PUBBLICITA' - RISTORANTE IL FEUDO

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martedì 21 marzo 2017

#leiene e @unar_norazzismi; dimissioni di Marco Canale, Presidente di @AnddosLGBTI




Si è dimesso Mario Marco Canale presidente di Anddos e lo ha fatto per il bene dell’Associazione. L'associazione LGBT è sotto shock dopo essere stato travolta dal fango dei servizi de Le Iene, dapprima sulla vicenda Unar e il suo finanziamento di 55.000 euro che portò alle dimissioni del dirigente dell'ente pubblico Francesco Spano e poi accusata dalla trasmissione tv di prostituzione e di una presunta violenza a carico di un disabile che si sarebbe svolta all’interno di uno dei suoi circoli affiliati.



“Le ingiurie di cui Anddos è stata fatta oggetto in questo ultimo mese – ha dichiarato Canale –  rischiano di inficiare ogni sforzo per la tutela, l’accoglienza e la assistenza alle persone omosessuali da noi  compiuto dal 2012 ad oggi. Per questo ho deciso di fare un passo indietro per salvare tutto ciò che di buono è stato fatto e che si potrebbe ancora fare“.

L’intero ufficio di presidenza Anddos, appresa la notizia,  ha espresso piena solidarietà a Canale, così ingiustamente vilipeso nella sua dimensione umana. “Siamo increduli rispetto a tutto quello che sta avvenendo ai danni dell’Associazione – ha scritto in una nota l’ufficio di presidenza Anddos – ma ancora più sconcertati dall’ingiustificato accanimento verso Marco Canale, persona di indubbia onestà e di nostra totale fiducia. Lo ringraziamo per il ruolo svolto con tanta abnegazione e entusiasmo, augurandoci che il suo generoso gesto non sia inutile in nome delle battaglie che abbiamo contribuito a portare avanti insieme a tutto il movimento Lgbti”.

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omogenitorialità e #diritti lgbt : quando certo femminismo sposa il più becero patriarcato

Il dibattito attualmente in corso in Italia sulla questione femminile si intreccia direttamente con la causa Lgbt, soprattutto in temi complessi quali l’autodeterminazione nell’uso del proprio corpo e delle sue capacità procreative. Sotto attacco è, nello specifico, la gestazione per altri (Gpa), pratica per cui una donna – in modo gratuito o dietro compenso – permettere di avere figli a singoli o coppie sterili e a padri gay. Personalmente, al fine di fugare ogni dubbio, sono favorevole ad essa, a condizione che non vi sia sfruttamento di alcun tipo. Ancora: non ho alcun interesse ad avere o adottare figli, per cui la mia difesa si basa su mere questioni di principio.

Le famiglie arcobaleno sono già da diverso tempo sotto attacco da parte delle forze tradizionalmente ostili all’estensione dei diritti per la gay community: estrema destra, esponenti clericali, movimenti omofobi, ecc. A queste, più recentemente, si sono accodate alcune frange di certo femminismo, radicale o della differenza. Per costoro, la genitorialità sembra dover essere un aspetto riservato alla famiglia tradizionalmente intesa. Approccio culturale pericoloso, per diverse ragioni. Se applicato da chi si dice femminista, ancora di più. Vediamo perché.

Da maschio del sud, nato e cresciuto in un contesto rigidamente eterosessuale e patriarcale, mi è stata trasmessa la visione della donna come soggetto debole, minoritario e a diritti parziali. Ho tuttavia avvertito – forse in relazione al mio orientamento sessuale considerato “fuori norma” – una certa insofferenza per quell’impostazione, poiché certe limitazioni sulla libertà dell’essere investivano anche me. Ciò non mi ha impedito, purtroppo, di scivolare in episodi di sessismo. Fino a quando non ho incrociato il pensiero femminista: incontro fecondo che è coinciso, per altro, col mio ingresso nel movimento Lgbt italiano.

I legami tra questione omosessuale e femminismo sono profondi: entrambi si fondano sulla lotta, culturale in primis, contro il sistema basato sul paradigma del “maschio, bianco, eterosessuale, cristiano e borghese”. Dalle compagne femministe mi è stato insegnato ad alzare lo sguardo rispetto a chi mi descriveva non solo come diverso – risignificando questa parola in chiave positiva – ma anche come subordinato. Mi è stato insegnato a dire no, e soprattutto a dire: a raccontare se stessi, a mettere in gioco la propria esistenza, come portatrice di vita. Come energia da mettere a disposizione di tutti e tutte per una liberazione definitiva del sé. Un sottoposto che parla, d’altronde, non è più tale. Per questa ragione coming out e visibilità sono due passaggi fondamentali della vita di una persona Lgbt.

Un’altra cosa che ho appreso è il concetto di “libertà di scelta”. Essa può essere esercitata in due modi: applicandola a se stessi o riconoscendola a terzi. Sull’interruzione di gravidanza, ad esempio, non so e non saprò mai cosa vuol dire tale esperienza e ciò mi porta a trattare l’argomento con molto rispetto. Penso, per la mia sensibilità, che non riuscirei ad abortire di fronte a una gravidanza indesiderata. Ma ciò non mi autorizza a vietarlo ad altre. Lo stesso dicasi per il trattamento di fine vita: in caso di malattia in fase terminale, preferirei avere l’ultima parola sulla mia morte. Vivrei, di contro, come prepotenza profonda un divieto imposto da qualcuno solo perché contrario alla mia scelta. Chi vuole vietare la Gpa a donne libere e a maschi che scelgono di divenire genitori, non esercita forse questo tipo di violenza?

Il femminismo, almeno quello che conosco per come mi è stato insegnato, mi ha trasmesso questi principi. Forse non sono femminista, in termini di appartenenza diretta, come non ho mai fatto parte di un partito socialista, eppure questo non mi impedisce di fare miei valori di egualitarismo tipici di quel sistema di pensiero. Questo vale anche per ideali come l’autodeterminazione sulle proprie scelte e sul proprio corpo. Per questo, le polemiche sulla genitorialità mi sembrano una contraddizione. Per due ragioni.

Innanzi tutto, perché un tale atteggiamento ripropone la cultura patriarcale della negazione della libertà individuale: sulla gestazione per altri, ad esempio, che fine ha fatto il vecchio slogan “il corpo è mio e lo gestisco io”? Sembra che al centro della questione non ci sia il (presunto) sfruttamento del corpo della donna, ma la possibilità che due maschi possano allevare prole. Per evitare che questo accada, si arriva a negare il principio di autoderminazione, a partire da quelle donne che decidono in tal senso. È questo che vogliono certe compagne, ovvero tradire il principio della libertà individuale?

In secondo luogo, sempre su Gpa e temi analoghi, sembra che si segua la stessa narrazione di quelle forze reazionarie e clerico-fasciste che si contrappongono alla pienezza dei diritti. Questo procedimento, per altro, fa confluire certo pensiero femminista nei ranghi del più becero patriarcato, dal quale invece ci si dovrebbe smarcare per fornire un modello di convivenza sociale più “a misura d’uomo e di donna”. Mi chiedo, dunque: pur di impedire a due maschi di poter essere padri, certe femministe sono davvero disposte a cedere al patriarcato che invece dovrebbero combattere?

Capisco che su certi temi ci possano essere remore molto grandi, ma forse il discorso andrebbe affrontato ascoltandosi e non imponendo visioni preconfezionate, magari usando un linguaggio violento o funzionale a inseguire la pancia del popolo (la cui subcultura si basa sul paradigma maschile e maschilista). Insomma, forse sarebbe il caso di trovare un nuovo equilibrio che superi la contrapposizione tra generi. Sempre che il fine ultimo di certe compagne sia la salvaguardia della dignità femminile e non il perpetuarsi dell'odio nei confronti di una categoria a discapito di un’altra.

