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venerdì 9 ottobre 2015

tre miti sul sesso compulsivo. non farlo o farne troppo definisce chi sei?

Segretamente infedeli, reconditamente gay, sottilmente perversi, certamente affamati. Nell'era di Tinder e del sesso su banda larga, la sessualità umana non è più un mistero; ma un mare di "se" continua a separare gli orizzonti dell'idea e della prassi. Quello che farei non è quello che faccio - confessa l'80% della popolazione mondiale, per cui il sesso somiglia più a una pratica mitologica che a un costume atavico ed eterno.

Fare sesso è diventato un problema; esattamente come il cercare di distrarsi dal sesso. The Sex Myth, il libro della giornalista Rachel Hills, spiega come il sesso sia oggi più simile a una gigantesca masturbazione mentale che a se stesso, e svela il paradigma alla base dell'aporia: ''Siamo passati da una cultura che ci definiva impuri (dirty) se facevamo troppo sesso, ad una in cui abbiamo un deficit se ne pratichiamo poco".

Cambiano i tempi, non cambia l'antifona. Il sesso è ancora strumentalizzato e viviamo una nuova versione delle vecchie contraddizioni: purezza o spregiudicatezza? E il quesito si fa particolarmente sensibile se si è donna. L'autrice confessa di aver sentito l'esigenza di scrivere The Sex Myth proprio per gettare un po' di luce sulla sua tormentata vita non-sessuale: perché sembra che tutti facciano del gran bel sesso tranne me?

Prima domanda, primo mito da sfatare: la società ipersessualizzata è una chimera. Siamo vittime di talmente tanti input sessuali, declinati in salsa mediatica e proiettati nelle 50 sfumature dell'interazione sociale, che - esattamente come ne Il Favoloso Mondo di Ameliè - ci riscopriamo spesso a chiederci quante persone in questo momento staranno avendo un orgasmo. Stenta a morire il pregiudizio per cui l'erba del vicino è sempre più verde e la vita sessuale del prossimo più colorata della nostra. E se è vero che volendo si può farlo tanto quanto i ricci, che fare sesso occasionale è facile quanto ubriacarsi, che ci si mescola con umori di terzi con la stessa nonchalance con cui ci si procura del junk food per riempirsi la pancia nonostante l'insalubrità dell'alimento, è pur vero che si tende a mantenere una certa distanza dall'intimità, limitandosi a forme di accoppiamento puramente animali che evadono il dilemma: che tipo di relazione abbiamo?

In realtà siamo forse talmente annoiati di una vita in cui è tutto a portata di Master Card da arrivare a pensare che l'unica cosa ad essere ancora eccitante è quella per cui non spenderemmo, e che resta impossibile comprare: una sana performance sessuale ben assortita. Forse è per questo che abbiamo innalzato il livello della nostra immaginazione da rimorchio fino alla paralisi della giostra del sesso, fino all'estremo confine di una libertà sessuale tristemente immaginifica e poco concreta. È così che i nostri aggeggi tecnologici si sono trasformati in un concentrato di doppi sensi, in carillon di autocompiacimento e autocommiserazione; ed è così che la ricerca dell'amore è mutata in una guerriglia di pole postions in una chat online, di lucine che non diventano verdi, di spunte blu senza risposta, di adescamenti sospetti e senza futuro che somigliano più a trappole che a inviti; una battaglia di idiomi e di modi di comunicare per acronimi, abbreviazioni, emoticon, k, congiuntivi oltraggiati, apostrofi smarriti, sintassi equivoche, mentre dalla trincea cerchi di studiare il nemico con una parte del cervello costantemente impegnata in dietrologie che ti proiettano ancora più lontano dal tuo interlocutore virtuale. Se abbocca, ho vinto.

Qui si insidia il secondo mito sul sesso, un paradosso che affonda le proprie radici in un transfert di freudiana ispirazione: l'autostima e l'amore di sé si misurano a suon di orgasmi. Una vergogna inedita si è insinuata: chi non fa l'amore è un patetico, orrido, essere indesiderabile, in una parola sfigato. Ci identifichiamo con la nostra vita sessuale: quanto più è eccitante, fantasiosa e spregiudicata, tanto più saremo vincenti e desiderabili, nel vertiginoso circuito del gatto che si morde la coda senza nemmeno capire cosa sta rincorrendo. Probabilmente se leggessimo la nostra vita sessuale come una concatenazione di eventi più o meno fortuiti che determinano scelte più o meno consapevoli, se vedessimo in essa un percorso e non una mappa, smetteremo di autodefinirci ed essere definiti in relazione a nostri appetiti sessuali.

Il terzo mito si fonda proprio su questo equivoco di fondo: il sesso è un atto dimostrativo e l'aspettativa del partner sulle nostre performance è la misura del nostro investimento energetico. Ricorda quasi la darwiniana battaglia per l'evoluzione della specie: fornicheranno solo i più adatti, quelli cioè che meglio aderiranno a tutta una serie di nuovi stereotipi che hanno trasformato il missionario in un insulto e l'astinenza sessuale in un'onta indigeribile.

The Sex Myth parla di questo è di altro: 288 pagine che cercano di investigare quel codice silenzioso che guida il desiderio sessuale di un'umanità vorace, compulsiva e insoddisfatta, in competizione per la scarsità di risorse, atterrita dalle fantasie inespresse, in perenne ricerca sessual-sentimentale, sessualmente anoressica o bulimica, che cerca di bilanciarsi tra il politicamente corretto, il socialmente accettabile e gli umori liquidi della postmodernità.

Cecilia Marotta

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