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mercoledì 2 settembre 2015

le associazioni Lgbt smentiscono la Cirinnà : " con noi mai concordata alcuna modifica "

La senatrice del Pd ha dichiarato che i cambiamenti sul testo delle unioni civili, che includono la rimozione di ogni riferimento al matrimonio, sono stati approvati congiuntamente. Ma la presidentessa di "Famiglie arcobaleno" nega e la Rete Lenford chiede le dimissioni.

Le dichiarazioni della senatrice del Pd Monica Cirinnà, sulle possibili modifiche al testo delle unioni civili, vanno a sbattere contro la secca smentita delle associazioni lgbt: non abbiamo concordato alcuna modifica. La senatrice Cirinnà, relatrice del ddl, a Radio Popolare aveva anticipato una ripulitura del testo: “via ogni riferimento al matrimonio”, assicurando che le modifiche erano state “discusse con le associazioni lgbt”. Ma la dichiarazione è stata smentita da alcune associazioni gay, come quella di Giuseppina La Delfa, presidente dell’associazione Famiglie Arcobaleno , che ha scritto sul suo profilo facebook: “Attenzione il tavolo lgbt non ha mai concordato nulla sulle unioni civili”. Posizione condivisa da Rete Lenford , avvocatura per il diritti lgbt, che della senatrice dem chiede le dimissioni: “Niente strumentalizzazioni, il tavolo associazioni lgbt non ha concordato nulla. Si prenda le sue responsabilità e dia dimissioni”.

Fra il Partito Democratico e il movimento lgbt l'idillio - se mai c'è stato - sembra finito. Il testo sulle unioni civili, al momento in commissione giustizia al Senato in attesa che vengano discussi tutti gli emendamenti, si ispira all’art 2 della Costituzione (che garantisce i diritti inviolabili dell'uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali) e non all’articolo 29 (che riconosce i diritti della famiglia). Le modifiche della discordia, che la senatrice definisce “formali”, andranno ad intaccare alcuni articoli del ddl: l’articolo 1 e l’articolo 3, nel quale ad esempio non sarebbero richiamati gli articoli del codice civile 146 (“allontanamento dalla residenza familiare”), 147 (“doveri verso i figli”) e 148 (“concorso negli oneri”).

Una contromossa che non piace a Aurelio Mancuso, presidente di Equality e membro della direzione nazionale del Pd: “Dall'impianto originario Cirinnà si passa alla proposta Fattorini, ovvero nessun aggancio con gli articoli del codice civile sul matrimonio”. Mentre Flavio Romani di Arcigay definisce pericolosa "la disponibilità dichiarata del Partito Democratico a rimettere mano al testo per andare incontro ai 'fastidi' di alcuni membri della maggioranza, di Pd e Ncd”. Per le associazioni lgbt “il tentativo è quello di affermare, senza dirlo, che queste non sono famiglie”.

Matteo Winkler, professore di diritto internazionale presso l’ Hec Paris , spiega a l’Espresso gli effetti che potrebbero avere queste modifiche: “Agire sull’articolo 147 vuol dire svuotare di senso la step-child adoption (cioè l’adozione di un bambino già riconosciuto come figlio di uno solo dei due ndr). Un modo per minimizzare la figura del genitore adottivo e renderlo diverso dalla figura biologica. Nonostante siano uniti in unione civile non potranno esercitare gli stessi diritti da genitori. Non richiamando questi articoli si crea una contraddizione perché si minimizza la figura genitoriale rispetto ai doveri verso i figli. Un principio di buona legislazione è creare situazioni tecniche e stabili per i membri e questi tentativi creano solo instabilità costituzionalmente illegittima anche rispetto alla Convenzione europea dei diritti umani”. 


Il ddl sembrerebbe essersi piegato alle richieste di Ncd, come quelle di Dorina Bianchini che alla festa dell’Unità, durante un dibattito sulle unioni civili, aveva affermato: “Vogliamo soltanto quella che è la richiesta della corte costituzionale di non equiparare il matrimonio con le unioni civili". Eppure la richiesta della corte costituzionale a cui fa riferimento Ncd per giustificare le modifiche “non vieta paragoni tra matrimonio e unioni civili” come spiega il professor Winkler. “Con la sentenza 138 del 2010 la Corte Costituzionale ha affermato che spetta al Parlamento legiferare sul tema, precisando però anche, con estrema chiarezza, che una normativa sul matrimonio o sulle unioni civili non sarebbe affatto incostituzionale. Con questo i giudici hanno poi rimandando al Parlamento l’onere di decidere sulla questione”. Un onere che stenta ad arrivare tra rimandi e continui passi indietro.

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