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lunedì 31 agosto 2015

unioni civili, coscienza collettiva e rischio di inferiorità per legge

La retorica utilizzata nel dibattito sulle unioni civili, che a partire dalla riapertura delle camere si promette rovente, è indicativa del clima culturale che si respira nel paese, rispetto alla vicenda in corso. L’anatema di Bagnasco, il silenzio di Renzi al meeting di CL, il famigerato articolo su Avvenire, il balletto delle smentite, le dichiarazioni di Cirinnà sull’eliminare i riferimenti al matrimonio e l’intervista di ieri del premier al Corriere forniscono un quadro indicativo, che non rende onore alle buone intenzioni da cui si era partiti. Dichiara la relatrice della legge: «tutti sanno che questo istituto giuridico non è il matrimonio». Una questione di forma, «la sostanza non cambia». Ma ne siamo così sicuri? Adesso, è comprensibile ogni strategia del caso per licenziare il testo, ma di fatto si immette nella coscienza collettiva un’idea pericolosa: quella della differenziazione giuridica. Una sorta di “sedile” separato per gli affetti di gay e lesbiche, che ci riporta col pensiero a quelle pratiche segregazioniste che tanto andavano in voga in Sud Africa e negli USA degli anni ’50. E non finisce qui.

unioni_civili_serie_b2Intervistato al Corriere, Renzi dichiara che le unioni civili si faranno e che tuttavia si avvieranno politiche per la famiglia, mettendo così in opposizione le due cose. La classe politica, in altre parole, sembra voler legiferare non per creare una cultura della parità giuridica, ma per segnare una distanza tra la norma e ciò che non rientra in essa. Non credo che sia questo lo spirito che ha animato il referendum irlandese e la decisione della Corte Suprema americana, che hanno fatto esultare migliaia di supporter del presidente del Consiglio.

Riguardo questi ultimi, è interessante vedere come tale retorica del separate but equal sia recepita e riutilizzata. Ciò è importante ai fini del consenso rispetto la legge stessa, soprattutto tra coloro che dovrebbero beneficiarne. La strategia argomentativa del gay di fede renziana si basa su tre assiomi: 1) portare a casa il risultato, 2) meglio una legge anche depotenziata che il nulla attuale, 3) solo Renzi ci può dare i diritti. Analizziamo al dettaglio questi tre postulati.

unioni_civili_serie_b4Sul primo: c’è risultato e risultato. E ancora: bisogna vedere come lo si ottiene. Assistiamo da mesi a percorsi ad ostacoli e mille distinguo, si alimentano tensioni e si disseziona una legge come un cadavere per capire cosa metterci e cosa togliere. Tutto ciò è già svilente di per sé. Poi va da sé, rispetto al nulla, anche una briciola è sicuramente qualcosa. Ma se io voglio costruire una nave e mi ritrovo con una zattera, non posso dire di aver raggiunto un risultato. Il termine esatto è fallimento.

Ancora: “poco è meglio di niente”. Affermazione tipica di chi non ha una prospettiva politica di ampio respiro basata sulla piena uguaglianza delle persone LGBT. Elemosina giuridica per cui, a chi ha fame di diritti, si danno almeno le briciole. È questo il concetto di dignità con cui dovrebbero essere trattate le persone, in nome della piena cittadinanza (art. 2 e 3 della Costituzione) a cui dicono di rifarsi i nostri governanti? Lascio a voi la risposta a questo interrogativo.

Terzo aspetto: o Renzi o niente. Premesso che sostenere che qualcuno possa concedere diritti è indicativo del ritardo culturale di chi si avventura in affermazioni simili – i diritti non si “danno”, si riconoscono – mi chiedo: ne unioni_civili_serie_b3siamo proprio sicuri? Il pronunciamento della Corte Costituzionale, le varie sentenze dei tribunali italiani e della Corte di Strasburgo si sono ottenuti proprio in opposizione all’attuale offerta politica che va dal nulla ai DiCo. Si è innescato un processo virtuoso a livello giudiziario che l’azione della politica potrebbe interrompere. La retorica dei gay renziani sembra più funzionale a questo quadro, forse per giustificare la loro permanenza dentro il partito nell’esclusivo interesse della dirigenza e, possibilmente, scalarne i vertici per qualche riconoscimento futuro.


Poi, nessuno lo mette in discussione: va benissimo una legge che dia gli stessi diritti del matrimonio, purché sia il primo passo per la piena equiparazione. Ma se arrivasse un ddl restrittivo e monco, quell’azione progressiva sarebbe compromessa. Nel frattempo, linguaggio e strategie retoriche utilizzate pongono “naturalmente” le persone LGBT in un rango di inferiorità, giuridica e sociale. È davvero questo che vogliamo, per la nostra dignità di esseri umani? Lascio a voi, di nuovo, l’onere di trovare una risposta.

Dario Accolla

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