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mercoledì 24 febbraio 2016

unioni civli, intervista a Giuseppina La Delfa

Gli omosessuali esistono. Scoperta del secolo. Ecco, ora che lo sapete potete anche smettere di discutere. Assodato questo insignificante particolare, perde di senso qualunque dibattito: non sta più a noi chiederci se sia lecito o meno che due persone dello stesso sesso stiano insieme, dal momento che accade da sempre e non possiamo impedirlo, così come non sta a noi stabilire se due persone dello stesso sesso possano o no crescere un bambino, perché anche questo succede già, in migliaia di case, anche in Italia. Messa a tacere qualunque genere di argomentazione che possa fomentare un dibattito di tipo morale, non resta che procedere secondo un sillogismo logico: gli omosessuali esistono, la legge deve tutelare tutti i cittadini, gli omosessuali sono cittadini, la legge deve tutelare gli omosessuali.

La DelfaPeccato che la logica in Italia venga di frequente messa sotto scacco da questa tendenza tutta nostrana di rendere qualunque cosa, anche la più semplice, argomento da talkshow. Avete davvero ancora voglia di parlare di unioni civili? Noi abbiamo provato ad affrontare l’argomento con Giuseppina La Delfa, insegnante di francese presso l’Università degli Studi di Salerno. Ci ha raccontato di essersi sposata in Francia nel 2013 con Raphaelle Hoedts, sua collega incontrata ai tempi del liceo. Ci sentiamo privilegiate –ci ha spiegato- perché essendo sia io che mia moglie cittadine francesi, l’Italia non può negarci dei diritti che il nostro Stato ci riconosce. Questo, però, mostra quanto sia ipocrita la situazione in cui ci troviamo, dal momento che noi cittadini stranieri risultiamo più tutelati dallo Stato italiano di quanto non lo siano gli stessi cittadini italiani. Tra me e mia moglie tutto è regolamentato da un contratto matrimoniale valido ovunque. Potevamo scegliere per la comunione dei beni e o per la separazione dei beni e possiamo ereditare l’una dall’altra. A migliaia di altri tutto questo è negato.

Giuseppina La Delfa gli altri di cui parla ha avuto occasione di conoscerli, in quanto fondatrice dell’associazione Famiglie Arcobaleno, nata nel 2005. Ci ha raccontato di aver sempre vissuto la sua storia con Rahaelle in maniera tranquilla, ma discreta: anche quando siamo venute a vivere in Italia abbiamo convissuto fin da subito, senza mai urlare sui tetti che eravamo una coppia, ma senza neanche nasconderlo. Tutto è cambiato quando abbiamo deciso di avere dei figli, anche perché in quegli anni la società si stava trasformando: tra procreazione assistita e adozione, non si cercava più di nascondere che fosse possibile avere figli aldilà di un rapporto tradizionale. Il nostro era un desiderio che avevamo accantonato molto giovani, ma che soffocava in noi come la brace sotto la cenere. E’ iniziato un percorso in cui abbiamo conosciuto altre coppie con lo stesso desiderio, e famiglie che avevano già fatto lo stesso percorso. Abbiamo visto bambini di dieci, dodici anni, assolutamente sereni, così abbiamo deciso di osare e siamo diventate madri. Intanto si era creato un gruppo di amici che crescevano nel confronto e nel ragionamento, e abbiamo sentito il dovere di dar vita a un’associazione quando i nostri bambini avevano due, tre anni e stavano per frequentare la scuola dell’infanzia. Abbiamo capito che serviva una voce politica, pubblica, che li aiutasse ad essere inseriti e riconosciuti in quanto figli di lesbiche e di gay.

La stepchild adoption è uno degli articoli più discussi dell’intero ddl Cirinnà. Ricordiamo che prevede esclusivamente la possibilità di adozione del figlio del proprio partner. Non regolamenta nient’altro, addirittura non consente ai genitori del padre o della madre adottiva di diventare “nonni”, e non fa in modo che due bambini, figli di genitori dello stesso sesso uniti da un contratto, vengano considerati fratelli. Va a sanare, però, un problema che esiste, e che l’associazione Famiglie Arcobaleno evidenziava nel 2015, quando lanciava la campagna #figlisenzadiritti. Quei bambini non hanno il riconoscimento dello Stato e non hanno il riconoscimento dellafamiglie-arcobaleno-logo famiglia. Questo comporta tutta una serie di difficoltà nel quotidiano. Ad esempio, se un bambino necessita di essere portato al pronto soccorso e in casa è presente solo il genitore non riconosciuto, si rischia che quel genitore non venga fatto entrare perché un medico non si assume la responsabilità di far entrare uno “sconosciuto”. Anche nelle cose di tutti i giorni possono verificarsi problemi amministrativi: un genitore non riconosciuto non può votare ai consigli di classe, ha bisogno di una delega per prelevare un bambino da scuola, e tante piccole cose che mettono a disagio un ragazzino. Ancora più drammatica è l’ipotesi della separazione, poiché una madre biologica potrebbe scegliere di eliminare la compagna definitivamente dalla vita del figlio. Il problema non è tanto il dolore del genitore, quanto quello di un bambino che si vede portato via un pezzo di famiglia. Anche in caso di morte del genitore biologico, la famiglia di questo potrebbe scegliere di allontanare il compagno dalla vita del bambino, e non è giusto lasciare la tutela dei minori in balia del caso, della buona volontà delle persone o peggio del grado di omofobia della gente.

Con la professoressa La Delfa abbiamo voluto analizzare anche quel grado di omofobia, e la situazione di un’Italia divisa tra Family Day e CondividiLove. Le abbiamo chiesto a bruciapelo se ritiene che l’Italia sia un Paese omofobo. Ci ha risposto di no. C’è una categoria di persone che sono omofobe perché condizionate. Chi ha la possibilità di conoscere una persona omosessuale abbandona automaticamente paura e pregiudizio. Chi non ha questa possibilità, vive di stereotipi diffusi dai media che spesso danno un’immagine sbagliata. A rovinarci, purtroppo, sono gli stessi omosessuali che, nascondendosi dietro un dito, convincono anche i giovani che hanno qualcosa di cui vergognarsi. A questi vorrei dire di affrontare la realtà, la vita, i parenti. Nessuno muore perché sei gay, ma sei tu a morire un po’ alla volta se non osi dirlo.

Gli omosessuali esistono e, assodato questo insignificante dettaglio, messa a tacere qualunque argomentazione che possa fomentare un dibattito di tipo morale, torniamo a parlare di diritti. Se si vuole mirare all’uguaglianza – ha affermato la professoressa La Delfa – bisognava partire dal fatto che esiste una legge che si chiama “matrimonio”. Da quella andava sostituita la dicitura “marito e moglie” con “coniugi”, e avremmo avuto l’uguaglianza. Qualunque altra soluzione, resta un provvedimento discriminatorio. In ogni caso, il ddl Cirinnà è la legge proposta, e noi ci auguriamo venga approvata nella sua interezza. Anche se accadrà, però, domani riprendiamo la battaglia, perché quella non è uguaglianza.


Valentina Comiato

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