PUBBLICITA' - RISTORANTE IL FEUDO

BOTTONI [1]

giovedì 23 febbraio 2017

continua la la disinformazione, la sessuofobia e l'omofobia di #filipporoma di @redazioneiene


mercoledì 15 febbraio 2017

una associazione in nome di stefano #cucchi e in nome della giustizia



+++PROGRAMMA E OSPITI IN AGGIORNAMENTO+++

Presentazione ufficiale dell'Associazione Stefano Cucchi - Onlus.
Interverranno all'iniziativa:
- Ilaria Cucchi, sorella di Stefano
- Rita Calore e Giovanni Cucchi, genitori di Stefano
- Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi
- Lucia Annunziata, scrittrice, giornalista e presentatrice televisiva
- Riccardo Iacona, giornalista e conduttore di Presa Diretta
- Enrico Zucca, magistrato e pubblico ministero nel processo per i fatti della scuola Diaz
- Stefano Anastasia, tra i fondatori dell'associazione Antigone, ricopre dal giugno 2016 la carica di garante dei detenuti della regione Lazio.

Dalle ore 16 sarà già possibile tesserarsi all'associazione e visitare le mostre tematiche che saranno allestite in sala.

Ore 17 proiezione documentario 148 Stefano - mostri dell'inerzia (regia di Maurizio Cartolano).

Ore 18:30 dibattito e presentazione dell'associazione

A seguire verrà presentato il logo dell'Associazione, scelto tra le proposte che sono pervenute e il disegnatore verrà premiato da una delegazione della giuria di fumettisti: Zerocalcare, Makkox, Toni Bruno e dall'avvocato Fabio Anselmo.

Dopo il dibattito, Elio Germano leggerà l'ultima lettera scritta da Stefano a suo padre.
E poi ci accompagnerà per tutta la serata la musica di
Mannarino, Marco Conidi e Andrea Rivera.
Sarà con noi anche Chef Rubio.

All'evento parteciperanno tutti i fondatori dell'associazione: Ilaria Cucchi, Fabio Anselmo, Giovanni Cucchi, Rita Calore, Rossana Noris, Davide Lubrano, Irene Testa, Giulia Bosetti, Angela Gennaro, Laura Renzi.

L'evento ospiterà la mostra "Butterfly/Chapter 4" di Scott Typaldos,
vincitore Il Reportage Photojournalism Award 2016


#giustiziapercucchigiustiziapertutti

il 22 febbraio siamo NOI; #antifascismo. in ricordo di Valerio Verbano, uno spettacolo teatrale




verso lo #Sciopero globale dell'8 marzo; intervista a Morgane Merteuil

Cosa vuol dire scioperare ai tempi del neoliberismo? Ne abbiamo parlato con Morgane Merteuil, sex-worker francese e militante femminista

Durante i giorni di C17 – La Conferenza di Roma sul Comunismo – abbiamo voluto approfondire alcune tematiche assieme a Morgane Merteuil come Laboratorio Infosex. Morgane è una sex-worker francese, militante femminista ed è stata segretaria generale del sindacato delle e dei sex-workers STRASS, dal 2011 al 2016.

Le abbiamo rivolto tre domande partendo dalla Women’s March statunitense, che si stava dando in quelle stesse ore, nel tentativo di riflettere assieme sull’emergente movimento globale delle donne che negli ultimi mesi ha caratterizzato le piazze e le mobilitazioni di tantissimi paesi del Mondo. Alla luce poi della grande manifestazione del 26 Novembre di NonUnaDiMeno a Roma e dello Sciopero Internazionale delle Donne del prossimo 8 Marzo, abbiamo voluto ragionare, assieme a Morgane, sulla risignificazione dello strumento dello sciopero e delle sue pratiche ai tempi del neoliberismo.




e se @realDonaldTrump facesse bene al movimento dei diritti?

Se la presidenza di Donald Trump può legittimamente preoccupare gli attivisti per i diritti civili [Il Grande Colibrì], la società americana (che pure spesso in passato a tali diritti non è apparsa sempre particolarmente sensibile) sembra avere una discreta dose di anticorpi per attutire i colpi di un’amministrazione che preannuncia una falcidia di diritti, a cominciare da quelli degli immigrati, passando per le persone LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersessuali), per arrivare alle donne.

Già nelle scorse settimane abbiamo avuto le marce delle donne, cittadini di ogni stato a protestare negli aeroporti contro il bando  che impediva l’accesso dei cittadini musulmani di sette paesi e, soprattutto, le prime sentenze che di questo bando sembrano voler fare carta straccia.

