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martedì 13 febbraio 2018

un fiore per #ValerioVerbano

22 febbraio 1980 - 22 febbraio 2018
Valerio Vive la rivolta continua!

Concentramento in Via Monte Bianco
ore 16.00 un fiore per Valerio
ore 17.00 CORTEO

Il 22 febbraio torneremo nelle strade di Roma per ricordare Valerio Verbano, giovane militante dell’Autonomia Operaia assassinato nel 1980 davanti gli occhi dei genitori da un commando di neofascisti. La memoria di Valerio in questi anni è stata un’arma importante per combattere la nostra battaglia antifascista: una storia viva, incarnata da lotte, occupazioni, manifestazioni, presa in mano dalle nuove generazioni, che l’hanno fatta propria. “Non un nome su una via, ma su tutte le vie, su tutte le piazze”, recita la targa apposta dai compagni di Valerio ormai quasi quarant’anni fa. Possiamo dire che è stato davvero così.

Oggi più che mai crediamo che sia indispensabile un antifascismo militante che dal basso reagisca alla propaganda xenofoba e alle organizzazioni neofasciste. Ciò diviene ancora più importante ora che le parole d’ordine dell’estrema destra sembrano essere diventate patrimonio condiviso della retorica e della politica istituzionale. Quando il ministro dell’Interno di un governo di centrosinistra (?) dichiara guerra ai poveri e ai migranti, quando il candidato della Lega alla Regione Lombardia senza imbarazzo parla di “difesa della razza bianca”, quando il razzismo di Stato si fa senso comune tra gli ultimi, quando le aggressioni ai cittadini stranieri aumentano indisturbate e i neofascisti siedono paciosi nei salotti tv a fare campagna elettorale.

Un antifascismo che possa essere di tutte e tutti. Di uomini e donne di ogni età. Che faccia tesoro della lezione del movimento femminista ‘non una di meno’ della marea globale, che sia meticcio. Che parli di mutualismo, cooperazione e solidarietà, oltre la retorica umanitaria ed assistenzialista. Contro il razzismo vogliamo organizzarci con i migranti che abitano nelle nostre città, difendendo i nostri quartieri dai ‘banglatour’ dei neonazisti, costruendo spazi comuni e lottando insieme per i diritti di tutte e tutti. Non ci può essere antifascismo senza un’ipotesi di trasformazione della società esistente: la pratica antifascista, per noi, non può essere separata dalle lotte sul terreno della casa, del reddito e del lavoro, della cittadinanza, dei diritti sociali e delle libertà civili. Del feticcio della difesa dei valori democratici non ce ne facciamo nulla.


Sfileremo insieme nelle strade di Montesacro e Tufello a Roma. Migranti e indigene, tanti e diverse, pacifici ma determinate. Cammineremo al ritmo delle lotte e della nostra voglia di libertà, con Valerio e Carla nel cuore.


quando la cultura #NERD incontra le tematiche #LGBT

Sono sempre stata molto attenta a tutto ciò che scrivevo, da content writer e redattrice per vari siti di cultura nerd ho sempre ricercato qualcosa di nuovo. Qualcosa che mi inducesse a pensare che anche l’industria videoludica, e, in generale, la cultura nerd, stesse andando in una nuova direzione. Di prodotti ne ho trovati tanti nel corso degli ultimi anni. Prodotti in grado di prendere il tuo cuore e portarlo via, anzi, di lasciarlo lì, dentro quel videogioco, quel libro, quel film, quella serie tv, perché ha affrontato così bene quel tema, con tale coerenza, raffinatezza e, alle volte, dolcezza, che non hai potuto fare a meno di immedesimarti in quelle dinamiche.

Tutti i giorni ricerco prodotti che possano insegnarmi qualcosa di più, soprattutto nel medium videoludico che, come vedremo tra poco, è riuscito a raggiungere dei traguardi che nessuno si sarebbe mai aspettato. Nel corso degli anni, mi è capitato spesso di incontrare il tema LGBT all’interno di videogiochi, serie TV, film e libri che si andavano a categorizzare nel grande specchio che oggi tutti riconoscono come “nerd”.

Così, quando mi è stato chiesto di aprire e gestire una rubrica interamente dedicata alla cultura nerd associata alla comunità LGBT non ho potuto rifiutare. Anzi, ho preso la palla al balzo, perché i videogiochi, i film, le serie tv e i libri di quest’ambito hanno molto da dire, ma soprattutto hanno molto da insegnare a coloro che non si sono mai posti il problema.

Essendo un tema molto ampio e con al proprio interno una miriade di prodotti differenti, è difficile cominciare da un punto ben preciso, dovremmo quindi proseguire per gradi. Passo dopo passo, vi accompagnerò in questo viaggio portando alla vostra attenzione tutti quei prodotti che si sono differenziati per le tematiche affrontate, ma soprattutto per come le hanno affrontate.

Questa rubrica si propone di iniziare un viaggio alla scoperta di tutte quelle opere meritevoli, spaziando dai videogiochi, ai libri, alle serie tv e ai film che hanno affrontato e affrontano il tema LGBT senza dissacrarlo o stereotipizzarlo, ma portando dietro di sé una naturalezza che dovrebbe essere propria di ogni tematica affrontata in prodotti di cultura e intrattenimento.

Cos’è la cultura NERD e che cosa ha a che vedere con il tema LGBT?

Il primo passo da fare insieme è quello alla scoperta della cultura nerd, che cos’è? Ma soprattutto, chi sono i Nerd?

Ognuno di voi avrà sicuramente sentito nominare questo appellativo nel corso della propria vita, ma in molti, spesso, tendono a fraintendere quale sia il vero significato della parola.
Agli albori, il termine ‘nerd’ era nato come accezione negativa per descrivere tutte quelle persone propense allo studio delle tecnologie, delle scienze e della matematica con una tendenza a non socializzare con le masse ed etichettate quindi come solitarie. Nerd è rimasto un termine dispregiativo fino a che alcune persone non hanno deciso di appropriarsene e sfruttarlo per descrivere la propria natura (la storia si ripete sempre).

Con il passare degli anni, e con l’avvento di nuovi medium e mezzi di intrattenimento, la figura del nerd è mutata ampiamente, trasformandosi dal classico “sfigato asociale” al “vero appassionato di una o più determinate branche della cultura nerd”. Una definizione un po’ lunga in effetti, ma c’è da dire che, con l’ampliamento della comunità nerd, questi ultimi non sono più gli stessi. Poi, ovviamente, generalizzare è sbagliato. Ma la stessa cultura nerd ha visto una propria evoluzione svilupparsi sotto gli occhi di tutti quegli appassionati che sin dalla tenera età hanno avuto determinate passioni.

Se è vero che molte persone vedono ancora i Nerd come ragazzini che non sanno fare altro che stare dietro alla playstation a giocare o a leggere fumetti, dall’altro lato, all’interno della comunità, c’è molto di più di ciò che traspare.

Partendo dai medium, come il videogioco, che una volta erano quasi tutti arcade e che con il passare degli anni si sono evoluti arrivando a dei livelli che spesso sfiorano le opere d’arte; il nerd non è più la figura che gioca a Super Mario, il nerd è colui che, a seconda dei propri gusti, ricerca nel videogioco un prodotto che possa insegnargli e trasmettergli qualcosa di più.

Lo scopo di questa rubrica non è soltanto quello di trattare di tutti quei prodotti “nerd” che affrontano i temi LGBT, ma è anche quello di far capire a tantissime persone che cosa sia effettivamente la cultura nerd e che dietro di essa c’è molto più di quanto ci si aspetti.

