BOTTONI [1]

mercoledì 5 novembre 2014

caso Brittnay Maynard, Angela Azzaro : " vi racconto la morte di mio padre per spiegare a monsignor de Paula cosa sia per me vivere e morire con dignità "

Mi guardò come se avessi detto una bestemmia. , replicò con preoccupazione e fastidio. Lei era una dottoressa, io stavo chiedendo se potevamo fare qualcosa per far morire mio padre senza sofferenze. Da una settimana era ricoverato nel reparto di rianimazione. Era intubato e sedato, credo si chiami coma farmacologico. Ma ogni volta che potevo entrare a vederlo, si lamentava, si muoveva, tentava di stracciarsi tutto di dosso con rabbia. I medici mi avevano detto che non c’era speranza, appena avrebbero levato la respirazione artificiale, avrebbe resistito poco. Perché allora tenerlo così? Perché non farci vivere a tutti quegli ultimi momenti come Cristo comanda? Questo volevo dire a quella dottoressa che forse temeva di avere problemi legali.

Subito dopo quel colloquio, la rabbia, la mia rabbia, spariva. Ritornava la speranza. Bastava però entrare nello stanzone della rianimazione sempre illuminato per pensare di essere tornate all’inferno. Mio padre se ne stava andando.

Un giorno di sole, era giugno, mi chiamano: erano riusciti a staccarlo dalle macchine e portarlo in reparto. Che gioia! Con mia madre andammo subito da lui. Mio padre era allegro. Ho poi scoperto che prima di morire, spesso accade. L’ultimo guizzo, gli ultimi sorrisi.

Le mie amiche, Franca e Francesca,mi prepararono una cena. Noi tre, per festeggiare. Mio padre e il mio compleanno che era stato il giorno prima. Ma quando stavamo per metterci a tavola, squillò il cellulare. Mi cercavano dall’ospedale. Mio padre era stato di nuovo portato in rianimazione.

Corsi. Non lo intubarono un’altra volta. Sarebbe stata una nuova tortura. Chiedeva di me. E anche se le regole lo impedivano, mi fecero entrare. Mio padre è morto così. Soffocato con il cuore che batteva ancora perché aveva un pacemaker.


Ho voluto raccontare questa storia, perché dietro i grandi casi come quello di Brittany ci sono le vite di milioni di persone. Costruire una cultura della dolce morte significa anche questo: rispettare le loro esistenze, le loro piccole, grandi storie, consentendo a tutti, anche nel più piccolo ospedale, di andare via con dignità.

Angela Azzaro

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