravo omosessuale – mi chiesero di raccontarmi.

La cosa mi terrorizzò: erano altri tempi. La parola omosessuale l’avevo sentita per la prima volta al telegiornale. Già due anni prima avevo iniziato la mia militanza nei movimenti di liberazione, ma quello è stato il momento in cui è iniziata la mia storia come attivista lgbt. Gli altri già sapevano, non ne facevo mistero – ma dirlo pubblicamente è stata tutta un’altra cosa”.

Avevi avuto altri esempi di coming out?

“No, il coming out come prassi politica è cosa più recente, degli ultimi vent’anni. C’erano poche militanti gaie, e ci limitavamo a essere, non ci dicevamo. Avevo ordinato Omosessuale – Oppressione e liberazione di Dennis Altam da Arcana, mi è arrivato in busta chiusa: è stato il mio primo primo strumento di comunicazione col mondo, la prima volta in cui leggevo qualcosa che parlasse di liberazione omosessuale”.

E però allo stesso tempo hai percepito la portata politica di quel coming out.

“La percepivo, ma non come adesso. Quell’atto per me era un atto di ribellione ma ancora non riuscivo a intrecciarlo con una pratica politica e rivoluzionaria più alta. Pensavo che essere gay o dirsi gay o impegnarsi per la liberazione gay non combaciasse al cento per cento con le rivendicazioni del movimento rivoluzionario che c’era all’epoca. Non c’erano i nomi per dirci e per dirsi, non c’erano discorsi, non c’era internet, non c’era la televisione, non c’era quello che ci faceva capire delle cose. Te le dovevi cercare. Non era facile e non era scontato. Quello è stato un momento importante della mia vita ma mi ci è voluto del tempo per inserirlo in un sistema più grosso di pratiche, di politica, di associazionismo, di movimento”.

E poi?

“Poi mi capitò di partecipare alla prima assemblea frocia nel 1977 a Bologna. Università occupata, convention del movimento studentesco. C’era un’assemblea di militanti: erano considerate delle pazze, delle temerarie. Entrai in punta di piedi – non era scontato, avevo quasi paura. All’epoca non si parlava di diritti: i diritti dovevano ancora arrivare. Quello che cercavamo di prenderci era la visibilità. Per secoli eravamo rimasti nel buio, dovevamo negarci per non finire in galera o nei manicomi, per non rischiare l’elettroshock. Solo quando il movimento è diventato associazione, ha iniziato a radicarsi, è diventato possibile reclamare una serie di diritti che fino a quel momento erano impensabili. Anche solo la possibilità di essere riconosciuti come omosessuali. L’omosessualità fino al 1991 la trovavi nel DSM, il manuale diagnostico e statistico delle malattie mentali. Avevamo un mondo ancora da costruire”.

Dall’invisibilità alla visibilità, ma la gioia dev’essere durata poco: gli anni Ottanta e la crisi dell’Aids era alle porte. Cos’è successo?

“Ci stavamo riprendendo la scena, la vita. Era tutto bellissimo. Il problema è sorto con l’arrivo dell’Aids, ci si appiccicò addosso l’etichetta di untori, di appestati. Fummo messi sotto accusa. Il corpo, la sessualità, la fisicità erano i principali accusati: tutto ciò su cui avevamo basato la nostra prassi. Stavamo sulla scena con i nostri orpelli, con i nostri travestimenti: bastava un foulard, un occhiale da sole alla Mina, una linea di kajal, un po’ di rossetto. Erano tutte azioni di rottura che servivano a noi per sentirci, riappropriarci della nostra identità e tornare in scena, una scena su cui non eravamo mai stati. L’arrivo dell’AIDS ha cambiato un’epoca: gli usi e i costumi, ma non c’è stata molta consapevolezza di questo cambiamento. Almeno, non in Italia. Negli Stati Uniti è stato devastante, molto più che da noi, ma lì hanno avuto la capacità di reagire, rispondere e soprattutto di riflettere”.

Che differenze ci sono tra l’Italia e gli Stati Uniti, in termini di attivismo?