Alcuni videogiochi, libri, serie tv e film considerati “da nerd” ripongono al proprio interno lo sviluppo di tematiche difficili da affrontare e utilizzano l’intrattenimento per trasmettere alle persone dietro lo schermo o la carta tutti quegli insegnamenti che, altrimenti, non apprenderebbero mai. E, attenzione, non perché stupide, ma come si fa ad apprendere qualcosa di cui non si conosce nemmeno l’esistenza? Non si tratta poi solo di insegnamenti, si tratta di vere e proprie prese di coscienza per portare all’occhio della persona un problema, che forse nella vita reale non viene affrontato e che quindi trova il proprio sfogo in un mezzo di intrattenimento per poi, magari, diventare realtà. Il videogioco, il libro, il film, la serie tv categorizzati all’interno della cultura nerd, diventano mezzi di emancipazione, di cultura vera e propria, e utilizzano un’etichetta troppo spesso sottovalutata, per portare all’attenzione dello spettatore ciò che non conosce. Sviscerarlo davanti ai suoi occhi e aprirli per fare in modo che non si richiudano mai più.

Da dove cominciamo?

Il medium che utilizzerò di più sarà il videogioco, perché oramai pilastro portante della cultura nerd. Nei prossimi articoli mi vedrete trattare giochi quali Life is Strange, Mass Effect, Dragon Age, Fragments of Him e molti altri ancora: tutti giochi che hanno in comune la tematica LGBT e ognuno la affronta a modo suo.

Tra i libri invece analizzeremo approfonditamente una grande scrittrice di fantascienza quale Ursula K. Le Guin, seguita da altri maestri, che nelle loro opere hanno affrontato i temi LGBT e non solo: troveremo anche temi come la discriminazione di genere, le migrazioni, razzismo, motivazioni che si celano dietro l’esclusione di un’etnia o una razza. Insomma, cercheremo di approfondire il più possibile e soprattutto, di scoprire insieme, tutti quei prodotti che a un occhio superficiale potrebbero sembrare semplici medium di intrattenimento, adatti soltanto per i tipici “nerd”, quando invece, scavando più a fondo, si rivelano essere veri e propri mezzi educativi per ricreare nelle persone quella presa di coscienza della quale se ne sente ancora un grande bisogno.

Sara Tamisari

   























#diritti esagerati; quando l’assurdo si trasforma in diritto

Questa storia comincia con un ragazzo che voleva iscriversi all’università, trasferendosi nel college come i suoi coetanei di Berkeley. Tutto normale, tranne un particolare: muoveva solo gli occhi e un dito. Trascorreva gran parte della giornata dentro un pesante polmone d’acciaio – siamo alla fine degli anni ’50 – e le ore restanti seduto su una carrozzina.

“Tu non potrai né studiare né lavorare” gli dissero dal Dipartimento per la Riabilitazione, che doveva concedergli un nulla osta per l’iscrizione. “La tua disabilità è troppo grave, l’università non può accoglierti” fu il decreto dell’operatore sociale – il quale, ironia della sorte, aveva a sua volta una lieve disabilità per via di un problema a una gamba.

Edward Roberts – questo il nome del ragazzo – poteva scegliere: accettare in buon ordine la sentenza o ribellarsi. Scelse la seconda strada e nel giro di pochi anni non solo era iscritto all’università, ma diventò il direttore di quello stesso ente che lo aveva definito “troppo disabile” per lavorare. E fu solo l’inizio: divenne uno dei fondatori del Movimento per la Vita Indipendente, che negli anni ’60, complice il clima di contestazioni, avviò un ribaltamento della percezione sociale delle persone con disabilità: da oggetti di cure a soggetti attivi, in grado di autodeterminarsi e lottare per se stessi e per gli altri.

Perché raccontare questa storia proprio adesso? Intanto perché 2 mesi fa è successo qualcosa di importante. Tramite un sotterraneo passaparola sui social, persone con disabilità di tutta Italia – semplici cittadini, che magari non si erano mai considerati “attivisti” – hanno deciso che era ora di lottare, proprio come Edward. Nel giro di neanche un mese hanno organizzato manifestazioni in più di venti città italiane, sotto il nome di “Liberi di fare”. Sono scese in piazza per il diritto a uscire di casa, a non essere segregati in strutture residenziali, ad avere fondi per assumere “assistenti personali”, ovvero quelle persone che le aiutano a compiere i gesti della quotidianità: alzarsi dal letto, mangiare, aprire la porta di casa. Un’assistenza che può costare anche due, tre, quattromila euro al mese, a seconda dei bisogni, e che quindi nessuno potrebbe permettersi senza un aiuto da parte del welfare.

È una richiesta forse “esagerata”, in tempi di crisi? Quale sistema di welfare può pagare tremila euro al mese, per anni e anni, a una singola persona? La domanda è legittima, e per provare a rispondere dobbiamo tornare un attimo alla storia di Edward Roberts.

Quell’operatore sociale del Dipartimento per la Riabilitazione probabilmente pensò qualcosa di simile. “Al college, uno completamente paralizzato? E dove lo mettiamo un polmone d’acciaio da diverse tonnellate? E chi dovremmo pagare per assistere Edward 24 ore al giorno?”. Col suo diniego si limitò a seguire una prassi, un’abitudine, anche il buon senso: io, francamente, non lo biasimo. Il sistema di welfare e la cultura dell’epoca non erano attrezzati per rispondere a una richiesta simile, che sembrava semplicemente assurda. Porrebbe qualche difficoltà anche oggi, oggi che si può usare un computer muovendo solo gli occhi… figuriamoci nell’immediato dopoguerra.

Eppure, qualcosa è cambiato: quella che era una richiesta “esagerata” ad un certo punto è diventata un “diritto”. E questo è successo grazie a chi ha lottato.

Non è accaduto solo alle persone con disabilità: cent’anni fa, chi avrebbe parlato di relazioni e matrimoni gay? Nel tempo, un movimento ha lavorato affinché ciò che sembrava stranissimo, innaturale, impensabile, venisse normalizzato e diventasse un diritto.

Raccontare la vicenda di Edward, allora, serviva a ricordarci questo: la differenza tra ciò che è esagerato e ciò che è considerato diritto discende anche da una costruzione sociale. Edward è riuscito a cambiare le cose perché si è rifiutato di accettare tale costruzione per com’era, ha guardato oltre lo status quo, ha immaginato che le persone con disabilità potevano cucirsi addosso un ruolo diverso e dei nuovi diritti.



Cosa sappiamo della disabilità?

Sono passati sessant’anni, ma questo esercizio di immaginazione è ancora difficile da fare. Tutti noi – disabili compresi, perché siamo tutti socializzati allo stesso modo – abbiamo appreso una serie di nozioni sulla disabilità. Abbiamo imparato ad aspettarci determinate cose, ad accettare certe situazioni come “normali”, attese.

Per esempio, tendenzialmente siamo tutti convinti che:

avere limitazioni sia una normale conseguenza della menomazione.
se ti serve aiuto per via della disabilità, in primis deve aiutarti la tua famiglia.
il sistema di welfare ti aiuta solo se non c’è nessun altro che può farlo al posto suo.
Proviamo a distanziarci un momento da questa rappresentazione, a prenderne consapevolezza, a guardarla da fuori, perché ci sembri meno ovvia. Facciamolo con un esperimento mentale: che succede se la applichiamo ad una persona qualsiasi, normodotata?

Bene, tu da oggi non esci più di casa. Se proprio vuoi, ti fai accompagnare dalla mamma.
Ma come? Sono un adulto… devo andare a lavorare, a trovare il/la mio/a partner…
Va bene, ma puoi uscire solo accompagnato dalla mamma.

Ma mia madre ha 85 anni, non ce la fa ad accompagnarmi!

D’accordo, allora se proprio non ce la fa, ti concediamo di uscire per due giorni alla settimana, accompagnato da appositi operatori. E ringrazia perché c’è chi non ha nemmeno quelli!
Surreale, vero? Eppure è quel che accade normalmente alle persone con disabilità, se hanno bisogno di aiuto per scendere dal letto, o muoversi fuori di casa. Ci sembra ovvio, però, che in questo caso si perdano alcune libertà, perché diamo per scontato che la causa di tale perdita sia la “menomazione”, cioè il problema fisico.

