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venerdì 9 ottobre 2015

la droga non teme la pena di morte. legalizziamo la prima e aboliamo la seconda

Il 10 ottobre si celebra la giornata mondiale contro le esecuzioni capitali, il tema scelto per il 2015 dalla Coalizione mondiale di ONG contro la pena di morte era la sua applicazione nella guerra alla droga.

Secondo l'organizzazione Harm Reduction International, i Paesi che mantengono la pena di morte per reati legati alle droghe sono 32 dei quali 12 la prevedono obbligatoriamente solo in alcune circostanze. Si tratta di Brunei Darussalam, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Iran, Kuwait, Laos, Malesia, Oman, Siria, Sudan, Sudan del Sud e Yemen. Nella maggior parte dei casi le esecuzioni sono estremamente rare. Quattordici, tra cui gli Stati Uniti e Cuba, la prevedono sulla carta per i trafficanti di droga ma non la applicano nella pratica. Sono sette invece i Paesi dove le esecuzioni per reati di droga sono effettuate di routine - Arabia Saudita, Cina, Indonesia, Iran, Malesia, Singapore e Vietnam -, mentre in Iraq, Libia, Corea del Nord, Sudan, Sudan del Sud e Siria le informazioni sono difficili da raccogliere.

Il diritto internazionale parla chiaro a proposito dell'applicabilità della pena di morte: secondo l'articolo 6 (2) del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, per quei Paesi che ancora non hanno abolito la pena capitale sono previste delle eccezioni al godimento del diritto alla vita altrimenti garantito dall'Articolo 6 (1), queste eccezioni riguardano i "reati più gravi". La giurisprudenza internazionale s'è talmente e comunque evoluta e consolidata che le Nazioni Unite hanno più volte affermato che i reati di droga non possono esser considerati "reati più gravi", cioè reati "con conseguenze letali o estremamente gravi". Le esecuzioni connesse a questo tipo di reato, già di per sé sui generis perché senza vittima, violano quindi le norme internazionali sui diritti umani.

Oltre alla giornata mondiale contro la pena di morte, esiste anche la giornata mondiale contro il narcotraffico. Negli anni scorsi, grazie anche a una gestione delinquenziale di certi programmi, il 26 giugno veniva dedicato tanto alla distruzione delle tonnellate di droghe proibite confiscate, quanto a punire in maniera esemplare i trafficanti catturati - spesso con esecuzioni pubbliche come a Teheran o Pechino. Oggi, dopo anni di conclamati fallimenti del proibizionismo e a fronte di un graduale abbandono della pena di morte da morte da parte di decine di paesi, le Nazioni unite che gestiscono i programmi di "controllo delle droghe" hanno modificato il loro approccio.

Nel 2011, l'Ufficio delle Nazioni Unite di Vienna contro la Droga e il Crimine (UNODC) ha deciso di cessare gli aiuti ai Paese che potrebbero approfittarsene per giustificare delle esecuzioni sospette. Nonostante ciò, la dirigenza dell'UNODC non ha smesso del tutto di destinare fondi a governi, in particolare all'Iran, che, come riportano ONG come Iran Human Rights, li utilizza per catturare, condannare a morte, e spesso anche giustiziare, presunti trafficanti di droga.

Nel marzo dell'anno scorso, il Direttore esecutivo dell'UNODC, Yury Fedotov, aveva detto che anche la sua agenzia era contraria alla pena di morte ma che, allo stesso tempo, "l'Iran svolge un ruolo molto attivo nella lotta contro le droghe illecite" perché al confine con l'Afghanistan - il maggior produttore di oppio per eroina del mondo - per cui non si prevedeva il blocco dei finanziamenti a Teheran nel timore di una "possibile reazione da parte dell'Iran" per cui "l'enorme quantità di droga, che ora sono sequestrate dagli iraniani, inonderebbero liberamente l'Europa."

