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giovedì 28 agosto 2014

siamo tornati e mentre eravamo in vacanza ....

Siamo tornati e mentre eravamo in vacanza,

lo scorso 23 giugno abbiamo voluto così ricordare Mario Amato; il giudice Mario Amato. fu ucciso dai Nuclei Armati Rivoluzionari il 23 giugno del 1980. allora, era sostituto procuratore della Repubblica di Roma e conduceva un'inchiesta sull'eversione neofascista a Roma. 

Un uomo lasciato solo di fronte alla violenza del terrorismo di estrema destra; solo in seguito alla morte di Amato, alla Procura di Roma furono assegnate trecento macchine blindate, fu inoltre costituito un pool di magistrati il cui lavoro consentì di sgominare il terrorismo di destra a Roma.

A luglio, il giorno undici, a nove anni di distanza, abbiamo ricordato Paolo Seganti; barbaramente ucciso perché omosessuale. 

Accadeva la notte tra l'11 e il 12 luglio del 2005. Abbiamo voluto ricordare l'amore per la natura e il profondo senso civico di Paolo, che da sempre operava per gli altri. ci auguriamo tutti che quanto accadde oltre a rievocarne e conservarne la memoria [ perché l'ufficio della memoria serve ai vivi, non ai morti !], sia motivo e motore di cambiamento per un'alternativa di società; rivendicando principi, valori e diritti estesi a tutte le diversità. sia inoltre anche presupposto di coinvolgimento della collettività del quartiere, per una azione di volontariato ambientale in grado di interessare le scuole e i cittadini del territorio al fine di sensibilizzare le nuove generazioni all'importanza del verde nella sua funzione ecologico-ambientale, protettiva e sociale-ricreativa. 

L'assassino di Paolo oltre ad aver privato il papà Giuseppe di un amore che sa essere un figlio, ha privato tutti noi di una straordinaria risorsa. Perciò riprendiamo il vigoroso e speranzoso ottimismo dell’azione, della mobilitazione e dell’impegno. Fermarsi significherebbe veramente annullare il senso più autentico dell’esistenza di Paolo.

Il tre agosto, apprendiamo la notizia della tragica scomparsa di Francesco Uda, venuto a mancare a seguito di un tragico incidente mentre volava con il suo parapendio. 

L’amico "eterosolidale" Francesco Uda; l' "amico grande" di Peter Boom, attore, cantante, doppiatore, paroliere e scrittore, è stato un valido compagno, da sempre vicino alle lotte che hanno riguardato e riguardano la comunità glbtq. Dal 2011, anno in cui è scomparso Peter, ha raccolto e custodito intelligentemente la "preziosa" eredità dell'amico "pansessuale". per saperne di più, www.peterboom.it ma << ... chi conosceva Peter non ha bisogno che gli si racconti nulla... a chi non lo conosceva... peggio per lui ! >>. 


Luca Bagatin ha scritto << hanno vissuto comunque sino in fondo la loro avventura terrena, come due combattenti per le libertà >>. ed è vero; è l'esatta sintesi dell'esistenza di Peter e Francesco. Ovunque siano, mi piace pensarli insieme; abbracciati, " comportandosi male " e burlandosi di noi. un giorno li raggiungeremo e sarà ancora festa. Doriana Goracci lo ricorca promettendogli di non dimenticare mai la sua << sincerità e ostinazione >>, nonché il suo << desidero di giustizia e verità >>.

Per quasi tutta l’estate siamo stati vicini ai compagni e le compagne in occupazione presso il Teatro Valle di Roma; una occupazione come pratica collettiva per l’istituzione di uno spazio pubblico di parola; con la speranza che si trasformi in un processo costituente per attivare un altro modo di fare politica senza delegare, costruire un altro modo di lavorare creare produrre, affermare un’altra idea di diritto oltre la legalità, sviluppare nuove economie fuori dal profitto di pochi.

A ferragosto, così come da tredici anni, abbiamo portato il nostro saluto ad Anselmo Cadelli presso il Cimitero “Flaminio” di Prima Porta a Roma.


Anselmo,  eroe sfortunato della comunità gay. militante della "seconda generazione", una vera e propria fucina di idee, letterato e autore teatrale, sua la commedia "Solo i gay vanno in Paradiso". E’ stato presidente della più antica associazione culturale gay, nel 1978 occupò uno stabile nel quartiere popolare di Testaccio a Roma e diede vita all' "Ompo's ". 

