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sabato 12 maggio 2012

Giorgiana Masi, 35 anni dopo si chiedono ancora giustizia e verità


A trentacinque anni dalla scomparsa di Giorgiana Masi, uccisa a 19 anni il 12 maggio del 1977 durante una manifestazione dei radicali, si attendono ancora verità e giustizia riguardo alla sua tragica fine. Dopo tutti questi anni infatti, non è ancora stato trovato alcun colpevole per la morte della ragazza, assassinata con un colpo di pistola durante gli scontri tra manifestanti e forze dell'ordine.


Sono passati 35 anni da quel maledetto 12 maggio 1977, quando a Roma, non lontano da Ponte Garibaldi, la 19enne Giorgiana Masi veniva uccisa con un colpo di pistola alla testa, in circostanze mai chiarite, nel corso degli scontri scatenatesi tra forze dell'ordine e manifestanti in un corteo dei radicali. A 35 anni da quel tragico giorno, la società civile attende ancora con pazienza di conoscere la verità sulla morte di Giorgiana Masi, non essendo ancora stato trovato nessun colpevole. Si tratta dell'ennesimo mistero in salsa italiana facente parte di un torbido passato, un passato che forse conviene ancora a troppe persone tenere avvolto nella nebbia. Questa mattina a Roma una cinquantina di persone ha deciso di partecipare a un sit-in davanti alla lapide che ricorda la giovane. Tra le bandiere di Rifondazione e Comunisti Italiani dei partecipantio si sono intravisti anche molti cartelli polemici come: "Giorgiana verità negata", e "Dopo 35 anni ancora nessun colpevole". Ai piedi della lapide spiccavano una corona di fiori dei Radicali e diversi mazzi lasciati da amici e compagni di Giorgiana.

Molti gli interventi toccanti e commossi per ricordare la morte della giovane militante tra i quali è spiccato quello del deputato radicale Rita Bernardini. Tutti hanno ribadito la richiesta di una commissione d'inchiesta parlamentare sulla morte della ragazza. Sollecitata anche la riapertura delle indagini penali dato che, come ha ricordato la stessa Bernardini, "in alcune interviste degli anni scorsi l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga parlava di agenti infiltrati e armati nei cortei dell'epoca, quando era ministro dell'Interno". Cosa successe quel 12 maggio 1977? Chi fu a premere il grilletto portando via la vita di una ragazza di 19 anni? E soprattutto lo fece deliberatamente per portare avanti la cosiddetta "strategia della tensione", oppure si trattò di una tragica fatalità insabbiata? Domande che resteranno irrisolte, avvolte da quella stessa nebbia che continua a impedire agli italiani di riappropriarsi del proprio recente passato, impedendo così di rielaborare quanto successo in quegli anni e di creare una memoria condivisa. 

Nella seconda metà degli anni Settanta infatti, in Italia si respirava un clima di violenza politica che stava quasi paralizzando il Nord Italia e si sarebbe poi spostato fino ad appesantire anche l'aria di Roma. Proprio nella Capitale infatti si verificarono tutta una serie di scontri tra opposte fazioni politiche di destra e sinistra, e di destra e sinistra contro le forze dell'ordine, un clima da tutti contro tutti che sarebbe culminato  nel 21 aprile 1977 con la sparatoria tra agenti di polizia e militanti di Autonomia Operaia che si concluse con l'uccisione di un agente e il ferimento di altri quattro.  Il giorno successivo proprio Cossiga annunciò in Parlamento di aver dato disposizione di vietare in tutto il Lazio fino al 31 maggio tutte le manifestazioni pubbliche.  Il Partito Radicale decise di sfidare il divieto e indisse un sit-in in piazza Navona per il 12 maggio per raccogliere firme sui referendum abrogativi e celebrare il terzo anniversario della vittoria nel referendum sul divorzio.

In quell'occasione però si radunarono anche i simpatizzanti di altre formazioni della sinistra extraparlamentare e ben presto la polizia mandò ben 5000 agenti in antisommossa e diverse centinaia di agenti in borghese per controllare la situazione. Nella giornata scoppiarono diversi incidenti e ci furono scontri con lancio di bombe incendiarie e persino scambi di arma da fuoco. Quasi tutti, con in prima fila Pannella, denunciarono nei giorni successivi la presenza tra i manifestanti di diversi agenti in borghese armati. Nel tardo pomeriggio di quel 12 maggio tra le 19,00 e le 20,00 due ragazze e un agente di polizia vennero raggiunti da alcuni proiettili esplosi da Ponte Garibaldi e da altre direzioni. Fu colpito per primo un carabiniere, ferito alla mano, e un'ora dopo sarebbe morta Giorgiana Masi, colpita nella vicina Piazza Belli. Come da copione le indagini partite per trovare i colpevoli si arenarono per sempre il 9 maggio del 1981 quando il giudice istruttore Claudio D'Angelo dichiarò l'impossibilità di procedere "poichè rimasti ignoti i responsabili del reato". Nel 1998 però le indagini vennero finalmente riaperte e affidate al Pm Giovanni Salvi della procura di Roma affinchè riesaminasse la pista che riguardava la pistola. 

In sostanza secondo l’ex presidente della commissione stragi, Giovanni Pellegrino, diversi elementi tra cui il discorso pronunciato sull’accaduto da Cossiga, "proverebbero come quel giorno ci possa essere stato un atto di strategia della tensione, un omicidio deliberato per far precipitare una sitruazione e determinare una soluzione involutiva dell'ordine democratico, quasi il tentativo di anticipare un risultato al quale per via completamente diversa si arrivò nel 1992-1993". Dulcis in fundo  in un'intervista al "Corriere della Sera" del 2007, poco prima di morire, proprio Cossiga ammise di essere una delle cinque persone che sarebbero a conoscenza del nome dell'assasuno di Giorgiana Masi. 

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