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mercoledì 27 maggio 2015

matrimonio gay in Irlanda : il tradizionalismo sconfigge la paura della gerarchia cattolica

Perché il cardinale Pietro Parolin ha pronunciato la frase "sono una sconfitta per l'umanità" rispetto ai matrimoni egualitari definitivamente riconosciuti in Irlanda (nel frattempo si è aggiunta anche la Groenlandia) da un referendum popolare? La paura è il sentimento evidente che alberga negli animi delle alte gerarchie cattoliche, che fanno difficoltà a coniugare le affermazioni ad effetto di Francesco "chi sono io per giudicare un gay", con la realtà dei fatti: il popolo di Dio segue una strada differente rispetto ai desiderata.

L'accoglienza delle persone, ribadita anche dal cardinale Angelo Bagnasco, è il refrain che cerca di "addolcire" una condanna senza appello rispetto agli amori omosessuali. Ciò che per i vescovi non è concepibile è come vi sia un dilagare di pacifica ribellione dottrinale in tutta Europa e in gran parte delle Americhe, rispetto alla morale sessuale e all'organizzazione familiare. Giovani e donne sono alla testa di questa non violenta rivoluzione che colpisce il cuore del dogmatismo cattolico, mette in discussione la stessa capacità di orientamento valoriale che con il papa polacco sembrava esser riuscito e, che invece con quello tedesco e, oggi, con quello argentino, sconta tutta la sua fragilità. Per intenderci il tema è semplicissimo: è cristianamente possibile accettare che anche le persone omosessuali abbiano sentimenti tali, un amore così profondo, da poter accedere a un riconoscimento giuridico pari di quello delle persone eterosessuali?

Per i cardinali, apparentemente, no, anzi questo minerebbe nel profondo le fondamenta della città ideale cattolica, quella composta solamente da famiglie sposate, possibilmente in chiesa, eterosessuali, con figli. Si tratta di una comprensibile aspirazione, certo un po' curiosa se sostenuta così pervicacemente da un'organizzazione unisessuale e astinente, ma che coccia, prima che con le famiglie omosessuali, con i sentimenti diffusi tra i credenti. La famiglia costrittiva, dove la donna era posta in posizione di minorità, relegata al compito di angelo del focolare, educatrice della prole e a pieno servizio per tutte le faccende di casa, non esiste quasi più, o meglio persiste in molti luoghi del mondo, ma non nelle democrazie mature.

Quel ritornare sulle conquiste delle donne, criticate da Bagnasco che non vuole che nelle scuole si insegnino il rispetto delle differenze di genere e la parità tra i sessi, consegna la gerarchia un ruolo da cui dovrebbe rifuggire: difendere la segregazione delle donne, rianimare la famiglia patriarcale. C'è però anche un'altra questione che fa "impazzire" Parolin e Bagnasco e attiene al fatto che il voto irlandese è indice di un diffuso sentimento tradizionalista, nel senso di un'adesione culturale alla preminenza dell'amore tra le persone, qualsiasi sia il loro orientamento sessuale. È un terreno scivolosissimo per il Vaticano, perché la sua opposizione è immediatamente equiparabile ad un'avversione nei confronti della solidarietà e auto sostegno, troppo simile all'odio che spargono i gruppi integralisti e reazionari, razzisti e omofobi. Il voto nella terra di San Patrizio ha scosso l'albero millenario della chiesa cattolica, ma ciò che cade non sono i frutti avvizziti di una storia ormai alla conclusione, ma dolci primizie, di cui le gerarchie dovrebbero nutrirsi per rinnovare la forza del messaggio evangelico.

Aurelio Mancuso

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