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martedì 17 novembre 2015

famiglie omogenitoriali tra orgoglio e pregiudizi



La cosa che m’imbarazza di più come essere umano [oltre al pensiero di quella volta in cui sono uscita nuda in salotto non sapendo che ci fossero gli amici dei miei] è la tendenza diffusa – che i social hanno amplificato – di sentirsi in dovere non solo di esprimere un’opinione su questioni ignote, ma di sentirsi detentori unici di una Verità Assoluta.

E così, sono stati tutti esperti di moto mondiale nella diatriba Marquez – Rossi, tutti sceneggiatori e cineasti in quella Muccino – Pasolini, tutti social media strategist con il caso Gianni Morandi e tutti sociologi esperti di terrorismo internazionale dopo la strage di Parigi.

Tutti pronti a urlare la propria posizione e a difendere il castello di sabbia delle convinzioni campate per aria.

Lo stesso fenomeno è facilmente riscontrabile un po’ su qualsiasi argomento. A questo teatrino non sfugge neppure l’opinione che molti si sentono in dovere di esprimere sull’omogenitorialità.

Siamo in Italia e le famiglie omogenitoriali sono discriminate e prive di tutela, i bambini oggetti di una battaglia tra il papato e uno stato che di laico ha solo la definizione costituzionale. Quotidianamente leggo idiozie su un’inesistente teoria gender, commenti di persone che non conoscono ciò di cui si dicono esperti e che si appellano al nulla per dire che questi poveri bambini sono costretti ad una vita infelice causata dalla biologia dei genitori.

E così, chi quella situazione la vive quotidianamente sulla propria pelle, si trova a difendere la bontà della propria scelta procreativa. Perché un omosessuale possa essere giudicato come un genitore non dico buono, ma decente, deve essere  in grado di dimostrarlo. È come venire accusati di furto a priori e dover dimostrare la propria innocenza, invece che il contrario.

Le famiglie omogenitoriali sono costantemente sotto la lente dell’opinione comune: devono saper dimostrare di poter badare alla prole in modo eccelso, di seguire i figli nei compiti meglio di un professore universitario, di accompagnarli a fare 3 sport e alle feste di compleanno tutti i fine settimana nella speranza di essere considerato “adeguato”. I genitori devono essere sempre al top e i loro figli di conseguenza. Anche nella pretesa di perfezionismo c’è pregiudizio.

Spesso mi è capitato di ricevere mail di dubbiosi e curiosi che mi chiedevano se la nostra vita fosse un’epopea della gioia o la declinazione rainbow del Mulino Bianco. Chi segue il mio blog da sempre, sa perfettamente che non è così. Nina ed io siamo due mamme imperfette: ci pesa essere svegliate nel cuore della notte e passare le giornate a rincorrere gli impegni dei figli, gestire litigate e fare il bucato.

L’ho sempre palesato e sempre lo ribadirò: non siamo tenute all’eccellenza. Siamo orgogliose di aver scelto di far crescere i bambini in un clima di apertura e onestà e proprio per questo non temiamo il giudizio di chi trova nelle nostre imperfezioni la scusa per criticare “la famiglia omogenitoriale”.

Il problema di fondo, poi, è tutto una questione di articolo. Non siamo LA famiglia. Siamo UNA famiglia.

E diventare paradigma non ci è mai interessato.

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