Eppure non è così. Ormai da tempo l’Organizzazione Mondiale della Sanità utilizza il cosiddetto “modello biopsicosociale”, secondo il quale la disabilità è frutto di un’interazione tra un problema di salute, fattori personali e ambientali. In parole povere: a parità di menomazione, si possono avere disabilità diverse. Se non cammino e uso una carrozzina in un ambiente pieno di barriere architettoniche, ad esempio, sono “più disabile” (quindi posso fare meno cose, ho meno libertà) di una persona che ha il mio stesso problema, ma vive in una città moderna e accessibile, può prendere i mezzi pubblici, entrare in tutti i negozi eccetera.

Allora non è solo la malattia, o l’incidente, ma anche la mancanza di servizi e di fondi a renderci disabili. Ed ecco che abbiamo smontato il primo preconcetto, quello della limitazione inevitabile e normale: se ho l’assistenza che mi serve, sono “meno limitato”. Se invece non ce l’ho – e quindi, per fare un esempio, non posso uscire di casa quando voglio – qual è la causa di questa limitazione? La malattia o la mancanza di servizi adeguati? È davvero così scontato e “normale” dover perdere la propria libertà, o possiamo rivendicare il diritto ad avere un’aspettativa diversa?

Veniamo al secondo preconcetto: il “ti aiuta la famiglia”. Abbiamo imparato a darlo per scontato, ma in fondo dove sta scritto che un parente è tenuto a devolvere la propria vita all’assistenza del congiunto, spesso senza nessun sostegno? E a maggior ragione, chi ha deciso che una persona con disabilità deve per forza accettare di essere dipendente dai genitori o dai parenti? Nelle famiglie “normali” talvolta si litiga, si tengono le distanze, o semplicemente si prendono strade diverse, com’è anche naturale quando i figli crescono: perché invece, se c’è di mezzo una disabilità, i familiari devono essere reciprocamente costretti a un vitalizio legame obbligatorio?

Attenzione: qui non si criticano certo quei genitori, fratelli o figli che si assumono pesantissimi compiti di cura. Si può fare questa scelta, e nel caso il caregiver familiare ha diritto ai sostegni necessari. Ma una scelta è tale solo se c’è anche un’alternativa, e sappiamo che troppo spesso non c’è, soprattutto per chi non ha risorse economiche proprie con cui pagare un assistente. E allora i rapporti familiari si confondono con il rapporto di cura, in un “invischiamento” che non fa bene a nessuna delle due parti e deteriora la relazione.

Anche il nostro sistema di welfare condivide questo preconcetto, caratterizzandosi come welfare residuale, ovvero che interviene (…quando lo fa) solo laddove tutte le altre risorse – non solo economiche, ma anche umane, di tempo, eccetera – sono assenti. Siamo così abituati a questo principio che discuterlo ci sembra assurdo: perché mai la collettività dovrebbe farsi carico di chi può cavarsela da solo? In un contesto di risorse scarse, con quale faccia chiediamo soldi per assumere un assistente personale, quando abbiamo ancora un genitore o un figlio che ci possono aiutare?

Saremo “esagerati”, ma a noi piace pensare che poter scendere dal letto la mattina, poter andare in bagno, mangiare, mettere il naso fuori di casa (e fare tutte queste cose con la stessa libertà di scelta che hanno tutti) siano diritti fondamentalissimi, che un sistema di welfare deve garantire a tutti, come fa con la sanità pubblica, come fa con l’istruzione. Infatti, pur con tutte le limitazioni e le magagne che conosciamo, possiamo ancora dire che il nostro Paese riconosce un livello minimo di diritti sociali in maniera universalistica: le biblioteche ti prestano libri indipendentemente dal tuo reddito, in ospedale ti operano senza chiederti se hai un’assicurazione sanitaria, i lampioni in strada si accendono senza chiedere l’ISEE a chi ci passa sotto. Ovviamente non è tutto gratis: semplicemente, il costo di questi servizi è condiviso tra tutti i cittadini.

Il movimento Liberi di fare lotta affinché anche l’assistenza personale alle persone con disabilità entri nel novero dei diritti di base di ogni persona, come la sanità, come l’istruzione. Diritti il cui costo, in termini sia economici che di tempo e sforzi, non deve ricadere soltanto sui pochi che ne sono direttamente coinvolti: l’intera società vi può contribuire. Anche perché – pur se non piace sentirlo dire – la disabilità può riguardare tutti, in qualsiasi momento.

Farsene carico collettivamente, allora, significa avere la garanzia che, comunque vada la nostra vita e quella dei nostri cari, avremo sempre garantita l’assistenza necessaria a proteggere la nostra indipendenza, dignità e libertà di fare.


   

Addio ad #AndréBaudry

Si era ritirato a vivere in provincia di Napoli, dove aveva seguito le ragioni del cuore, dal 1982, e a Napoli è morto, senza clamori, qualche giorno fa, a 95 anni: André Baudry, fondatore e direttore di Arcadie, prima rivista di cultura omosessuale che fu attiva dal 1954 al 1982 e, nonostante l’accanimento della censura, dopo l’approvazione dell’emendamento Mirguet, uscì ininterrottamente con cadenza mensile per ben 344 numeri.

Il ruolo di riviste come Arcadie è stato immenso, soprattutto perché grazie ad audaci pionieri come Baudry si sono gettate le basi del movimento omosessuale, in un periodo precedente ai fatti di Stonewall e, dunque, precedente a un’ufficiale determinazione del movimento di liberazione omosessuale.

Tra i collaboratori della rivista, Maurizio Bellotti ha fornito un continuo e importante contributo dall’Italia con la rubrica Nouvelles d’Italie dal 1960 al 1982.

Ed è proprio Maurizio Bellotti che contattiamo per avere una testimonianza preziosa dacché il sodalizio lavorativo tra Baudry e Bellotti è durato ben 22 anni.

Maurizio, come incontrò Baudry e come diventò collaboratore di Arcadie?

La storia è veramente molto strana. Io, all’epoca, ero giovane e nella mia famiglia c’era un parente che acquistava Il Borghese, un giornale decisamente anti-gay. In un numero di questo periodico, però, apparve un articolo in cui si denunciava la presenza di una rivista francese, Arcadie appunto, che diffondeva contenuti osceni, cioè contenuti omofili. Quest’articolo-denuncia forniva tutti i dettagli sulla rivista Arcadie, compreso l’indirizzo della sede parigina e come contattarla. Quell’articolo mi fu molto utile e quella stessa estate, mi feci regalare da mio nonno un viaggio a Parigi e mi recai a conoscere Baudry!

E come andò l’incontro?

Direi che andò molto bene. Baudry rimase colpito dal mio interesse per gli argomenti della rivista e mi propose di collaborare con una rubrica che offrisse un report dall’Italia. Avrei dovuto parlare di letteratura, spettacolo, cronaca. Mi appassionai subito all’idea! Sono stato l’unico collaboratore italiano fisso della rivista.

Si ricorda qualche suo articolo?
Uno dei primi articoli, raccontava la vicenda della messinscena della commedia di Testori, L’Arialda, commedia venata di tematiche omosessuali che fu portata in scena da Luchino Visconti nel 1960 e reputata tanto scandalosa da subire addirittura il divieto alla rappresentazione. Fu poi rimessa in scena, dopo poco, ma ampiamente purgata, con Umberto Orsini e Pupella Maggio nel cast. A proposito di teatro, ho spesso raccontato anche i progetti drammaturgici portati a compimento da Paolo Poli che toccava sempre, in qualche modo, l’immaginario culturale omosessuale.

Qualche vicenda di cronaca, invece, di cui ricorda di aver scritto nella rivista francese?
Ricordo di aver trattato l’omicidio Lavorini, che mosse l’opinione pubblica contro la comunità omosessuale, e soprattutto ricordo di aver raccontato il terribile Congresso Internazionale contro le devianze sessuali che ebbe luogo a Sanremo nel 1972, in cui si presentavano le terapie psicologiche per “debellare” l’omosessualità!