Dario Accolla







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statistiche ed effetti della #omofobia : quando la violenza si realizza

Diamo i numeri … dell’omofobia

Come dicevamo nella precedente parte dedicata al tema, “Che cos’è il BULLISMO OMOFOBICO?” (link), il bullismo omofobico concerne tutti gli atti di vessazione e di abuso, rivolti a persone percepite come omosessuali o atipiche nel loro genere o nella loro sessualità, che si fondano sull’omofobia. Consideriamo che la percentuale di persone omosessuali nella popolazione adulta varia dall’1% al 10%. La percentuale di persone che hanno contatti sessuali o affettivi con individui dello stesso sesso è nettamente maggiore della percentuale di quelli che si definiscono apertamente gay. La stima di coloro che hanno avuto almeno un comportamento omosessuale nella propria vita supera il 10%, mentre, se ci riferiamo a persone che provano attrazione stabile, affettiva e sessuale, per lo stesso sesso la percentuale varia dal 3% all’8%. Infine, l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che il 5% della popolazione mondiale sia omosessuale, dunque statisticamente una persona su venti, altre stime dichiarano una persona su dieci. Il fatto che una persona si renda conto della propria sessualità non implica necessariamente che la esprima apertamente: tra gli adolescenti è una pratica molto infrequente dichiararsi all’interno, ad esempio, dell’istituto scolastico. Questo nascondersi è proprio legato al timore di divenire vittime di bullismo omofobico e di altre forme di discriminazione, a causa delle possibili reazioni negative sociali. Non dimentichiamoci poi che in quell’età l’adolescente sta affrontando un periodo di interrogativi e di scoperta di sé, e tutti noi sappiamo cosa voglia dire il non sapere che cosa stai vedendo quando ti guardi allo specchio. Nella maggior parte dei casi il periodo in cui le persone comprendono la propria sessualità è però proprio l’adolescenza o la prima età adulta; alcuni dati mostrano, in maniera più specifica, che l’età della suddetta scoperta si aggira tra gli 11 e i 15 anni (Saraceno, Bertone, 2003), mentre tra i 15 e i 21 anni si dovrebbe registrare lo sviluppo della consapevolezza e, auspicabilmente, dell’accettazione del proprio orientamento sessuale. Nel momento in cui avviene questa accettazione, l’adolescente, ogni volta che incontrerà una persona si troverà ad affrontare una nuova sfida: dovrà decidere se fare o meno coming out con essa.

Tutte le età che abbiamo citato cadono in un periodo della nostra vita particolarmente denso e popolato di esperienze e di momenti di crisi e maturazione: l’adolescenza. In questa situazione, naturalmente, come dimenticare il bacino più importante di queste prime esperienze, di questi primi contatti, di questo primo assaggio di quello che dovrebbe essere la crescita e l’indipendenza. Sto parlando, ovviamente, della scuola. In particolare, negli studenti vi sono dei comportamenti che vengono utilizzati come indicatori di omosessualità (Pietrantoni, 1999), quali:

modalità atipiche di presentarsi esteriormente, come un taglio di capelli eccessivamente corto per una ragazza, abbigliamento definito troppo poco virile in un ragazzo; approcci assertivi con l’altro sesso, ad esempio un ragazzo che parla con le ragazze senza provarci, una ragazza che si mostra reticente o eccessivamente goliardica con i ragazzi; atteggiamenti che vengono percepiti come inadeguati, ovvero un ragazzo che fa apprezzamenti fisici su un attore; comportamenti affettuosi tra maschi che vengono percepiti come “troppo intimi”, quale potrebbe essere un abbraccio eccessivamente lungo per salutarsi ogni giorno in una occasione non particolare (sarebbe giustificato prima di una partenza, ma non come approccio quotidiano).

Le ricerche che riporto comprendono un ampio bacino sia di ragazze lesbiche che di ragazzi gay, oltre che di tutti i bisessuali troppo spesso inspiegabilmente trascurati in questi studi. Uno dei primi che si sia focalizzato sull’esperienza vissuta alle scuole superiori da giovani omosessuali e bisessuali si svolse nel Regno Unito, nel 1984, ad opera di Hugh Warren. Questa ricerca era strutturata al fine di raggiungere quattro obiettivi principali:

rilevare e comprendere il tipo di pressioni che gli adolescenti omosessuali e bisessuali londinesi dovevano affrontare nelle scuole; identificare le modalità in cui venivano discriminati in classe; dimostrare il contributo positivo che potevano offrire al contesto scolastico; sensibilizzare sul fenomeno e mettere in discussione la tradizionale e prevalente connotazione negativa attribuita all’omosessualità.

La ricerca di Warren era stata così strutturata: nell’arco di un anno, erano stati compilati da giovani adolescenti omosessuali maschi e femmine 416 questionari dai quali era risultato che: il 39% (164 soggetti) di loro aveva avuto problemi a scuola, tra cui anche l’essere stati vittime di bullismo o invitati a conformarsi al ruolo di genere. Dei 154 ragazzi che hanno poi specificato il problema avuto, alcuni numeri balzano particolarmente all’occhio: il 25%, dunque 28 ragazzi e 10 ragazze, dichiarava di essersi sentito solo ed isolato all’interno dell’istituto scolastico; il 21% di loro (tra cui 29 maschi e 2 femmine che avevano dichiarato il loro genere nel questionario) aveva affermato di aver subito maltrattamenti verbali e/o insulti; il 15% (15 maschi e 5 femmine) asseriva di essere stato deriso; il 12% (18 maschi e 1 femmina) affermava di aver subito aggressioni fisiche; il 7% (7 maschi e 4 femmine) di essere stato intenzionalmente emarginato dai compagni; inoltre un altro 7% (5 maschi e 6 femmine) asseriva di essere stato costretto dai compagni a modificare il proprio comportamento.

Un’altra ricerca che avvenne nel Regno Unito fu quella di Mason e Palmer del 1996. Essa vede un campione di 4216 omosessuali e bisessuali intervistati mediante un questionario distribuito tramite pubblicazioni e riviste gay. I risultati del questionario mostrano che il 40% delle aggressioni fisiche a ragazzi e ragazze sotto i diciotto anni è avvenuto a scuola e che, nel 50% dei casi, gli aggressori erano i compagni di classe aventi circa la medesima età. Inoltre indica anche che circa un quarto dei soggetti dell’indagine era stato aggredito fisicamente dai coetanei e che poco meno della metà, il 44%, era stata in qualche modo molestata e, più di tre quarti, il 79% aveva ricevuto insulti legati all’orientamento sessuale, reale o percepito. In particolar modo, un meccanismo che alimenta l’omofobia è anche quello che vede delle vittime del bullismo omofobico non omosessuali ma che vengono prese di mira perché considerate come tali: ragazzi deboli di costituzione o carattere, oppure con atteggiamenti effeminati assolutamente eterosessuali, che però subiscono violenza con insulti che li connotano omo-sessualmente. Questi ragazzi o ragazze tenderanno a provare odio per la categoria a cui sono assimilati, alimentando atteggiamenti di intolleranza verso quegli individui così disprezzabili da aver costituito il loro incubo per tutta la pubertà.

Effetti del bullismo omofobico

Prima di addentrarci nello specifico del bullismo omofobico, è opportuno un piccolo chiarimento. Anche se questo articolo è pensato e dedicato appositamente all’omofobia, gli effetti negativi del bullismo, in generale, riguardano tutte le vittime a prescindere dal genere, dalle preferenze sessuali, dall’etnia e indifferentemente dai motivi che li portano a essere aggrediti e isolati. Indipendentemente dalla categoria vittimizzata, gli effetti che si riscontrano sono della medesima gravità, benché talvolta diversi. Alcune ricerche mostrano come gli effetti del bullismo si ripercuotano sulle vittime anche per decenni, tramite i ricordi delle esperienze traumatiche. In un studio del 1990, che Ian Rivers ha effettuato su 190 partecipanti omosessuali e transessuali, è emerso che il 72% di loro ha ammesso di aver marinato la scuola o finto una malattia per evitare aggressioni omofobe all’interno dell’istituto. Questo ci suggerisce come il bullismo omofobico infici non solo la vita sociale, ma anche altri ambiti della vita di un individuo, non ultimi i risultati scolastici dei soggetti vittimizzati, dal cui esito dipende a volte l’intera possibilità di carriera e di realizzazione di sé e delle proprie aspirazioni. Sempre Rivers, infatti, nel 2000 ha verificato che effettivamente vi è, al di là della ragionevole evidenza che ognuno di noi possa notare, una forte correlazione tra assenteismo a scuola e aggressioni a sfondo omofobico. Gli adolescenti che presentavano il maggior numero di assenze, invero erano anche coloro che avevano subito aggressioni, minacce o pesanti denigrazioni. L’esclusione sociale nei giovani omosessuali è un’esperienza molto diffusa e pare che essa sia correlata a deficit dell’attenzione durante l’infanzia e da schizofrenia in età adulta. Conseguenze gravi come queste dovrebbero far riflettere su quanto sia importante tutelare i ragazzi che subiscono simili aggressioni ed effetti negativi, perché il prezzo di quelle che molti genitori troppo permissivi e lassisti chiamano “ragazzate” può essere a volte molto più alto di quanto si possa immaginare. Un altro fattore di rischio che tutti questi sentimenti di depressione, impotenza e isolamento sociale concorrono ad aumentare è sicuramente quello del suicidio. Nello studio emerge che il 69% di gay e lesbiche aveva contemplato il suicidio mentre erano a scuola; il 30% invece aveva effettivamente provato a suicidarsi in ambiente scolastico. A corollario di quanto appena esposto, vorrei portare uno studio che permetta di escludere che la causa dei disturbi dei ragazzi LGBT sia una causa interna, che fughi ogni dubbio che sia il fatto stesso di essere omosessuali a creare loro problemi. Una ricerca su un campione di 9188 studenti di una scuola superiore ha rilevato che gli allievi omosessuali esposti a un basso livello di aggressioni a scuola non mostravano particolari problemi di salute mentale, mentre gli studenti non etero che avevano subito aggressioni omofobe a medio/alto livello tendevano a riportare un maggiore uso di sostanze stupefacenti, maggiori rapporti sessuali a rischio e più comportamenti suicidari rispetto agli altri studenti (Bontempo, D’Augelli, 2002). Dato il doppio campione di ragazzi pur omosessuali ma non bullizzati perfettamente sereni dal punto di vista mentale e di ragazzi vittime di livelli significativi di bullismo omofobico che invece manifestavano conseguenze gravi, questi studi confermano come non sia tanto l’essere omosessuali tout court a determinare l’aumento di tutti questi fattori di rischio, bensì mettono in chiaro che è il bullismo di matrice omofobica e la vittimizzazione ad esserne la causa.

