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mercoledì 14 ottobre 2015

le armi spuntate contro le unioni civli

Il ricorso all’utero in affitto è l’aspetto più controverso e più carico di problemi morali, sociali ed anche legali delle possibilità offerte dalle tecniche di riproduzione assistita. Interroga non tanto sulle capacità genitoriali dei committenti aspiranti genitori, quanto sui rapporti di potere in cui avviene (difficile che una donna senza problemi economici e con buone opportunità di vita presti il proprio corpo e tempo a produrre figli per altri) e sulla possibile mercificazione dei bambini.

E’ proibito nella maggioranza dei paesi dell’Unione Europea, inclusi quelli che riconoscono il matrimonio tra persone dello stesso sesso. E’ consentito invece in altri paesi, tra cui alcuni dell’Est Europeo, negli Stati Uniti, in Canada, in Australia, sia alle coppie – dello stesso sesso o di sesso diverso - sia ai singoli. E’ quindi considerato una questione separata dal riconoscimento delle unioni civili o del matrimonio per le persone omosessuali.

Fare, come sta succedendo in Italia, della condanna all’utero in affitto l’arma principale per opporsi al riconoscimento delle unioni civili è quindi un pretesto per opporsi non solo a qualsiasi riconoscimento della capacità e responsabilità genitoriale delle persone omosessuali, comunque si trovino ad avere figli, ma anche della loro dignità di coppia tout court. Così come non verrebbe in mente di proibire il matrimonio a due persone di sesso diverso a motivo della sterilità di una o entrambe, non verrebbe neppure in mente di proibire il matrimonio a due persone di sesso diverso solo perché potrebbero ricorrere all’utero in affitto per soddisfare il proprio desiderio di avere un figlio.

Eppure sembra che il ricorso a questo tramite sia diffuso altrettanto, se non di più, tra le coppie etero che tra quelle dello stesso sesso. Si può decidere di proibire il ricorso all’utero in affitto a tutti – singoli, coppie etero, coppie omo – senza per questo inficiare la legittimità di riconoscimento legale e sociale della coppia dello stesso sesso e della sua capacità generativa in senso non solo biologico, ma relazionale, affettivo, sociale. Giustamente si dice che ci si deve mettere nell’ottica anche dei bambini, dei figli reali e potenziali. Per crescere bene, questi hanno bisogno di avere qualcuno che faccia loro posto nel mondo, investa su di loro, ne abbia cura e coltivi le condizioni per la loro libertà. Distinguere, come si è sentito in questi giorni di affannose trattative tra chi si può eventualmente adottare – solo il figlio/a naturale del/della partner o anche il figlio adottivo? Solo il figlio di uno dei due o anche un bambino in cerca di genitori? – non è certamente dalla parte dei figli, perché consentirebbe ad alcuni di loro di avere due genitori, mentre condannerebbe altri ad averne legalmente solo uno, o nessuno.

Tanti anni fa un grande giurista minorile, Carlo Moro, aveva rilevato come la distinzione, rimasta in Italia fino al 2013, tra figli legittimi e naturali lasciasse questi ultimi singolarmente sprotetti dal punto di vista legale. Dopo aver tardivamente eliminato ogni residua diseguaglianza tra le due origini di nascita, nel caso dei figli con un genitore omosessuale si vuole reintrodurre una diseguaglianza ancor più grave: l’assenza di un genitore.

L’Italia è stata più volte richiamata sia dalla Corte Costituzionale sia dalla Corte Europea, sia dalla Corte per i diritti dell’uomo per la mancanza di riconoscimento dei diritti delle coppie dello stesso sesso. Se continuerà a tergiversare continueranno i richiami e le cause vinte dagli interessati. Lo stesso, sospetto, avverrà se passerà una norma che, per far valere un concetto univoco di capacità genitoriale discriminerà tra bambini. La lezione della legge quaranta sulla riproduzione assistita, progressivamente smantellata dalle corti perché discriminatoria e lesiva della libertà e dignità delle persone sembra non sia stata imparata abbastanza.


Chiara Saraceno

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