Che ruolo ha avuto Baudry e Arcadie nella diffusione della cultura omosessuale?

Un ruolo enorme! Baudry amava molto la sua rivista e cercava di darle prestigio coinvolgendo grandi intellettuali dell’epoca ma era un’impresa difficile perché avevano paura di esporsi. Per esempio, Francois Mauriac rifiutò di essere coinvolto, perché lui era cattolico e molto moralista e rifiutò anche Marcel Jouhandeau, autore più noto in Francia che in Italia, anche lui omosessuale ma fervente cattolico e antisemita.

Invece, si deve ricordare l’appoggio dato alla rivista dal raffinatissimo intellettuale francese Roger Peyrefitte, uno degli autori che parlò apertamente della propria omosessualità e che scrisse il bellissimo libro L’esule di Capri dedicato alla vita e agli amori del Conte Fersen.

Che distribuzione aveva Arcadie?

Difficile dirlo. Sembrava una rivista semiclandestina, eppure mi è capitato di trovarla tranquillamente esposta in libreria al centro di Bari o a piazza Duomo a Milano. E proprio a Milano, ho incontrato Baudry per l’ultima volta. Mi comunicò che era stanco, chiudeva la rivista e andava a vivere a Napoli con il suo compagno. Chissà perché scelsero di vivere in provincia di Napoli, nel paese del suo compagno, e non a Parigi...forse perché a Napoli il senso della famiglia è più forte che a Parigi. Ci ripromettemmo di restare in contatto ma in realtà ci siamo sentiti in maniera sporadica. Qualche volta ci siamo sentiti al telefono ma visti mai. E mi comunicò, in una telefonata di qualche anno fa, che la maculopatia da cui era affetto aveva ormai invaso totalmente la sua vista, che avrebbe voluto incontrami per rivedermi ma che ormai distingueva solo ombre.

   





sfruttamento #sessuale: scarsa attenzione alle persone trans #vittime di tratta

Il numero delle vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale sta aumentando esponenzialmente. Negli ultimi di tre anni, secondo l’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni), esso è cresciuto del 600%. È un commercio che assume strutture sempre più organizzate. È una forma moderna di schiavitù e di produzione di ricchezza per gli sfruttatori.

Per capirne di più, ne parliamo con Carmen Bertolazzi, giornalista, attivista, presidente dell'associazione Ora d'Aria, impegnata nella difesa dei diritti delle persone transessuali/transgender detenute, vittime di tratta e in stato di vulnerabilità.

Quando parliamo di tratta non possiamo non parlare di prostituzione coatta. È cosi o facciamo un errore?

Oggi parlare di tratta di essere umani e di riduzione in schiavitù significa toccare differenti aspetti. Lo sfruttamento sessuale e lavorativo, la costrizione a compiere atti illegali o alla mendicità, ma anche a matrimoni forzati fino ad arrivare al commercio illegale di organi. Parliamo di mafie e organizzazioni internazionali che elaborano sempre nuove strategie per trarre guadagno dal prodotto che vale di più sul mercato criminale globale: il corpo umano.

Lo sfruttamento sessuale è certamente il più gettonato, per via dei profitti alti, senza registrare mai un calo della domanda per il sesso a pagamento

Le donne che vediamo oggi a prostituirsi in Europa e nel nostro Paese sono tutte vittime di tratta?

Occorre fare una doverosa distinzione. Il termine, ma ancor più il concetto di prostituzione, va declinato. Esiste una prostituzione scelta, e in questo caso si parla di sex worker, ossia di donne e uomini che decidono di avere rapporti sessuali a pagamento scegliendo loro con chi, per quanto e gestendo ovviamente in proprio gli introiti. Questa è una forma di prostituzione che si pratica oggi prevalentemente al chiuso e su internet, anche se non manca chi lavora ancora per strada.

Altra storia è la prostituzione coatta, ossia l’essere obbligati e sfruttati. Quando parliamo di tratta e di schiavitù sessuale, è evidente di cosa parliamo. È presente ovunque in Europa, e ovunque nel nostro Paese, dalla grande città al paesello, ed è la stragrande maggioranza. Difficile, se non impossibile dare delle cifre, anche se si parla del 90% di prostituzione coatta, soprattutto su strada. Tantissime e sempre in aumento, tragedia nella tragedia, le minorenni.

Potresti fare un profilo di una vittima di tratta e cosa viene costretta a sopportare?

Le persone vittime di tratta sono tutte straniere. In genere provengono da realtà sociali povere se non degradate, hanno una scolarizzazione bassa, sono spesso vittime di violenze e molestie già dall’infanzia. Insomma sono le persone più vulnerabili nel loro contesto d’origine che, con disperazione, cercano una vita migliore. Sono le più fragili nel rapporto con chi propone facili soluzioni e non si rendono conto che l’offerta è una trappola. Un viaggio infernale, rischio di morire, abuso e violenze durante il tragitto, ricatti alla famiglia per costringere i parenti a pagare alzando continuamente il prezzo. E, poi, condizioni disumane di vita e di sfruttamento in Italia, e un debito infinito che le inchioda al marciapiede.

C'è una tratta anche maschile? E come funziona? Oppure i maschi sfruttano il loro privilegio di essere maschi e si gestiscono da soli la loro prostituzione?

Non si può parlare di una vera e propria tratta organizzata allo scopo di sfruttamento sessuale al maschile: loro sono destinati prevalentemente allo sfruttamento lavorativo. Ma nel passato abbiamo visto giovani dell’Est che si prostituivano organizzati da altri connazionali. Personalmente mi è capitato di seguir ragazzi gay del centro-sud America destinati al mercato della prostituzione ma con l’obbligo di travestirsi da donna. Poi, una volta entrati nel progetto, hanno ripreso a vivere serenamente il loro orientamento sessuale. O a viversi liberamente una realtà di bisessualità o queer. Come scelta e desiderio.

Quali sono i principali Paesi d'origine?

Per le donne prevale oggi la Nigeria. Per le persone trans il Brasile, oltre la Colombia e l’Argentina.

Se una donna o un uomo vittime di tratta volessero ribellarsi, cosa possono fare?

Sono molteplici le possibilità di fuoriuscita. Esiste il numero verde (800290290). Molte sono le unità di strada che intercettano le vittime per strada. E un ruolo lo svolgono anche i clienti che spesso instaurano un rapporto di amicizia, se non affettivo, con le vittime, le aiutano a scappare e a mettersi in contatto con i progetti di fuoriuscita. Molte vittime di tratta vengono portate dagli sfruttatori alle Commissioni territoriali allo scopo di ottenere un permesso come richiedenti protezione internazionale e in questa sede possono essere intercettate e chiedere aiuto. Se molti non si voltassero dall’altra parte, si potrebbe fare molto di più. Penso anche ai proprietari che affittano le loro case agli sfruttatori dove vengono richiuse le vittime, ai vicini di pianerottolo che le vedono. Insomma, a tutti noi.

Da essere vittima della tratta e prostituzione a sex worker: è possibile?

Certo che è possibile. In Italia la prostituzione non è un reato, purché non vi sia sfruttamento. Le vittime arrivano illegalmente e durante il percorso nei progetti di fuoriuscita e di protezione è doveroso dare loro altre opportunità, come una scolarizzazione, una formazione e un inserimento lavorativo. Serve loro per ottenere un permesso regolare per restare nel nostro Paese e per percorrere un cammino di integrazione. Poi, altro rientra nelle ùscelte personali. Alcune vittime della tratta riescono a pagare il debito e poi continuano a prostituirsi senza gli sfruttatori, o almeno a condizioni diverse.

Persone trans vittime di tratta: qual è la tua esperienza ?

