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mercoledì 14 ottobre 2015

unioni civili, i punti critici del progetto di legge Cirinnà

Il Pd ha deciso di aggirare l’ostruzionismo di di Ncd e Forza Italia in Commissione Giustizia e di discutere direttamente in aula in Senato il progetto di legge sulle unioni civili, la cosiddetta Cirinnà. Rimangono però molti punti critici su cui anche il partito del premier Renzi si divide. E poi pesa l’incognità del dibattito parlamentare

1. Quale testo si discuterà davvero in Senato (e quando)
Senza il voto in Commissione il testo non ha più un relatore e la discussione in aula deve ricominciare da zero: vengono così messe all’ordine del giorno tutte le proposte di legge presentate sullo stesso tema, che sono al momento poco meno di una quindicina. Il testo della Cirinnà (dal nome della relatrice) aveva trovato il consenso del Pd, di un paio di parlamentari del gruppo misto, Sel e Movimento 5 Stelle. Il rischio è che si perda il lavoro fatto finora in Commissione. Per evitarlo il Pd ha depositato nei giorni scorsi una nuova Cirinnà, che recepisce gran parte degli emendamenti aprovati al primo testo e introduce alcune novità. L’obiettivo è adottarlo quanto prima come base della discussione. E da lì procedere. Nella battaglia parlamentare – fatta anche di tecnicismi – è però tutto possibile, e quindi potrebbero arrivare parecchie sorprese. È inoltre probabile che la discussione della Cirinnà bis debba essere interrotta per dare la precedenza a quella della legge di Stabilità. La prospettiva più verosimile è che di unioni civili si dibatta davvero solo all’inizio dell’anno prossimo.

2. Non famiglie ma formazioni sociali specifiche
Il primo articolo della «Cirinnà bis» fa proprio uno degli emendamenti che più hanno suscitato i malumori della comunità gay italiana, introdotto (finora inutilmente) per cercare il sostegno di Ncd e degli irriducibili del Pd. Stabilisce cioè che «l’unione civile tra persone dello stesso sesso» viene istituita «quale specifica formazione sociale». La formula fa riferimento all’articolo 2 della Costituzione sulle formazioni sociali da tutelare e non a quello 29 sul matrimonio e serve proprio a distinguere le unioni gay del matrimonio. «L’obiettivo insieme giuridico e culturale di questa modifica – l’ha attaccata il fondatore di Rete Lenford-Avvocatura per i diritti Lgbt Antonio Rotelli – è quello di far dire espressamente alla legge che la formazione sociale di due persone dello stesso sesso non è famiglia, perché la famiglia è solo quella formata da un uomo e una donna».

Nella discussione coloro che si oppongono alle unioni civili sono arrivati anche  a sostenere che allargare il matrimonio alle coppie dello stesso sesso sarebbe incostituzionale. Ma è davvero così? I fautori della tesi dell’incostituzionalità si richiamano alla sentenza n.170 del 2014 della Corte costituzionale in cui si legge che «la nozione di matrimonio presupposta dal Costituente (cui conferisce tutela il citato art. 29 Cost.) è quella stessa definita dal Codice civile del 1942, che “stabiliva (e tuttora stabilisce) che i coniugi dovessero essere persone di sesso diverso”». Durante le audizioni in Senato sulla Cirinnà due autorevoli costituzionaliste, Giuditta Brunelli e Barbara Pezzini, hanno però spiegato che il parlamento potrebbe decidere in ogni momento di modificare quella nozione di matrimonio, aprendola alle coppie gay, senza violare la Costituzione. In altri termini, quella di non estendere il matrimonio alle coppie gay è solo una scelta politica, non un obbligo dettato da leggi superiori.

La Cirinnà bis infine cancella anche il riferimento ad alcun articoli del codice civile il 143, il 144 e il 145 (che regolano alcuni aspetti della vita familiare), e poi gli articoli 147 e 148 del codice civile che riguardano il rapporto fra genitori e figli. Anche questa scelta ha suscitato le protesta del movimento lgbt, che accusa la Cirinnà bis di aver «epurato i riferimenti alla famiglia» e di voler così sminuire sul piano simbolico le famiglie gay.