Ancora la settimana scorsa in Florida gruppi LGBTQI e organizzazioni religiose di diversa fede (cristiani e musulmani) hanno messo in guardia il senatore repubblicano Marco Rubio, uno dei più importanti sfidanti di Trump nelle primarie dello scorso anno, perché si opponga a questo genere di provvedimenti, ricordando che un misto “di bigottismo, islamofobia e xenofobia di questo genere non si vedeva da molto tempo” e ricordando che “siamo ugualmente impegnati nella difesa della libertà religiosa e della nostra tradizione di dare rifugio a chi fugge dalle persecuzioni” [Orlando Sentinel].

Ma ancora più interessante appare una ricerca del Public Religion Research Institute, che ha voluto indagare sugli appartenenti a comunità religiose messi a confronto con il tema del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Il sondaggio ha evidenziato che sono molto poche le comunità in cui la maggioranza si oppone al matrimonio egualitario: i testimoni di Geova (25% di favorevoli e 53% di contrari), i protestanti evangelici bianchi (31% a favore e 61% contro), i mormoni (37% favorevoli e 55% contrari) e i protestanti ispanici (41% a favore e 46% contro).

Con l’eccezione dei protestanti neri, inchiodati su un pareggio al 45% tra favorevoli e contrari, tutti gli altri gruppi religiosi – chi più chi meno – hanno una percentuale di favorevoli superiore a quella dei contrari: 44% pro e 41% contro tra i musulmani, 59% a favore e 30% contrari tra i cristiani ortodossi, per salire ancora di più con cattolici ispanici, cattolici bianchi, protestanti bianchi,  induisti, ebrei, seguaci di altre religioni e universalisti (con un 94% di favorevoli e 2% di contrari).

La stessa ricerca ha messo in luce che ancora minore è la propensione alla discriminazione per ragioni religiose (come, ad esempio, negare una stanza d’albergo a una coppia gay). In questo caso solo i protestanti evangelici bianchi hanno espresso una maggioranza a favore della possibilità di negare un servizio adducendo motivazioni di fede (50% di favorevoli, 42% di contrari), mentre tutti gli altri gruppi religiosi hanno osservato, con percentuali piuttosto nette, che tutti i cittadini devono godere degli stessi diritti.

E – curiosità marginale ma non irrilevante – i mormoni, i cattolici ispanici e bianchi, i protestanti ispanici e bianchi e i cristiani ortodossi risultano avere tutti percentuali a favore della discriminazione più alte dei musulmani e dei protestanti neri, spesso associati invece all’idea di una maggiore discriminazione verso le persone LGBTQI.


Tutti questi dati e le proteste citate all’inizio non ci devono troppo rassicurare, perché certamente la presidenza Trump non favorirà il cammino dei diritti umani per immigrati e persone LGBTQI. Ma i numeri ci dicono che, in qualche modo, le minoranze sembrano voler fare fronte comune contro le ingiustizie. Se così fosse, sarebbe un effetto oltremodo benefico del nuovo corso americano. E da attivisti non dovremmo che prenderne esempio.

in Ucraina spariti due attivisti per i diritti #glbtq

Due attivisti LGBT sono stati dichiarati scomparsi in Ucraina. Si tratta di Grey Violet, attivista agender russo e Victoria Miroshnichenko e sono scomparsi nell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk, nell’est dell’Ucraina.

La coppia viaggiava verso Donetsk dove avevano previsto di portare una performance a sostegno della comunità LGBT.

La paura delle associazioni è che i due possano essere stati arrestati e che sia loro impedito di contattare altre persone e anche dei legali che li assistano.

SCOMPARSI DAL 31 GENNAIO
Di Violet e Miroshnichenko non si hanno più notizie dal 31 gennaio scorso. Le ultime cose certe sono che sono riusciti a superare indenni il checkpoint di Uspenka, sul lato russo e che il 31 gennaio erano arrivati a Donetsk.

“È angosciante che nessuno sia stato in grado di scoprire dove sono Grey Violet e Victoria Miroshnichenko – ha dichiarato in un comunicato stampa Tanya Cooper, ricercatrice ucraina di Human Rights Watch -. La loro scomparsa improvvisa richiede un’indagine tempestiva ed efficace”.

LE AUTORITÀ NEGANO DI AVERLI IN CUSTODIA
Gay Star News riporta che il sito russo Mediazona ha raccolto la testimonianza di un amico di Violet che ha contattato le autorità di Donetsk per chiedere informazione dei due attivisti. Ma né la polizia né i servizi di sicurezza ha saputo (o voluto) dare informazioni.