Rappresentano le invisibili e sono discriminate anche in questa realtà. Le persone transgender vittime di tratta sono numerose, ma a loro si presta scarsa attenzione. Vengono considerate poco affidabili. Pare, inoltre, che le loro denunce valgano meno delle altre. E fino a poco tempo fa nessuno offriva loro una via d’uscita. Ora le cose sono cambiate: l’associazione Ora d’Aria gestisce da una decina di anni due case riservate a vittime trans all’interno di un progetto finanziato dal Dipartimento Pari Opportunità e promosso dalla Regione Lazio. Ma anche in altre regioni vi sono ospitalità riservate a loro.


Arrivano con gravi problemi di salute, con dipendenze, con un uso smodato di ormoni e di silicone e un loro inserimento nella collettività non è semplice, soprattutto nel mondo del lavoro. Si fa fatica persino a trovare un’azienda disponibile a ospitarle in borsa lavoro seppur pagata dal progetto. Alcune hanno deciso per l’intervento chirurgico, altre no. E, ora, anche per loro chiederemo l’adeguamento anagrafico. Il cammino per i diritti è ancora lungo.






   




martedì 30 gennaio 2018

fare l’amore, una #rivoluzione con altri mezzi

Stavo scrivendo di altro – sto sempre scrivendo di altro – quando è risuonata la voce di Pappo. Pappo Napolitano era un cantante degli albori del rock argentino, duro, suburbano, molto maschio. Pappo cantava il blues con la sua voce tanguera e all’improvviso gridò, in questa canzone del 1972, “yo sólo quiero hacerte el amor”. Ho ricordato che impressione mi aveva fatto ascoltare quelle parole all’epoca, e solo allora ho capito il peso di quella novità, di quei cambiamenti.

Di solito ricordiamo (ma poco a poco lo dimentichiamo) che gli anni sessanta trasformarono le nostre vite molto più di certe rivoluzioni: cambiarono le nostre idee sul sesso, la gioventù, l’arte, il consumo; cambiarono, soprattutto, le vite di metà del mondo (le donne) e, grazie a ciò, anche quelle dell’altra metà. Ma non sempre ricordiamo com’era il mondo prima.

Il mondo era, tra le altre cose, un posto in cui non si poteva dire “voglio fare l’amore con te”. Un cantante, un poeta, un pretendente qualsiasi non potevano dire pubblicamente alla donna desiderata che volevano andare a letto con lei. Non solo perché la moralità dell’epoca lo impediva; più brutalmente, perché non avevano le parole necessarie per farlo.

Processi lapallissiani
Esistevano, ovviamente, dei verbi che si riferivano all’atto sessuale: un’infinità di verbi. Sono ancora gli stessi: scopare, trombare, fottere, chiavare. Ma erano duri, aggressivi: nessuno di questi verbi, cinquant’anni fa, poteva essere pronunciato apertamente. E ancora meno poteva essere cantato in un pezzo musicale per dire ciò che non poteva essere detto: proclamare ti voglio solo scopare/trombare/fottere era impensabile. Non esistevano parole per dire apertamente ciò che non poteva essere detto apertamente. Sono processi lapalissiani: queste parole hanno fatto la loro comparsa quando molti hanno pensato di poterle usare.

Di solito ci opponiamo all’arrivo dei cosiddetti volgarismi: come se la lingua fosse un paese contemporaneo, come se si trattasse di alzare dei muri a Melilla, come se non fosse fatta di queste apparizioni.

“Fare l’amore” arrivò nelle nostre lingue dall’inglese, attraverso uno slogan pubblico: Make love not war fu il motto più famoso del movimento hippie americano, nato contro una società puritana, che riduceva al silenzio, che taceva dell’amore ma urlava la patria e le sue guerrette. Una società in cui predominava la vecchia illusione di tutti i poteri: se qualcosa non è detto, non esiste. Una società che preparava già il contrattacco: l’allora governatore della California, un tale Ronald Reagan, in quei giorni disse che gli sembrava che quei ragazzi che volevano l’amore e non la guerra non fossero in grado di fare “né l’una né l’altra cosa”, e si lanciò a combattere.

L’espressione diventò un marchio dell’epoca, un gesto di audacia
Successe solo cinquant’anni fa. Alcuni anni prima “fare l’amore” significava ancora – in inglese, in francese, in italiano, in spagnolo – corteggiare, fare i galanti, tutte cose che si potevano dire.

Finché, la necessità di dire ciò che prima si taceva cambiò la situazione: il punto non era più cercare di avvicinarsi all’essere amato; era fare con lei o con lui una cosa concreta, molto precisa. Così, un movimento che voleva essere spirituale rese tributo a una certa idea moderna, funzionale: l’amore non era qualcosa che si sentiva o si cercava, ma che si faceva più e più volte.

Fare l’amore – l’espressione “fare l’amore” – diventò un marchio dell’epoca: un gesto di audacia, una rivoluzione fatta con altri mezzi. In seguito, con il tempo e altre vicissitudini, quell’espressione perse la sua novità e diventò alle nostre orecchie sdolcinata, quasi eufemistica: molte canzonette lo dimostrano.

Succede spesso a chi precorre i tempi: invecchia male e presto. Ma è ancora la testimonianza di un’enorme cambiamento. Adesso che è diventato naturale parlare di quello che le persone fanno a letto, sembra incredibile che pochissimo tempo fa quelle cose non potessero essere dette a voce alta.

Martín Caparrós
(Traduzione di Francesca Rossetti)

   















lettera di un #trans contro il regime dei sessi

Signore, signori e tutti gli altri,

nel fuoco incrociato riguardo alle politiche di molestie sessuali, vorrei prendere la parola in quanto contrabbandiere tra due mondi, quello “degli uomini” e quello “delle donne” (due mondi che potrebbero non esistere ma che qualcuno si sforza di mantenere separati con una sorta di muro di Berlino di genere) per portarvi notizie dalla posizione di “oggetto trovato” o piuttosto di “soggetto perduto” durante la traversata.

Non parlo come uomo che appartiene alla classe dominante, la classe di quelli a cui è assegnato il genere maschile alla nascita e sono educati come esponenti della classe governante, quelli a cui si concede il diritto o meglio da cui si pretende (ed è una chiave analitica interessante) l’esercizio della sovranità maschile.

Non parlo nemmeno come una donna, visto che ho volontariamente e intenzionalmente rinunciato a questa forma di incarnazione politica e sociale.

Da quest’altra parte del muro
Parlo da uomo trans e non pretendo in alcun modo di rappresentare un collettivo o una fazione. Non parlo e non posso parlare in quanto eterosessuale né in quanto omosessuale, benché io conosca e viva entrambe le condizioni, perché quando si è trans queste categorie diventano obsolete. Parlo come transfuga di genere, come fuggitivo della sessualità, come dissidente (magari maldestro, perché mi mancano codici prestabiliti) di un regime della differenza sessuale. Parlo come auto-cavia della politica sessuale che vive l’esperienza, ancora non tematizzata, di esistere da entrambi i lati del muro, e che a forza di scavalcarlo quotidianamente comincia a essere stufo, signore e signori, della rigidità recalcitrante dei codici e dei desideri imposti dal regime eteropatriarcale.

Sarà la più importante delle guerre, perché in gioco non c’è un territorio ma il corpo, il piacere e la vita
Lasciate che ve lo dica, da quest’altra parte del muro: la situazione è molto peggiore di quanto avessi immaginato durante gli anni in cui sono stato una donna lesbica. Da quando vivo come-se-fossi-un-uomo questo mondo di uomini (cosciente di incarnare una finzione politica) ho potuto verificare che la classe dominante (maschile ed eterosessuale) non abbandonerà certo i suoi privilegi a causa di qualche tweet o qualche strillo.

Dopo le scosse della rivoluzione sessuale e anticolonialista del secolo passato, i patriarchi etero si sono imbarcati in un progetto di controriforma, a cui si aggiungono oggi le voci “femminili” che vogliono continuare a essere “importunate/disturbate”. Questa sarà la guerra dei mille anni, la più lunga delle guerre, considerando che riguarda la politica della riproduzione e i processi attraverso i quali un corpo umano si costituisce in quanto soggetto sovrano. Sarà la più importante delle guerre, perché in gioco non c’è un territorio ma il corpo, il piacere e la vita.

