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lunedì 31 agosto 2015

unioni civili, marcia indietro del PD

"E' vero che si sta lavorando ad ipotesi di modifica", spiega a Radio Popolare la senatrice del Pd Monica Cirinnà, relatrice del testo già approvato in commissione Giustizia. "Il ddl unioni civili va completamente riscritto", tuonava Carlo Giovanardi, leader di Ap. Dopo vari annunci, il premier Renzi cede al passo indietro, pochi giorni dopo aver partecipato al Meeting di Cl: quasi il preludio di una sostanziale cementificazione dei rapporti con gli alleati moderati in chiave elettorale.

Era tutto pronto, definito e da approvare prima possibile. Lo annunciava a più riprese il premier Matteo Renzi, lo certificava il sottosegretario alle Riforme Ivan Scalfarotto: entro la fine del 2015 l’Italia avrebbe avuto la sua legge sulle Unioni Civili , senza alcun cambiamento al ddl già approvato in commissione Giustizia al Senato. E invece dopo mesi di rassicurazioni arriva il passo indietro del Pd: il ddl del sulle unioni civili sarà modificato. Il cambio di rotta è stato ufficializzato dalla stessa relatrice del testo, la senatrice del Pd Monica Cirinnà.”E’ vero che si sta lavorando ad ipotesi di modifica, ma non è detto che siano modifiche a ribasso. Accetterò qualche modifica all’art.1 e 3 che invece che citare gli articoli del codice civile” che fanno riferimento al matrimonio “avrà un elenco di diritti“, ha detto l’esponente dem a Radio Popolare. “Nessuna grande riforma si fa chiudendo la porta in faccia a qualcuno”, ha aggiunto la senatrice Pd.

Appena a luglio, Strasburgo ha condannato l’Italia per aver violato il diritto al rispetto della vita privata e familiare di tre coppie omosessuali e il governo si era affrettato ad assicurare: il ddl Cirinnà sarebbe diventato legge senza problemi e soprattutto senza modifiche. “Il provvedimento sulle unioni civili deve essere approvato entro la fine dell’anno“, era stato il diktat di Renzi ai suoi prima delle ferie estive. “Leggo di fantasiose ricostruzioni di stampa sul destino del ddl Cirinnà e vorrei precisare che non esiste nessuna novità in materia, né alcuna possibilità di procedere a significative variazioni del testo base“, spiegava netto, poche settimane, fa il sottosegretario alle Riforme Scalfarotto. Perfino Maria Elena Boschi rilasciava rassicuranti dichiarazioni pubbliche: “Vengo dall’esperienza delle giornate mondiali della Gioventù, sono cattolica, ma sulle unioni civili ho una posizione diversa rispetto a quella ufficiale della Chiesa”, diceva il ministro delle Riforme confessandosi con il settimanale Sette il 30 luglio. E invece niente da fare: quel disegno di legge sulle unioni civili sarà cambiato.

Fondamentale nel passo indietro del Pd è stata l’intervista rilasciata ad Avvenire da Cesare Mirabelli, ex presidente della Corte costituzionale. “Occorre uno sforzo di riscrittura per costruire una legge originale che sia conforme alla nostra Costituzione e che risponda ai due pilastri fissati dalla Corte: andare avanti senza correggere mette la legge davanti a un serio rischio di costituzionalità”, è l’avvertimento del presidente emerito, che indica il nodo fondamentale: “Evitare la omologazione al matrimonio”. Parole che sono suonate come musica per le orecchie del Nuovo centrodestra, il gruppo moderato alleato del Pd che vede il ddl Cirinnà come fumo negli occhi. “Il ddl unioni civili va completamente riscritto perché così com’è richiama con altro nome il matrimonio che l’articolo 29 della Costituzione prevede essere tra un uomo e una donna”, tuonava Carlo Giovanardi, capogruppo di Ncd in Commissione giustizia del Senato. Poche ore dopo ecco il passo indietro di Cirinnà, seppur tra mille preamboli.

“Credo che un’interpretazione basata solo su chiacchiere e romanzi sui giornali d’agosto non sia un’ informazione corretta da dare. Il luogo per le modifiche è la commissione Giustizia: rispetteremo i tempi dati da Renzi, il lavoro ormai è fatto, manca semplicemente questa piccola parte relativa ad una distinzione ulteriore con il matrimonio”, dice  la senatrice dem, vidimando praticamente le parole di Giovanardi. Dello stesso tenore le aperture del vicecapogruppo Pd al Senato Giorgio Tonini, “Il testo Cirinnà è il testo base ma abbiamo sempre detto che c’è piena disponibilità del Pd a lavorare per migliorare il testo e se serve, chiarire questa distinzione tra i diritti per gli omosessuali”.

Come dire che sul tema delle unioni civili il Pd intende inseguire gli alleati di governo. Una mossa che arriva a pochi giorni dalla partecipazione di Matteo Renzi al meeting di Comunione e liberazione a Rimini e che tradisce in modo netto l’avvicinamento del Pd alle posizioni del partito di Angelino Alfano. L’allineamento sul tema delle unioni civili, infatti, potrebbe essere preludio di una sostanziale cementificazione dei rapporti tra i due partiti in chiave elettorale.  Ma potrebbe in ogni caso non bastare. “Si parla tanto di mediazione sulle unioni civili ma come è possibile realizzarla senza rimuovere il macigno della rivoluzione antropologica costituito dall’utero in affitto. Occorre sanzionare l’utilizzatore e tutelare madre e figlio”, dice Maurizio Sacconi, presidente alfaniano della Commissione lavoro del Senato. La concessione di Renzi agli alleati moderati sulla riscrittura del ddl Cirinnà, per adesso ha come effetto immediato solo di irretire la minoranza democratica. “Il ddl Cirinnà sulle unioni civili rappresenta un buon testo di compromesso tra differenti sensibilità e culture. Non si vede ragioni per ricominciare tutto da capo”, scrive il senatore dem, Federico Fornaro. “Noi stiamo costruendo un istituto giuridico autonomo e distinto dal matrimonio”, precisa il senatore Sergio Lo Giudice sottolineando, che sui “contenuti dei diritti, come la reversibilità, ci siano pochi margini di mediazione”.


In pratica mentre il governo insegue gli alleati sulle unioni civili, dentro lo stesso Pd sono numerose le voci che non vedono di buon occhio le aperture su un tema che lo stesso Renzi definisce come fondamentale. E che infatti è già stato tradotto in legge in tutti o quasi i principali Paesi europei. E’ storica invece la sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti del 26 giugno scorso. “Nessuna unione è più profonda del matrimonio, per incarnare gli alti ideali di amore, fedeltà, devozione, sacrificio e famiglia. Loro chiedono uguale dignità agli occhi della legge. E la costituzione garantisce loro questo diritto”, scrive il giudice Anthony Kennedy nella sentenza che stabilisce il matrimonio gay come un diritto sancito dalla Costituzione. Lo stesso nodo che oggi divide le forze di maggioranza e che lascia l’Italia sempre più sola tra i Paesi occidentali che non hanno ancora una norma sulle unioni civili.

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