Ora, partendo proprio dai risultati dell’ultima ricerca di Bontempo e D’Augelli, che hanno lapalissianamente escluso come l’omosessualità possa essere causa di aumento di fattori di rischio, vorrei parlare di come, invece, il rifiuto sociale e l’omofobia possano diventare una effettiva causa di psicopatologia e malattia per il soggetto vittima di essi. Un parassita mentale, un tarlo sempre affamato che erode la sicurezza e la salute di una persona fino a farle perdere di vista la propria stessa esistenza. In un contesto in cui l’omofobia è di derivazione sociale, culturale e istituzionale, inevitabilmente troveremo fenomeni di omofobia interiorizzata, ovvero l’atteggiamento di odio e rifiuto interni allo stesso omosessuale, che vive uno stato di odio verso la propria sessualità e i suoi rappresentanti. Generalmente l’omofobia interiorizzata è inconscia. Queste reazioni, questi comportamenti rendono assai più difficile all’uomo adulto trovare realizzazione sentimentale nella propria vita e all’adolescente chiedere conforto e trovare negli adulti figure che lo sostengano: chiedere aiuto nel caso del bullismo omofobico e dell’omofobia, esterna o interiorizzata, equivale a porre attenzione sulla propria sessualità (reale o attribuita), con vissuti di profonda ansia e disistima. Queste realtà caratteristiche del bullismo omofobico trovano conferma nelle ricerche effettuate da Hawker (1997), che mettono in luce come il ruolo di sottomissione, diretta conseguenza dell’interiorizzazione dell’omofobia, assunto dalla vittima all’interno del gruppo dei pari ne aumenti sensibilmente la vulnerabilità alla depressione. La vittima, a seguito di una o più aggressioni verbali, fisiche o sessuali, avrà pensieri che la rimandano all’evento subìto, ricordi che riaffiorano volontariamente o involontariamente, causandole sofferenza, senso di inadeguatezza e profonda vergogna anche quando l’atto non è più materialmente in corso. Questo stato di tormento continuo provoca scoppi di collera, nervosismo, e stati di allerta nel timore che l’evento si ripeta. Infatti, gli atti di bullismo omofobico possono essere vissuti come una minaccia per la propria incolumità fisica e psicologica e possono compromettere il sentimento di sicurezza personale generando ansia, paura, reazioni aggressive e condotte di evitamento. È impossibile non riconoscere in questi sintomi un chiaro rimando alle diagnosi che si possono fare a persone che hanno vissuto un evento traumatico. Difatti, nel Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM-V) troviamo che la diagnosi di PTSD, ovvero il disturbo post traumatico da stress, sia correlata a incubi, frequenti ricordi dell’evento, pensieri ripetuti che riguardano i fatti, una consistente dose di senso di colpa rivolto verso sé stessi o gli altri, senso di isolamento, ridotto interesse nelle attività quotidiane, irritabilità o aggressività, comportamenti distruttivi, ipervigilanza, soglia di spavento aumentata e difficoltà a concentrarsi e/o dormire. Anche se solitamente queste tipologie di disturbi siamo abituate a vederle addosso a reduci di guerra (nei film, poi, fa sicuramente scena), lo stato di perenne paura, stress, inadeguatezza che colpisce una persona che vive in un ambiente che la rigetta profondamente e che la umilia e denigra produce nel nostro cervello gli stessi effetti catastrofici di un trauma considerato e considerabile ben peggiore. Speriamo che questo faccia riflettere a sufficienza su quanto ferire una persona per ridere con i propri amici non valga poi il prezzo che si ha da pagare.

Un elemento che favorisce, talvolta pesantemente, l’omofobia interiorizzata è la religione. Gli adolescenti omosessuali religiosi faticano maggiormente ad accettarsi e, al contempo, a far convergere le proprie credenze religiose. Questo sentimento porta negli adolescenti un senso di disistima, conflittualità personale, stress psicosociale, difficoltà di adattamento e forte disagio. Questi comportamenti possono spingersi fino al punto in cui la vittima accetta gli atti di bullismo perché crede di meritarli, pensando che si meriti di essere punita per quello che desidera, per la sua identità omosessuale. Riassumendo, possiamo affermare che l’omofobia interiorizzata consista nel rivolgere la stessa omofobia contro sé stesso, generando una scarsa accettazione della propria persona, senso di inferiorità, vergogna, convinzione di essere malato o sbagliato ed, infine, odio verso ciò che si è. Quest’ultima facilita il processo di deresponsabilizzazione: infatti la vittima potrebbe arrivare a non denunciare e quasi giustificare il bullo, come se fosse immediatamente chiara la sua omosessualità, l’errore evidente a tutti e la causa dell’atto. Essa è un atteggiamento negativo nei confronti della propria sessualità, dovuto all’esposizione e l’interiorizzazione del disprezzo sociale, a volte fortemente manifestato anche dai propri cari, verso l’omosessualità. In una situazione simile, comprendiamo bene che importanza rivesta il contesto in cui si trova l’adolescente: è di estrema importanza la presenza di figure di riferimento positive (genitori, insegnanti, amici), che permettano al giovane di non interiorizzare l’omofobia esterna o, se già ne è vittima, di elaborarla positivamente consentendogli di accettarsi.

È importante sottolineare come non siano solo le vittime dirette del bullismo a pagarne le conseguenze, ma anche l’aggressore (Fedeli, 2007). Si è visto, infatti, che i bulli tendono a sviluppare problemi comportamentali e condotte delinquenziali in età adulta. Come la vittima contro cui si scaglia, l’aggressore tende ad avere un basso o scarso rendimento scolastico, a appartenere o provenire da uno stato di isolamento, a sviluppare disturbi dell’umore e a tentare il suicidio. Questo perché spesso atteggiamenti di odio e di bullismo derivano dalla visione di questi stessi atteggiamenti dentro le mura di casa, operate dai genitori o dalle figure di riferimento, come i fratelli. A volte i bulli stessi provengono da situazioni di disagio o sono essi stessi omosessuali che, vittime della società, hanno imparato a ritagliarsi un quadratino di posto in essa affermando la loro “normalità” tramite la violenza contro le persone come loro.

In conclusione, una società o un istituto omofobico mette gli adolescenti nella condizione di dover decidere se nascondersi ed evitare atti di bullismo fisici e/o verbali, oppure esporsi e correre il rischio di subire le susseguenti minacce e rischi. Per effettuare tale scelta, il ragazzo necessita di comprendersi ed accettarsi in primis; ciononostante, per fare questo ha bisogno di figure che lo sostengano, rimandandogli quell’immagine positiva di sé che la società in questione gli nega. Teniamo anche conto che questi dati raccolti sono esclusivamente riferibili a realtà occidentali e che, per quanto ci riguarda, ci fregiamo di essere il baluardo della civiltà. Consideriamo che vi sono parti del mondo dove non solo non è accettata l’omosessualità, ma dove è ancora un infamante reato punito in maniera penale e, talvolta, anche capitale.

