BOTTONI [1]

sabato 24 novembre 2012

Davide, ragazzo gay suicida a Roma, Aldo Busi : << voglio dare un nome e un volto a quel ragazzo >>



«Sento la sua solitudine, sento i suoi passi a distanza». E poi Aldo Busi si commuove. Il dolore e lo sgomento dell’intellettuale più irriverente d’Italia è forte e si condensa in poche parole sussurrate. Parole che vorrebbe urlare al mondo come ha sempre fatto, ma che in questa occasione risultano accorate e dolci, come farebbe un padre o una madre che piangono il proprio figlio, un maestro di vita che piange un discepolo prediletto.

Il suicidio di un ragazzino è una cosa terribile?
Penso che sia come tutte le grandi tragedie, una tragedia per niente. Lui per me è una specie di eroe. Lo è per come si vestiva, per lo smalto che metteva e sfoggiava in classe. Ed è anche una specie di guerriero. Tutta la sua caparbietà, tutti i suoi atteggiamenti e mascheramenti dimostrano che era un guerriero. Ma era da solo, non aveva nessuno che gli dicesse «bravo, continua a fare così». Nessuno ad incoraggiarlo. Era un ragazzino di soli quindici anni: ha fatto tantissimo, ma non ha tenuto conto che sarebbe stato isolato. Nessuno gli ha detto che sarebbe rimasto solo, ora dopo ora, per il resto della sua vita. Questa sciarpa poi è piena di riferimenti simbolici… Se avesse incontrato uno come me sarebbe diventato un divo del varietà, un grande trasformista, un grande intellettuale in grado di difendersi dalle ingiurie. Così invece, io sto male solo a pensarci. Io non so quali siano stati i rapporti con i suoi genitori. Ma penso che loro fossero delle persone intelligenti, altrimenti lui non avrebbe avuto la libertà di vestirsi in quel modo, con lo smalto sulle unghie. Penso che i genitori siano stati saggi.

Una storia sbagliata?
Mi viene in mente la frase di un traduttore di cui ero amico e che frequentavo alcuni anni fa. Aveva un figlio transgender. Pensa, aveva solo nove anni e già era un transgender. Un giorno si vestiva da uomo e un giorno da donna. E lui mi disse «Non ci vuole poi molto a essere dei bravi pedagoghi: invece di strappare i suoni che vuoi tu con il rischio di avere in risposta le urla sincopate di una persona in gabbia, resti in ascolto dell’umanità per come è ed è fatta ». Io mi commuovo solo a parlarne di questa cosa. Sono molto scosso.

C’era una tremenda solitudine dietro…
Io sento la sua solitudine. A distanza ne sento i passi, sento che cosa sta pensando dalla scuola intanto che arriva a casa. E la sciarpa che è un tessuto per scaldarsi e per proteggersi diventa il cappio della sua morte, perché tutto diventa morte. I piedi che gli servivano per correre, per camminare, per proiettarsi nel domani diventano inconsapevolmente i piedi per andare verso la sua bara.

Ci sono delle colpe o delle responsabilità, se si può parlare di colpe o di responsabilità?
Il ragazzino, per quello che leggo, aveva si dei tormentatori, ma aveva anche dei simpatizzanti, delle persone che lo difendevano, o comunque qualche amico. Io non credo minimamente che questa voglia di trasformismo abbia a che fare con una qualsivoglia tendenza sessuale. E anche se fosse, chissenefrega. Il fatto che si usi la parola gay come insulto già la dice lunga sul fatto che ancora qualcuno si offenda a morte (cioè con la propria morte) per essere definito come tale. Le etichette purtroppo esistono e occorrono anni per debellarle. Per evitare che qualcuno venga ferito da queste parole bisognerebbe intervenire. Occorrono leggi adeguate. Noi non abbiamo ancora una legge contro l’omofobia, contro l’istigazione all’odio razziale o religioso. Abbiamo un parlamento vecchio, fatto di persone vecchie. Loro si dovrebbero impiccare nella tromba delle scale, e invece si impiccano i ragazzini di 15 anni. Risulta che stesse ore davanti al computer e su facebook. Bisogna che qualcuno insegni loro ad usarli questi strumenti, perché altrimenti qualsiasi insulto viene incorporato ma non ha sfogo e diventa insopportabile. Qualsiasi insulto, per di più fatto in forme anonime, viene ricevuto come una ferita e riecheggia dieci volte più del suo effettivo peso.

Penso sia andata così?
Io vorrei vedere la sua foto, vorrei sapere come si chiamava. Stiamo parlando di un cittadino di quindici anni che sceglie la morte inevitabilmente per cause sociali. Dobbiamo sapere la sua identità e il nome, indagare nel suo contesto, nella sua aula, sui social network. Vorrebbe sapere di più, insomma? Ma perché voglio sapere il più possibile? Lo voglio sapere, anzi dobbiamo saperlo, non per essere morbosi o per una curiosità malsana ma per mettere un argine, affinché non accada più. Altrimenti perché si va avanti per anni con un processo per conoscere la motivazione di un omicidio o di un suicidio. L’indagine sul perché di un gesto estremo è sempre un’indagine psico- sociale delle motivazioni. Se noi capiamo la disumanità di quell’attimo, capiamo la disumanità costante di noi, apparentemente perbene.

Paolo Valentini

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