Molteplici le sue iniziative insieme al suo amico sodale Massimo Consoli. autore e regista del film-documentario sul lager di Sachsenhausen.


Appena due giorni fa, è ricorso il decimo anniversario della morte di Enzo Baldoni; pubblicitario, giornalista, e volontario con la Croce Rossa. Vogliamo ricordarlo attraverso le parole di Fabio Ciccio Ferri, compagno e amico di Gaiamente Critical Forum Glbtq e collega di lavoro di Enzo.

Era il 30 agosto di dieci anni fa, quella che segue è una delle tante testimonianze della preziosa esistenza di Enzo.

E' morto Enzo Baldoni. L'ha ucciso Berlusconi. Enzo era buono come una balena. Come una balena, Enzo era grande, ed era stato grosso. Enzo era vulnerabile come una balena. E, come una balena, si è estinto. Anzitempo. Enzo non era un giornalista.  Non era un Reporter Free-lance, né l'inviato speciale di una testata prestigiosa. Enzo non aveva il culo coperto da nessuno. Enzo era uno come tanti di noi, che si era stufato di sentirsi raccontare balle sulla guerra umanitaria, dove però gli iracheni che crepano ogni giorno sotto il fuoco liberatore statunitense, o italiano, o inglese non hanno mai un volto, non hanno mai un nome, ma hanno sempre un marchio: terroristi, islamici o, al massimo, secondo una retorica neo-latina rispolverata di recente, "miliziani".

Enzo voleva vedere coi suoi occhi, pensare col suo cervello, parlare con la sua bocca. Per questo alla balena Baldoni la piscina dell'hotel Palestine appariva un mare troppo limitato. Sentiva di dover avventurarsi in mare aperto, oltre i dispacci dell'ADN Kronos o i briefing militari del Pentagono. Nuotare in mare aperto. In un mare di guai. Ma libero. Al contrario di Libero. Enzo non amava la morte: odiava la guerra. Enzo amava la vita, al punto di giocarci.

Ma sono certo che non si è mai sognato di mostrare mai a nessuno come muore un italiano. Enzo avrebbe di gran lunga preferito mostrare al mondo come un italiano possa amare, bere, mangiare, cazzeggiare, rendersi utile o scopare. Sì perchè Enzo, non scordiamolo, era per nostra fortuna, un gran cazzarone. E non aveva alle spalle né i servizi segreti, né un contratto di guardaspalle per qualche boss di impresa del made in Italy a caccia di new-business. E s'è visto. Per questo la sua vita, per l'establishment valeva poco e niente. Enzo non era una crocerossina (senza offesa per nessuno), ma se fosse servito per arrivare più vicino alla verità, o ad una famiglia irachena assediata dai tank USA, ci si sarebbe spacciato. E ci sarebbe riuscito.

Enzo non era un "pacifista col Kalashnikov". Il suo mitra era la penna. Sapeva suonare la tastiera del computer come pochi jazzisti sanno fare. Sapeva improvvisare. Enzo aveva nello scrivere il dono della leggerezza profonda, un'acciuga più che una balena. Conosceva l'arte del piazzare la parolaccia giusta nel punto giusto: i suoi vaffanculo, cazzo, merda, culo erano sempre opportuni, garbati, mai gratuiti. Sempre necessari. Note di colore che Enzo sapeva dispensare con garbo.

Un Copy - Art Director. Enzo sapeva che a Baghdad avrebbe rischiato la pelle. Ma sapeva che restando a Milano avrebbe rischiato le palle. Quelle palle a rischio esplosione a causa del pieno di retorica patriottarda subìto quotidianamente, fuori luogo in una guerra che ormai tutti hanno capito è stata fatta solo per il petrolio e per rimettere in moto i settori trainanti dell’economia Made in USA. E non necessariamente dei suoi sudditi. Enzo le sentiva prossime al botto ogni qual volta apriva il giornale, vedeva un Emilio Fede in tivù, o sentiva volare un Vespa di porta in porta dispensando disinformazione a domicilio.

Enzo probabilmente si vergognava dentro di sé di essere “un italiano”, cittadino di una Italia capace solo a fare da palo al vero ladro di Baghdad, J.W. Bush. Enzo è partito seguendo la vocina che lo chiamava a Baghdad, ma quella vocina altro non era che il nostro senso di colpa nel sentirci complici involontari di una rapina a mano armata colossale. Allora Enzo è partito volontario. Non mandato da nessuno se non dalla sua coscienza. E’ partito, non è stato inviato. Per questo Enzo era scomodo.