Jacopo Stringo

Bibliografia:

Buccoliero E., Maggi M., Pietrantoni L., Prati G., Il bullismo omofobico. Manuale teoricopratico per insegnanti e operatori, Milano, Franco Angeli, 2010.
Collovati R., Il bullismo sociale, Roma, Armando editore, 2010.
Rivers I., Bullismo Omofobico: conoscerlo per combatterlo, edizione italiana a cura di Lingiardi V., il Saggiatore, 2015.




#Obamacare; le politiche anti-gay aiutano la diffusione dell’HIV

Il governo di Donald Trump rischia di avere gravi conseguenze sulla lotta all’HIV: da una parte, lo smantellamento dell’Obamacare, il sistema di protezione sociale voluto dall’ex presidente Barack Obama, non potrà non avere effetti negativi, considerando che prima della riforma il 24% delle persone HIV-positive non aveva nessuna copertura assicurativa sanitaria.

Dall’altra parte, lo sdoganamento di posizioni omofobe e razziste rischia di pesare molto, se teniamo conto che, secondo le stime dei Centers for Disease Control and Prevention (Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie) sugli uomini che fanno sesso con altri uomini, a metà dei neri e a un quarto dei latino-americani verrà diagnosticata l’infezione da HIV nel corso della vita [Advocate].

Se aggiungiamo il fascino che il regime di Vladimir Putin sembra avere sull’amministrazione Trump, il quadro diventa ancora più cupo. Da inizio anno, in Russia le persone HIV-positive sono inserite in un registro, come ha annunciato il ministero della salute [TASS], idea che mette i brividi in un paese fortemente discriminatorio. E che dimostra anche la capacità di Mosca di fare proseliti: Ralph Weber, parlamentare del partito populista di destra Alternative für Deutschland (Alternativa per la Germania; AfD), ha già proposto di creare una specie di lista nera nazionale delle persone HIV-positive, anche per frenare il loro “comportamento irresponsabile” [Nordkurier].

Ma quale comportamento è più irresponsabile di quello di politici che fingono di voler combattere le malattie sessualmente trasmissibili (MST) e in realtà portano avanti politiche repressive e molto spesso chiaramente omofobe, nonostante sia ormai chiarissimo come queste politiche contribuiscano alla diffusione di queste malattie?

Facciamo un salto in Africa, per chiarirci le idee. In Tanzania la legge, eredità dei colonizzatori tedeschi prima e britannici poi, continuava a condannare i rapporti omosessuali con il carcere fino a 30 anni, eppure lo stato africano era relativamente tollerante: le norme anti-gay non erano applicate e l’omofobia non sembrava particolarmente violenta. Il numero di nuove infezioni da HIV, dalla fine degli anni ’90 al 2014, si era ridotto a un terzo.

Le cose sono cambiate con l’arrivo al potere del socialdemocratico John Magufuli: l’attuale presidente, eletto nel 2015, ha fatto della lotta ai gay uno dei suoi cavalli di battaglia. E questo pesa sulle politiche sull’HIV tanto negativamente che l’ambasciata degli Stati Uniti prevede su Facebook una “espansione dell’epidemia”.

Nell’estate dell’anno scorso il governo ha sospeso i programmi di prevenzione rivolti ai gay e finanziati dagli USA, accusandoli di promuovere l’omosessualità. Quest’anno, a febbraio, la polizia ha chiuso 40 cliniche private [ITV], guadagnandosi così gli elogi pubblici del ministro della sanità, Hamisi Kigwangalla, su Twitter: “La guerra contro la promozione e la normalizzazione dell’omosessualità in Tanzania è reale”.

Ora molti omosessuali e transgender, ma anche altre persone che temono di essere identificate con loro, per paura dei controlli di polizia nelle strutture sanitarie non fanno più il test per l’HIV e per le altre malattie sessualmente trasmissibili ed evitano di andare a comprare preservativi e lubrificanti. E chi è già malato non sa più come e dove andare a recuperare i medicinali [National Public Radio].

Il rischio è di fare la fine dell’Uganda, dove le nuove infezioni da HIV, in costante calo negli anni ’90, oggi sono il doppio rispetto all’inizio del millennio per colpa di politiche moralistiche (programmi basati su astinenza e fedeltà, piuttosto che sul preservativo) e omofobe. La persecuzione giudiziaria, lo stigma sociale e la discriminazione promossa dalle istituzioni religiose hanno reso sempre più difficile per le persone LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali) ricorrere ai servizi di prevenzione e cura.

Gli ultimi dati mostrano chiaramente le conseguenze di queste scelte: nella capitale Kampala è HIV-positivo il 13% degli uomini che fanno sesso con altri uomini, contro il 4,1% di chi ha solo rapporti con donne [76 Crimes]. E nel resto del paese, dove le malattie sessualmente trasmissibili sono molto più diffuse, la situazione è sicuramente peggiore.

E allora, si vuole davvero sconfiggere l’HIV? Bisogna puntare non sulla criminalizzazione delle persone malate o sulla persecuzione delle minoranze sessuali, ma su politiche sanitarie inclusive, sull’educazione sessuale, su una cultura sociale di rispetto e di stima per tutte le persone. Perché alcune malattie sono trasmissibili attraverso i rapporti sessuali, ma ancora di più attraverso le esclusioni sociali.


Pier Cesare Notaro

nella #giornatainternazionale contro il #razzismo, diciamo no ai decreti Minniti-Orlando

Il 21 marzo è la Giornata internazionale contro il razzismo. Molte organizzazioni sociali, tra cui l'Arci, da sempre convinta che la qualità di una democrazia si misuri dal livello di accesso ai diritti delle fasce più deboli e svantaggiate della popolazione, hanno deciso di promuovere una grande assemblea pubblica a Roma perché si possa levare alta la voce della società civile, dell'opposizione sociale, contro i decreti Minniti-Orlando su immigrazione e sicurezza, ennesimo strumento di criminalizzazione dei più deboli ed emarginati.

Un appuntamento importante che vorremmo segnasse l'inizio di una nuova stagione di mobilitazione per una società aperta e inclusiva, accogliente e antirazzista. Qualità senza le quali l'Italia e l'Europa tutta rischiano di implodere, sopraffatte dal ritorno dei nazionalismi xenofobi.

C'è una componente di autolesionismo nell'atteggiamento con cui il governo affronta le questioni riguardanti l'immigrazione. Autolesionismo misto a cinismo, se si considera anche il calcolo elettorale che sta dietro la risposta, con provvedimenti securitari e lesivi dei diritti delle persone, alla presunta percezione d'insicurezza diffusa.

È senza dubbio il caso dei due Decreti Legge (n.13 e 14 del 2017), che portano le firme, oltre che del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, anche del ministro dell'Interno Minniti e del ministro della Giustizia Orlando.

Mentre i dati sui reati, presentati con grande enfasi dallo stesso Minniti, sono in netta diminuzione, si ricorre tuttavia alla decretazione d'urgenza in materia di sicurezza, alimentando una percezione distorta della realtà e la conseguente crescita della paura da parte dei cittadini.

Alle critiche il ministro risponde con la solita vuota retorica secondo cui la sicurezza non sarebbe né di destra né di sinistra, e che adottando misure volte a rafforzarla si limiterebbe lo spazio d'azione e di consenso della destra. Un ragionamento già sentito e che, in tutta Europa, ha fatto la fortuna dei partiti di destra.

Con lo stesso obiettivo e la stessa logica (rispondere alle reazioni di chiusura, alla paura, alimentando ulteriormente chiusure e paura), il ministro Minniti, in collaborazione con il ministro della Giustizia e candidato alle primarie del Pd Orlando, introducono per Decreto una drastica diminuzione di garanzie e diritti per gli ultimi tra gli ultimi, quei richiedenti asilo che, proprio perché arrivati per chiedere protezione, non sono in grado di tutelare i propri interessi, di alzare la voce contro campagne denigratorie e che li criminalizzano.

In un Paese che parla sempre di gara

ntismo, il Parlamento si appresta a convertire in legge un DL che cancella la possibilità di difendersi davanti a un giudice, dopo essersi veduta respingere una domanda d'asilo, introducendo il rito camerale (ossia un ricorso davanti al Tribunale ordinario che non prevede, a meno che non lo decida lo stesso giudice, la possibilità di difendersi) e allo stesso tempo elimina un grado di giudizio, l'appello, cancellando quindi ogni possibilità di difendersi entrando nel merito delle proprie ragioni.

