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venerdì 23 settembre 2011

Aurelio Mancuso : “vi spiego perché l’outing fa bene”


Questa vicenda dell’outing, com’era prevedibile, ha scatenato tantissimi commenti, alcuni, sia pro che contro, accorti e ragionati, altri come spesso accade faciloni e strillati. Da molti anni in diversi paesi europei la pratica dell’outing ha smascherato tanti politici, uomini di culto, personaggi noti, che avevano costruito un pezzo della loro carriera martellando l’opinione pubblica con gli insulti contro le persone lgbt, contro il riconoscimento della loro presenza sociale, iniettando sentimenti d’odio che hanno alimentato violenze, discriminazioni. Allo stesso tempo a questi personaggi hanno risposto con dure prese di posizioni molti partiti, che hanno approvato leggi, e se la sono dovuta vedere con una solidarietà, nei confronti dei gay, maggioritaria tra le popolazioni.

In Italia cosa accade? Gli omofobi continuano ad agire indisturbati, quando avviene qualche aggressione si ripetono i sermoni untuosi della solidarietà di facciata, a livello legislativo il Parlamento nemmeno inizia a discutere, affidandosi ai voti contrari di costituzionalità. Questo outing per opera di un gruppo anonimo di corsari informatici semmai arriva in ritardo, perché in Italia si sa, ci vuole più tempo, quei venti trent’anni di umiliazioni necessari a far sbottare almeno qualche isolato. Bisogna ricordare che per esempio, Franco Grillini, che da oltre 15 anni ogni tanto ripete di sapere che in Parlamento siedono una sessantina di gay nascosti, non ha mai fatto un nome, utilizzando forse questo refrain per un suo puro divertimento, mai come concreto strumento politico in difesa delle persone lgbt; così come è sufficiente recuperare, se ve ne sono, filmati dei discorsi pronunciati da diversi leader del movimento omosessuale, oggi contrari all’outing, per scoprire che per esempio dai palchi dei Pride, Imma Battaglia e tanti altri, di outing ne hanno urlati, e nulla è mai accaduto. Forse la stampa era distratta? Pure il Garante della privacy?

Lo scalpore attuale è legato a due fattori: in questo periodo d’intercettazioni, di anti politica spicciola e deviante, di gara a sputtanare il premier e pochi altri, la pubblicazione di nomi di gay politici omofobi è un bocconcino goloso. L’altra ragione è che a fronte di un oggettivo profondo indebolimento del ruolo politico del movimento italiano, dovuto sicuramente anche alle risposte negative provenienti dalle istituzioni, questo outing è percepito come un atto liberatorio. Tra la comunità gay l’outing, come rilevano tutti i sondaggi di questi giorni, è largamente sostenuto mentre è diverso l’atteggiamento delle associazioni, quasi tutte contrarie, con alcune eccezioni. Si è persino equiparata quest’azione corsara con la macchina del fango, che a me sembra una contraddizione teorica da far tremare i polsi: come fanno i leader del movimento a parlare di macchina del fango rispetto alla rivelazione di omosessualità o altre sessualità dei politici? Si vuole dire che essere gay, bisessuale, pansessuale, e così via, è un fatto negativo?

Sarebbe utile una verifica sui valori: se qualche leader del movimento pensa che dire di una persona che è gay significa infangarla, sarebbe coerente un cambio di attività. C’è poi un tema che non può essere rimosso e riguarda il diritto di privacy. Mentre negli ultimi due anni siamo stati inondati sui media di trascrizioni di interrogatori, di intercettazioni telefoniche sulle abitudini sessuali del presidente del Consiglio, che hanno messo alla gogna centinaia di ragazze, con tanto di nomi e cognomi, epiteti di tutti i tipi, ora si invoca la privacy per i politici omosessuali o altro, che pubblicamente difendono la famiglia tradizionale, sputano odio sulle persone lgbt, agiscono concretamente affinché si continui a rimanere fantasmi sociali. Si dirà che le intercettazioni riguardano inchieste giudiziarie, sapendo di mentire, perché il 90 per cento delle telefonate raccontate con tanto di attori, le pubbliche liste di proscrizione delle ragazze partecipanti ai festini e così via, non ha alcuna rilevanza penale, in altre parole sono funzionali solo a smontare il nemico. Vorremmo che Berlusconi si dimettesse per aver portato il nostro Paese sul ciglio del baratro sociale ed economico. Per questo ci chiediamo perché la sua privacy è fatta a pezzi come quella di pochi altri mentre quella degli omofobi dovrebbe rimanere inviolata. Una ragione culturale c’è. L’omosessualità rimane in Italia un lato oscuro che non può avere un nome, che è di per se il male assoluto, che persino il fascismo ha ignorato per non dare adito che nel nostro Paese fosse presente “la malattia inglese”.

Siamo il popolo machista per eccellenza, erede del potente impero romano (governato da schiere di omosessuali e bisessuali) custodi della Tradizione cattolica (immersa nell’unisessualità, quindi, nell’omosessualità) e via bischerando. È difficile far emergere il proprio cervello sopra il pelo del mare delle stupidaggini che ci affogano da secoli: oscilliamo sempre tra ragionamento e senso comune, con il risultato dell’inazione. Essere gay è male, quindi, guai a chi lo dice dell’altro, interpretando quest’operazione di outing italiana come cattiva, rovina famiglie, addirittura ricattatoria. Speriamo invece che chi sarà chiamato in causa possa avere una reazione ben differente: dall’alzare le spalle al farsi una risata, fino persino a dichiarare che non c’è nulla di strano a farsi definire gay o altro. Come omofobi recupererebbero una simpatia finora impossibile da riconoscere, perché proprio come personaggi che hanno contribuito alla grama vita di milioni di persone, svaluterebbero immediatamente il clamore, per lasciare il posto alla normalità, in barba a tutti i moralisti, di movimento, di destra e di sinistra, che chissà perché hanno ancora paura. Solo la cultura ci verrà in soccorso, in questo Paese, dove si combatte in eserciti contrapposti, non permettendo a chi, indifferentemente dall’essere conservatore o progressista, non ne può più di un’Italia perbenista, ipocrita, così incoerente, da trasformare i potenti in vittime e viceversa.

Aurelio Mancuso

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