BOTTONI [1]

venerdì 17 ottobre 2014

non usiamo i problemi delle coppie di fatto per bloccare l'uguaglianza dei gay

Torno un'ultima volta su questa questione dopo l'intervista su Repubblica che è uscita quest'oggi. Come ho spiegato qui, la questione delle coppie di fatto (gay e etero) e quella del matrimonio per le coppie gay o lesbiche sono due questioni distinte e separate.

Una a che fare con una discriminazione basata su una caratteristica della persona: ci sono cittadini che, a causa di una loro specificità, sono considerati a diritti ridotti nel senso che non possono accedere a tutti gli istituti giuridici riservati agli altri. Valeva un tempo per i neri negli Stati Uniti o in Sudafrica, ha colpito gli ebrei in ogni momento della storia, oggi in Italia davanti alla legge una persona omosessuale non ha la stessa possibilità di perseguire il proprio progetto di vita di una persona eterosessuale. È una cosa molto seria, ed è per questo che la vicenda è al centro dell'agenda politica in tutto il mondo occidentale. Se ne sono dovuti occupare tutti i leader del mondo: Obama, che ha cambiato posizione tra il suo primo e il suo secondo mandato; Cameron, che ha combattuto una battaglia da destra sull'argomento; Hollande, che ci ha costruito un pezzo importante della sua campagna elettorale e dell'inizio della sua presidenza. Eliminare questa discriminazione è un passo storico, di per sé. Punto.

Poi c'è il tema dell'evoluzione della famiglia. Il cammino che, dal 1975 a oggi, ha fatto il modo di costituire una famiglia, di costruirla, anche di scioglierla. Ci sono temi fondamentali da affrontare, sull'argomento. Per esempio divorziare in un modo più rapido e più umano o quello di imporre il proprio cognome ai figli da parte delle madri. È un'altra questione, diversa, che afferisce allo snellimento e all'aggiornamento dell'istituto familiare e alla semplificazione della vita delle persone. Tutte cose sacrosante, che vanno fatte assolutamente.

Quello che però non è lecito fare, e infatti non accade da nessuna parte del mondo, è confondere le due cose. Oscurare una battaglia di civiltà con l'altra. Far dipendere la dignità dell'una dal conseguimento dell'altra. Come se a una causa fosse riconosciuta dignità solo a condizione che l'altra si realizzi. Come se alla minoranza potesse essere concesso un diritto solo a condizione che, insieme, si riconoscessero ulteriori diritti alla maggioranza. Come se la maggioranza non fosse pronta a sostenere 'gratis' la lotta per l'emancipazione della minoranza; la conferma definitiva della mancanza della consapevolezza che la lotta delle minoranze in un paese civile è la lotta di tutti. Come se la minoranza potesse ottenere l'uguaglianza solo in ticket con (e grazie a) un ulteriore benefit in favore di altri.

Per questo sono caduto dalla sedia quando ho visto che ieri Repubblica titolava "Arriva la legge sulle unioni civili, ma solo per i gay". Perché sembrava che la rimozione di una discriminazione fosse diventata la concessione di un privilegio. Perché invece di unire i propri lettori in una grande battaglia di civiltà comune, li separava tra coloro (pochi) che ottenevano irragionevolmente un diritto e coloro (molti di più) che ne restavano esclusi. Non una vittoria di tutti (vivere in un paese più inclusivo e civile attraverso la rimozione di una discriminazione), ma un lusso per pochi.

E invece le 'unioni civili' di cui parliamo sono comunque una discriminazione, questo dev'essere chiaro. Non sono un di più, sono la versione tiepida di quel matrimonio ugualitario che in Italia pensiamo tutti sia irraggiungibile, e che invece è realtà in mezzo mondo. Non sono una cosa nuova: sono il matrimonio che le persone etero hanno già da secoli e che in Italia i gay non avranno ancora per anni. Sono un risarcimento danni, non un lusso. Saranno praticamente identiche al matrimonio non per assicurare flessibilità, ma per negare in qualche modo l'uguaglianza. Sono un compromesso onorevole, non una vittoria. Una pezza su un buco, non un trofeo.

E sono solo per i gay e le lesbiche proprio perché essendo sostanzialmente identiche al matrimonio non si capisce per quale motivo dovrebbero essere utili a una coppia etero, che il matrimonio pieno ce l'ha già (e magari non lo vuole: strana la vita, eh?). È per questo che in Germania, patria delle unioni civili 'alla tedesca', come in ogni altro paese - PACS francesi esclusi, ma lì i gay hanno anche il matrimonio - le unioni civili sono solo per i gay e le lesbiche.


Diverso è dire che è incivile che a una coppia che ha vissuto insieme per vent'anni senza essere sposata sia impedito andare a trovarsi in ospedale, subentrare nel contratto di affitto o essere considerati il "parente più prossimo". Anche questa è civiltà, e anche questa battaglia andrà vinta. Ma non può, non deve essere o diventare una condizione senza la quale facciamo fatica ad affermare che tutte le persone devono essere uguali davanti alla legge, qualsiasi sia il loro orientamento sessuale.

Ivan Scalfarotto

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