La situazione per le persone lgbt nella regione è peggiorata da quando è scoppiato il conflitto armato, sia a Donetsk che a Luhanks. In quest’ultima area, attualmente nelle mani dei separatisti, le autorità locali avevano dichiarato di voler punire l’omosessualità con la pena di morte.

furto di identità : che fine ha fatto il cognome delle #unionicivili ?

1. Premessa: le mele avvelenate.

L’11 di febbraio è entrato in vigore il d.lgs. n. 5 del 19 gennaio 2017 con il quale il Governo dà attuazione alla delega contenuta nel comma 28 della Legge sull’unione civile in materia di stato civile.

Il decreto contiene due norme in materia di cognome che appaiono fortemente sospette di illegittimità costituzionale per eccesso di delega. Con la prima il legislatore delegato impone una sostanziale abrogazione del comma 10 della Legge. Con la seconda si prevede addirittura la cancellazione dei cognomi già scelti dalle parti in questi primi sette mesi di vigore della norma, con una procedura amministrativa de plano e senza contraddittorio.

A queste mele avvelenate del decreto governativo è dedicato questo breve studio.

2. Il cognome della famiglia: una vera novità per il diritto di famiglia italiano.

L’introduzione del cognome comune rappresenta il più innovativo effetto personale dell’unione civile. La dottrina ne ha segnalato l’evidente rilevanza simbolica, in quanto la previsione di un cognome comune dell’unione ne sottolinea la natura familiare e ne rimarca l’unità, conferendo rilevanza esterna e visibilità all’unione. La disciplina del cognome dell’unione civile appare inoltre assai più egualitaria di quella del matrimonio e rappresenta, pertanto, uno di quei passaggi del testo legislativo che sono stati indicati dalla migliore dottrina come più moderni rispetto alla stessa disciplina del matrimonio, suggerendo una sorta di competizione in positivo fra i due istituti.

Come noto, la legge rimette alle parti la scelta di un cognome comune mentre l’articolo 143 bis del codice civile prevede che la moglie aggiunga al proprio cognome quello del marito, con la conseguenza che il solo cognome del maschio vale a identificare la famiglia e con l’ulteriore effetto, stabilito non da una specifica disposizione ma da una norma desumibile da un insieme di disposizioni, che tale cognome del marito, assunto quale cognome della famiglia, viene trasmesso ai figli nati nel matrimonio. La disposizione matrimoniale dopo l’entrata in vigore della Legge sull’unione civile, è stata finalmente colpita, ma solo parzialmente, da pronuncia di illegittimità costituzionale[1]. La Corte costituzionale è intervenuta difatti su un particolare aspetto della disciplina del cognome, particolarmente odioso e discriminatorio, dichiarando l’illegittimità costituzionale delle disposizioni che impedivano ai genitori, anche in caso di accordo fra loro, di dare al figlio un doppio cognome (formato con i cognomi dei due genitori). Anche in caso di apertura del matrimonio, dunque, sarebbe stata necessaria una disposizione come quella del comma 10, poiché la regola patriarcale del cognome del marito non sarebbe stata applicabile alle coppie dello stesso sesso.

La disciplina del cognome nell’unione civile subisce, invece, l’evidente influenza del modello tedesco della Lebenspartnerschaft, ove la decisione sul cognome è rimessa alla piena autonomia delle parti. Tale opzione, a sua volta, è coerente con la scelta operata dal legislatore tedesco con la riforma del 16 dicembre 1993, per cui la scelta del cognome comune è rimessa alla volontà dei coniugi, con l’effetto, in mancanza di scelta, che gli stessi continueranno a portare cognomi diversi.

A norma del comma 10 della Legge si hanno due diverse dichiarazioni (entrambe solo eventuali): quella, comune, di scelta del cognome dell’unione civile, che diviene cognome di entrambe le parti; quella, individuale, della parte il cui cognome non è stato scelto, con cui la stessa dichiara, se vuole, di continuare a tenere anche il proprio cognome, accanto a quello comune[2].

La scelta del cognome comune rappresenta esercizio di un diritto soggettivo previsto dalla Legge ed è una manifestazione del diritto alla vita familiare costituzionalmente e convenzionalmente riconosciuto alla coppia unità civilmente. In quanto manifestazione di un diritto fondamentale riconosciuto dalla Legge, incidente sulla stessa identità personale, oltre che sulla vita familiare, lo stesso è incoercibile e non può essere negato dall’ufficiale di stato civile se non per ragioni espressamente ammesse dalla legge.

