BOTTONI [1]

domenica 29 novembre 2009

intervista a Ilaria Cucchi

intervista di Giovanni Bianconi a Ilaria Cucchi, uscita giovedì 26 novembre su ‘sette’ del Corriere della Sera

Valerio, il nipotino di sette anni, non capiva. Gli avevano raccontato che zio Stefano non c’è più per via di un brutto incidente, e poi perché Gesù è sempre in cerca di angeli e ogni tanto ne prende qualcuno con sé. «Quando sono anziani, però», aveva risposto il bambino; che c’entrava quello zio ancora giovane e mingherlino, che da piccolo aveva fatto lupetto come lui adesso, e quando veniva a casa era sempre allegro e giocherellone?Non c’entrava niente, infatti. Allora la mamma di Valerio, Ilaria Cucchi – sorella di Stefano, morto con le ossa rotte a 31 anni nel reparto carcerario di un ospedale, a sette giorni dall’arresto per qualche grammo di hashish – ha cominciato a raccontargli un’altra storia. «Zio Stefano è morto perché il mondo è pieno di gente buona, ma ogni tanto s’incontra pure qualche cattivo; a lui è successo, qualcuno gli ha fatto del male».

Così adesso, nel salotto di casa, Valerio non si stupisce che la madre ed i nonni vedano gente di continuo, passino tanto tempo al telefono, leggendo i giornali e guardando la tv. E capisce che se la mamma gli chiede di andare di là perché deve parlare con una persona, deve ubbidire senza fare storie.

«Valerio voleva bene a Stefano, e Stefano a lui, come a noi tutti», racconta Ilaria Cucchi. «Veniva spesso a trovarci e a giocare coi bambini. Siamo sempre stati una famiglia molto unita, e una delle cose che mi fa più rabbia di questa storia, è il pensiero che Stefano sia morto da solo, senza che nessuno gli abbia potuto tenere la mano. Può aver pensato che l’avevamo abbandonato perché ci aveva dato una delusione, ma non è vero, noi eravamo dall’altra parte della porta a chiedere di poterlo vedere, però non ci hanno fai entrare..».

Da un mese la vita di Ilaria è cambiata. Per cercare delle risposte alla morte del fratello di quattro anni più giovane; per spiegare a tutti che non è stata una disgrazia, della quale ci si può fare una ragione; per gridare che lei e i suoi genitori non si accontenteranno di mezze verità. «E pensare», ricorda, «che da ragazzini era lui a essere protettivo con me. Dormivamo nella stessa stanza, io avevo paura del buio e Stefano mi rassicurava, mi diceva che non dovevo temere nulla perché c’era lui». Lui che era nato settimino e che è sempre stato piccolo, il più piccolo di tutti: «Tante volte mi ha raccontato di quando da bambino lo prendevano in giro e si sentiva tenuto in disparte. “I bambini sanno essere cattivi”, mi diceva. Forse i problemi arrivati più avanti sono derivati anche da lì, oltre che dall’epilessia di cui ha sofferto quando era già grande, ma che grazie alle medicine teneva sotto controllo…

Siamo sempre stati molto legati, noi due, abbiamo frequentato la stessa scuola di suore, fino alle medie, poi io ho fatto l’Istituto tecnico e lui quello per geometri».

Crescendo, Ilaria e Stefano hanno cominciato a frequentare persone diverse, ma senza mai allontanarsi.«Lui andava dai lupetti e poi dagli scout, gli piaceva molto e si divertiva alle uscite di gruppo; io invece sono un tipo a cui piacciono le comodità e dopo che al primo campo mi hanno messo a lavare pentoloni ho smesso. Però abbiamo continuato a raccontarci tutto, Stefano portava a casa le prime fidanzate e me le presentava, le cambiava spesso. Si vede che aveva successo…», sorride Ilaria.

Con le ragazze sono arrivate nuove amicizie, e poi le discoteche: «Magari è da lì che è cominciato il problema della droga, di cui noi a casa ci siamo accorti a fatica. Perché Stefano prendeva la cocaina, che dà una dipendenza diversa dall’eroina, meno appariscente. Adesso tutti pensano che era così magro per via della droga, ma non è vero: è sempre stato magro, alto come me, un metro e sessanta, e pesava meno di 50 chili. Piccolo, ma sempre attento al fisico e alla salute. Ultimamente andava a correre tutte le mattine, la sera in palestra, e stava attento a quello che mangiava».

Nel periodo della cocaina Stefano era cambiato: «Era diventato sfuggente, dava risposte vaghe, a volte scontrose… Ogni tanto gli scappava qualche parola di troppo pure con me, ma poi chiedeva subito scusa. “Lasciami in pace”, mi diceva a volte, ed era il segno della serenità perduta insieme ad altre stranezze, come i soldi che se ne andavano con troppa facilità. Qualcuno ora dice che era un attaccabrighe, un tipo dal litigio facile, ma non è così. Aveva un carattere magari un po’ fumantino, però un bel carattere, se alzava la voce poi tendeva sempre a fare pace».

E quando ha capito che doveva fare pace anche con se stesso, è stato lui stesso a decidere di entrare nella comunità per tossicodipendenti di don Picchi. Tre anni di trattamento che all’inizio è una sorta di prigionia, non puoi uscire dalla struttura né avere contatti con l’esterno.

