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venerdì 11 maggio 2012

mille piccoli "coming out"


Marco è vegetariano. I suoi amici ormai lo sanno, e dopo qualche anno non fanno più le solite battute da “carnivori” (“Non sai che ti perdi!”, “E che ti mangi?” ) né tentato di convertirlo a un’alimentazione secondo loro più sana e “naturale”, prospettandogli morte certa, malattie, carenze, o peggio cali di proteine. Queste ultime sembrano diventate la parte più importante della nostra alimentazione, mangiarne “poche” – senza sapere qual è la quantità giusta e senza sapere quante ne contengano per esempio i legumi – sembra che ci possa procurare guai di cui non sappiamo indicare bene i contorni, ma sicuramente ci impediranno di mostrarci al mare, pena il ridicolo di un fisico gracile e senza muscoli.

Anna è atea.Ci ha pensato su e si è convinta che la religione nella sua vita non ha posto.
Parlare con lei può essere spiazzante, come quando afferma che la Bibbia contiene pezzi di ottima letteratura, ma che non ha a che fare con la nostra vita più dell’Iliade o del più antico poema religioso indiano noto come Mahabharata. Anche per lei dirlo è stato un problema: amici e amiche con poca ironia le dicevano: “Ma devi pur credere in qualcosa!”, come se l’unica cosa in cui è ragionevole credere sia una divinità, oppure “E dopo? Secondo te cosa c’è dopo?”. Per fortuna lo humour che mancava agli amici e ai parenti ce l’ha messo lei, e ora ha cambiato qualche amico – quelli sconvolti che le fissavano appuntamenti al buio con il consigliere spirituale. Ma ha tenuto gli altri, quelli che a loro agio con lei continuavano a invitarla a cena, visto che, a conti fatti, Anna é sempre Anna, o forse lo è ancora di più. Sui parenti, però, ci deve lavorare.

Questi secondo me sono due esempi di coming out…

Siamo abituati a definire “coming out” la rivelazione più o meno pubblica del proprio orientamento sessuale. Questo “venir fuori”, “uscire allo scoperto”, che è la traduzione di coming out, è stata e continuerà a essere la base di tutte le conquiste politiche e sociali di gay, lesbiche, bisex e trans del mondo. L’ultimo traguardo di questa lotta decennale non sarà, come tutti credono, matrimonio e adozione, ma che finalmente i giornalisti useranno il termine coming out piuttosto che outing, che ha tutto un altro significato! La traduzione migliore di “outing” infatti è “sputtanamento”, nel senso di rivelare un segreto circa qualcuno allo scopo evidente di metterlo in difficoltà. È una pratica controversa. Forse questo qualcuno è un ipocrita e osteggia i diritti civili dei gay, e ci sono attivisti lgbt che, prove alla mano, fanno outing di politici che sono omofobi in pubblico e omosessuali in privato; forse questo qualcuno è solo un avversario politico e in tal caso si tratta di un mezzo discutibile per colpire e screditare.

Fatto sta che il coming out non è un monopolio dei soli gay: tutti facciamo coming out, più volte, con persone diverse durante tutta la nostra vita. E per tutti noi è un momento di crescita, o per dirla con le parole di Bowen, un famoso psicologo americano, di differenziazione. È un termine difficile, pieno di sfumature, ma sostanzialmente vuol dire che ci assumiamo la responsabilità di essere noi stessi nei rapporti che viviamo. Di mostrarci un po’ di più per quello che siamo, per le nostre opinioni e i nostri desideri.

Ha a che fare con l’autenticità, ovvero con il nostro sforzo continuo di somigliare a chi abbiamo sognato di essere.

Differenziarsi ha inevitabilmente a che fare con il percepire noi stessi diversi: potremmo dire che iniziamo a differenziarci quando ci accorgiamo di essere differenti dagli altri e che gli altri, genitori, parenti, amici o colleghi, sono differenti da noi.

Allora il problema diventa: come faccio a essere me stesso assieme agli altri?
E per voi, qual è stato il vostro ultimo coming out?

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