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domenica 16 novembre 2014

scuole pro-gay, sondaggio della Diocesi; un " preoccupante invito alla delazione "

A Milano la Chiesa chiede ai prof di religione di segnalare i progetti che insegnano a combattere l'omofobia. E scoppiano le polemiche. Proprio mentre Roma si prepara ad ospitare i dirigenti regionali del Miur per due giorni di formazione sull'insegnamento della sessualità. L'opinione del presidente dell'Associazione genitori, parenti e amici di omosessuali.

Una «vasta campagna tesa a delegittimare la differenza sessuale, affermando un'idea di libertà che abilita a scegliere indifferentemente il proprio genere e il proprio orientamento sessuale». È il nemico, testuale, contro cui si è mobilitata la Diocesi di Milano. Con un sondaggio destinato a tutti i docenti di religione. A cui era chiesto di dichiarare se il proprio istituto aveva in corso progetti "pro-gay" oppure no. «Una semplice raccolta d'informazioni», si è difesa la Diocesi quando la lettera di don Battista Rota è stata pubblicata da Repubblica .

«Un brutto invito alla delazione», ribatte Fiorenzo Gimelli, presidente dell'Associazione genitori, parenti e amici di omosessuali: «Doppiamente spiacevole perché i docenti di religione sono docenti come gli altri, pagati dallo Stato, e perché la minaccia dichiarata dalla lettera non esiste. Non esiste alcuna “ideologia del Gender”. Non esiste alcuna imposizione». E poi, scuote la testa: «Ancora a parlare di “scelte”. Quando la scienza ci ha detto e ripetuto una cosa: omosessuali si è. Non si diventa. Non si sceglie per sbaglio. Quando riusciremo tutti ad accettarlo?».

Gimelli, per l'associazione che presiede, partecipa al Forum dei genitori e delle famiglie che il ministero dell'Istruzione consulta per programmare le politiche scolastiche. Oltre a loro, ci sono enti che rappresentano le famiglie democratiche, quelle laiche, ma anche le reti dell'Opus Dei e dei movimenti cattolici. «Il dibattito è sempre acceso», racconta: «Ma l'importante è avere rispetto. Noi abbiamo profondo rispetto per la fede di ognuno. Molti dei nostri iscritti sono cattolici. Ma pretendiamo lo stesso rispetto».

Le barricate però sono alte. E le discussioni, le polemiche, fuori e dentro le classi sono aumentate da quando il ministro Elsa Fornero ha approvato, nel 2013, le “Linee guida della strategia LGBT”. Il documento non è che la trasposizione per l'Italia di un programma europeo per la lotta alle discriminazioni nei confronti di gay, lesbiche e trans nei luoghi di lavoro, nel mondo dell'informazione, fra le forze dell'ordine. E a scuola. Il progetto, che prevede corsi di formazioni e incentivi per applicare buoni esempi contro il bullismo, ha funzionato benissimo ovunque. Ma quando si è trattato di entrare nelle scuole, il caos .

Il sondaggio della Diocesi di Milano arriva infatti in un momento particolare. Dopo mesi di ritardi e discussioni, a fine mese, fra il 27 e il 29 novembre, si terrà finalmente la formazione prevista per tutti i dirigenti degli uffici scolastici regionali. Per due giorni i funzionari del Miur ascolteranno esperti e professori che racconteranno i migliori esempi di insegnamenti contro le discriminazioni, raccolti dalle associazione e dalla rete “ Ready ” del comune di Torino.

«È un piccolo passo, ma molto importante», commenta Gimelli: «Finalmente lo Stato si fa carico di questi temi. Che non possono essere lasciati alla buona volontà di una scuola, o di un preside, che inseriscono volontariamente nel piano dell'offerta formativa questi argomenti fra le attività extracurricolari». Anzi, continua: «È grave che non ci sia neanche una parola su questo tema in tutto il documento di riforma per la Buona Scuola», ricorda Gimelli: «Tutte le volte che abbiamo incontrato il ministro Stefania Giannini mi è sembrato molto sensibile al rispetto delle diversità. Ma questo si deve declinare in impegni concreti. A livello nazionale».

Il rischio altrimenti è che ogni scuola debba rispondere o reagire da sola alle pressioni dei movimenti cattolici o delle autorità ecclesiastiche sul tema. «L'attenzione della Chiesa all'educazione è alta, da sempre», spiega Gimelli: «Ma questo non toglie che l'istituzione pubblica debba riuscire a mantenere il passo. A seguire ciò che ci dice la scienza. E a garantire il fatto che le classi siano accoglienti per tutti. A prescindere dal loro orientamento sessuale».


Perché questo, ricorda il papà, è il vero problema: gli insegnamenti sulla sessualità non sono dettati da un'ideologia, come vorrebbero la Sentinelle in piedi. Ma dalla constatazione che in Italia i giovani sono molto disorientati in termini di educazione sessuale. Poco preparati. E questo ritardo porta a paure, fobie (come quella contro gli omosessuali) e comportamenti intolleranti. Che costringono molti adolescenti, ancora oggi, a vivere la propria omosessualità come un dramma anziché come un fatto naturale. «Il vero problema è che la Chiesa fatica ad affrontare il tema della sessualità in generale, a prescindere poi dall'orientamento», sostiene Gimmelli: «Dicono: “questi argomenti li affrontiamo noi in famiglia”. “Solo le famiglie possono decidere”. Ma il problema è che a quell'età, a 14 anni, un ragazzo non ascolta i genitori. Ascolta la scuola». Solo se la scuola gli parla però. Gli spiega. E non si lascia convincere a lasciar stare l'argomento. Preoccupata dalle tensioni. E dalle delazioni.

Francesca Sironi

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