Insomma uno stravolgimento dei diritti salvaguardati dalla nostra giurisdizione e addirittura dalla Costituzione che ha fatto insorgere anche i magistrati, oltre che le associazioni, e che spiega bene quali rischi corra la nostra democrazia.

Di qui la decisione di promuovere, proprio il 21 marzo, un'assemblea pubblica, che discuta e assuma impegni precisi per fermare la conversione in legge dei due decreti. L'appuntamento è alle 15 all'Università La Sapienza, Aula 4 di Fisica.

Filippo Miraglia
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#giornatacontrolemafie; se il martire è gay non merita di essere ricordato

Ieri è avvenuta una cosa molto importante a Locri. L'evento promosso da Libera, con la partecipazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in apertura delle celebrazioni dedicate al 21 Marzo, giornata per le vittime delle mafie, ha avuto il merito di riconoscere alla Calabria la centralità di una presenza mafiosa che si irradia nei 5 continenti, ma anche l'altrettanto robusta centralità della reazione a questa, attraverso una lotta della quale ieri si è avuta prova tangibile con il notevole successo avuto dalla manifestazione, non solo in Italia. La straordinaria presenza del nostro presidente Sergio Mattarella, a sua volta vittima di mafia, ha dato ulteriore spessore e forte credibilità alla manifestazione.

Nel più che meritorio elenco delle vittime scandito dalla viva voce dei congiunti e degli amici mancava però un nome. Quello di Ferdinando Caristena, commerciante di Gioia Tauro, ucciso il 18 maggio del 1990, dal clan Molè-Mazzitelli. La sua vicenda è stata completamente oscurata nella storia della 'Ndrangheta e quindi non possiamo certo colpevolizzare gli organizzatori. Caristena è stato rimosso non per cattiva volontà dell'antimafia militante, ma perché in Italia, il paese bastione della virilità ideologica, il tema dell'omosessualità resta un autentico tabù. Lo è nel mondo "macho" dei mafiosi, così come anche in quello dell'antimafia, dove il sostrato culturale cattolico prevale e orienta anche la gerarchia della memoria.

 E ieri nelle belle cronache della TGR Calabria (non si capisce perché ignorate dai TG nazionali del servizio pubblico, visto che i giornalisti che operano sul posto qualcosa ne sanno sicuramente più dei quirinalisti) numerosi intervistati ricordavano come i loro cari fossero stati uccisi solo per caso. Solo perché, raccontavano i congiunti, si trovavano in un luogo sbagliato al momento sbagliato (anche se di sbagliato qui c'è solo il germe criminale).

Anche Ferdinando si trovava nel posto sbagliato quando fu ucciso. E, soprattutto, la sua colpa era quella di essersi legato sentimentalmente alle persone sbagliate. Secondo le cronache, il giovane e brillante commerciante, universalmente noto come gay, aveva intrecciato una relazione affettuosa con Donatella Mazzitelli, sorella del boss Gaetano, con il quale condivideva un'amicizia, anche questa molto intensa.

Benché, come ha raccontato il giornalista della Gazzetta del Sud Arcangelo Badolati, le preferenze sessuali di Ferdinando fossero ben note, il commerciante gioiese, soprendendo tutti decise di codificare il suo rapporto con la donna del clan e iniziò a pianificare il matrimonio.

Propositi che misero in allarme le 'Ndrine gioiesi, che stabilirono in un summit di eliminarlo perché, usando le parole del pentito Annunziato Raso, messe a verbale durante il successivo processo: "un ricchiune non potrà mai entrare a far parte di una famiglia mafiosa".

E quindi un bel giorno di maggio due killer entratono nel suo negozio e lo fecero fuori. È solo grazie all'indefesso lavoro della magistratura e dei PM Roberto Di Palma e Roberto Pennisi che oggi sappiamo la verità. E non finiremo mai di ringraziarli per aver messo nero su bianco che una persona per bene, pulita come Ferdinando sia stata uccisa solo perché gay.

Inevitabile una riflessione: quanti casi di lupara bianca in Calabria, Sicilia, Puglia sono riconducibili a vicende simili a quella di Ferdinando? Quanti omosessuali sono stati assassinati, o allontanati, o discriminati dai clan mafiosi, senza che nessuno ne parli? Perché gli storici non indagano? È verosimile che il caso di Ferdinando sia così isolato?

Ora, le istituzioni porranno un piccolo rimedio a questa svista. Grazie all'impegno dell'ex sindaco di Gioia Tauro Giuseppe Pedà e del Prefetto Michele di Bari, a Ferdinando sarà intitolata una via. La strada è già stata scelta e sarà in pieno centro. Sarà interessante vedere come verrà commemorata la scomparsa di Ferdinando al momento dell'inaugurazione e scoprire se, sulla targa, si ricorderà che è stato ucciso perché omosessuale o se, ancora una volta, il "dettaglio" verrà oscurato.

Klaus Davi


venerdì 10 marzo 2017

#maiconsalvini


Attivisti di movimenti e centri sociali hanno occupato la sala del Palacongressi della Mostra d’Oltremare dove domani si terrà la manifestazione del movimento «Noi con Salvini» alla quale parteciperà il controverso personaggio leader della Lega Nord, Matteo Salvini. I manifestanti hanno esposto cartelli e striscioni, con scritte come «Salvini razzista e antimeridionale, Napoli non ti vuole» e un ironico «foglio di via da Napoli». Sono presidiati dalle forze dell’ ordine gli accessi alla Mostra per bloccare l’ingresso di eventuali altri manifestanti. Da dentro hanno fatto sapere che «l’occupazione della sala continuerà ad oltranza» e che convocheranno «un’assemblea pubblica per le 15 chiedendo che i presidi agli ingressi della Mostra vengano rimossi per permettere il libero accesso ai cittadini». Intanto s’è tenuto un incontro in Prefettura. «La Prefettura lascerà che sia la Mostra d’Oltremare a decidere per la rescissione o meno del contratto conSalvini», ha spiegato Alfonso De Vito, uno dei portavoce di #MaiConSalvini.

«Il prefetto e il questore hanno mantenuto la loro posizione, hanno lasciato la palla alla gestione contrattualistica della Mostra d’Oltremare. Bisognerà capire adesso come si vorrà agire. Attualmente la manifestazione di Salvini all’interno della mostra ‘Oltremare, è confermata a meno che non ci saranno degli sviluppi nelle prossime ore», spiegherà nel tardo pomeriggio il presidente della decima Municipalità di Napoli, Diego Civitillo, al termine di una riunione, in prefettura. Con Civitillo, dal prefetto Carmela Pagano, si sono recati qualche ora fa, anche l’assessore alle politiche urbane, Carmine Piscopo, che non ha voluto rilasciare dichiarazioni, il capo di gabinetto del Comune Attilio Auricchio e Donatella Chiodo, presidente della Mostra d’Oltremare. Tra l’occupazione e l’incontro in prefeettura ci sono state le solite sparate criminogene del leader della Lega secondo il quale sarebbe legittima difesa sparare alle spalle come ha fatto un ristoratore del lodigiano con una persona sorpresa a rubare. Toni che alzano la tensione ma oggettivamente delineano la statura del personaggio che aspira a essere il Le Pen italiano. Prosegue a oltranza l’occupazione della sala congressi. Gli occupanti, circa un centinaio, appartenenti ai centri sociali e alla rete antirazzista, attendono notizie dalla Prefettura. Nel caso la manifestazione non venisse annullata, l’ intenzione è quella di andare avanti con la protesta. All’ esterno alcune decine di manifestanti, che si sono viste sbarrare l’accesso dalle forze dell’ordine, si sono riunite in assemblea.

Riceviamo e inoltriamo anche dalla 99 Posse il link alla canzone che sarà la colonna sonora del corteo dell’11 marzo. Con la partecipazione di artisti come Luca Zulù, Eugenio Bennato, Daniele Sepe, Ntò, Ciccio Merolla, Franco Ricciardi, Enzo Gragnaniello, Valerio Jovine, i Foja, James Senese e tanti altri. Un corteo che si preannuncia difficile dopo la concessione di quello spazio a Salvini da parte di questura e prefettura con l’aperta contrarietà di De Magistris.