Robocop e Alien
Quello che caratterizza la posizione degli uomini nelle nostre società tecnopatriarcali ed eterocentriche è che la sovranità maschile è definita dall’uso legittimo di tecniche di violenza (contro le donne, contro i bambini, contro gli uomini non bianchi, contro gli animali, contro il pianeta nel suo insieme). Potremmo dire, leggendo Weber e Butler, che la mascolinità sta alla società come lo stato sta alla nazione: è il detentore e l’utilizzatore legittimo della violenza.

Questa violenza si esprime socialmente sotto forma di dominio, economicamente sotto forma di privilegio, sessualmente sotto forma di aggressione e stupro. Al contrario, la sovranità femminile è legata alla capacità delle donne di procreare. Le donne sono socialmente e sessualmente assoggettate. Solo le madri sono sovrane. All’interno di questo regime, la mascolinità si definisce necropoliticamente (attraverso il diritto degli uomini a dare la morte) mentre la femminilità si definisce biopoliticamente (attraverso l’obbligo per le donne di dare la vita). Potremmo dire che l’eterosessualità necropolitica somiglia all’utopia dell’erotizzazione dell’accoppiamento tra Robocop e Alien, di chi spera che con un po’ di fortuna uno dei due prenderà il sopravvento…

Questo regime eterosessuale è degradante e distruttivo quanto lo erano il vassallaggio e la schiavitù
L’eterosessualità non è solo, come dimostra Wittig, un regime di governo, ma anche una politica del desiderio. La specificità di questo regime è che si incarna in quanto processo di seduzione e dipendenza romantica tra agenti sessuali “liberi”. Le posizioni di Robocop e Alien non sono scelte individualmente e non sono scelte in modo consapevole. L’eterosessualità necropolitica è una pratica di governo che non è imposta da coloro che governano (gli uomini) a coloro che sono governati (le donne), ma si fonda piuttosto su un’epistemologia che fissa le definizioni e le rispettive posizioni degli uomini e delle donne attraverso una regolazione interna.

Questa pratica di governo non prende la forma di una legge, ma la forma di una norma non scritta, di una trasgressione di gesti e codici che hanno per effetto quello di stabilire nella pratica della sessualità una divisione tra ciò che può e non può essere fatto. Questa forma di servitù sessuale si basa su un’estetica della seduzione, su una stilizzazione del desiderio e su una dominazione costruita storicamente e codificata erotizzando la differenza del potere e perpetuandola. Questa politica del desiderio è precisamente ciò che mantiene in vita l’ancien régime sesso-genere, nonostante tutti i processi legali di democratizzazione e di empowerment delle donne. Questo regime eterosessuale necropolitico è degradante e distruttivo quanto lo erano il vassallaggio e la schiavitù nell’epoca dell’illuminismo.

Estetica dell’eterosessualità
L’attuale processo di denuncia e visibilizzazione della violenza fa parte di una rivoluzione sessuale, tanto inarrestabile quanto lenta e sinuosa. Il femminismo queer ha fissato la trasformazione epistemologica come condizione di possibilità di un cambiamento sociale. Significa rimettere in discussione l’epistemologia binaria e la naturalizzazione dei generi affermando che esiste una molteplicità irriducibile dei sessi, dei generi e delle sessualità. Oggi comprendiamo che la trasformazione libidinale è importante quanto la trasformazione epistemologica: è necessario modificare il desiderio. È necessario imparare a desiderare la libertà sessuale.

Per anni la cultura queer è stata un laboratorio di nuove estetiche di sessualità dissidente, davanti alle tecniche di soggettivazione e ai desideri dell’eterosessualità necropolitica egemonica. Siamo in molti ad aver abbandonato da tempo l’estetica della sessualità Robocop-Alien. Abbiamo scoperto le culture butch-fem e bdsm con Joan Nestle, Pat Califia e Gayle Rubin, con Annie Sprinkle e Beth Stephens, con Guillaume Dustan e Virginie Despentes, abbiamo imparato che la sessualità è un teatro politico in cui il desiderio (e non l’anatomia) scrive la sceneggiatura. È possibile, all’interno della finzione teatrale della sessualità, desiderare di leccare suole di scarpe, di voler essere penetrato in ogni orifizio o di cacciare l’amante in un bosco come se fosse una preda sessuale. In ogni caso due elementi separano l’estetica queer da quella eteronormalizzata dell’ancien régime: il consenso e la non naturalizzazione delle posizioni sessuali. L’equivalenza dei corpi e la redistribuzione del potere.

In quanto uomo trans, mi disidentifico dalla mascolinità dominante e dalla sua definizione necropolitica. A questo punto l’importante non è difendere quello che siamo (uomini o donne) ma rifiutarlo, disidentificarsi dalla coercizione politica che ci costringe a desiderare la norma e a riprodurla.

La nostra prassi politica è quella di disobbedire alle norme di genere e di sessualità. Sono stato lesbica per gran parte della mia vita, poi trans negli ultimi cinque anni. Sono lontano dalla vostra estetica dell’eterosessualità quanto un monaco buddista che levita a Lhasa è lontano dal supermercato Carrefour. La vostra estetica dell’ancien régime sessuale non mi riguarda più.

Niente ombre sulla sessualità
Non mi eccito all’idea di “importunare” chicchessia. Non mi interessa uscire dalla mia miseria sessuale mettendo le mani sul culo di una donna sull’autobus. Non provo alcun desiderio per il kitsch erotico-sessuale che proponete: uomini che approfittano della loro posizione di potere per farsi una scopata o afferrare un culo. L’estetica grottesca e mortale dell’eterosessualità necropolitica mi dà il voltastomaco, perché è un’estetica che rinaturalizza le differenze sessuali e colloca gli uomini nel ruolo di aggressori e le donne in quello di vittima (dolorosamente riconoscente o gioiosamente importunata).

Se è possibile dire che nella cultura queer e trans scopiamo meglio e di più, è perché da un lato abbiamo estratto la sessualità dall’ambito della riproduzione e dall’altro, soprattutto, perché ci siamo sganciati dal dominio di genere. Non dico che la cultura queer e transfemminista sfugga a qualsiasi forma di violenza. Non esiste sessualità senza ombre. Ma non è necessario che l’ombra (la disuguaglianza e la violenza) predomini e determini l’intera sessualità.

Uomini e donne rappresentanti dall’ancien régime sessuale, sbrigatevela con la vostra parte di ombra e godetevela e lasciateci seppellire i nostri morti. Gioite della vostra estetica della dominazione ma non cercate di trasformare il vostro stile in una legge. E lasciateci scopare con la nostra politica del desiderio, senza uomini e senza donne, senza peni e senza vagine, senza asce e senza fucili.

Paul B. Preciado
(Traduzione di Andrea Sparacino)

   






















l'ultima minaccia del #centrodestra : " abolire le #unionicivili "

Dal palco del convegno organizzato dal Family day a Roma, su cui sedevano Gasparri, Meloni, Salvini e Parisi, l'intervento di Eugenia Roccella (Idea-Noi con l'Italia): «Per la sinistra leggi come questa portano verso il preteso progresso; per noi, vanno verso la fine dell'umano. Cirinnà (Pd): «Dispiace per loro»

Le unioni civili saranno abolite perché “vanno verso la fine dell’umano”. È la promessa elettorale del centro-destra riunitosi durante il convegno “Oltre l’inverno demografico”, organizzato il 27 gennaio a Roma da Alleanza Cattolica e dal comitato Difendiamo i nostri figli in vista delle elezioni politiche del 4 marzo. A pronunciarla, premiata da uno scroscio di applausi, la parlamentare Eugenia Roccella, oggi candidata con Forza Italia per la Camera in Emilia Romagna nel collegio uninominale di Casalecchio di Reno. “Il mio impegno nella prossima legislatura sarà quello di battermi, insieme agli amici della coalizione di centrodestra, per abolire o cambiare profondamente tutte le leggi approvate dalla sinistra che hanno ferito la famiglia” - ha dichiarato Roccella- “Penso al provvedimento sulle unioni civili che, va detto con chiarezza, di fatto apre alla stepchild adoption. Per la sinistra, leggi come questa portano verso il progresso; per noi, vanno verso la fine dell’umano”.