3. La interpretatio abrogans del Governo.

Come si è anticipato, su tale quadro normativo è intervenuto il legislatore delegato. Il medesimo, dando per sua esplicita ammissione una lettura riduzionista della norma di legge, ha stabilito che il cognome comune non ha alcuna incidenza anagrafica.

Nel decreto legislativo in materia di stato civile n. 5. del 19 gennaio 2017 è stato previsto difatti che nell’articolo 20 (Schede individuali) del d.p.r. 30 maggio 1989, n. 223 (Approvazione del nuovo regolamento anagrafico della popolazione residente) sia inserito il comma 3 bis per cui «per le parti dell’unione civile le schede (anagrafiche) devono essere intestate al cognome posseduto prima dell’unione civile» (articolo 3, comma 1, lettera c), n.2). Dunque a dare credito a tale disposizione, la scelta di un “cognome comune” non incide sul cognome della parte (non incide né sulla scheda anagrafica né viene annotato sull’atto di nascita).

Nella relazione illustrativa che accompagna il decreto si legge che «in analogia a quanto previsto dall’articolo 143 bis per il cognome della moglie» si è deciso che la decisione delle parti di adottare il cognome dell’unione civile abbia il solo effetto di consentirne l’uso. In definitiva, non vi sarebbe alcuna incidenza sull’effettivo cognome della persona e, dunque, sui documenti, certificati e carte di identità dovrebbe restare l’indicazione del cognome originario (posto che i documenti identificativi debbono riportare i dati risultanti all’anagrafe). Sparisce quindi il “cognome della famiglia”, la grande novità della legge sull’unione civile.

Se la Legge avesse ritenuto di consentire ad una delle parti il mero utilizzo del cognome dell’altra, senza alcuna incidenza anagrafica sul suo cognome, non avrebbe avuto ragione di prevedere il suo ulteriore diritto di manifestare, con una seconda dichiarazione, la propria volontà di mantenere anche il proprio cognome anagrafico. Il comma 10 dispone che la parte «può» mantenere anche il proprio cognome, anteponendolo o posponendolo a quello acquisito («La parte può anteporre o posporre al cognome comune il proprio cognome, se diverso, facendone dichiarazione all’ufficiale di stato civile»), e tale disposizione in tutta evidenza postula che in caso contrario la parte perda il detto cognome, acquisendo solo quello comune. Nell’interpretazione data dal legislatore delegato, tale disposizione di Legge resta priva di qualsiasi senso.

È bene rammentare che l’unica lettura consentita del comma 10 è stata condivisa, sino all’emanazione del decreto attuativo, dalla dottrina unanime e pure dallo stesso Governo, che, come detto, nel primo decreto transitorio non ha dubitato che il cognome scelto fosse cognome anagrafico[3].

La disposizione di cui al decreto legislativo non pare dunque meramente attuativa della disposizione contenuta nel comma 10, ma sembra proporne un’interpretazione contrastante con la lettera della disposizione e in buona sostanza appare di assai dubbia legittimità, per eccesso di delega, tenuto conto della natura meramente attuativa della delega e, ad abundantiam, che la stessa a norma del comma 28 è conferita «fatte salve le disposizioni di cui alla presente legge».

La disposizione del decreto attuativo sembra inoltre criticabile pure per la sua incongruenza interna. Nonostante la proclamata intenzione di ricondurre l’innovativa disciplina del comma 10 ai limitati effetti di cui all’articolo 143 bis, nell’interpretazione del legislatore delegato residua difatti una differenza ulteriore rispetto alla disciplina matrimoniale (oltre alla facoltà di scelta per le parti dell’unione civile), posto che il cognome comune e le ulteriori dichiarazioni relative al cognome, pur non essendo più annotate nell’atto di nascita e nelle schede anagrafiche, debbono comunque essere riportate all’interno dell’atto di unione civile, mentre nell’atto di matrimonio non v’è ovviamente traccia dell’uso da parte della moglie del cognome del marito[4].

Ulteriore incongruenza: se la norma di cui al comma 10 non serve ad eleggere un unico cognome della famiglia, identificativo del nucleo (e in prospettiva trasmissibile ad eventuali figli comuni), ma configura una sorta di “autorizzazione” che una parte dà all’altra di usare il proprio cognome, non si spiega a questo punto perché una sola parte possa dare tale autorizzazione all’altra.

4. Le ragioni della scelta del Governo.

Secondo il legislatore delegato tale “interpretazione” del comma 10 «è apparsa la più convincente tenuto conto, non solo di quanto previsto per il matrimonio, ma anche del fatto che una vera e propria variazione anagrafica del cognome della parte dell’unione civile determinerebbe il mutamento anagrafico anche del cognome del figlio della medesima parte dell’unione civile ed eventualmente per il solo periodo di durata dell’unione, effetto questo che pare eccedere la volontà del legislatore primario».