E, dopo quello srotolato dagli attivisti dei centri sociali ieri sulla facciata del Consiglio comunale in via Verdi, nella notte un altro striscione, simile a quelli realizzati dalla tifoseria organizzata napoletana, è stato esposto sulle impalcature che sovrastano l’ingresso della Galleria della Vittoria, ai piedi di Palazzo Reale e a pochi passi dal porto. Sullo striscione campeggia la scritta «Salvini… non passa lo ‘straniero’», citazione del brano «La canzone del Piave», canzone patriottica scritta nel 1918 dal napoletano E.A. Mario, nella quale lo «straniero» era l’esercito dell’Impero Austro-Ungarico respinto sul fiume Piave dall’esercito italiano durante la Prima Guerra Mondiale.

«Sarà un corteo solare, indignato, popolare quello che contesterà la speculazione ignobile che viene a fare Salvini nella città di Napoli. Una mobilitazione pronta a notificare un simbolico “Foglio di Via” all’uomo che ne invoca continuamente per migranti e rifugiati, che giustifica senza vergogna e senza umanità le stragi nel Meditterraneo!», hanno spiegato i promotori del corteo da piazza Sannazzaro si dirigerà alla Mostra D’Oltremare.

Insieme alle realtà autorganizzate, comitati di quartiere, centri sociali, movimenti di lotta dei precari e dei senza tetto, parteciperanno tanti segmenti della società civile napoletana, le realtà studentesche, i collettivi lgbt, la rete antirazzista già in piazza il primo marzo, i sindacati di base, la rete femminista “Non una di Meno”, Tutti riuniti nel coordinamento MAI CON SALVINI cui Michele Zerocalcare ha disegnato il logo-manifesto della mobilitazione.

«Noi siamo per una società aperta e accogliente, un mondo agli antipodi di quello cupo e rancoroso su cui scommette politicamente Salvini, per scaricare sui più deboli i costi sociali della crisi. Perciò rigettiamo solo chi è colpevole di razzismo, xenofobia, sessismo e un potente sentimento antimeridionale declinato sia nelle piazze sia nei governi dell’austerità di cui la Lega pure ha fatto parte e che hanno pesantemente penalizzato il Sud».

Mentre tanti esponenti della società civile fra cui lo scrittore Maurizio De Giovanni, l’avvocato Domenico Ciruzzi presidente del Premio Napoli,  Mario Laporta, Luca Delgado, Gianni Simioli, Amalia De Simone e tanti altri hanno lanciato la petizione “Salvini a Napoli: il razzismo non è un opinione”.

Scrive Antonello Zecca su anticapitalista.org:

" 
Non può sfuggire a nessuno il significato al tempo fortemente simbolico e politico della visita del leader della Lega Nord: da un lato, l’avvio della campagna elettorale, dall’altro il tentativo di superare la dimensione regionalista della proposta politica leghista costruendo un profilo nazionale, e più compiutamente nazionalista, facendo leva su un preoccupante senso comune diffuso reazionario che vede sempre più negli immigrati e, in generale, nell’Altro e nel “deviante”, la causa minacciosa della crisi e del deterioramento delle proprie condizioni di vita. D’altro canto, l’ennesima squallida sciacallata social del Matteo lumbard sulla morte, o per meglio dire, sull’ennesimo omicidio di due immigrati nel Ghetto di Rigano, in provincia di Foggia, lo dimostra chiaramente. 
"

Il movimento neoborbonico ha preparato una suoneria con pernacchio, da scaricare in rete, ispirata a Eduardo de Filippo in una delle scene più famose de ‘L’oro di Napoli’, il film tratto dall’omonimo libro di Giuseppe Marotta. «Salvini è chiaramente un nemico del Sud. Non il solo e non l’unico».

Checchino Antonini



il 25 marzo insieme al @PartitComunista

Il 25 marzo il Partito Comunista sarà in piazza a Roma per manifestare contro l’Unione Europea in occasione dei 60 anni dei trattati istitutivi della CEE, della Ceca e dell’Euratom, le tre antenate dell’Unione Europea. In quell’occasione i primi ministri e i capi di stato europei saranno a Roma per celebrare l’anniversario e ribadire il loro accordo alle politiche antipopolari della UE. I lavoratori e i popoli europei subiranno in quei giorni il culmine di una campagna di disinformazione e propaganda a favore della UE che va avanti da mesi, con spot televisivi, concorsi pubblici, iniziative nelle scuole e nelle università, con lo scopo di conquistare consenso popolare alle politiche europee e convincere le classi popolari che non esiste alcuna alternativa alla UE e a questo sistema. 

Il Partito Comunista scenderà in piazza il 25 marzo alla fine di una campagna di informazione sulla natura reale della UE che i militanti stanno conducendo in tutta Italia nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università. In questi sessant’ani l’Unione Europea ha:

-       rafforzato il potere dei monopoli finanziari (banche, grandi imprese) riducendo ovunque i margini della sovranità popolare, stracciando anche le temporanee e parziali conquiste che le classi oppresse avevano ottenuto con le costituzioni successive alla mobilitazione popolare contro il fascismo;
-       creato un mercato unico a immagine e somiglianza del grande capitale, grazie al pilastro comunitario della libera circolazione dei capitali, delle merci e dei servizi con i quali le grandi aziende hanno ottenuto la possibilità di scegliere la sede legale negli stati più favorevoli fiscalmente, diminuendo le tasse pagate e incrementando i profitti, de localizzando la produzione nei paesi più convenienti. Tutto questo ha favorito i processi di concentrazione e centralizzazione del capitale, il trasferimento di ricchezze dalle classi popolari ad un’aristocrazia finanziaria che con poche decine di società controlla ricchezze sempre maggiori;
-       con la creazione dell’euro ha creato un sistema monetario saldamente nelle mani delle banche private per il tramite della BCE che ha acuito le contraddizioni capitalistiche e la crisi a tutto danno della classe operaia e delle classi popolari. Attraverso la leva del debito pubblico gli istituti finanziari hanno guadagnato sulle spalle dei popoli europei e le politiche dei governi sono state commissariate nella direzione di svendite del patrimonio comune, privatizzazioni, riduzione delle politiche sociali;
-       peggiorato le condizioni di lavoro in tutti i Paesi aderenti, mettendo in concorrenza i lavoratori al fine di diminuirne salari e di cancellare le conquiste frutto delle lotte del movimento operaio nel secolo scorso. La UE ha sostenuto la precarizzazione del lavoro, con l’introduzione di nuove forme contrattuali a danno dei lavoratori; sostenendo la libertà di delocalizzare ha imposto un mercato unico della forza lavoro in cui la minaccia dello spostamento delle sedi produttive all’estero è utilizzata per importare il peggioramento delle condizioni di lavoro e dei salari. Ha incrementato la disoccupazione, e in modo particolare la disoccupazione giovanile, con la conseguenza di centinaia di migliaia di giovani che emigrano per cercare lavoro, convertendosi in manodopera a basso costo, doppiamente sfruttata;
-       assoggettato ogni settore economico alle logiche capitalistiche e agli interessi dei monopoli, come dimostra la direttiva Bolkenstein il cui impatto comporta il peggioramento delle condizioni di settori popolari (mercati, piccoli commercianti ecc…);
-       imposto la privatizzazione e conseguente trasformazione dei servizi sociali in privilegi su base economica e strumenti di creazione di profitto privato, imponendo una concorrenza del tutto favorevole ai grandi gruppi economici. Così ha sostenuto e indirizzato le politiche di privatizzazione della sanità e la dismissione del sistema sanitario nazionale, determinato le riforme delle scuole e delle università;
-       attraverso la creazione di un mercato unico e di accordi sempre più vasti a livello globale, la UE è responsabile del peggioramento della condizione dell’agricoltura, della concentrazione della proprietà terriera e agricola, dell’impoverimento di migliaia di contadini e del peggioramento della qualità dei beni prodotti (si pensi alla direttiva sugli oli deodorati, o alle conseguenze del CETA e dell’eventuale stipula del TTIP per la produzione di cereali e altri beni agricoli);
-       mentre si dice che la UE ha promosso la pace si dimentica che essa ha sostenuto ogni intervento imperialista condotto dai propri paesi membri e nella cornice delle alleanze militari come la Nato. Sostenendo l’azione dei propri monopoli la UE ha contribuito allo sfruttamento delle risorse in Africa e Medio Oriente, all’impoverimento delle classi popolari di quei paesi, non disdegnando ove necessario il sostegno all’intervento militare di propri paesi al fine di ottenere maggiori fette di mercato e controllo di risorse economiche e rotte commerciali strategiche. Ciò, oltre a contraddire ogni ipotetica funzione della UE come fattore di pace e stabilizzazione, comporta il dramma di milioni di persone costrette ad emigrare per salvarsi dalla guerra e dalla miserie o migliorare la propria condizione di vita, finendo per convertirsi a loro volta in manodopera a basso costo da poter sfruttare.