« A Natale del 2004, quando ha avuto la prima possibilità di incontrare qualcuno, ha chiesto che andassi io; forse con mamma e papà si sentiva in colpa, mentre con me era più facile. Lo trovai cambiato, col volto disteso, mi fece una tenerezza infinita. Sembrava un bambino, con tante paure ma anche tante speranze. Finalmente ricominciava a parlare del futuro, come non faceva da tempo. Mi raccontò che l’esperienza là dentro era dura, però aveva incontrato tanta gente con cui gli piaceva parlare».

Dalla comunità Stefano scriveva spesso a Ilaria. «Tutte le difficoltà che ora sto incontrando mi rafforzano molto. Tornerò, lo giuro, alla grande!», prometteva in una lettera dell’aprile 2004, nella quale parlava anche di Valerio, il nipotino di cui teneva la foto accanto al letto: «Gli do la buonanotte tutte le sere, e il suo sorriso così stupendo mi dà voglia la mattina di alzarmi con una motivazione in più, cioè quella che quando uscirò potrò giocare insieme a fare lo Zio, con la Z maiuscola. Certo è dura pensare che nel frattempo mi sto perdendo lui che cresce. Mi piacerebbe “solo” portarlo a prendere un gelato, oppure al parco a dare i primi calci a t pallone. Quanto tempo perso…».Fece tutto il percorso di recupero, Stefano Cucchi, fino al 2007. «Gli operatori spiegano che il pericolo di ricaduta c’è sempre», riprende sua sorella, « e che bisogna fare molta attenzione. A Stefano è capitato, e alle prime avvisaglie lui stesso è voluto correre ai ripari. Stavolta a San Patrignano, e dopo poco stava di nuovo bene. Era andato a vivere sa solo, sembrava contento. Spesso gli chiedevo “quand’è che ti sistemi con una ragazza?”, e lui mi rispondeva che non era facile, ma non sembrava avere problemi.

Lo scorso primo ottobre, giorno del suo compleanno, appena scoccata mezzanotte gli ho scritto un messaggio col telefonino per fargli gli auguri e ricordargli che non sarebbe stato mai solo, ed ecco la sua risposta: “Grazie… domani andiamo a cena insieme… Ci tengo”». Ilaria scorre gli altri messaggi e arriva all’ultimo, dell’11 ottobre: «Ho cominciato a stare bene con me stesso».

Non era così. A parte il “fumo” con cui l’hanno arrestato, dopo la sua morte i genitori hanno trovato a casa di Stefano hashish e cocaina in quantità tali da far immaginare che ne spacciasse per continuare a consumarne. «Non essermi accorta che mio fratello era ricaduto nella droga è la prima cosa che mi fa rabbia», commenta Ilaria. Solo la prima, però. Poi c’è il resto: le botte dopo l’arresto, l’abbandono in ospedale, i rifiuti opposti alle richieste di visita e di notizie, la morte, la comunicazione alla famiglia attraverso la notifica dell’autopsia. «La notte dell’arresto», ricorda Ilaria, «io non ho dormito per l’agitazione. Era la prima volta che andava in carcere, chissà come avrebbe reagito, ero preoccupata. Quando ho saputo che da Regina Coeli l’avevano portato in ospedale mi sono sentita sollevata, perché pensavo sarebbe stato meglio. Invece…». Invece non è andata così, e tutto quanto è accaduto dall’arresto del 15 ottobre alla morte avvenuta il 22 è divenuto oggetto di un’inchiesta giudiziaria.

«Stefano è morto con gli stessi vestiti che indossava quand’è uscito di casa, nonostante gli avessimo portato un pigiama e due cambi intimi. Perché? E com’è possibile che i medici ci abbiano raccontato di non averlo mai visto in faccia perché stava sempre col lenzuolo tirato fin sopra la testa? Ci hanno detto semplicemente “s’è spento”. Ma che significa? Ora posso immaginare che non ce l’abbiano fatto visitare per evitare che vedessimo com’era ridotto, ma in questa storia troppe cose non tornano fin dall’inizio; da quando Stefano ha chiesto l’avvocato di fiducia e s’è ritrovato quello d’ufficio».Dopo la morte del fratello, Ilaria e i suoi genitori hanno deciso di diffondere le foto del cadavere di Stefano, per sensibilizzare l’opinione pubblica ed evitare che calasse il sipario sulla “burocratica negligenza omicida” che l’ha ucciso. Immagini tremende: «Fanno venire in mente i deportati di Auschwitz, guardarle e diffonderle è stata un’ulteriore sofferenza. Però abbiamo pensato che mostrarle potesse servire a trovare del le risposte. Del resto niente può superare ciò che abbiamo visto all’obitorio, e le grida di dolore di mio padre e mia madre che mi porterò dentro per sempre. Stefano è stato picchiato ed è morto abbandonato, mentre era nelle mani dello Stato: vogliamo sapere da chi e perché. Da soli non ce l’avremmo fatta; con l’aiuto di tanta gente, da Luigi Manconi agli altri del comitato per la verità, forse sarà possibile. Lo dobbiamo a Stefano, che è morto come se fosse solo al mondo, mentre non lo era. Aveva un padre, una madre una sorella e dei nipoti che lo amavano, lo avrebbero aiutato e gli sarebbero stati vicini, fino all’ultimo e qualunque cosa avesse fatto. Se solo ce l’avessero concesso».

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