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mercoledì 24 febbraio 2016

unioni civli, perché arrabbiarsi? "stepchildadoption" inutile, ci penserà la giurisprudenza

“I figli sono di chi li cresce”, se chi li cresce è eterosessuale. Se invece è omosessuale, chi se ne frega. La genitorialità non è un diritto e dunque non merita alcuna tutela. Né  nei confronti di lui o lei che si prende cura di chi non può farlo da solo, né di quel figlio che nel caso in cui succedesse qualcosa al genitore naturale rischia di dover affrontare due inferni differenti, che se avrà bisogno di un pediatra dovrà augurarsi che chi lo ha concepito non abbia impegni improrogabili da rispettare, che pur avendo due genitori non capirà perché solo uno potrà firmare le sue giustificazioni quando salta la scuola o venirlo a prendere se non si sente bene; che non comprenderà perché anche se lui li ama entrambi un padre sarà più padre dell’altro e una madre sarà meno madre dell’altra.

Ma in ogni caso non c’è nulla di cui preoccuparsi. Se ce ne sarà bisogno ci penseranno i giudici ad inventarsi un artificio giuridico che eviti a quel bambino di finire come e dove non deve. Certo, serviranno anni e anni di cause, forse qualche appello alla Corte europea dei diritti umani, altre due o tre condanne nei confronti dell’Italia, ma alla fine tutto si risolverà per il meglio. È già successo dopotutto. Lo assicura Angelino Alfano, le tutele ci sono già, dove e come non si sa, ma ci sono: “le leggi esistenti consentono di coprire dal punto di vista giuridico e della tutela della continuità affettiva le situazioni esistenti”.

E va bene così. Dunque non c’è alcun problema, le stepchild adoption sono solo un inutile orpello cui si può rinunciare. E a chi si chiede perché tanto rumore se davvero “le leggi ci sono già”, perché due anni di battaglie politiche e parlamenti, perché manifestazioni al Circo Massimo con “due milioni di persone”, perché minacce, litigi, emendamenti, interventi della CEI e invasioni di cavallette rispondiamo di non porsi domande superflue tanto quanto la possibilità per il genitore non biologico di adottare il figlio del partner.

Parla di “buonsenso e razionalità” Angelino Alfano mentre racconta davanti alle telecamere l’affossamento dell’articolo 5 del DdL Cirinnà. Si lascia addirittura scappare un sorriso, lo stesso sorriso visto pochi mesi fa sullo Ius Soli “soft” (la traduzione in italiano in questo caso è “inefficace”); sulla permanenza dell’imprescindibile reato di clandestinità le cui multe salatissime spaventano i migranti più delle bombe in Siria; sul limite a 3.000 euro per il pagamento in contanti allo scopo di consentire ai cittadini di far la spesa al supermercato senza indugi; sulla vitale abolizione dell’articolo 18 per far correre a spron battuto il mercato del lavoro.

Probabilmente in futuro qualche altro sorriso lo vedremo ancora. Almeno fino a quando il Paese non tornerà a votare e a quel punto forse, nel caso in cui i risultati dei sondaggi venissero confermati (Area Popolare, vale a dire UDC e NCD insieme, non arrivano neanche al 2% mentre la soglia di sbarramento dell’Italicum è stata fissata al 3%) i suoi sorrisi rimarranno appannaggio della sua splendida famiglia tradizionale, lontano dal Viminale e dal Parlamento italiano.

Ma rallegriamoci, avremo una legge sulle Unioni Civili. E scusate il trentennale ritardo . Certo, con il maxi-emendamento del PD sarà probabilmente l’ennesima legge a metà, ma in Italia le tradizioni non si tradiscono, i cittadini sì. Meglio una legge sulle Unioni Civili senza stepchild adoption che nessuna legge. È questo il concetto che Matteo Renzi sta cercando di far passare agli occhi dell’opinione pubblica dopo la debacle dell’art. 5. Lui dopotutto ci ha provato, non ci è riuscito, ma almeno una normativa ci sarà. C’è sempre tempo per “il resto”. In futuro arriverà. Come dopo più di quarant’anni è arrivata la legge sul divorzio breve a porre rimedio alle peripezie poste dalla DC al divorzio, come dopo quasi trentotto anni veniamo condannati dall’UE per i paletti imposti all’applicazione della legge sull’aborto, come dopo settantuno anni dal suffragio universale in Italia non esiste alcuna diseguaglianza di genere tra uomini e donne nella politica, nel lavoro e nella società.

L’approvazione di questa legge a metà sarà considerata una vittoria. Come lo sono le tutele da parte di uno Stato in cui a prescindere da quanto scritto sui dizionari e sulla Costituzione  la parola “diritto” viene considerata sinonimo di “conquista” o ancora meglio di “concessione” e non di un atto dovuto da parte di una Repubblica che a livello del tutto teorico dovrebbe riconoscere e garantire “i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” (cit.).

I giornali italiani parlano oggi di “rabbia del mondo LGBT” o di “rivolta gay” per lo stralcio delle stepchild adoption, per il tradimento attuato da parte di tutte le forze politiche e per quello che accadrà domani in Senato alla ripresa dei lavori in Aula dopo la sospensione. Il punto è che non solo sono gli omosessuali quelli arrabbiati, delusi, amareggiati nei confronti di una politica che dimostra ancora una volta di non essere all’altezza perché quando si parla di diritti non esistono (o meglio dovrebbero esistere) distinzioni di sesso, religione, classe. Sono sentimenti che appartengono a una popolazione che per l’ennesima volta viene sbeffeggiata da chi dovrebbe tutelarla, rappresentarla e garantirla. Esistono cittadini che sostenevano l’ormai vecchia versione del DdL Cirinnà non perché fossero omosessuali, ma semplicemente perché la consideravano giusta, democratica, in colpevole ritardo semmai. E invece si ritrovano davanti oggi i sorrisi di Alfano, dei cattodem, della Lega Nord, del Cardinal Bagnasco, che probabilmente si aspettano pure un grazie per “il favore” concesso.

Lo avevamo preannunciato una settimana fa: possiamo dire addio alle stepchild adoption. Ma soprattutto possiamo e dobbiamo augurare lunga vita ai genitori naturali delle coppie omosessuali e buon lavoro ai Giudici che si troveranno a colmare l’ennesimo vuoto legislativo deciso dal nostro Parlamento.


Vittoria Patanè 

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