Per tutte queste ragioni nel 1957 il Partito Comunista fu l’unico partito italiano a votare in Parlamento contro l’ingresso dell’Italia nel Mercato Comune Europeo. Oggi che la destra fa dell’antieuropeismo la sua bandiera, noi comunisti abbiamo il dovere di rimarcare la nostra posizione contro un’unione europea espressione diretta degli interessi della finanza e promotrice delle politiche antipopolari che opprimono i lavoratori e le classi popolari del continente.

I comunisti non si uniscono a quella parte della sinistra che si nutre di illusioni sulla riformabilità della UE, e peggio ancora, illude le classi popolari sulla natura del processo unitario europeo contribuendo a mascherarne la reale essenza, ossia il carattere di strumento degli interessi del grande capitale. La vicenda greca ha dato ragione a chi coerentemente non ha riposto alcuna fiducia nell’idea di poter cambiare il sistema europeo dall’interno, come la capitolazione del governo Tsipras e delle illusioni della sinistra europea ha ampliamente dimostrato.

Allo stesso tempo, come comunisti, abbiamo il dovere di indicare una via d’uscita in senso progressista e favorevole agli interessi dei lavoratori e delle classi popolari, dal sistema della UE. Solo in questo modo sarà possibile arginare l’avanzata della destra nei settori popolari, combattere la visione reazionaria che utilizza l’antieuropeismo come mero pretesto per riaffermare un sistema di sfruttamento su base nazionale, fondato sul potere dello stesso capitale nazionale che è responsabile e primo fautore dell’adesione dell’Italia al mercato comune. I comunisti combattono la visione di chi critica la UE, ma poi non ne chiede l’uscita unilaterale, di chi si scaglia contro l’immigrazione ma poi è pronto a sostenere le politiche imperialiste e la permanenza dell’Italia nella Nato, utilizzando l’immigrazione come pretesto per scatenare una guerra tra poveri il cui ultimo risultato è distrarre le classi popolari dal comune nemico, mettere i lavoratori gli uni contro gli altri sulla base della nazionalità e della provenienza etnica, salvando quel sistema di sfruttamento capitalistico e il potere dei monopoli.

Il Partito Comunista, insieme ai partiti membri dell’Iniziativa Comunista Europea si batte per l’uscita dell’Italia dalla Ue e dalla Nato, per la creazione di un governo dei lavoratori in un’Italia libera e socialista. L’Unione Europea non è riformabile, la lotta dei lavoratori e delle classi popolari dei paesi europei non può che indirizzarsi per la sua rottura, attraverso l’uscita unilaterale di ciascun paese fino alla dissoluzione delle alleanze imperialiste. Né illusioni di sinistra, né ricette reazionarie di destra. Per uscire dalla crisi, per conquistare il proprio avvenire, i lavoratori e la gioventù lottano contro la UE, per il potere popolare, per il socialismo.


Il 25 marzo tutti in piazza a Roma, per il comizio del Partito Comunista ore 16.00 Piazzale Tiburtino, quartiere San Lorenzo (raggiungibile con la metro B fermate Tiburtina o  Castro Pretorio; con il treno con fermata a Roma Termini o Roma Tiburtina)



@thedaveywavey ci racconta di un #comingout a 95 anni

Purtroppo o per fortuna il coming out – nostro o altrui – è sempre un momento indimenticabile. E se da un lato è indelebilmente legato a personalissime emozioni, dall’altro rappresenta sempre in qualche modo una conquista globale. Come un metaforico passo dell’umanità sul pianeta dell’eguaglianza.Non c’è un coming out più bello di un altro. Ma ci sono storie che, per una ragione o per l’altra, ci toccano più da vicino e ci fanno commuovere fino alle lacrime.

È il caso del video postato dal noto youtuber gay Davey Wavey, che racconta la storia di Roman, un 95enne che ha deciso di dichiararsi dopo una vita lunghissima vissuta nell’ombra. L’incontro tra Wavey e Roman è avvenuto grazie al nipote Brandon, che sta traducendo la vicenda del suo coraggioso nonno nel progetto «On My Way Out». E di coraggio, a Roman, ne è servito davvero tanto per confidare alla moglie, ai due figli, ai cinque nipoti e al bisnipote, ciò che lui sapeva dall’età di cinque anni.

Ma, dopo novant’anni di segreti, bugie e misteri, Roman ha sentito il bisogno di rivelarsi per intero. «Gliel’ho detto in modo semplice – racconta Roman – . Ho detto alla mia famiglia che sono gay e che lo sono stato per tutta la mia vita. Ho raccontato la tragedia della mia vita e loro hanno capito».

Roman, che adesso ha 96 anni, è determinato a vivere fino in fondo. «Si, vorrei un compagno» ammette. Ma zlla domanda di Wavey se preferisca un tipo alla Marlon Brando o alla Zac Efron («Zac Efron chi?» chiede Roman), lui risponde:

Non mi importa. Non guardo l’aspetto. Mi interessa il loro cuore. Voglio andare a dormire con qualcuno vicino. E per nessun altra ragione che per il fatto che tenga davvero a me.

Alla fine l’anziano Roman si domanda, e domanda a Wawey se avesse il diritto di fare coming out alla sua età. La risposta? «Sono orgoglioso».



Hotel Madrid



insegnante #lesbica allontanata dalla scuola

All'insegnante non era stato rinnovato l'incarico a causa del suo orientamento sessuale. Ora l'Istituto trentino dovrà pagare 45 mila euro.

In appello, la causa intentata contro l'istituto Sacro Cuore che non le aveva rinnovato l'incarico a causa del suo orientamento sessuale, è stata confermata.

Non solo, all'insegnante lesbica è stato riconosciuto anche il danno d'immagine portando il risarcimento a 45 mila euro. Saranno risarcite anche le associazioni per la difesa dei diritti omosessuali con 10 mila euro ciascuna, la Cgil e Certi Diritti.

Il fatto, avvenuto nel 2014, aveva visto coinvolta un'insegnante che da anni lavorava presso l'istituto paritario che, chiamata dalla preside della scuola, aveva dovuto rispondere ad una domanda sul suo orientamento sessuale.

Le "voci" che parlavano della sua omosessualità avevano allarmato la dirigente che successivamente non ha più rinnovato, com'era da prassi, l'incarico alla docente.

La vicenda suscitò clamore anche a livello nazionale. L'allora ministra Giannini aveva affermato: "Se sarà accertata la discriminazione saremo molto severi". La causa, portata avanti dall'insegnante e dal suo legale Alexander Schuster, è stata vinta in primo grado e confermata in appello. La riforma parziale della sentenza del primo giudice ha anzi aumentato il risarcimento del danno, quello patrimoniale e quello morale.

Queste le dichiarazioni della docente: "Mi ritengo finalmente reintegrata nella mia dignità di docente e di donna, fatto che assume una particolare importanza oggi 8 marzo. Il riconoscimento espresso della falsità delle dichiarazioni era per me prioritario, al di là di ogni risarcimento di denaro. È stata accertata la diffamazione e la ritorsione che ho subito con le dichiarazioni dell’Istituto alla stampa nazionale. Nulla di peggio si poteva dire ad un’insegnante se non che abusava del proprio ruolo per turbare i ragazzi".

"E sono anche contenta che in Italia si ribadisca che la vita privata di ognuna e ognuno è per l’appunto privata e che nessun datore di lavoro può entrare nelle nostre famiglie e chiedere chi siamo, chi amiamo o se vogliamo come donne abortire o meno. La mia dignità personale e professionale trova oggi giustizia nelle parole della Corte di appello di Trento. Per me questo spiacevole momento della mia vita è finalmente chiuso. Spero che il Sacro Cuore torni a coltivare quel rispetto e quella valorizzazione della diversità e del pluralismo che è il vero messaggio di Teresa Verzeri, come richiamato anche dall'odierna sentenza".

