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BOTTONI [1]

domenica 1 maggio 2011

primo maggio, un simbolo da difendere

Consiglierei a chiunque oggi faccia della facile ironia sul Primo maggio, ne parli con sufficienza, lo indichi come un rito vecchio e stanco, una festa stantia che solo una Cgil conservativa vuole mantenere, di rileggere la storia di questa giornata. Se ne trovano sintesi anche su Internet e i cantori della modernità non avranno alcuna difficoltà a trovarla.

Apprenderanno, se l’hanno dimenticato, che il primo maggio nasce come giornata di festa e di lotta. La lotta era quella per le otto ore di lavoro al giorno richiesta dei sindacati di tutto il mondo per porre un limite ad orari di lavoro lunghissimi e ad uno sfruttamento e ad un dominio privo di ogni controllo. In seguito, a sancire quella conquista – le otto ore appunto – e a ricordare una vittoria dei lavoratori, l’occupazione di uno spazio di vita, si fissò il primo maggio come data di festa.

Mi chiedo e chiedo a tutti coloro che ostentano modernità e capacità di capire come davvero va il mondo se i milioni e milioni di lavoratori che subiscono oggi un dominio sui loro tempi di vita e di lavoro diverso, ma altrettanto duro, non hanno motivo di riaffermare il valore di questa giornata. Se la modernità non fornisce amari ma incontestabili motivi per dire che il Primo maggio ha un senso forte. Ci sono oggi, come e più di ieri, i motivi per celebrarlo. E’ vero è anche un rito, ma perché i lavoratori, per quanto precari, flessibili, squassati dalla globalizzazione, sottoposti ogni giorno alla minaccia della disoccupazione, non dovrebbero avere un rito, una giornata simbolica che ricordi la loro forza, che riproponga idealmente un patto di unità?

Susanna Camusso ha ragione. Coloro che la attaccano hanno torto. E la polemica di questi giorni non è se alcuni piccoli negozi di souvenir dei centri storici debbano rimanere o no aperti nel giorno della festa dei lavoratori. Metterla in questi termini, come fa il sindaco di Firenze, è pura ipocrisia. Una ipocrisia che sul Corriere della sera prima Dario Di Vico e poi Antonio Polito hanno svelato dichiarando lo scontro nei suoi termini più veri: fra coloro che ritengono il Primo maggio una festa ormai inutile, da superare, come i due editorialisti, in nome del mercato e del consumo e chi invece vuole riaffermarne la modernità e il valore permanente. La festa del Primo maggio va difesa perché ha un valore simbolico che non si può buttare alle ortiche. Perché i simboli e i valori hanno grande importanza non solo nei riti religiosi, non solo nelle ricorrenze patriottiche, ma anche nella società, fra i lavoratori, nella loro cultura e nel riconoscersi in quanto tali.

Nessuno dei detrattori della festa dei lavoratori, credo, si sognerebbe di attaccare come privo di senso il Natale, di fare della facile ironia sul riposo domenicale che la Chiesa cattolica continua a difendere, sullo shabbah ebraico, che viene celebrato con tenace meticolosità, sulla invasione di massa delle moschee per la preghiera del venerdì islamico. Ma non sono solo le religioni ad avere riti e giornate che riaffermano i loro valori e le loro tradizioni. Anche il mondo laico ne ha bisogno. Ne ha bisogno la storia dei singoli paesi. Perché altrimenti i francesi continuerebbero a festeggiare il 14 e gli americani il 4 luglio? Perché noi continuiamo a celebrare il 25 aprile o il 2 giugno? E perché solo qualche settimana fa gli stessi che oggi criticano la difesa del Primo maggio hanno ritenuto invece giusto e normale instaurare ex novo la festa del 17 marzo per ricordare i 150 anni dell’unità d’Italia? E hanno tacciato di scarsa sensibilità nazionale coloro che in nome della produzione industriale e della competizione avrebbero preferito evitarla?

I lavoratori invece dovrebbero fare della loro festa. Valori, riti, celebrazioni, e anche memoria, storia, organizzazione sono roba vecchia da buttar via. Il primo maggio da fastidio perché è simbolo di tutto questo. Ma se il lavoratore fa a meno della sua memoria, in nome della modernità che cosa rimane e soprattutto chi è? Si può essere dei soggetti, pensare di contare in una comunità civile, magari di cambiarla rinunciando ai propri valori collettivi, alla propria memoria, riducendo il lavoro a prestazione? Credo proprio di no. Se questi vengono cancellati vengono annullati anche gli uomini e le donne che lavorano. O almeno vengono trasformati in consumatori dei centri commerciali, in merce anonima, in moderni schiavi del dio mercato. Ma forse è proprio questo che i detrattori del primo maggio vogliono. E la chiamano modernità.

Ritanna Armeni

PS. Immaginiamo il passo successivo. La modifica dell’articolo 1 della costituzione : non è retrò anche affermare che la repubblica italiana è fondata sul lavoro?

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