Dunque il Governo segnala tre diverse ragioni della propria interpretazione abrogativa del cognome comune.

4.1. «tenuto conto, non solo di quanto previsto per il matrimonio»

La prima, appena accennata, riguarda la volontà di tener conto «di quanto previsto per il matrimonio».

Nell’ampio dibattito sulla relazione fra matrimonio e unione civile, non è passato inosservato che la legge del 2016, pur con tantissimi difetti formali e di sostanza (il primo fra tutti, ad avviso di chi scrive, non avere aperto direttamente il matrimonio assicurando piena uguaglianza) fra cui il più eclatante è la carenza di presunzione di paternità e di adozione (ma è importante sottolineare che c’è, invece, il richiamo alla legge sulla procreazione medicalmente assistita ed alla possibilità di riconoscere i figli alla nascita a norma degli articoli 8 e 9 della legge n. 40 del 2004, richiamati dal comma 20), conteneva un diritto in più per le coppie gay e lesbiche rispetto alle coppie coniugate. La migliore dottrina ha qualificato l’unione civile come un istituto di diritto famiglia per certi aspetti persino più europeo e moderno del matrimonio, proprio grazie alla disciplina del cognome, oltre che per l’attesa cancellazione della separazione, delle pubblicazioni, dell’obbligo di fedeltà, del matrimonio “riparatore” per i minorenni, del riferimento alle “anomalie sessuali”, al “lutto vedovile” e alla “inconsumazione” (tutti retaggi dell’origine canonica del matrimonio, la cui rimozione rende l’unione civile un matrimonio non solo, purtroppo, “con un altro nome”, ma anche, per fortuna, più laico e vicino all’attuale comune sentire).

La previsione del cognome comune sottolineava, inoltre, nel modo più eclatante la indiscussa natura dell’unione civile come istituto del diritto di famiglia. Non v’è modo più esplicito di riconoscere la natura di famiglia delle coppie gay e lesbiche che conferendo loro il diritto di scegliere un cognome comune del nucleo familiare, aperto alla sua trasmissione ai figli. La sua “cancellazione” da parte del legislatore delegato, comunque, resta un arma del tutto spuntata, posto che il mantenimento di un diritto al cognome che si vuole identico a quello matrimoniale (salvo che per il rispetto dell’uguaglianza fra le parti, che manca nel matrimonio) riafferma comunque la natura familiare dell’unione civile e che in ogni caso il riconoscimento delle coppie gay e lesbiche come famiglie è oggi pressoché unanimemente affermata, anche dalla Corte europea dei diritti umani e dalla nostra Corte di cassazione (d’altra parte lo stesso comma 12 della legge parla univocamente di «vita familiare» mentre nessun tecnico del diritto assume che l’uso della formula «formazioni sociali» sia ostativa, posto che è pacifico che tutte le famiglie, quelle sposate e quelle unite civilmente ma anche quelle di fatto, sono formazioni sociali). La natura familiare dell’unione civile è ammessa incondizionatamente dalla dottrina largamente maggioritaria[5] e pure la giurisprudenza ha già avuto modo di sottolinearne la pacifica natura[6]. Se dunque qualcuno ha creduto di inficiare la natura familiare dell’unione civile cancellandone il simbolo più eclatante, va detto che l’operazione è destinata ad un clamoroso insuccesso.

Non è mancato chi ha giustificato l’intervento del Governo con la volontà di evitare alle coppie unite civilmente le complicazioni burocratiche che conseguono all’effettivo mutamento anagrafico del cognome. Si è addirittura ipotizzato che tale burocrazia in più fosse indice di una discriminazione nei confronti delle coppie dello stesso sesso. La scelta di un “cognome della famiglia” comporta in effetti il necessario adeguamento di tutti gli atti e i documenti intestati alla parte: codice fiscale, patente, carta di identità, passaporto, utenze ecc… Aveva destato perplessità, in particolare, la necessità di modificare il codice fiscale, per gli evidenti inconvenienti burocratici. Nonostante tali adempimenti burocratici, è nondimeno da escludere, com’è ovvio, che possa parlarsi di discriminazione rispetto al matrimonio, posto che le due fattispecie in tutta evidenza non sono comparabili avendosi soltanto nell’unione civile il diritto soggettivo, non riconosciuto al coniuge, di scegliere un cognome comune della famiglia. Inoltre si tratta comunque di una scelta in più, sicché ognuno resta libero di unirsi civilmente senza scegliere un cognome di famiglia (e affrontare i connessi adempimenti burocratici). Peraltro i comprensibili problemi pratici conseguenti alla necessità di cambiare il codice fiscale (che pure si incontrano in ogni caso di cambiamento o rettifica del nome o del cognome) potrebbero attenuarsi anteponendo il cognome proprio a quello comune, posto che in questo caso le prime tre lettere del codice corrispondono comunque al primo cognome del suo titolare (così risulta che abbiano fatto alcune della coppie unite civilmente nei primi mesi di vigore della legge, le quali non hanno dovuto cambiare alcun codice fiscale).

