BOTTONI [1]

venerdì 28 ottobre 2011

mi ricordo Pasolini ...

Quando conobbi Pasolini non avevo ancora dodici anni e lui non ne aveva ancora trenta. Fu il mio insegnante di lettere alla scuola media inferiore. Dato il suo carattere più che un padre è stato per me un fratello maggiore. Semmai fu per colpa mia se all'inizio mi posi come figlio. Ma avevo una giustificazione obiettiva. La cattiva sorte volle che a dieci anni fui vittima della difterite. Fui in grave pericolo di morte. Me la cavai per il rotto della cuffia, ma per qualche anno dovetti sopportare alcune gravi conseguenze della malattia come la perdita dei riflessi e del senso del tatto. La più grave comunque fu la cecità: sulle pupille sorsero alcune macchiette bianche. E alla vigilia del programmato intervento chirurgico, miracolosamente, le macchie cominciarono pian piano a restringersi. Dopo circa un paio d'anni il mondo tornò dolcemente ad affacciarsi davanti a me.



La mia famiglia si trasferì a Ciampino, che allora era un piccolo panorama di casette e orticelli. Mi iscrissi alla prima media presso l'unico istituto esistente, la scuola privata "Francesco Petrarca", in via Pignatelli. C'erano solo tre classi. Pier Paolo insegnava alla terza mentre io frequentavo la prima. Lo vedevo solo durante la ricreazione in giardino. Era un ragazzo allegro, un ragazzino come noi. Si arrabbiava con i suoi scolari perché sbagliavano a calciare il pallone.

Quell'anno i professori furono costretti a bocciarmi perché durante tutto il periodo scolastico non sollevai mai il sedere dal banco. Mi rifiutavo di aprire bocca e di muovermi dal mio posto.

L'anno successivo rifeci la prima media e Pier Paolo passò dalla terza alla prima. Sarebbe stato il mio professore di Lettere per tutti e tre gli anni. Mia madre andò a parlare con lui. Gli raccontò della mia malattia e delle mie timidezze. Gli chiese aiuto. Il giovane professore le disse che mi conosceva bene, che mi vedeva sempre in disparte durante le ricreazioni. La conversazione, o meglio il monologo di mia madre, durò poco. Cominciò l'anno scolastico.

Sarebbe lungo adesso raccontare i tre anni. Quel che conta è che io, in terza media, ero il ragazzino più estroverso della classe. Del suo aiuto non me ne accorsi affatto: vedevo solo che Pier Paolo mi stimava profondamente, rideva con sincerità alle mie battute e apprezzava soprattutto i miei temi di fantasia, malgrado gli imperdonabili errori di grammatica.

Proprio durante quell'ultimo anno Pier Paolo, che per me, appunto, era diventato molto più di un padre, anche contro la sua volontà, cominciò a farsi sostituire in aula perché impegnato come letterato e sceneggiatore a Roma. Alla radio leggeva i suoi racconti, che io aspettavo con trepidazione. L'ultimo trimestre a sostituirlo venne in classe suo cugino Nico Naldini, anche lui poeta. Pier Paolo, insomma, diventava noto a tutti e io non me ne meravigliai: mi sembrava ovvio che uno come lui dovesse diventare patrimonio di tutti.

Finita però quella quotidiana frequentazione, per un bel po' di tempo vissi da orfano. Durante il liceo lo andavo puntualmente a trovare ogni quindici giorni in via Carini, dove viveva con la madre.

All'uscita di Ragazzi di vita e allo scandalo che ne seguì, ricevetti da Pier Paolo la prima, rivoluzionaria, indi- retta lezione: scoprii dai giornali e dalle chiacchiere, con uno sconcerto del cuore, che Pasolini era un omosessuale dalla personalità aggressiva, e un comunista a cui i comunisti avevano ucciso il fratello alla fine della guerra. Mia madre, cattolica e vagamente monarchica, per prima cosa bruciò le lettere e le cartoline di Pier Paolo che custodivo gelosamente in una vecchia scatola di legno lucido.

Durante il Liceo e l'Università, ogni due settimane, arrivavo a via Carini con le mie poesie e i miei racconti. Susanna, l'amatissima madre di Pier Paolo, ci preparava il tè. Entrambi restavamo in silenzio per lunghissimo tempo, seduti uno di fronte all'altro. Non leggeva le mie nuove cose davanti a me. Né commentava le vecchie. Mi consegnava con quel suo sorriso timidissimo i dattiloscritti dell'ultima volta, dove minutamente comparivano le sue note a penna. Poi mi accompagnava con la sua "Giulietta". Senza mai chiedergli niente se non il voto a fine pagina. Un voto ideale, naturalmente.

