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lunedì 7 dicembre 2015

ancora fuoco “amico” su unioni civili e diritti lgbtq



Repubblica ha pubblicato un articolo intitolato “Unioni civili, dietrofront sulle adozioni”. Oltre la solita insipienza giornalistica della testata sulle questioni LGBT – il testo in discussione non prevede infatti le adozioni, ma la stepchild adoption, ovvero l’adozione della prole da parte del partner a particolari condizioni – ciò smentirebbe, se fosse vero quanto riportato, il mantra del renziano doc (anche gay) per cui una politica di piccoli passi porterebbe al miglior risultato possibile.

Tale percorso ha già eliminato la parola matrimonio dal ddl Cirinnà, ha trasformato le famiglie omogenitoriali in “formazioni sociali specifiche” istituendo un apartheid giuridico e ha escluso a priori le adozioni tout court per non urtare la cosiddetta sensibilità dei cattolici. Adesso, si risolve in un ulteriore passo indietro che però non riguarda solo le coppie in quanto tali, ma i/le loro figli/e che non avranno tutele in caso di morte del genitore biologico. Prendiamo atto di tutto ciò e di cosa è il Pd in materia di diritti dei minori.

Il partito di Renzi ha già discriminato i soggetti più deboli con la legge sulla continuità affettiva, che prevedeva che un bimbo/a in affido potesse essere adottato in quella stessa realtà che lo ha accolto. Per non offendere la sensibilità dei cattolici – cioè, per impedire che single e persone LGBT, a cui è permesso l’affido, potessero adottare – il Pd ha operato una discriminazione: chi finisce in una famiglia sposata, potrà essere adottato. Tutto il resto verrà riassegnato ad altre famiglie. Pazienza se nel frattempo ci si è affezionati al papà single, alla mamma lesbica, ecc. Questo il quadro politico in cui ci troviamo a vivere, oggi in Italia. In pratica si dice ai bambini e alle bambine in affido a persone non sposate, che i loro sentimenti valgono di meno rispetto a chi è stato assegnato a famiglie tradizionali.

In questo quadro si comprende meglio la presa di posizione di personaggi più o meno noti di fronte a GPA e stepchild adoption stesse. Già Aurelio Mancuso si era scagliato contro i padri gay dalle colonne di Gay.it, cadendo nella trappola di chi fa confusione con l’adozione esterna, non prevista dal ddl Cirinnà. In questo florilegio di inesattezze, Mancuso chiedeva di fare un passo indietro: in che modo non si sa. Forse i padri gay devono restituire i figli alle gestanti? O forse non permettendo ai propri figli di nascere? Di fatto, in tale vaniloquio, c’è un insulto bello e buono a migliaia di bambini e bambine nati con la GPA (a cui hanno replicato, su LGBT News, Caterina Coppola e Giuseppina La Delfa ndr.).

Quindi anche Paola Concia, già deputata dem, si distingue nell’attacco ai padri omosessuali. I vaneggiamenti di questa gentile signora toccano due sfere argomentative: in primis, confonde anche lei GPA e adozione, accusando i padri gay di protagonismo, relegandoli a minoranza della minoranza e, proprio perché tali, invitandoli al silenzio se non vogliono avere la responsabilità del fallimento di una legge che riguarderebbe tutti. Come se la colpa fosse delle famiglie omogenitoriali e non del suo partito, prigioniero di teodem, omofobi e alfaniani. In secondo luogo, agitando il discorso per cui i padri gay sono numericamente inferiori – e quindi non ha senso tutelarli – presta il fianco a chi nel dibattito pubblico bolla tutta la questione LGBT come relativa a una minoranza e perciò  poco proficua per la società tutta. E come se non bastasse, Concia dà man forte a quelle femministe che hanno attaccato la GPA, con il controverso documento che ha fatto inorridire non poche persone, dentro e fuori la comunità.

Entrambi questi personaggi, ancora, cavalcano un’idea di base in comune col discorso omofobico: quello che lega indissolubilmente figura materna e nascituri. Se l’assunto per cui la GPA diventa disumana in sé, bollandola (a torto) come pratica di chi strappa l’infante alla madre per accontentare i capricci di terzi, fornisce base argomentativa e ideologica a chi si scaglia anche contro le adozioni omogenitoriali, in quanto la figura materna non ci sarebbe ugualmente. Se ci vuole sempre una mamma, per intenderci, due padri gay saranno sempre inadeguati.

Non credo, come ho già scritto altrove, che queste prese di posizione siano casuali. Aiutano, dentro il partito, un premier in difficoltà rispetto una sua promessa (unioni civili con stepchild adoption) e rispetto all’alleato di governo (l’Ncd). E nella mentalità collettiva si istilla l’idea per cui, se i primi a non volere la norma in questione sono un gay e una lesbica politicamente in prima linea, allora è meglio non farle. Pazienza poi se centinaia di bambini/e rischiano di vivere male. L’importante è fare gli interessi di partito (e chissà, magari con qualche premio, in futuro). Discorso, quest’ultimo, che aiuta di certo il Pd e che forse farà passare una legge, per l’ennesima volta monca, offensiva, discriminatoria. Ma che di certo non fa gli interessi reali della gay community. Anzi, a ben vedere, la offende. Con la complicità, va detto, di un gay e di una lesbica.

Dario Accolla

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