Questo lo stralcio della sentenza emanata oggi:
In parziale riforma della ordinanza in data 21.6.16 del Tribunale di Rovereto, accertata la natura discriminatoria per orientamento sessuale, individuale e collettiva, della condotta posta in essere dall’Istituto delle Figlie del Sacro Cuore di Gesù di Trento in ordine alla selezione per l’assunzione degli insegnanti, ordina all’Istituto l’immediata cessazione di tale condotta; ridetermina la somma capitale dovuta a titolo di danno patrimoniale € 13.329,80; ridetermina la somma capitale dovuta a titolo di danno morale in € 30.000,00;

ridetermina la somma capitale dovuta a titolo di risarcimento del danno a favore di Associazione Radicale Certi Diritti e CGIL in € 10.000,00 ciascuna; ordina la pubblicazione del presente dispositivo – omesso il nome della ricorrente – sul quotidiano La Repubblica; condanna l’appellato alla rifusione delle spese del grado, liquidate in favore degli appellanti in € 8.000,00, di cui € 2.500,00 per fase di studio, € 1.500,00 per fase introduttiva e € 4.000,00 per fase decisionale, oltre 15% rimborso spese forfettarie ed accessori come e se per legge dovuti.

In merito interviene anche la Cgil del Trentino: “La decisione assunta dalla Corte d'appello di Trento riafferma il principio che sul posto di lavoro non si può essere discriminati per il proprio o presunto orientamento sessuale. Siamo soddisfatti della sentenza”. Commenta così il segretario della Cgil trentina, Franco Ianeselli, la decisione della Corte d'appello che conferma quanto già deciso poco meno di un anno fa dal Tribunale di Rovereto sul caso dell'insegnante del Sacro Cuore, seguito dal sindacato di via Muredei.

La sentenza, riconoscendo anche il danno d'immagine a carico dell'insegnante, amplia il risarcimento economico anche per la Cgil. “Ci siamo impegnati su questo caso perché siamo convinti che nessun lavoratore o lavoratrice possa essere giudicato o discriminato per il suo orientamento sessuale – prosegue Ianeselli -. Coerentemente a questo principio siamo pronti a usare il maggior risarcimento riconosciuto alla nostra organizzazione a sostegno di progetti per le pari opportunità e contro le discriminazioni”.

Cgil aveva promosso ricorso assistita dagli avvocati Stefano Giampietro e Alexander Schuster chiedendo al Giudice che venisse accertato il carattere discriminatorio delle affermazioni della direttrice dell'istituto Sacro Cuore che aveva rivendicato il diritto di non assumere persone omosessuali. “Siamo contenti per l'insegnante che vede tutelata la sua dignità di persona e docente,indipendentemente dalla sua identità sessuale, e ringraziamo gli avvocati Giampietro e  Schuster per l'ottimo lavoro svolto”, conclude Ianeselli.

E anche l'associazione radicale Certi Diritti prende la parola. "La Corte d'Appello di Trento ci dà nuovamente ragione confermando con sentenza di data odierna la decisione del Tribunale di Rovereto: una scuola non può discriminare un prestatore di lavoro per il suo orientamento sessuale. E' quello che è accaduto nel 2014 all’Istituto Figlie del Sacro Cuore di Gesù, scuola paritaria di Trento: in un colloquio chiesero a una docente se davvero avesse una relazione sentimentale con un’altra donna e di ‘risolvere il problema’. Lei non si piegò all’ingerenza nella sua vita privata e per questo non venne riassunta. Successivamente la scuola la diffamò sulla stampa nazionale dicendo che parlava di sesso ai bambini e li turbava. In primo grado il Sacro cuore venne condannato a risarcire 25.000 euro alla ricorrente".

"Adesso è stata riconosciuta anche la diffamazione e la ritorsione, perché la docente era apprezzata da colleghi e alunni. Da qui un risarcimento per danni patrimoniali e non patrimoniali per circa 44.000 euro. La conferma di questa prima sentenza per discriminazione individuale, oltre che collettiva, è un risultato importante non solo per le parti coinvolte nel caso in questione (oltre alla docente, anche la CGIL del Trentino), ma per tutta la battaglia contro le discriminazioni sul posto di lavoro".

Ad esprimere soddisfazione è anche il segretario nazionale Arcigay, Gabriele Piazzoni. "Questo nuovo pronunciamento – ha affermato – ribadisce l’impossibilità di attenuare o condizionare il reato di discriminazione. L’Istituto condannato, quale che sia il sentimento religioso che lo ispira, deve rispettare le leggi della nostra Repubblica, che sono quelle di uno stato laico, in cui nessuna credenza viene elevata a livello di norma".

Per Piazzoni "In questa importante giornata di mobilitazione delle donne, una donna, lesbica e lavoratrice, ha vinto la sua battaglia contro un’istituzione che con violenza voleva normare il suo privato, le sue relazioni e la sua sessualità"


Donatello Baldo


l'educazione sessuale a #scuola in Cina

I bambini cinesi ora hanno un corso di educazione sessuale di cui possiamo essere fieri” scrive il quotidiano statale Global Times su Weibo, il Twitter cinese. Il giornale, molto fedele alle linee del governo, si riferisce ai nuovi testi del Gruppo Editoriale dell’Università Normale di Pechino che sono stati distribuiti agli studenti delle scuole primarie [Shangaiist]. Se fino all’anno scorso gli alunni ricevevano libri in cui, per esempio, si bollavano come “degenerate” le ragazze che hanno rapporti prima del matrimonio [Shangaiist], ora è stato fatto un salto in avanti evidente. E, per qualcuno, anche scioccante.

 Già in seconda elementare i manuali spiegano, con testi e disegni molto chiari, come funzionano gli organi genitali e come nasce un bambino. Raccontano che bisogna seguire i propri desideri e le proprie aspirazioni senza lasciarsi sviare dagli stereotipi di genere (una bambina può diventare una poliziotta intransigente o un’intrepida astronauta, esattamente come un bambino può diventare un maestro d’asilo o un infermiere amorevole). E insegnano cosa sono le molestie sessuali e come cercare di sfuggirle, chiedendo aiuto ai genitori o alla polizia. I testi non tacciono neppure del fatto che a volte certe attenzioni inappropriate degli adulti possono arrivare non da sconosciuti, ma da parenti e amici.

I diversi temi sono riproposti e approfonditi dalla seconda alla sesta elementare. Il tema generalmente tabù [Il Grande Colibrì] dell’HIV e delle malattie sessualmente trasmissibili (MST), per esempio, è affrontato a partire dalla quinta, quando si spiega l’importanza dell’uso del preservativo nei rapporti eterosessuali e omosessuali.

Già, perché il corso di educazione sessuale parla spesso e volentieri dei diversi orientamenti. Sin dalla seconda elementare, i bambini imparano che c’è chi ama le persone del sesso opposto e c’è chi invece ama le persone dello stesso sesso e che va benissimo così, perché “l’amore è una cosa meravigliosa” sempre e comunque. E ci sono pure le persone bisessuali e anche per loro vale lo stesso discorso: “Saresti scioccato da una persona a cui piace sia il piccante che il dolce?”.

Non è giusto discriminare le persone LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali), spiegano i libri, e quando succede non bisogna accettarlo. Perché tutti abbiamo diritto ad amare chi vogliamo e a essere felici con lei o con lui. Per questo i volumi sono popolati da ragazzi che sognano altri ragazzi, da uomini che preparano la cena per i compagni, da donne innamorate che passano il tempo libero insieme, da ragazze che parlano tranquillamente del proprio orientamento a genitori solidali. Scene semplici di una vita quotidiana serena e piena d’affetto e di rispetto.

E tra queste scene spuntano anche coppie omosessuali con figli e altre che si sposano. Il corso, infatti, spiega ai bambini delle elementari che in alcuni paesi del mondo esiste il matrimonio tra persone dello stesso sesso, anche se non è riconosciuto in Cina, almeno “per ora”, come annota sorprendentemente il libro.

Ovviamente il nuovo corso di educazione sessuale ha suscitato l’entusiasmo delle femministe e degli attivisti per i diritti delle persone LGBTQI, ma ha creato molte polemiche sui social network. Le critiche, però, non si sono concentrate sull’apertura alla diversità sessuale né si sono trasformate in stupidi complottismi su improbabili “ideologie gender”: è il disegno di un rapporto sessuale etero ad avere imbarazzato molti adulti, con Weibo che si è riempito di testimonianze di genitori che sono arrossiti vedendo l’immagine. D’altra parte sono cresciuti in scuole dove i libri di testo non raccontavano il sesso, ma lo demonizzavano come “degenerazione”.

Pier Cesare Notaro

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