 4.2. «una vera e propria variazione anagrafica del cognome della parte dell’unione civile determinerebbe il mutamento anagrafico anche del cognome del figlio della medesima parte dell’unione civile»

La seconda questione posta dal Governo riguarda i figli.

Il tema della filiazione è e resta il più controverso della legge e certo il riconoscimento di un cognome comune a tutta la famiglia non risolve i problemi. Ma va forse detto al riguardo che chi si era illuso che la mancata apertura del matrimonio e lo stralcio della cd. stepchild adoption fra le polemiche e gli slogan omofobi (“abbiamo fermato una rivoluzione contro natura”) avrebbe bloccato il processo di avvicinamento del diritto di famiglia italiano a quello degli altri partner europei (Germania, Francia, Regno Unito, Spagna, Portogallo, Austria, Belgio, Olanda, paesi scandinavi…) è già rimasto deluso, visto che dopo l’entrata in vigore della legge la Corte di cassazione ha ammesso l’adozione dei figli ai sensi dell’articolo 44 lettera d) ed ha ammesso la trascrizione di atti di nascita stranieri con due genitori dello stesso sesso, e visto che il comma 20 attraverso il rinvio a tutte le norme dell’ordinamento che contengono la parola “coniuge” e dunque anche all’articolo 9 della legge 40 del 2004 consente (anzi, impone in caso di attivazione del ricorso per la dichiarazione giudiziale della «paternità e maternità») ai membri della coppia che ha dato il consenso alla tecnica di PMA (e dunque anche al genitore privo di legame biologico) di riconoscere i figli alla nascita.

In questo quadro non è indifferente che il comma 10 consenta (consentisse?) di dare loro il cognome dell’unione civile.

Non si vede per quale ragione dovrebbe assumersi problematica la scelta del legislatore, certamente consapevole, di consentire il cambiamento del cognome con il conseguente mutamento del cognome del figlio in caso di mutamento del cognome del genitore. Si tratta di una scelta meditata, presente sin dal primo progetto di legge e che è stata dunque ampiamente vagliata e discussa negli oltre due anni di gestazione della legge in sede parlamentare (si rammenta che la legge de qua è di iniziativa parlamentare). Il legislatore, al pari di quello tedesco e subendone l’influenza, ha consapevolmente deciso di introdurre un chiaro elemento di novità nel sistema del cognome di famiglia, con la sua trasmissibilità alla prole.

Quel che forse non deve essere piaciuto è l’effetto del comma 10 già nell’immediatezza prodottosi sui bambini delle famiglie arcobaleno, posto che già nei primi mesi di vigore della legge alcune mamme si sono unite civilmente (o hanno trascritto i matrimoni esteri) ed hanno scelto il cognome comune, con la conseguenza che i figli hanno ricevuto il doppio cognome (a norma del menzionato articolo 33 del d.p.r. n. 396 del 2000).

È evidente che avere un cognome di famiglia non conferisce al bambino lo status di figlio di entrambe le mamme, e tuttavia da un punto di vista simbolico e nella realtà della vita quotidiana nessuno può ignorare che avere lo stesso cognome del bambino scioglie molti problemi quotidiani, dà visibilità alla relazione genitoriale ed è un enorme aiuto anche psicologico, innanzitutto per il minore.

4.3. «eventualmente per il solo periodo di durata dell’unione»

 Il Governo sembra avere spiegato la interpretatio abrogans anche con le difficoltà applicative conseguenti alla indicazione per cui la scelta del cognome è operata «per la durata dell’unione», fra cui il legislatore delegato evidenzia la perdita automatica del cognome anche da parte del figlio.

Tale excusatio, tuttavia, non persuade in quanto, tali -non irrilevanti- problemi avrebbero potuto trovare una soddisfacente soluzione già in sede di interpretazione della Legge.