Diverse organizzazioni per i diritti umani, tra cui Reprieve, Human Rights Watch, Harm Reduction International, il Drug Policy Consortium International, e Nessuno Tocchi Caino hanno invitato più volte l'UNODC, e i Paesi donatori, a porre fine al sostegno a certi paesi per non contribuire indirettamente all'incremento delle esecuzioni in paesi come Iran, Vietnam e Pakistan.

Uno studio sull'operato dell'UNODC evidenzia come negli ultimi anni l'agenzia abbia dato più di 15 milioni di dollari per "il sostegno delle operazioni di controllo" della polizia anti-droga iraniana e che ciò ha prodotto "un aumento dei sequestri di droga e una migliore capacità di intercettare trafficanti". Come denunciato da numerose associazioni per i diritti umani questi aiuti hanno anche contribuito a un "aumento di condanne legate alla droga". Per il quinquennio 2012/17, gli aiuti dell'UNODC al Vietnam, altro paese che prevede la pena di morte per il traffico di sostanze illecite, superano i 5 milioni di dollari. Nel dicembre 2014, il Pakistan, altro paese che giustizia in ossequio alla guerra alla droga, ha revocato una moratoria delle esecuzioni capitali che durava da sei anni. Tra gli oltre 500 detenuti a rischio di esecuzione, almeno 112 sarebbero trafficanti di droga arrestati anche grazie al sostegno internazionale.

Negli ultimi tempi il Regno Unito, la Danimarca e l'Irlanda hanno ritirato i loro finanziamenti ai programmi dell'UNODC in Iran; la Francia, la Germania e la Norvegia non hanno fatto altrettanto e non escludono di contribuire a un nuovo fondo di finanziamento segreto dell'UNODC alla Polizia Anti Droga (PAD) iraniana. Una ricerca dell'associazione britannica Reprieve dimostra che la Francia negli ultimi anni ha fornito più di 1 milione di euro alla PAD, mentre la Germania ha contribuito a un progetto di 5 milioni di euro dell'UNODC per la formazione e le attrezzature della stessa polizia. Il Regno Unito ha cessato il finanziamento al Fondo anti-droga per l'Iran ma non a quello per il Pakistan. La strategia del governo britannico per l'abolizione della pena di morte ritiene il Pakistan un "paese prioritario" ma Londra ha contribuito con più di 12 milioni di sterline alle operazioni anti-droga in quel paese.

In aggiunta alle diffuse e sistematiche violazioni dei diritti umani causate dalla guerra alla droga, e ampiamente documentate dall'Alto Commissario ONU per i diritti umani, il proibizionismo continua a dare un contributo consistente alla pratica della pena di morte nel mondo.

Secondo il rapporto annuale della pena di morte pubblicato a luglio scorso da Nessuno Tocchi Caino, nel 2014 ben 414 esecuzioni in 4 Paesi sono da ascrivere al narcotraffico, almeno 41 in Arabia saudita, un numero sconosciuto in Cina, 371 in Iran e due a Singapore.

Al 30 settembre del 2015, almeno 615 persone sono state giustiziate per reati connessi alla droga in quattro Paesi: 55 in Arabia Saudita, un numero imprecisato in Cina, 14 in Indonesia e almeno 546 in Iran. Nel 2014 e nei primi mesi del 2015, condanne a morte per droga sono state inoltre pronunciate, ma non eseguite, in altri nove Stati: Egitto, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Malesia, Pakistan, Qatar, Sri Lanka, Thailandia e Vietnam. Secondo le statistiche fornite dal Ministero dell'Interno del Pakistan, il 70% delle condanne a morte comminate dai giudici di primo grado per traffico di droga viene poi annullato dai tribunali superiori. Nel marzo 2014, l'India ha sostituito la pena di morte obbligatoria per i recidivi per droga con una condanna a morte discrezionale.

Ogni anno le Nazioni Unite certificano che la produzione, il consumo e il commercio degli stupefacenti proibiti non accenna a diminuire, un'ulteriore riprova, se mai ce ne fosse stato bisogno, che la pena di morte non è un deterrente, neanche nella guerra alla droga.

Grazie a Sergio D'Elia segretario di Nessuno Tocchi Caino, per aver contribuito a questo post.

Marco Perduca

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