Durante il convegno "Oltre l’inverno demografico" organizzato il 27 gennaio a Roma da Alleanza Cattolica e dal comitato "Difendiamo i nostri figli" in vista delle elezioni politiche del 4 marzo si è parlato di unioni civili che il Centro-Destra unito vorrebbe abolire nella prossima legislatura. Dichiarazioni da parte di Meloni, Salvini, Gasparri, Parisi, Gandolfini. Ma soprattutto di Eugenia Roccella (Idea) che si è impegnata ad «abolire, o cambiare radicalmente, le leggi contro la famiglia fatte dal centrosinistra approvate grazie a forzature parlamentari come i "canguri" e le fiducie. Penso al provvedimento sulle unioni civili che, va detto con chiarezza, di fatto apre alla stepchild adoption. Per la sinistra, leggi come questa portano verso il progresso; per noi, vanno verso la fine dell’umano».

Insieme lei c’erano anche il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri di Forza Italia, Stefano Parisi segretario nazionale di Energie per l’Italia, il leader leghista Matteo Salvini e la presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni.

Monica Cirinnà, madre della legge sulle unioni civili, ha dichiarato a L’Espresso: “Dispiace per loro, ma ogni qualvolta che è stata approvata una legge sui diritti civili non si è mai tornati indietro. Dal referendum per abolire il divorzio a quello sull’interruzione di gravidanza. Dovevano raccogliere anche loro delle firme per indire un referendum contro le unioni civili, che fine hanno fatto?”


Simone Alliva


invito al #cinema; Luca #Guadagnino, o la porta stretta del desiderio

È quando Oliver finalmente cede al sentimento inaggirabile di Elio che gli dice “Chiamami col tuo nome, io ti chiamerò con il mio”, mettendo così la propria identità nelle mani dell’altro e accogliendo quella dell’altro nelle proprie. Cessione d’identità, dono d’amore: perché cosa c’è di più proprio del nome, e cosa c’è di più espropriante dell’amore? Il desiderio, diceva Lacan, è sempre il desiderio dell’altro; e l’amore non è possesso di una cosa ma espropriazione di sé; non è rigonfiamento ma emorragia dell’io. In un tempo che parla d’amore e di sesso con il lessico sgrammaticato del consumo, della molestia e della violenza, è questo il messaggio controcorrente, in qualche modo sovversivo, del film di Luca Guadagnino, Chiamami col tuo nome, candidato a quattro Oscar – miglior film, miglior attore protagonista (Thimothée Chalamet), migliore sceneggiatura non originale (di James Ivory) , migliore canzone originale (di Sufjan Stevens) – e da oggi, finalmente, nelle sale italiane, dopo un’accoglienza trionfale in quelle americane, un bottino di riconoscimenti della critica fin dall’anno scorso al Sundance Film Festival, a Berlino, a Toronto, e tre nomination ai Golden Globe del 7 gennaio scorso.


Terzogenito – dopo Io sono l’amore e A bigger splash - di quella che Guadagnino chiama la sua “trilogia del desiderio” – e ultimo film “sui ricchi”, annuncia il regista, Chiamami col tuo nome sposta la telecamera dall’amore eterosessuale a quello omosessuale, e dal corpo androgino di Tilda Swinton, protagonista dei primi due, all’attrazione fatale fra il corpo acerbo del giovanissimo Thimothée Chalamet e quello bello e possibile di Armie Hammer. Ma è uno spostamento per modo di dire. Tratto dall’omonimo e magnifico romanzo di André Aciman, il film è tutto fuorché un gay-movie “di genere”. Non afferma un’identità, non rivendica una scelta, non indica un approdo: in quella stagione aperta e incerta che è l’adolescenza, quando tutto è possibile e tutto è terribilmente difficile, il desiderio ti prende dove non te l’aspetti, spiazza quello che sei o che credi di essere, ti porta dove non sai di volere andare. Non è una scelta né un orientamento né un destino, è l’imprevisto che muove le cose e le dispone in una nuova combinazione, come quando si alza il vento e il mosaico del panorama d’improvviso cambia.

Un’estate diversa
Tutto sembra previsto e prescritto quando Oliver, viso da statua greca su corpo scolpito New England, arriva a casa Pearlman per la sua vacanza-studio, uno dei tanti post-doct che il padre di Elio ospita un’estate dopo l’altra (“ma questo pare un po’ meglio di quello dell’anno scorso”, nota subito una delle ragazze che frequentano la casa). Elio studia musica, fa il filo alle sue coetanee, va in bicicletta, nuota e “aspetta che l’estate finisca”, come ogni anno. Ma tutto prende, inaspettatamente, un’altra piega. Nulla di immediato però, nulla di travolgente. Il desiderio che spiazza si insinua a poco a poco, per i pertugi dell’anima stretti come la porticina che si infila in bici per entrare nella grande villa: impressioni, smentite, sguardi, dubbi, tormenti, un’eventualità che può realizzarsi, o forse no, che può esplodere e tornare indietro. L’importante però è viverla, non chiuderle le porte, perché, come spiegherà il padre di Elio – rovesciamento dello stereotipo per cui i padri, al cinema, sono per definizione ostili all’omosessualità dei figli -, “soffochiamo così tanto di noi per guarire più in fretta che a trent’anni siamo prosciugati, e ogni volta che ricominciamo con qualcuno diamo sempre di meno”. Esiste, un padre così? O una madre così, che guarda, ascolta, capisce prima degli altri, e si astiene dall’intervenire?

Sono esistiti, sembra dire Guadagnino quando ricorda che la vicenda si svolge nel 1983, e “l’83 fu un anno di svolta”, con l’ascesa di Craxi che chiude il ciclo del sessantotto, quello in cui “i genitori avevano un sapere emotivo da trasmettere ai figli”. In quel di Crema dove il regista ha scelto da tempo di vivere, casa Pearlman concentra, non si sa quanto realisticamente ma poco importa, i tre ingredienti necessari dell’estetica (esplicitamente bertolucciana, e in questo film più bertolucciana che mai) di Guadagnino: “empatia, passione, sapere”. Non c’è l’uno senza l’altro, perché il desiderio è alla fin fine desiderio d’essere, e alla fin fine, come diceva Deleuze, è sempre con il mondo che facciamo l’amore. O come diceva Laura Betti prima di lasciarci, senza questi ingredienti “un paese perde la grazia”, che è precisamente quello che è successo all’Italia degli ultimi, disgraziati decenni.

Ida Dominijanni

   




a #Cantù, il dottor Nganso e i pregiudizi dei pazienti : " non mi faccio visitare da un medico nero "

Gli insulti alla guardia medica della cittadina brianzola. «Mi sono laureato in Italia. Ho trovato tante persone accoglienti, ma ora per noi immigrati il clima è peggiorato»

«Lei è il medico? Allora me ne vado». Il camice bianco, per una signora del Canturino di mezza età, non è compatibile con la pelle nera. E poco importa che Andi Nganso, 30 anni, nato in Camerun e da 12 anni in Italia, abbia tutte le carte in regola per fare il dottore. «Non mi faccio visitare da un negro», ha sentenziato una paziente che si era presentata nell’ambulatorio della guardia medica di Cantù. «Ti ringrazio. Ho un quarto d’ora per bere un caffè», ha postato ironicamente su Facebook il medico. Che non è riuscito però a nascondere rabbia e amarezza. «Sono medico da due anni e capita di rendermi conto che i pazienti sono sorpresi e magari un po’ incerti davanti a un medico nero, ma una reazione tanto violenta non mi era mai capitata prima», dice Andi Nganso.