Non è errato dire che tutta l'opera di Pasolini è come marcata da una forte spinta didattica, cioè morale. E quindi nel ruolo di insegnante si trovava perfettamente a suo agio. Ha combattuto affinché noi scolari non ci vergognassimo della cultura dialettale e minoritaria dei nostri genitori. Proprio in quegli anni andava componendo la sua raccolta di poesie e canti popolari. Noi avevamo avuto il compito di fare ricerche in casa. Dovevamo farci dettare dal papà e dalla mamma le canzoni, i detti, le filastrocche, le ninne nanne dei loro paesi d'origine. La difficoltà era di trascrivere quei suoni assurdi. Lo facevamo con lui, in classe.

Ricordo che un mio vicino di banco, Battarelli, non avendo trovato niente in casa, si presentò in classe con la famosa strofetta Sopra un sasso c'era scritto: c'era scritto sopra un sasso.

Quando buttavamo giù i temi in lingua Pier Paolo ci segnava in rosso le sgrammaticature (di cui sempre ci spiegava l'origine dialettale) e in blu tutti i luoghi comuni che stavamo imparando parassitariamente dal conformismo della vita di tutti i giorni.

Insomma il professore voleva che acquisissimo una coscienza linguistica, per essere in grado di raccontare anche ciò che non si vede a occhio nudo. I linguaggi della parola, scritta e parlata, infatti, più che strumenti espressivi sono grimaldelli che servono a penetrare le verità nascoste.

Ogni settimana ognuno di noi scolari doveva pronunciare la parola che di più lo aveva impressionato, qualsiasi ne fosse la ragione e anche se non ne conoscevamo il significato. Me ne ricordo solo una, l'ho stampata nella testa fin da allora: onomatopea. Chi sa perché m'aveva tanto colpito.

Questo esercizio ci costringeva a fare attenzione al significato e alla proprietà dei termini usati. L'ultima ora della mattinata il professore ci leggeva o ci faceva leggere racconti e poesie. Imparavamo a memoria brani della Divina Commedia, versi di Petrarca e poi i giovani Penna, Caproni, Bertolucci, Ungaretti.Ci spiegava cos'era il "Dolce stil novo", ci diceva che per quanto Dante fosse un genio non andava ancora in bicicletta e, contemporaneamente, ci faceva sentire come suonava la lingua italiana nella voce dei grandi poeti contemporanei.

Era un giovane magro, troppo per la sua giaccona a quadri ruggine, lisa all'imbocco delle maniche. Gli occhi che guardavano la classe non erano gli stessi che guardavano il singolo alunno: i primi erano severi, solenni, quasi doloranti; i secondi sorridevano sempre, come davanti a una cosa bella. Insegnava così. Ho avuto due padri: uno vero, di sangue, e l'altro che ho incontrato a dodici anni. Sono entrambi morti in circostanze tragiche. Il primo investito da un autobus, a Porta Furba, qui a Roma, mentre attraversava la strada. Aveva sessantasette anni. E l'altro assassinato, quattro anni dopo. Aveva cinquantatré anni. Due vittime di una città, la mia città, che nel giro di un decennio ho visto trasformarsi in un mostro.

I primi anni della scuola superiore per me furono disastrosi. Scomparso Pier Paolo da dietro la cattedra, ripiombai nello smarrimento e nell'insicurezza infantili. L'impatto con gli insegnanti statali, così poco curiosi dei loro alunni, così ligi ai programmi ministeriali e a una visione burocratica della cultura, ma soprattutto indifferenti alla mia timidezza, mi spinse a chiudermi in me stesso. Non volevo più studiare. Mi trovai a un bivio molto importante della mia vita: inseguire in qualche modo Pier Paolo, anche mentalmente, e tentare l'avventura di una vita senza codici e senza certezze, oppure ripiegarmi e accettare un destino già scritto, discreto ma del tutto privo di fantasia.

Le prime poesie le avevo scritte a dodici anni. Se avessi intrapreso la carriera militare o fossi entrato a lavorare all'aeroporto di Ciampino o all'Italcable, avrei continuato a scrivere?

Decisi di "inseguire" Pier Paolo. Mi presi tutti i rischi. Continuavo a frequentare, con fatica e angoscia, le scuole superiori e intanto scrivevo poesiole, lettere, cartoline e telefonavo spesso al professore. Pier Paolo ogni tanto mi dava appuntamento a casa sua. Io ormai avevo fatto la mia scelta, quella di seguire la stella Pasolini ovunque fosse andata a sbattere. Lo vedevo saltuariamente e ci legavano silenzi lunghi e imbarazzati, frutto di quel sentimento che Pier Paolo chiamava pudore affettivo. Così, puntualmente, ogni mese, il mio maestro si ritrovava davanti, lì a casa sua e di Susanna, lo stesso Vincenzo di sempre, scolaro diventato ormai ragazzo, timido e sorridente, scandalizzato da tanto scandalo.

