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giovedì 24 ottobre 2013

Corte costituzionale francese : i sindaci non possono rifiutarsi di celebrare i matrimoni fra persone dello stesso sesso

Il Consiglio costituzionale francese con decisione del 18 ottobre 2013 ha dichiarato conformi a costituzione le disposizioni del codice civile riguardanti il matrimonio tra persone dello stesso sesso, nella parte in cui non prevedono alcuna possibilità per i sindaci o per i loro sostituti di ricorrere all’obiezione di coscienza e dunque rifiutarsi di celebrare tale matrimonio.

Quella dell’obiezione di coscienza da parte dei funzionari dello stato civile è una questione cha ha già avuto modo di porsi diverse volte in occasione dell’introduzione del matrimonio tra persone dello stesso sesso nei diversi ordinamenti giuridici europei. E ugualmente si è posta anche durante i dibattiti parlamentari degli scorsi mesi, che hanno infine portato all’approvazione della legge francese. Alcuni deputati dell’opposizione avevano infatti proposto di inserire nel testo, in maniera esplicita, la possibilità per i funzionari pubblici di rifiutarsi di celebrare il matrimonio. Nel caso in cui nessun altro funzionario del municipio si fosse reso disponibile a compiere tale atto, il Procuratore della Repubblica competente ne avrebbe dovuto designare uno d’ufficio. Mentre a Parigi si discutevano gli emendamenti dell’opposizione, a Strasburgo la Corte europea dei diritti dell’uomo dava un suo contributo “indiretto” al dibattito, certificando la conformità alla Convenzione della legge inglese che non prevede alcuna obiezione di coscienza relativamente alla celebrazione della civil partnership tra persone dello stesso sesso (Sentenza n. 51671/10, 15.1.2013). Pochi giorni dopo, l’Assemblea nazionale bocciava gli emendamenti dell’opposizione e il testo definitivo veniva approvato il 17 maggio 2013 (legge n. 2013-404) senza l’inclusione di alcun riferimento al diritto all’obiezione di coscienza.

L’occasione per trasferire il dibattito dalle aule parlamentari a quelle giudiziarie è sorta grazie alla circolare del Ministero dell’interno ai prefetti del 13 giugno 2013, riguardante le conseguenze di un rifiuto illegale di celebrare un matrimonio da parte di un ufficiale dello stato civile. La circolare è stata impugnata di fronte ai giudici amministrativi francesi e nel corso della procedura sette sindaci hanno sollevato una questione prioritaria di costituzionalità sul punto. Ritenendo tale questione ammissibile, il Consiglio di stato, con decisione n°369834 del 18 settembre 2013, ha rinviato il caso al Consiglio costituzionale.

Le argomentazioni avanzate dai sette sindaci per sostenere il loro diritto all’obiezione di coscienza vertevano sulla protezione della libertà d’opinione di cui all’articolo 10 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, nonché al 50esimo comma del Preambolo della Costituzione del 1946. In via subordinata, i ricorrenti denunciavano una violazione del principio del pluralismo delle idee e delle opinioni (articolo 4 della Costituzione) e del principio della libera amministrazione delle collettività territoriali (articolo 72 della Costituzione).

Argomentazioni disattese dal Consiglio costituzionale, che nella sua decisione, dopo aver ricapitolato le norme applicabili, spende appena due paragrafi per chiarire che “non permettendo agli ufficiali dello stato civile di invocare il loro disaccordo […] il legislatore ha inteso assicurare l’applicazione della legge relativa al matrimonio e garantire altresì il buon funzionamento e la neutralità del servizio pubblico dello stato civile”. Poiché né la libertà di coscienza “né alcun altro diritto o libertà che la Costituzione garantisce” sono stati violati dalle disposizioni in causa, il Consiglio costituzionale ha dunque integralmente rigettato l’istanza dei ricorrenti.

Fabio Chiovini

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