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mercoledì 14 ottobre 2015

unioni civili, epurati riferimenti a “famiglia”. l’analisi dell’avvocato Rotelli di Rete Lenford

Confermata definizione “unione sociale specifica”, via rimandi a Codice civile che riguardano la “famiglia”, sostituzione termine “famiglia” col termine “comune”, regole diverse dal matrimonio per contrarre unione civile sotto i 18 anni per “mancanza di maturità psicofisica”, richiesta di nulla osta a cittadini stranieri che vogliono contrarre unioni civile in Italia. Queste e altre, le novità del nuovo ddl Unioni Civili: “Il rischio è un arretramento anche giuridico delle persone LGBT di cui ci si accorgerà solo in futuro”.

I senatori del PD componenti della CommissIone giustizia hanno depositato il 6 ottobre 2015 un disegno di legge, a prima firma Monica Cirinnà, recante la Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze (A.S. 2081).

Il testo riproduce in gran parte il testo unificato per l’introduzione delle unioni civili e la disciplina delle convivenze adottato dalla Commissione giustizia del Senato nel corso dell’iter legislativo sui disegni di legge A.S. 14 e abbinati.

I regolamenti parlamentari prevedono che quando venga depositato un disegno o una proposta di legge, questa possa essere abbinata alle altre che vertono sullo stesso tema per consentirne l’esame congiunto.

L’abbinamento può avvenire in qualsiasi fase della procedura legislativa fino a che il testo non venga licenziato dalla Commissione per approdare all’esame dell’Aula.

Il nuovo disegno di legge A.S. 2081 è stato quindi presentato con lo scopo di chiedere l’abbinamento agli altri testi in esame da parte delle Commissione in materia di unioni civili e risolvere così un problema che si presenta in Senato quando una commissione non riesce a terminare l’esame delle proposte legislative in corso, prima dell’invio dei testi in Aula.

Fin da luglio è stato evidente, infatti, che la Commissione giustizia non avrebbe terminato i propri lavori entro la data di ottobre che la maggioranza aveva indicato per il passaggio in Aula dell’esame.

In base al Regolamento questo comporta che i testi abbinati sulle unioni civili siano presentati all’esame dell’Aula del Senato senza la relatrice – fatto di per sé non straordinario – e che il testo unificato elaborato dalla Commissione vada perso. Riproducendolo in un nuovo disegno di legge, i presentatori hanno la possibilità di recuperare il testo unificato consentendogli di sottoporlo comunque all’esame dell’Aula insieme a tutti gli altri disegni di legge abbinati.

Quindi la presentazione dell’A.S. 2081 non è stata un’accelerazione o uno strappo del PD – come hanno titolato i giornali – ma un espediente lecito per neutralizzare l’ostruzionismo. In più, con ogni probabilità l’A.S. 2081 sarà quello che l’Aula poi sceglierà per procedere nell’esame.

Come ho scritto, il nuovo testo riportato nell’A.S. 2081 non riproduce integralmente quello attualmente in discussione in Commissione, ma contiene un certo numero di modifiche e, quindi, un nuovo contenuto del cosiddetto Cirinnà.

Di tali modifiche quelle che correggono in meglio il testo sono poche e marginali, mentre sono evidenti quelle peggiorative. In tal modo si acuiscono le problematiche da altri e da me stesso rilevate – nel merito del testo e sulla scelta stessa di introdurre le unioni civili anziché estendere il matrimonio alle coppie dello stesso sesso – offrendo un testo sempre più ideologico e svalutativo delle persone omosessuali.

Continuando per la strada di distinguere l’ovvio, ovvero che le unioni civili non sono il matrimonio, si è ridotto il rinvio diretto ad articoli del codice civile che riguardano il matrimonio. Ridotto ma non eliminato, perché l’operazione sarebbe quasi impossibile da compiersi per l’identità di disciplina tra i due istituti in molte materie. La scelta degli articoli non più richiamati non è evidentemente casuale, ma sono stati selezionati quelli che contengono il riferimento alla famiglia, procedendo nell’operazione, anche lessicale, di ostacolare la possibilità che le coppie formate da persone dello stesso sesso siano chiamate, considerate e trattate come famiglie. Ma questo fa emergere anche divertenti contraddizioni.

In tema di diritti e doveri nascenti dall’unione civile, viene cancellato il rinvio agli articoli 143 e 144, il cui contenuto viene riprodotto nei primi due commi dell’articolo 3. Non senza aver operato due sole cancellazioni che non riguardano il riferimento al matrimonio (che qui peraltro non ricorre), ma l’utilizzo della parola famiglia.  Così mentre i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale e casalingo, a contribuire “ai bisogni della famiglia”, entrambe le parti dell’unione civile sono tenute a contribuire “ai bisogni comuni”.

Allo stesso modo, mentre i coniugi concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano “la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa”, le parti dell’unione civile concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano “la residenza comune”. L’operazione si rivela tanto più ideologica in quanto al disattento compilatore è sfuggito che nel testo è rimasto “vita familiare” o avrà pensato che chi ha chiesto modifiche con i paraocchi non si accorgerà che, in sostanza, “famiglia” e “vita familiare” fanno riferimento allo stesso quid. Forse sarà stato (o sarà stata) zelante nel ricordare che la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia perché non tutela la “vita familiare” delle persone lesbiche e gay, ma avrà pensato che “famiglie” e “vita familiare” siano cose affatto diverse o non sarà riuscito a convincere i suoi interlocutori del contrario.