“L’Italia negli anni Sessanta e Settanta ha avuto spinte innovative e rivoluzionarie non da meno di altri posti al mondo: il femminismo, la scena gaia, lesbica o trans. Dopo ci si è bloccati. Piano piano è stato tutto un perdere colpi. Non che siamo tornati indietro, delle conquiste sono state fatte, ma la spinta propulsiva è venuta meno, quella stessa spinta che serve per ottenere diritti, per ottenere tutto. Come dice il proverbio, Chi pecora si fa, il lupo se la mangia. Ci sono tanti lupi nel nostro paese, ti sottraggono sempre e comunque tutte le conquiste. I diritti li devi difendere, una volta che li hai conquistati li devi mantenere”.

Se guardi al futuro, però, ti senti più pessimista o più ottimista?

“Alterno momenti di pessimismo e di ottimismo, momenti di gioia e di malinconia. Non posso credere che una scena, un movimento, un’area liberale e libertaria possa regredire e sparire: non lo voglio neanche pensare. Altrimenti mi ritirerei, non farei più quello che faccio. Penso che però ci dobbiamo lavorare molto, soprattutto dobbiamo lavorare e riflettere sui significati delle esperienze.

Ultimamente abbiamo messo completamente da parte la questione dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale per parlare solo di famiglia e di figli. Cambiano le parole, i concetti, e di conseguenza cambia anche la realtà. Siamo partiti da “distruggiamo la famiglia perché ci distrugge” e siamo arrivati a “vogliamo una famiglia”. Ma se non ragioniamo sulle cose di cui parliamo il rischio è di essere riassorbiti nella normalità. Adesso si parla di normalità. Ma cosa vuol dire? La normalità è quella etero o veteropatriarcale, come diceva Mario Mieli, e io quella non la voglio. Le diversità, invece, si declinano al plurale: un mondo diverso e vario come lo vorremmo noi, mentre invece la normalità a livello simbolico e politico è una sola. Su questo bisognerebbe fare molta attenzione. Quando sento i giovani dire io sono normale e voglio essere normale. Be’, userei altri termini”.

Cosa dovremmo recuperare dal passato del movimento, e cosa dovremmo invece lasciarci alle spalle?

“Dovremmo imparare a essere autonomi: senza nulla togliere alla politica, ai partiti, quello che il movimento lgbt ha fatto e su cui ha sbagliato in Italia è stato il delegare le proprie istanze a qualcuno – partiti o personaggi: ed è sbagliato, non perché certe cose non vadano delegate, ma comunque sei tu che devi portare avanti la battaglia e tenere alta l’attenzione. Il movimento dovrebbe servire da pungolo. Non facciamo più manifestazioni, non facciamo più assemblee, non facciamo più niente. Siamo una popolazione ad alto rischio di violenza, di aggressione, di annullamento, dovremmo tenere la guardia sempre alta.

Meno discoteca, più cultura. Più cose che ci stimolano. I diversi sono stati i depositari dell’arte e della cultura – i grandi sono stati tutti nostri, ma adesso… Se le froce tornassero a essere un po’ più pensanti, un po’ più sul pezzo… Tutte le categorie del mondo quando vedono lesi i propri diritti reagiscono. Qui da noi invece, dobbiamo riprenderci quella parte di intelligenza che ci è stata sottratta”.

A proposito di fare cultura: com’è stata l’esperienza di Vite Divergenti?


“Con Vite divergenti ci siamo ripresi la parola. Le 14 storie/interviste erano assolutamente non filtrate: ognuno partiva da sé e ha detto di sé e del mondo anziché farle rientrare in una storia sola che ti dice quello che qualcun altro vuole. Non solo Vite Divergenti è entrato in queste vite, ma ci è entrato attraverso il MIT (Movimento Identittà Transessuali), qualcosa di collettivo, togliendoci dal rischio dell’individualismo, del singolo. Quando le storie sono prese singolarmente non si riesce a restituire un’esperienza, un quadro completo. Così invece abbiamo potuto tornare a essere protagonisti della nostra storia senza scabrosità, raccontandoci in modo scanzonato, a volte triste e a volte gioioso. Un racconto individuale ma corale, singolo ma collettivo: e il coinvolgimento del MIT, in un mondo in cui le associazioni sono viste come qualcosa di finito è stato un fatto positivo, ha dato anche noi uno strumento per riflettere. Dirsi e ascoltarsi ti fa crescere”.

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