Partito dal Camerun per studiare Economia in Italia, Nganso ha sempre sognato di indossare un camice bianco. «Il mondo della finanza e del management mi è sempre piaciuto — racconta —. Ma il mio vero sogno era diventare medico. Sono venuto in Italia per studiare Economia, ma ho abbandonato gli studi prima della laurea e mi sono iscritto a medicina». Medico da due anni, il 30enne africano ha lavorato come sostituto dei medici di base in diversi ambulatori, ma anche al centro di accoglienza di Bresso e pure in quello di Lampedusa. Da un anno è in servizio alla guardia medica di Cantù. «In diversi casi mi sono trovato davanti persone che non sono riuscite a nascondere la sorpresa e magari anche il loro disappunto. Una volta un bimba mi ha fatto notare con stupore che ero gentile mentre i suoi genitori le dicevano di non parlare con gli uomini neri. In altri casi, con una scusa qualcuno ha lasciato l’ambulatorio. Non me la prendo. Questa volta però la reazione della paziente mi ha spiazzato. Non mi ha neppure detto quale fosse il suo problema di salute».

Andi Nganso vive a Sesto San Giovanni. «Negli anni, l’atteggiamento delle persone è un po’ cambiato, generalmente in meglio — afferma —. Sono aumentati notevolmente i laureati stranieri e gli immigrati che svolgono professioni altamente qualificate. Credo che per i più sia diventato normale. Ma i comportamenti cambiano molto in funzione al clima politico e questo lo avverto chiaramente. Da un po’ di tempo il clima è diventato davvero pesante — continua —. È innegabile. Credo che certi comportamenti siano magari sintomo di un malessere sociale, d’accordo, ma questo deve essere governato e non fomentato alimentando la discriminazione e accendendo gli animi».
Decine i messaggi di solidarietà che Andi ha ricevuto dopo il suo sfogo sui social. «Ho visto davvero tanta amicizia, ma questa non è una novità — dice il medico —. Non ho mai voluto generalizzare sulla società italiana e non lo faccio neppure questa volta. Di solito trovo persone aperte e accoglienti. Certo, c’è anche una parte minoritaria, ma spesso anche molto rumorosa, che ha un atteggiamento diverso. Non sono amareggiato davanti a una persona anziana stupita perché si trova davanti un dottore nero. Posso capire lo stupore, davvero. Ma se diventa razzismo o intolleranza allora questo è inaccettabile»

Dopo il clamore suscitato dal caso, nessun ripensamento da parte della paziente che non si è fatta visitare dal dottor Nganso. «Le scuse? Non l’ho più vista né sentita. Almeno per ora».


Anna Campaniello






    


@Pierferdinando #Casini candidato PD a Bologna, perché la comunità Lgbt è davvero arrabbiata

La comunità Lgbt si è arrabbiata. Non è una novità: nella storia tra comunità arcobaleno e partiti politici (soprattutto in vista delle elezioni) il popolo arcobaleno si è sentito più volte umiliato e tradito da una politica che non vede i nostri bisogni, ma si limita a fare calcoli elettorali o di opportunismo politico. È successo con i Pacs, poi divenuti DiCo nel 2006, si è continuato con le civil partnership uguali al matrimonio poi diventate unioni civili da sganciare dall’articolo 29 della Costituzione, fino all’eliminazione delle stepchild adoption. Un déjà vu, insomma.

L’ultimo motivo di scontento è la mancata ricandidatura di Sergio Lo Giudice, su cui mi sono già espresso altrove. Fatto che dovrebbe interrogarci sulla qualità delle future proposte politiche rispetto alle nostre rivendicazioni, da qui ai prossimi anni. Prospettiva estremamente nebulosa, vista l’incertezza dell’esito elettorale e della durata della prossima legislatura.

La profonda frustrazione della comunità Lgbt può essere riassunta dalle dichiarazioni rilasciate a Gaypost.it da Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie arcobaleno: “I temi dei diritti civili in questa campagna elettorale sono assenti”, denuncia l’attivista, puntando il dito sull’esclusione di nomi importanti (ritorna l’affaire Lo Giudice), prova provata di un “accordo al ribasso sulle unioni civili” che “non è stato un incidente di percorso, ma un disegno politico preciso”.

Il sospetto, insomma, è che dietro quel sì alla “legge Cirinnà” si sia consumato un patto che prevedeva il niet all’adozione del figlio biologico del partner e la ricandidatura di certi personaggi. I maggiori avversari alla stepchild adoption, infatti, sono stati tutti riconfermati. Ciò fa male. Da qui si deve partire per capire il sentimento di rabbia che cova sotto l’arcobaleno. Se poi si pensa che uno degli uomini-simbolo di quella battaglia è stato fatto politicamente fuori (insieme ad altri, come Lumia e Manconi), e se si ascoltano le voci arrabbiate sui social che assicurano che non voteranno Pd (anche) per questa ragione, ci si può fare un’idea su cosa bolle in pentola.

Detto ciò, la comunità si interroga su quali sono le promesse dei vari partiti circa i propri diritti e sulla reale fattibilità in un contesto che vede tutti i partiti di sinistra all’opposizione al prossimo turno. Se tutto dovesse andare nel migliore dei modi, ed è difficilissimo che ciò accada, si arriverà a larghe intese tra Forza Italia e Pd. Ma questa prospettiva è pura immaginazione, appunto, salvo sorprese dell’ultimo momento.

Se la condanna sembra unanime, tuttavia le intenzioni di voto divergono profondamente: indagando velocemente sugli umori attuali, c’è chi propende per Liberi e Uguali, che sembra avere un programma al momento tra i più avanzati; chi vuole provare a mandare una pattuglia di radicali, scegliendo +Europa, per contrastare la destra che avanza; e chi, grato per la legge (imperfetta, incompleta e se permettete anche un po’ offensiva) sulle unioni civili, rinnoverà la sua preferenza per il partito di Matteo Renzi.

Ma c’è un’altra domanda da farsi: ovvero, come verranno portate avanti certe questioni, sia nell’ambito di un’improbabile azione di governo, sia che diventino – più verosimilmente – posizioni da difendere. Non credo che la destra metterà mani sulle unioni civili, ma come si comporterà su scelte riproduttive, adozioni o omogenitorialità più in generale? Cosa sarà fatto sulla lotta alle discriminazioni, al bullismo, all’omo-transfobia?

Avremo figure capaci di rispondere ai nostri bisogni, o avremo ancora un trattamento di chi ci vede come serbatoio elettorale al momento delle promesse e come figli/e di un dio minore quando si tratterà di mediare ancora al ribasso?

La presenza di esponenti dichiaratamente gay, ma esterni al movimento arcobaleno rappresenta una criticità che non va sottovalutata. Mandare gay e lesbiche in parlamento, in quanto tali, non è garanzia di bontà delle lotte da intraprendere. E se un Tommaso Cerno andrà valutato in corso d’opera, senza pregiudizi, abbiamo già visto cosa può accadere quando si dà mandato a chi non è espressione di un movimento Lgbt politicamente organizzato: la legge Scalfarotto docet.

E qui si torna alla mancata candidatura di Sergio Lo Giudice, senatore che era ed è esponente, per la sua storia politica, di quella comunità che oggi si sente nuovamente ferita e umiliata: la solidarietà dimostrata, anche dai suoi stessi avversari, ci dà la misura di un riconoscimento pressoché unanime. Viene pure il sospetto che abbia fatto un buon lavoro. Che il Pd non ne abbia tenuto conto, invece, dimostra l’inadeguatezza politica di voler dialogare con una comunità intera. Oppure, se non si vuole dare dell’incapace a Renzi, di una volontà precisa. Prospettive, entrambe, poco rassicuranti.

Dario Accolla






   



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