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mercoledì 13 gennaio 2016

piazze contrapposte sulle unioni civili.



Piazze contrapposte sulle unioni civili. Il 23 gennaio si mobilita in tutta Italia l'associazionismo gay, con una quarantina di manifestazioni e poi un presidio fisso in piazza delle Cinque Lune, sotto al Senato, dove il 26 approderà la legge Cirinnà. Il 30, un paio di giorni dopo la data prefissata per il voto di Palazzo Madama, i cattolici chiameranno a raccolta gli italiani contrari alla riforma con un Family Day a Piazza San Giovanni. Ai tempi del divorzio o dell'aborto – le uniche due riforme paragonabili a questa per il loro peso psicologico e sociale – la scelta per i politici sarebbe stata obbligata, di qua o di là. Ma adesso la situazione è più complicata: esprimersi, schierarsi, e magari anche decidere dove stare “fisicamente” appare a tutti troppo impegnativo. Oltretutto, renderebbe palesi le contraddizioni in materia di diritti civili che attraversano il mondo della sinistra e della destra. Quindi, vade retro piazza. Non c'è uno che dica: “Ci sarò”.

Con i gay e i loro amici alle Cinque Lune dovremmo (in teoria) vedere, oltre agli esponenti del governo che sostiene la legge, tre ex-ministre di rango della destra come Mara Carfagna, Stefania Prestigiacolo e Michela Brambilla, che non hanno mai nascosto il loro consenso di massima, andando anche oltre (la Brambilla, ad esempio, è favorevole alle adozioni gay). Senza contare Francesca Pascale, che un anno fa dal palco del Gay Village, portò lo scompiglio nel centrodestra accusando la politica di bigottismo e dicendo sì addirittura ai matrimoni omosessuali. Per contro, nell'altra piazza, la piazza San Giovanni dei cattolici, sarebbe ovvio immaginare insieme all'opposizione “identitaria” di Salvini e della Meloni, gli uomini di Cl (che però sono forti sponsor del governo e a Milano sostengono il candidato “di sinistra” Beppe Sala) e quelli dell'Ncd, a cominciare da Alfano che in caso di approvazione della riforma ha minacciato una “slavina”. Invece niente. Non un endorsement né un annuncio di adesione.

Gli organizzatori di San Giovanni spiegano l'assenza testimonial politici come una scelta programmatica e di principio, perché – racconta Mario Adinolfi – “i protagonisti devono essere le famiglie e le persone, dobbiamo mobilitare loro e non mettere in vetrina esponenti di partito”. Flavio Romani dell'Arcigay dice che sono in corso contatti con i senatori delle 35/36 città dove saranno organizzate manifestazioni, “ma al momento nessuna risposta precisa o adesione formale, mentre sono tanti i sì da parte dell'associazionismo legato al Pd e anche a M5S”.

La politica nazionale, insomma, ci mette il voto (magari segreto) ma non la faccia. Ed è un fenomeno nuovo, non solo rispetto ai tempi storici dei grandi movimenti, ma anche nel confronto con epoche più recenti. Nel 2007, quando in ballo c'erano i DiCo del governo Prodi, al Family Day parteciparono tutti e tre i leader del centrodestra – Berlusconi, Fini e Casini – e sul palco si sgolarono Eugenia Roccella e Savino Pezzotta. Francesco Rutelli disse che, se non fosse stato ministro, ci sarebbe andato pure lui. Nel raduno contrapposto del “Coraggio Laico” in piazza Navona, mancò Fassino (allora segretario dei Ds) ma c'erano i segretari di Rifondazione e dei Verdi, Giordano e Pecoraro Scanio, il ministro della Ricerca Fabio Mussi, i sottosegretari Luigi Manconi e Maria Chiara Acciarini, oltreché Pannella e la Bonino che avevano promosso il raduno nell'anniversario del referendum sul divorzio.

Cosa è successo in questi nove anni? La politica italiana, che adorava il bagno di folla, ora ne ha paura? Sembra la spiegazione più plausibile. Anche quando la piazza dovrebbe essere teoricamente “amica”, spaventa tutti. La lunghissima sequela di leader fischiati ovunque – nei cortei sindacali, ai concerti, ai funerali, nei raduni da loro stessi promossi – vedi Berlusconi a Bologna o Marino alla fiaccolata per la legalità prima della “rimozione” – sconsiglia il presenzialismo. In più, la questione dei diritti che una volta qualificava e distingueva la “visione” dei partiti – confessionali o laici, progressisti o conservatori, destra o sinistra – imponendo prese di posizione precise e “non negoziabili”, è in qualche modo derubricata a problema di coscienza, al quale non si addicono le crociate ma al massimo qualche litigata da talk show. Così, si apprezzerà, si applaudirà, si contesterà a mezzo Twitter, Facebook o con dichiarazioni alle agenzie, ma al sicuro, in ufficio e tra le mura di casa. E questo addio alle armi e alle prove muscolari, se tutto andrà come previsto, forse sarà un bene, nell'ultimo Paese europeo che non ha ancora trovato un modo di rendere i gay cittadini uguali agli altri.

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