Problematica è certamente la perdita del cognome in caso di cessazione dell’unione civile, la quale in prima battuta parrebbe suggerita dallo stesso comma 10 ove dispone che il cognome dell’unione civile venga scelto «per la durata dell’unione». Tale disposizione, non prevista nei primi progetti di legge ed introdotta soltanto con il cd. maxi-emendamento, ha suscitato e suscita in effetti comprensibili perplessità ed ha diviso i primi commentatori. Questa è stata certamente una scelta, vagliata in poche ore dagli uffici legislativi dello stesso Governo, assai poco ponderata per i suoi indesiderabili effetti.

Secondo l’opinione più diffusa, da tale ultima espressione («per la durata dell’unione») conseguirebbe che con lo scioglimento dell’unione (per morte o per passaggio in giudicato della sentenza di divorzio) si produrrebbe anche la cessazione del cognome comune. Ci si è chiesto, in particolare, se si tratti di effetto automatico, che imporrebbe la rettificazione d’ufficio da parte dell’ufficiale di stato civile (all’atto dell’annotazione del decesso o del passaggio in giudicato della sentenza di divorzio), o se necessiti di una nuova dichiarazione della parte avanti all’ufficiale di stato civile[7]. In quest’ultima ipotesi, mentre in caso di morte sarebbe necessaria una specifica dichiarazione della parte superstite diretta a provocare la cessazione del cognome comune (in cui mancanza, dunque, il cognome comune sopravvivrebbe all’unione), nel caso di divorzio si renderebbe necessaria per la sua cessazione una espressa dichiarazione in tale senso di una delle parti (potendo avere interesse alla cessazione sia la parte il cui cognome è divenuto cognome comune che l’altra).

Se da tale inciso si desume, come pare suggerito nei primi commenti, la perdita automatica del cognome comune in caso di morte o divorzio, non può che sottolinearsene allora l’assai dubbia ragionevolezza e compatibilità col quadro costituzionale[8]. È invero assai dubbio che sia legittimo che una persona, che abbia utilizzato un certo cognome anche per anni o decenni e sia socialmente identificata con questo in ogni occasione della vita, debba sopportare la perdita del detto cognome, mutando radicalmente un primario segno distintivo della propria identità personale (in particolare ove lo stesso rappresenti il suo unico cognome, per non avere scelto di aggiungere il proprio cognome a quello comune), per il solo fatto della morte del compagno o della compagna di una vita. Circostanza aggravata dal fatto che a norma dell’articolo 33, secondo comma d.p.r. 396 del 2000, nella sua interpretazione corrente, il mutamento di cognome del genitore comporta anche l’automatico cambiamento di cognome del figlio, sicché il figlio minorenne, ma anche quello maggiorenne (e salvo il ricorso alla procedura di cui allo stesso articolo 33), si troverebbe a mutare improvvisamente cognome per un evento (cessazione dell’unione per morte o divorzio) del tutto indipendente dalla sua volontà[9].

Appare, tuttavia, opportuno tentare la strada di una lettura costituzionalmente orientata della norma, valutando se l’indicazione per cui le parti scelgono un cognome comune “per la durata dell’unione” comporti davvero sempre e comunque l’automatica perdita dello stesso alla cessazione dell’unione. La norma, in effetti, non sembrerebbe precludere del tutto uno sforzo ermeneutico che tenga conto della volontà delle parti e degli interessi in gioco, che attengono come detto allo stesso diritto fondamentale all’identità personale. Secondo una interpretazione costituzionalmente orientata, l’inciso «per la durata dell’unione» non svolgerebbe, allora, la funzione -del tutto irragionevole e punitiva- di negare l’utilizzo del cognome comune anche quando ciò corrisponda alla volontà delle parti e non vi sia alcun interesse contrapposto, ma avrebbe lo scopo obiettivo di escludere la possibilità di revoca nel corso dell’unione civile. Con l’indicazione che la scelta deve avvenire per tutta la durata dell’unione il legislatore avrebbe inteso impegnare le parti ad assumere una decisione vincolante per tutta la durata dell’unione, negando (a differenza della legge tedesca) ogni ripensamento o possibilità di revoca. Tale lettura potrebbe condurre, in conclusione, ad assumere che al fine di dismettere il cognome comune sia necessaria una nuova dichiarazione avanti all’ufficiale di stato civile. Nel dubbio, non risolto dalla Legge, se la cessazione dell’unione abbia un effetto automatico sul cognome, che imporrebbe la rettificazione d’ufficio da parte dell’ufficiale di stato civile, o se necessiti di una nuova dichiarazione della parte avanti all’ufficiale di stato civile, si tratterebbe dunque di optare per tale seconda ipotesi, che consente di recuperare uno spazio all’autonomia delle parti.

