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venerdì 25 dicembre 2009

ciao Vinicio: scintillio di Diamanti sulla Dolce Vita gay

Nel 1960 Federico Fellini lo voleva nel suo “La Dolce Vita” e l’idea che lui abbia potuto rifiutare appare bizzarra, alla luce del successo che il film ha conosciuto, diventando manifesto di un’intera epoca. Eppure Vinicio Diamanti rifiutò, perché era impegnato sulle scene altrove.

Prima del risveglio degli omosessuali a Stonewall, New York, nel 1969, prima che l’Italia conoscesse le manifestazioni di protesta di Sanremo nel 1972, prima della politicizzazione del travestimento di Mario Mieli e dei collettivi gay degli anni Settanta, il giovane Vinicio Diamanti è stato un androgino guerrigliero, dolce, ironico e spavaldo, che sfidava la morale della bigotta e cattolicissima Italia, membro di un’avanguardia sovversiva senza nome e senza strategia. Tra avanspettacolo e rivista, Vinicio Diamanti calcava il palco dei teatri in voga nella capitale negli anni Cinquanta, insieme a personaggi leggendari come la Cordero, George O'Brian, Dominot e Giò Staiano. Erano soubrette sopra le righe, quelle che cantano e ballano en travestì sotto i riflettori dell'Ambra Jovinelli, del Principe di via Cola Di Rienzo, dell'Oriente e dell'Espero. Fu proprio la sua vocazione per lo spettacolo a salvare Vinicio dal pregiudizio e dall’ostilità, difeso in primis dalla famiglia, assumendolo in un limbo dorato in cui il pulviscolo luccicava di paillettes, in un’epoca in cui le relazioni omosessuali erano clandestine e il sesso furtivo e umbratile.

Numerosi sono i film ai quali ha partecipato, in veste di eccellente caratterista, e in molti di essi non è neanche nominato. È stato Vinicio Diamanti in “Il Vizietto”, nel 1978, Erode in una “Gay Salomè” del 1980, Columba Lamar in “Delitto al Blue Gay”, nel 1984, passando con leggerezza da polizzioteschi a film scollacciati, da Pierino a miniserie tv, fino agli anni Novanta. L’ultima sua apparizione cinematografica era in “Dentro Roma”, un cortometraggio del 2006. Negli anni ha inoltre girato lo Stivale con varie compagnie teatrali: recitò Jean Genet con Pippo Di Marca, portò in scena testi di Wilcock e Volponi, lavorando con grandi nomi. Il teatro sperimentale ha amato la sua effeminatezza queer ante litteram e restò memorabile la sua apparizione nuda in “Eliogabalo”, con Memè Perlini al teatro La Piramide.

Un pezzo di cultura queer se ne va, in punta di piedi, due giorni prima di Natale. Vinicio Diamanti si è spento il pomeriggio del 23 dicembre, ottantatrenne. Lo rendono noto la famiglia e gli amici del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Aveva scoperto da poco di essere malato e aveva trascorso l’ultimo mese nella Casa di Cura S. Antonio, a Roma. I funerali si svolgeranno a Roma il 26 dicembre.

Io lo ricordo come un’elegante e composta signora senza età: i segni sul suo volto erano una mappa di storie, note di un diario di memorie vive, più che indizi del passaggio del tempo. Chiacchierare con lui, attività alla quale non si sottraeva mai, con la generosità e la disponibilità che sempre lo hanno contraddistinto, era tornare indietro a respirare l’atmosfera di un mondo, quello dell’adolescenza trascorsa tra gli anni Trenta e Quaranta, affatto diverso dal mondo di oggi. Chi lo ha conosciuto ha avuto l’opportunità di osservare dal punto di vista privilegiato della testimonianza vissuta in prima persona i cambiamenti del modo di concepire l’essere omosessuali, da espediente di spettacolo e arte in un sistema di norme vincolante e repressivo, passando per la presa di coscienza che ha portato alla nascita di movimento e comunità, fino alle lotte odierne per pari diritti e dignità, in uno scenario di superficiale condiscendenza, sensazionalismo mediale e corteggiamenti pubblicitari.

Oltre a essere un artista, Vinicio è stato anche un attivista. Ai Pride non faceva mancare mai la sua presenza, silenzioso e sorridente, il testa al corteo. Se ne stava sempre defilato, non ambiva a posti da protagonista. Non è mai stato fuori luogo, non si è mai sentito inadeguato, neppure quando settantenne lo si vedeva comparire come meteora sulle piste di Muccassassina, facendosi largo con grazia tra ragazzi che neanche sapevano chi fosse. Mai fuori luogo, lui che è stato avanguardia. Allo scintillante Vinicio non solo va la gratitudine e il saluto affettuoso della comunità lgbtqi romana, ma dovrebbe essere tributato un ringraziamento anche da parte di tutti coloro che credono a una società solidale, inclusiva e senza pregiudizi, perché per il solo fatto di essere stato quello che era senza paura, Vinicio ci ha aperto la strada.

Francesco Paolo Del Re

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