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venerdì 8 giugno 2012

l’addio a Carla Zappelli, madre di Valerio Verbano


Alla fine questa donna minuta eppure tenace, piccola eppure grandissima nella sua dignità, orfana del proprio figlio ma madre adottiva di tanti ragazzi, ai quali non si stancava di raccontare la storia del suo Valerio, non ce l’ha fatta e la sera del 5 giugno ha perso la sua battaglia con la vita all’età di 88 anni.


Chi la conosceva bene descrive i suoi ultimi mesi come carichi di sofferenza e appesantiti da una stanchezza che forse era più mentale che fisica, dopo anni di indagini poi archiviate, supposizioni mai verificate e sparizione di reperti che hanno reso la triste storia di suo figlio, Valerio Verbano, il militante di Autonomia operaia ucciso a 19 anni il 22 febbraio del 1980, simbolo di una verità negata.

In tanti ieri hanno voluto renderle omaggio nella palestra intitolata a suo figlio, nel cuore del Tufello. Anziani, giovani e giovanissimi, compagni di scuola di Valerio Verbano, militanti ed esponenti dei centri sociali che all’epoca non erano nati, semplici cittadini con un fiore rosso in mano e le lacrime agli occhi. Il cortile della palestra quasi non riusciva a contenere le centinaia di persone arrivate da tutta Italia per darle l’addio, mentre sulla cancellata esterna campeggiava un grande striscione con la foto di Carla e Valerio e la scritta “Nel vostro nome la lotta continua. Ciao Carla“. A mezzogiorno il ricordo di quanti in vita l’avevano conosciuta e con lei avevano condiviso il cammino, purtroppo senza esito, alla ricerca della verità sulla morte di Valerio. Poi la chiusura della camera ardente e il passaggio del feretro tra due ali di folla e centinaia di pugni alzati al cielo

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Al di là del colore politico, Carla Verbano era diventata l’emblema di tutte quelle madri che hanno perso tragicamente un figlio, senza avere né verità né giustizia. La sua storia, il suo modo di raccontare e raccontarsi, la sua fermezza nel chiedere che fosse fatta luce su quegli anni di piombo, dove scontri e manifestazioni di piazza erano all’ordine del giorno, e il mondo si divideva in due blocchi (“rossi” e “neri”), non lasciavano mai indifferente chi incontrava per la prima volta i suoi occhi. Era la sua caparbietà che conquistava, il suo essere mamma che commuoveva, il suo coraggio che suscitava ammirazione. Quasi sembrava impossibile che un corpo così delicato potesse racchiudere tanta sete di verità, tanta ostinazione per la giustizia.

Ci sarebbe piaciuto che la sua fine fosse davvero “folgorante“, così come lei stessa si augurava nel libro su Valerio scritto insieme al giornalista Alessandro Capponi. Ci sarebbe piaciuto che la sua tragica esistenza, spesa nel ricordo di un figlio 19enne assassinato, fosse sublimata dalla verità, quella vera, non quella fittizia costruita solo per sviare eventuali connivenze politiche. Purtroppo il sipario è calato impietoso su questa storia che, da qualunque angolazione la si guardi, lascia in bocca un’inesorabile amarezza. La stessa amarezza che si prova quando a morire è una persona cara, perché Carla aveva lasciato qualcosa di sé in ognuno di noi e insieme a lei, quel 5 giugno, se n’è andato anche un pezzo del nostro Paese, condannato a piangere i suoi morti senza giustizia.

Valeria Nevadini

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