BOTTONI [1]

giovedì 2 luglio 2015

il perché dello sciopero della fame di Ivan Scalfarotto

Ciao, mi chiamo Ivan Scalfarotto. Faccio parte del Pd, sono Sottosegretario alle Riforme. Oggi, dopo 652 giorni di silenzio, mi sono accorto che la legge contro l'omotransfobia è ferma al Senato. Una legge che, per altro, io stesso ho deliberatamente depotenziato, stralciando quella ottima realizzata con Sel e M5S e accordandomi con Forza Italia. Tutte (ma tutte davvero: Arcigay, Arcilesbica, Agedo, M.I.T., Certi Diritti, Famiglie Arcobaleno, Equality Italia, Mario Mieli, Rete Lenford, GayLib) le associazioni LGBT mi hanno criticato per questa mia scelta e io, anziché costruire ponti con loro, li ho completamente tagliati. Anzi, ho fatto di più: le ho messe sullo stesso piano delle associazioni catto-omofobe perché entrambe «vogliono la guerriglia permanente» e per di più quelle LGBT «vogliono lo sterminio dell'avversario». Persino Magistratura Democratica è arrivata a dire che la mia legge «è uno dei peggiori prodotti normativi degli ultimi 20 anni».

Non contento, il 28 Giugno 2014 mi sono recato a Londra per il Gay Pride, evitando di partecipare a quelli italiani. Quel giorno ho pubblicato su Twitter uno scatto di tre bandiere del Pd: «Italians in London». A chi mi obiettava «finalmente sono sbucate le bandiere del Pd a qualche Pride», ho risposto con l'acidità di uno yogurt andato a male: «Evidentemente sono sbucate dove erano benvenute». Eppure, a Roma il Pride era aperto da Ignazio Marino, sindaco del Pd. Forse mi sarei dovuto chiedere: «Se io per essere benvoluto devo andarmene a Londra, ci sarà un perché».

Ma è nel cambiar verso alla mia coerenza che ho dato il meglio di me. Quando il segretario del partito era quel dinosauro di Bersani, le unioni civili mi suscitavano vomito, disgusto, ribrezzo: «Ritengo che l’adozione di una regola “uguali ma separati” che introdurrebbe una differenza, sin dalla definizione di principi generalissimi quali quelli del nostro documento, tra il matrimonio per le coppie eterosessuali e un altro istituto per le coppie omosessuali sia inaccettabile sul piano democratico come lo era quello stesso principio, quando vigeva tra bianchi e neri, negli anni della segregazione razziale negli Stati Uniti d’America».

Poi è arrivato Renzi, mia fonte d'ispirazione, e tutto è cambiato: quando sento «civil partnership», che fa più figo rispetto al grigio «unioni civili», mi sale persino un'erezione. Mi piacciono così tanto queste civil partnership che, proprio mentre vi scrivo, sono entrato in sciopero della fame: le voglio a tutti i costi. Anzi, di più: mi incazzo pure con i cittadini che non si mobilitano per la loro approvazione: «Gli italiani che sono favorevoli a compiere questo passo in avanti sulla strada dell'uguaglianza dei diritti, cosa fanno? Non parlo dei gay, del gay pride. Parlo degli italiani perbene, eterosessuali, del mondo progressista. A nessuno sembra importare questa vergogna che relega l'Italia, nella mappa mondiale dei diritti, insieme ai paesi del patto di Varsavia».

Eppure, una spiegazione a questo "menefreghismo" ci sarebbe. Sì sì, e nel 2012 ero proprio io a darla, quando le unioni civili me lo facevano ammosciare: «Capisco il realismo politico e la necessità di un compromesso quando bisogna portare a casa una legge in parlamento, non se si deve lanciare un’iniziativa che faccia leva sul consenso della gente e che per definizione dev’essere sincera e “rivoluzionaria”. Se una raccolta di firme si deve lanciare, insomma, può essere solo per introdurre il matrimonio: che senso ha partire già con il freno a mano tirato?».
Perché io son fatto così: vi piscio in testa e poi vi dico che piove.

Pasquale Videtta

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