Altro articolo che hanno eliminato del tutto è il 145, un articolo non fondamentale che regola l’intervento del giudice nel caso in cui la coppia è in disaccordo sul luogo in cui fissare la residenza comune. La disciplina – in verità- è a metà tra l’intervento informale del giudice come mediatore e l’intervento paternalistico. Ma l’hanno cancellato forse pensando che sarebbe stato troppo far porre attenzione “alle esigenze dell’unità e della vita della famiglia” di quella che ci dovremo abituare a chiamare formazione sociale specifica. Si potrebbe essere spinti a pensare che queste unioni sono civili in quanto si litiga poco e quando litigano dirimono da sé ogni questione.

Su un altro piano, si stabilisce una differenza di valore tra matrimonio e unione civile. Infatti, nel caso una persona sposata rettifichi il proprio sesso il suo matrimonio è automaticamente trasformato in unione civile quando i coniugi non intendano sciogliere la loro unione. Se invece a rettificare il sesso sia uno/a dei partner dell’unione civile, quest’ultima non si trasforma automaticamente in matrimonio. Una differenza di trattamento che non consente di salvaguardare la vita familiare della coppia unita civilmente e che assume l’inferiorità giuridica dell’unione civile.

Se il rinvio ad alcuni articoli del codice civile è stato eliminato, altri sono stati invece inseriti, in rispetto dello spirito di contraddizione che segna l’intero testo. Uno di questi articoli è il 116, primo comma, che regola il matrimonio dello straniero nella Repubblica. Lo straniero per costituire un’unione civile in Italia deve presentare all’ufficiale dello stato civile una dichiarazione dell’autorità competente del proprio paese, dalla quale risulti che in base alle leggi a cui è sottoposto nulla osta all’unione civile. Non si sono premurati di scrivere qui, dove invece sarebbe servito, che questa regola non può applicarsi ai cittadini di quei paesi dove nessuna regolamentazione delle unioni same-sex è prevista o, peggio, l’omosessualità stessa è considerata un reato. Una cittadina ugandese che voglia unirsi civilmente con una cittadina italiana se va bene potrà presentare una certificazione che attesti la libertà di stato. Non vi è dubbio che zelanti ufficiali di stato civile costringeranno a portare la questione davanti a qualche tribunale e ciò in nome di quel primato della politica che fallisce ogni volta che ha la possibilità di dimostrare invece la sua primazia.

Il nuovo testo non offre risultati migliori quando si passa ad analizzarlo sotto l’aspetto della considerazione che ha dell’omosessualità. Il codice civile consente a chi ha compiuto sedici anni di potersi sposare con un’autorizzazione del giudice. Per contrarre l’unione civile, invece, bisognerà aspettare sempre diciotto anni perché l’infradiciottenne omosessuale si presume che non abbia mai la “maturità psico-fisica” (così si esprime l’articolo 84 del codice civile) e ragioni fondate per volere o chiedere di unirsi civilmente. In questi dettagli si fatica a non cogliere l’eco di idee dell’omosessualità singolari e antiscientifiche, su cui qui non serve dilungarsi. Questa bella novità era contenuta in un emendamento presentato dal senatore di Forza Italia Malan, fatto proprio dalla relatrice del PD Cirinnà e ora inserito nel nuovo testo del PD.

I sostenitori dell’ormai cirinnino e quelli che sono per il matrimonio ma intanto ci invitano ad accontentarci di quello che il sovrano illuminato ci concede senza fare molta opposizione, continueranno a ripetere che le modifiche e le novità sono solo lessicali. Come se le parole non segnassero anche una dimensione simbolica, che per noi – che ancora fatichiamo a non vederci additati come froci o perversi –  non conta e non deve contare niente.

Le nostre famiglie devono essere formazioni sociali specifiche – e ce la facciamo andare bene così – mentre dall’altra parte si prende seriamente la richiesta di evitare sovrapposizioni, accostamenti, congiunzioni perché il simbolico conta e deve contare.

La furia di questo simbolico altrui da salvaguardare ci colpisce anche nella morte. Nel nuovo testo, infatti, hanno eliminato la possibilità di conservare il cognome del partner dopo la sua morte. Immagino che il problema sia che il cognome si conserva “durante lo stato vedovile” e a noi negano anche di essere vedovi. Oltre alla morte, anche la legge ci toglierà quello che avevamo, non vogliono che ci rimanga proprio nulla, ma ce ne faremo una ragione, perché ci ricompensano con la reversibilità.

Sembra non importare che al centro di questa vicenda ci sono diritti fondamentali negati.

Non sono pochi, invece, quelli che si accorgono che dietro le parole c’è anche il simbolico, che – piaccia o no – condiziona anche il giuridico. Ieri su Il Mattino Galdo scriveva che le unioni civili sono “separate come fattispecie giuridica dalla famiglia, che invece è scolpita con i suoi diritti come società naturale fondata sul matrimonio nell’articolo 29 della Costituzione” e si chiede se possano bastare modifiche lessicali “per impedire che unioni civili, una volta approvata la legge, diventino una sorta di famiglia bis”.

Lo Giudice e Manconi su Il Manifesto insistono che l’introduzione delle unioni civili, anziché l’estensione del matrimonio, evidenzia una contraddizione, ovvero “il rischio che la differente qualità del nuovo istituto, possa comportare una disparità tra i diritti sociali rispettivamente riconosciuti. Cosa che introdurrebbe inaccettabili elementi di diseguaglianza”. Io insisto che non sia (o non sia più) una questione di quantità di diritti assegnati, ma in primis di dignità sociale. Si può rimanere arroccati nella difesa della reversibilità e della stepchild adoption in salsa italiana, con un approccio pragmatico che assomiglia a quello del roditore notturno che esce di nascosto per rubare il formaggio.


Invece, ci serve uscire alla luce del sole per rivendicare dignità, uguaglianza e simbolico, senza niente concedere al non detto e ai bizantinismi lessicali. Se non lo facciano, il rischio è un arretramento anche giuridico di cui ci si accorgerà solo in futuro.

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