Le sue e-m@il erano una denuncia continua dell’orrore di questa guerra. Sporca. Come ogni guerra. Enzo, facilmente localizzabile, con computer e cellulare, da chi ha uomini e mezzi a disposizione in Iraq, era alla mercé dell’intelligence guidata dall’Echelon di turno. Enzo sicuramente si aspettava di più di crepare sotto il fuoco “amico” wasp cattolico/protestante americano, che sotto il fuoco “nemico” islamico/iracheno.

La bandiera della Croce Rossa l’aveva “fregata”, anzi l’aveva presa in prestito per questo. Enzo voleva farci passare oltre la bandiera protettiva di chi stringeva d’assedio da settimane uomini, donne e bambini, allo stremo delle forze in Najaf, e non voleva assolutamente testimoni oculari scomodi che potessero oggi, o domani, dire “Ho visto!”, “Ho fotografato!”, “Ho filmato”, “Ho registrato”, “Ho scritto”, “Ho parlato”: “J’accuse”.

Tranquilli. Enzo ora è morto. Ammazzato in un giorno in cui, per fatale coincidenza, “la polizia irachena” apriva il fuoco a colpi di mortaio sui fedeli accorsi a mille per proteggere la loro San Pietro dai missili deficienti di Bush. Missili ignoranti come un bovaro texano. Missili invidiosi dei 5.000 anni di storia e cultura altrui. E quanto può valere la vita di un ostaggio italiano nel giorno in cui decine e decine di vite irachene sono state spezzate da un governo fantoccio sedicente “Iracheno”, ma che solo il governo Italiano riconosce, mentre gli iracheni non sanno nemmeno di avere.

Enzo è morto e dobbiamo fare in modo che non venga ucciso due volte da chi ora vorrebbe usarlo per prolungare una missione militare incostituzionale e sporca di troppo sangue. Enzo è morto perché voleva con la sua presenza testimoniare che non tutti gli italiani sono complici dei massacratori. Ed è stato massacrato. Enzo è morto perchè faceva più comodo da morto che da vivo. Ogni sua e-mail anche la più leggera, anche la più scherzosa, era un atto d’accusa alla guerra di fronte all’umanità. Ogni sua corrispondenza, anche la più cazzarona, ti faceva aprire gli occhi sull’inumanità di questa guerra. Di tutte le guerre. Enzo è morto perché in questo fine luglio vacanziero non riusciva più ad andare a dormire tranquillo sapendo che troppi bambini iracheni crepavano ogni giorno carbonizzati, dopo essere morti di sete o di diarrea durante dieci anni di silenziosissimo embargo. Enzo è morto perché con le sue quattro o cinque corrispondenze quotidiane chiedeva a chi lo leggeva che questa guerra sporca finisse, e gli italiani, armati, tornassero a casa.

Ma Enzo parlava a persone “che non avevano cuore per sentire”. E che allo scadere dell’ultimatum non hanno saputo fare altro che riconfermare l’impegno del governo Italiano a fianco dell’esercito USA. Enzo è morto, perché, “il video era così ben girato”, perché “la sua camicia era così pulita”, perché “la sua barba era così ben fatta”…

Enzo è morto perché si è perso tempo, perché quando Governo e Crocerossa hanno cominciato e muoversi, il tempo ormai era già scaduto. E nessuno in Italia, tranne i suoi amici impotenti, aveva mosso un dito, né Frattini aveva ancora capito che Falluja non è in provincia di Rimini. Enzo scriveva, parlava, osservava, gridava. Ma Silvio non sentiva. Era troppo lontano da Falluja. Era troppo alto il volume del suo piano bar per sentire le parole di Enzo.

Enzo Baldoni, una balena buona, indifesa, ingenua, generosa, candida e paracula come l’occhio curioso di un bambino. Enzo l’incosciente e coscienzioso. Enzo Baldoni è morto, e non dobbiamo permettere che il suo nome venga usato come arma contro chi, come lui, si batte per la pace. Quella vera. Non quella eterna.

E’ morto il mio amico Enzo Baldoni.

Per questo io oggi dico : L’ha ucciso il mio nemico Silvio Berlusconi. 
                                                                                                                                                     [Fabio Ciccio Ferri]

Paolo Violi [Gajamente Critical Forum Glbtq]

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