Pier Paolo soffriva di ulcera al duodeno, che puntualmente, durante le lunghe giornate nel buio della sala montaggio dei film accanto a Nino Baragli, si acutizzava disegnandogli sulle guance due pieghe verticali, caratteristiche degli ulcerosi.

Nel 1966 Pier Paolo ebbe un'emorragia interna e vomitò molto sangue. Era a tavola, da "Giggetto al Portico", in un ristorante del ghetto. Fu un grande spavento. Rimase a letto per quasi un mese: fleboclisi e crème caramel (che non toccò più nella sua vita tanto gli usciva dalle orecchie). Non ho mai pensato che si trattasse di una pura coincidenza (come probabilmente era) che io mi scoprii una brutta ulcera duodenale, per la quale fui riformato dal servizio militare. Non solo, mentre Pier Paolo non ebbe bisogno di un intervento chirurgico, per me furono necessarie due operazioni d'urgenza, a distanza di tempo.

Pier Paolo mi fece conoscere la poesia da bambino, il romanzo, il cinema e il teatro da ragazzo. È per questo che oggi posso muovermi con una certa disinvoltura all'interno di ognuno di questi linguaggi. Con il film Uccellacci e uccellini, dove ho fatto, insieme con Sergio Citti, l'aiuto regista, è cominciata con lui un'intesa creativa per la quale fui chiamato a lavorare ancora negli altri film con Totò e soprattutto nella stesura della prima versione della sceneggiatura di Teorema. Questo film segna il mio primo contatto con il cinema scritto, anche se in quell'occasione mi limitavo a trascrivere i nastri del suo racconto orale e a proporre appunti e dubbi sulla chiarezza del racconto.

L'incontro con il Principe De Curtis fu molto importante perché ho potuto assistere, dal vivo, al miracolo di una creatività fino ad allora a me sconosciuta: quella del grande attore comico. Studiavo Totò con avidità, e potevo vederlo al meglio anche perché Pier Paolo gli forzava un po' la mano chiedendogli di non accomodarsi pigramente nel suo noto repertorio mimico e gestuale. Ricordo che Totò era diffidente all'inizio. Di Pier Paolo sapeva solo che era un regista molto amato dalla critica. Non si fidava del senso comico di un regista intellettuale. E non aveva torto perché a Pier Paolo mancava totalmente il senso della comicità. Quel poco di comico che compare nei film di Pasolini lo si deve a Sergio Citti, che sa, quando è in animo, far ridere. Ma Pasolini non volle Totò per far ridere. Lo scelse per la sua poetica, metafisica leggerezza. I grandissimi comici si riconoscono proprio dall'inconsistenza sociologica, dal loro inebriante giocare con il nulla.

Fu in questo periodo che incominciai a prendere una certa sicurezza in me. I fantasmi presero a sbiadire nella seconda metà degli anni Sessanta. Il mio rapporto con Pier Paolo, insomma, si faceva adulto. Parlavamo di più, con più scioltezza.

Un giorno lasciai sulla sua scrivania, nello studio di via Eufrate, la raccolta dei miei "studi" sulla piccola borghesia. E già il giorno dopo mi chiama. Ci vediamo subito e mi dice: "Lascia perdere gli altri racconti, stacca Un borghese piccolo piccolo e lavora solo su quello!"

Purtroppo quando morì, sulla scrivania di Pier Paolo c'erano le bozze firmate Garzanti del mio primo romanzo. Voleva scrivere lui la quarta di copertina. Non fece in tempo.

All'alba della mattina del 2 novembre del 1975, giorno del mio compleanno, Graziella mi telefona a casa quasi in lacrime dicendomi che Pier Paolo, quella notte, non è rientrato: era la prima volta che capitava. Telefonai subito a mio cognato, che era capitano dei Carabinieri e gli chiesi di informarsi se nella notte a Roma era successo qualcosa di tragico. Mi richiamò dopo pochi minuti e mi dette la brutta notizia, ancor prima che fosse ufficiale, perché non era certo al cento per cento che quel cadavere fosse di Pasolini.

Durante i primi anni che seguirono la morte di Pier Paolo assistetti allo scempio consumato contro la sua memoria: bugie, sorde vendette, volgari strumentalizzazioni, libri strenna, biografie affrettate, sordide speculazioni, sciacallaggi d'ogni genere. Si fecero in disparte, lontani dalla fiera, e non aprirono bocca solo coloro che l'avevano amato di più: Attilio Bertolucci, Elsa Morante e Giorgio Caproni. Perfino Moravia non riuscì a trattenere il suo narcisismo.

