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venerdì 6 luglio 2012

Roma, capitale senza librerie: nel solo 2011 ne sono sparite quattro


Da Roma sparisce la cultura. Proliferano solo centri commerciali e megastore, chiude tutto ciò che crea socialità.   In allarme  il mercato dei libri: chiudono le librerie storiche, calano le vendite, a vantaggio di altre realtà commerciali non altrettanto formative

La cultura si sfalda giorno dopo giorno in Italia, a partire dal sistema della distribuzione: le librerie.  Quelle storiche, in particolare,  di fronte alla crisi incombente, chiudono i battenti.

Nel solo 2011 è successo qualcosa di molto grave per una capitale europea: hanno chiuso quattro tra le più importanti sedi culturali della città: la Libreria Croce di Corso Vittorio Emanuele II, la Libreria Bibli di via dei Fienaroli a Trastevere, la Libreria Gabi di piazza Tuscolo, la Libreria Micozzi di piazza Mazzini, e prima ancora la libreria Rinascita di via delle Botteghe Oscure. Ma molte altre sedi storiche di Roma si avviano alla chiusura entro la fine del 2012.

Al contrario,  proliferano le catene industriali, che si sono impossessate di grandi spazi, aprendo megastore simili a supermercati. La figura del librario, lì presente, è annullata, per un merchandising di massa spietato. Il libro si trasforma, diviene mero pretesto, per dare spazio a penne, tazze, cornici e persino cioccolata e lecca-lecca. Per compare un libro i romani non hanno alternativa: confusione, file, scarsa competenza e professionalità, tessere fidelizzanti, proposte culturali massificate.

Un discorso a parte merita la fine della Libreria Messaggerie  in via del Corso. Caterina Caselli, proprietaria della sede, ricevette una importante proposta economica dal Gruppo Mondadori di Marina Berlusconi. Visto che da anni la Caselli tentava di trasformare la sua attività integrandola con altri servizi, trasformazione che le era impedita dal vincolo dei Beni culturali sull’edificio (un vincolo che non permetteva nemmeno la cessione ad altre attività), concluse l’affare cedendo all’offerta. Così naque la Libreria Mondadori che però visse solo pochi mesi nel 2010: non appena il vincolo dei Beni Culturali fu rimosso, la Mondadori cedette l’immobile a una multinazionale della moda. Un altro tempio della cultura romana sacrificato all’altare di jeans e magliette.

La sorte del più grande salotto culturale romano, la Libreria Croce di Corso Vittorio Emanuele, è diversa. Ha chiuso i battenti il 30 novembre 2011. L’aveva fondata Remo Croce  nel 1945, portandola ai fasti degli anni ’70 e ’80, ospitando i più grandi intellettuali dell’epoca, fra cui Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Sandro Penna, Natalia Ginzburg, Elsa Morante.  La cedette a un gruppo di professionisti nel ’99 e nel 2005 fu acquistata da  Rodrigo Dias, altro storico libraio romano. Dopo il suo fallimento, una cordata di imprenditori ha tentato di far ripartire l’azienda, ma la burocrazia sta letteralmente spegnendo i buoni propositi di chi vorrebbe ancora in vita quella storica realtà.

Infatti, i locali, di proprietà della famiglia Cecchini, non sono a disposizione, ma controllati dai vecchi gestori i quali – pur non usandoli più da mesi –, ne conservano le chiavi d’accesso, impedendone l’uso e non pagando l’affitto. Il tutto è nelle mani di un giudice che dovrà emettere un’ordinanza di sgombero. Dopo otto mesi non se ne sa ancora nulla. Non si ha accesso ai locali nemmeno per arginare il deterioramento dello stabile, ormai preda di incuria e allagamenti dovuti a perdite delle condotte. Uno spettacolo desolante per chi è di passaggio, a pochi passi da piazza Navona e dal Senato della Repubblica.

Il problema è grave per il settore editoriale. Non c’è un luogo a Roma che organizzi uno spazio  serio per i  libri, non ci sono più luoghi aggregativi per presentarli adeguatamente. Gli unici disponibili sono i caffè letterari che offrono anche ottimi servizi, ma  spesso mettono a disposizione spazi ridotti, poco adatti all’affluenza di numerose persone sedute. L’Assessore Gasperini ha tentato il salvataggio di queste attività, ma in mancanza di fondi, ha dovuto cedere alla cruda realtà. E così gli operatori del settore, librai di consumata professionalità ed esperienza, si ritrovano disoccupati, senza prospettiva di reimpiego nel loro settore. Che la cultura in Italia sia di troppo?

Salvatore Asaro

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