3. Bambini con due genitori ma senza nonni, zii e cugini
Uno dei punti più discussi rimane la cosiddetta stepchild adoption, cioè l’adozione del figlio biologico del partner. È il meccanismo che permette di riconoscere i bambini già figli delle coppie gay (le coppie omosessuali quindi rimarranno comunque escluse dalle adozione di bimbi terzi, quelle più note nel senso comune del termine). Lo strumento previsto dalla Cirinnà per farlo è adattare l’adozione in casi particolari alle coppie gay: in Italia è già successo, lo ha fatto il tribunale di Roma nei confronti di una bimba nata da due donne che hanno fatto la fecondazione assistita con un donatore all’estero. Questo tipo di adozione, però, ha molti limiti: il primo è che il bambino non acquista la parentela. Diventa cioè figlio del genitore sociale (in questo caso la seconda mamma che non l’ha partorito), ma non entra nella linea familiare. Non vedrà cioè riconosciuti cioè né i nonni, né gli zii, né eventuali cugini dalla parte del genitore sociale. Avrà quindi comunque meno diritti di un bambino nato da una coppia eterosessuale.

Renzi in ogni caso ha annunciato che su questo punto c’è «libertà di coscienza». E la minoranza cattolica del Pd ha già presentato un nuovo emendamento che sostituisce la stepchild adoption con un affido rinforzato, rinnovato fino alla maggiore età  (deve essere ancora discusso e stando alle dichiarazioni di Pd, Sel, Movimento 5 Stelle sulla stepchild adoption dovrebbe venire bocciato). Se però nel dibattito parlamentare il risultato fosse diverso e l’emendamento venisse approvato, il genitore sociale sarebbe solo un affidatario pro tempore e diventerebbe genitore nel vero senso della parola solo in case di morte del genitore biologico. Questa soluzione inoltre non risolverebbe i problemi in caso di dissensi tra i partner: cosa succederebbe con una separazione non consensuale?

Oggi infine in Italia ci sono già tre casi di bimbi nati all’estero (in Spagna e Argentina) da coppie di donne italiane che si sono visti trascrivere anche all’anagrafe italiana l’atto di nascita con due mamme. Si arriverebbe così al paradosso che i bambini nati all’estero da una coppia di donne italiane avrebbero più diritti di quelli nati in Italia e cioè il riconoscimento dei diritti e doveri di due genitori contro quello di uno e “mezzo”.

4. I costi della pensione di reversibilità
Tra i punti più discussi c’era anche la reversibilità della pensione. La Cirinnà bis ne prevede la copertura economica:  (l’Inps aveva comunque dichiarato che la spesa sarebbe stata molto bassa). Un diverso trattamento delle coppie gay da quelle eterosessuali non sarebbe comunque potuto passare. «La Corte di giustizia europea si è pronunciata più volte su casi analoghi che riguardavano le unioni civili tedesche e non ha mai tollerato disparità di trattamento  − ha spiegato Marco Gattuso, magistrato a Bologna e fondatore del sito di analisi giuridiche Articolo29.it−.  Sia che si parlasse di imposte di successione, che il trattamento pensionistico ha stabilito che va riconosciuta a tutte le coppie, anche a quelle dello stesso sesso».

5. Il modello «alla tedesca» (è ancora vero?)
 Il premier Matteo Renzi fin dalle primarie del Pd si è sempre detto a favore del modello tedesco. «Ma il modello a cui guarda lui non è più quello tedesco. Adesso in Germania le nozze omosessuali sono diventate un tema caldissimo – commenta Gattuso –: siamo già alla seconda legislatura in cui la maggioranza dei parlamentari è iscritta a partiti che hanno nei loro programmi il matrimonio egualitario. Le uniche formazioni parlamentari contrarie sono Cdu (cioè il partito della cancelliera Angela Merkel) e la sua “compagine” bavarese, la Csu. Significa che se anche il matrimonio non è nel programma del governo, è in quello della maggioranza». In Italia Ncd, Forza Italia, Lega e alcuni esponenti cattolici del Pd hanno criticato la legge sulle Unioni civili accusandola di essere un «matrimonio mascherato» perché prevedevano diritti troppo simili. «In Germania anche la Cdu (che al parlamento europeo fa parte dello stesso gruppo di Ncd e Forza Italia) ha ribadito di essere contraria al matrimonio – aggiunge Gattuso – ma di essere favorevole alla piena equiparazione dei diritti/ doveri tra unioni civili e matrimonio». È una presa di posizione che risale al 2010, con la dichiarazione di Berlino: «Noi non mettiamo i diversi modelli di famiglie e progetti di vita uno contro l’altro – si legge nel documento della Cdu –, per tale ragione, noi rispettiamo le diverse realtà sociali e sosteniamo tutte le famiglie attraverso condizioni giuridiche uniformi».


Elena Tebano

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