Potrei passare ore e ore a raccontare il tempo passato accanto a Pier Paolo, in giro per Roma, sui set dei film, nelle case di Roma, di Chia e di Sabaudia...

Nella mia marginale presenza nella biografia ufficiale di Pasolini pochi sono invece i fatti narrabili. Ci sono tantissime, invisibili vicende che sarebbe bene lasciar vivere nei ricordi più intimi e personali.

Vincenzo Cerami

Come per moltissime persone, anche per me il 2 novembre è il giorno del ricordo, il giorno in cui tornano alla mente tutti coloro che ci hanno lasciato e i cui passi su questa terra non potremo più seguire. Sono le persone che abbiamo amato, a cui siamo stati legati da sentimenti incancellabili, o che ci hanno trasmesso amore, valori e conoscenza. E che continuiamo a rivedere con l'«occhio interiore» quando ripensiamo a ciò che ci hanno lasciato, cioè al patrimonio prezioso di affetti, di esempi, di insegnamenti.


Ora, con alcuni amici, sono qui, attraverso queste pagine che sono anche testimonianza di un ricordo che continua nel tempo – e che con il tempo pare addirittura renderne più viva e vitale la figura – a continuare a pensare, anche a rimpiangere, Pier Paolo Pasolini. Uno di noi, ma soprattutto un uomo che con grande generosità, spesso con sacrificio e sofferenza, ci ha lasciato una profondità di pensiero, rivelata in tutte le sue opere, che per molti di noi rappresenta una irrinunciabile lezione di vita, che consiste anche e soprattutto nella considerazione nei confronti dell'«altro», del «diverso», dell'emarginato. Vale a dire, per le persone o le comunità che lottano per non essere cancellate, per sopravvivere, per affermare i propri diritti, la propria contrarietà ai soprusi, alle violenze, alle prevaricazioni.

Penso che trentacinque anni siano più che sufficienti per rendere incontestabile la grandezza di Pasolini come poeta, saggista, narratore, regista, autore teatrale e cinematografico, studioso di arte allo stesso modo che dell'animo umano. Il fatto che il suo messaggio sia così attuale da richiamare un'attenzione continua sulle sue opere (e in qualche caso di riaccendere perfino polemiche o tentazioni censorie), è dimostrato dalla miriade di iniziative che si tengono continuamente, in Italia e all'estero, sulla sua personalità e sulle sue opere. Manifestazioni delle quali ho fin qui tentato di dare il più ampio e puntuale resoconto. Il suo nome suscita sempre interesse e, unendo competenze politiche e culturali, ha fatto di Pasolini un osservatore attentissimo delle trasformazioni sociali, con giudizi che spesso stupiscono per la radicalità e dai quali non si può tuttora prescindere. E che aiutano anche ad analizzare e a comprendere le origini dell'attuale situazione di degrado politico, civile, ambientale che si registra nel nostro Paese.

Angela Molteni

Pasolini era un’anima bella. Conosceva razionalità e passione, impegno e saggezza. Conosceva l’intelligenza, il sesso, l’amore. Conosceva Ninetto Davoli e Moravia, i giovani della Fgci e quelli della stazione Termini, Maria Callas e Totò. Ha fatto film e romanzi, articoli e poesie.

È difficile districare il Pasolini regista dal narratore, dal poeta, dall’opinionista. Mi mancano oggi nella stessa misura i suoi film, i suoi romanzi, i suoi articoli, le sue poesie. Mi manca soprattutto la sua opinione su ciò che è avvenuto dopo la sua morte, in questi vent’anni. Pasolini e l’Aids;

Pasolini e le lettere di Moro; Pasolini e Berlusconi; Pasolini e Internet. Mi manca quella lucidità che aveva nel decifrare il presente, quella lucidità che fu spesso scambiata – sbagliando – per chiaroveggenza. Che lo portava a scrivere ciò che al momento spesso non riuscivo a condividere ma che avrei condiviso magari sei mesi o due anni dopo: Pasolini e le lucciole, Pasolini e l’aborto, Pasolini in un dibattito a Villa Borghese, qualche mese prima della sua morte, e io che sentivo la sua voce – la sua voce immensa – ma non riuscivo a vederlo in faccia perché davanti a me, seduto per terra, c’era uno con un enorme cappello che me lo nascondeva.


Ma non si deve parlare di Pasolini solo in termini di assenza perché Pasolini è caparbiamente presente nella società di oggi, malgrado ogni esorcismo ed ogni censura.[...]Ed è presente nel suo cinema intenso e disadorno, come nella sua letteratura bella e discontinua che rimarrà comunque una sponda non marginale della letteratura del Novecento. [...]

Francesco De Gregori

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