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giovedì 19 luglio 2012

Paolo Borsellino, vent’anni fa


Macchine accartocciate, corpi dilaniati, volti smarriti e sangue. Sangue dappertutto. Era il 19 luglio del 1992 e una scena di guerra si era appena consumata in via D’Amelio, a Palermo, appena 55 giorni dopo la strage di Capaci, dove trovarono la morte Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta.

Sono passati venti anni da allora, da quando tutti i telegiornali trasmisero quelle immagini, entrate di prepotenza nella triste memoria storica di una repubblica condannata ad affondare le sue fondamenta nel sacrificio degli uomini onesti. E Paolo Borsellino era un uomo onesto, che aveva fatto del suo lavoro di magistrato un esempio di vita e di condotta morale. Venti anni dopo questa tragica storia avrebbe meritato un finale diverso, avrebbe meritato i nomi dei mandanti, dei collusi e degli uomini di Stato che seppero, coprirono e avallarono le richieste di Cosa Nostra. E che decisero di condannare a morte un uomo che, dopo la scomparsa del suo collega e amico fraterno Giovanni Falcone, aveva capito che il tritolo era arrivato anche per lui, che doveva fare in fretta, perché di tempo ce n’era veramente poco.

Chi lo conosceva bene ancora oggi descrive i suoi ultimi giorni di vita come una disperata corsa contro il tempo, alla ricerca dei mandanti della strage di Capaci e dei complessi intrecci tra mafia e politica. Forse in quei 55 giorni il giudice Borsellino aveva capito qualcosa, aveva intuito qualche particolare, aveva ricostruito nella sua agenda rossa (scomparsa dopo l’attentato) parte del puzzle con delle tessere mancanti e si era accorto che qualcuno a lui molto vicino lo aveva tradito, scendendo a patti con la mafia. E per questo sarebbe stato fatto fuori. Per questo la strategia stragista di Cosa Nostra avrebbe subito un’improvvisa accelerazione: Paolo Borsellino aveva scoperto la cosiddetta trattativa Stato – mafia, vi si era opposto e questo determinò la sua fine? Un atroce sospetto su cui sta indagando, da quattro anni, la procura di Palermo che ritiene le stragi (non solo di Capaci e via D’Amelio, ma anche gli attacchi del 1993 a Firenze, Roma e Milano, fino al mancato attentato allo stadio Olimpico del gennaio 1994) il biglietto da visita delle pressioni di Cosa Nostra nei confronti dello Stato affinché attenuasse le rigide misure cautelari disposte nei confronti dei boss. In questi venti anni troppe persone che all’epoca ricoprivano incarichi istituzionali sono state colpite da amnesie e vuoti di memoria, salvo qualche ricordo “improvviso” dopo le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino.

Il 18 ottobre prossimo, intanto, partirà la nuova stagione processuale: a Caltanissetta si aprirà la prima udienza del processo abbreviato a Fabio Tranchina, il pentito che insieme a Gaspare Spatuzza ha riscritto il copione delle responsabilità esecutive nella morte di Paolo Borsellino, una morte macchiata da depistaggi, omissioni, coperture, servizi segreti deviati e collusioni ad alti livelli che nel corso di questi anni ha trasformato sempre più la strage per mano mafiosa di via D’Amelio in strage di Stato. Sulle stragi di mafia «abbiamo finalmente varcato l’anticamera della verità – ha dichiarato ieri il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia – Pensavamo, però, di trovare una stanza illuminata, invece era buia. Qualcuno aveva sbarrato le finestre e qualcuno aveva fulminato le lampadine. Siamo da soli e con le candele». La speranza è che la luce di quelle candele basti da sola a illuminare le stanze della verità, tenute al buio da troppo tempo.

Valeria Nevadini

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