Nel caso di cessazione dell’unione civile per la morte di una delle parti potrebbe, allora, assumersi che scegliendo il cognome comune le parti si obblighino a mantenerlo “per tutta la durata dell’unione”, non escludendo affatto il suo utilizzo anche dopo la morte di una delle due parti, corrispondendo semmai tale prolungato uso del comune segno distintivo proprio alla loro più vera ed intima volontà[10]. La dismissione del cognome comune, ed il ripristino di quello originario ove dismesso, conseguirebbe dunque ad una nuova dichiarazione della parte superstite (che così potrebbe valutarne gli effetti anche sugli eventuali figli).

La dismissione del cognome dopo il divorzio, inoltre, potrebbe essere ritenuta subordinata alla manifestazione di una volontà in tale senso delle parti (nel corso della procedura divorzile), ed in particolare della parte il cui cognome è stato adottato come cognome comune (né, attesa la diversa natura del cognome dell’unione civile, parrebbe preclusiva la diversa interpretazione della disposizione matrimoniale per cui la perdita del cognome maritale consegue automaticamente allo scioglimento del vincolo[11]). In tal caso, in ipotesi di conflitto potrebbe comunque essere rimessa al giudice la valutazione della sussistenza di un preminente interesse della parte (e di eventuali figli), collegato alla protezione dell’identità personale, tenendo conto dei principi generali in materia di tutela del diritto al nome e, come si è pure acutamente osservato, anche in applicazione delle stesse disposizioni sul cognome contenute nella disciplina del divorzio, posto che le disposizioni di cui all’articolo 5, commi 3 e 4 della legge 1 dicembre 1970 n. 898, seppure non richiamate dal comma 25, appaiono comunque richiamate dal comma 20 della Legge, di modo che la tutela ivi prevista per il coniuge (e per eventuali figli) ben potrebbe estendersi, ove ricorrano le medesime esigenze, anche alla parte dell’unione civile (e a suoi eventuali figli)[12].

5. La seconda mela avvelenata, ovvero come ti cancello l’identità senza avviso.

Il problema rilevato dal Governo e posto a giustificazione della interpretatio abrogans del comma 10 poteva e può essere risolto, dunque, in via interpretativa.

Anche a ritenersi che tale lettura costituzionalmente orientata non sia possibile e che permanga, dunque, un profilo di irragionevolezza della norma, la soluzione corretta richiederebbe il ricorso al giudice delle leggi perché verifichi la compatibilità dell’inciso “per tutta la durata dell’unione” con i diritti fondamentali delle parti, non parendo comunque consentito al legislatore delegato di cancellare (rectius, tentare di cancellare, non avendone il potere) una norma prevista dalla Legge di delega, costitutiva di un nuovo diritto soggettivo, qual è quello ad un cognome comune della famiglia unita civilmente.

Peraltro, come evidenziato anche dalla Commissione giustizia della Camera, tale scelta del Governo pone oggi un delicato problema di diritto intertemporale, atteso che a stare alle statistiche diffuse (circa) un migliaio di coppie si sono unite civilmente nelle more dell’emanazione del decreto legislativo ed una parte ha verosimilmente scelto di avere un cognome comune come previsto dalla Legge (e come correttamente consentito dalla prima disciplina regolamentare transitoria adottata con il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 23 luglio 2016, n.144).

Quid iuris, dunque, per il cognome scelto da tali coppie?

La Commissione giustizia della Camera ha creduto di risolvere il problema rilevando la necessità di «introdurre una norma di coordinamento che specifichi espressamente le procedure che gli ufficiali di stato civile dovranno seguire per la correzione delle variazioni anagrafiche già effettuate». Per conseguenza, il legislatore delegato ha previsto all’articolo 8 (Disposizioni di coordinamento con il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 23 luglio 2016, n. 144) del d.lgs. n. 5/2017 che«entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, l’ufficiale dello stato civile, con la procedura di correzione di cui all’articolo 98, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396, annulla l’annotazione relativa alla scelta del cognome effettuata a norma dell’articolo 4, comma 2, del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 23 luglio 2016, n. 144», non cogliendo tuttavia appieno la questione, atteso che le dette coppie scegliendo il cognome comune e mutando il proprio cognome anagrafico hanno esercitato un diritto soggettivo loro conferito dalla Legge, il quale non potrebbe essere cancellato con una mera disposizione attuativa (appare peraltro assai peculiare e di assai dubbia legittimità che la cancellazione del nome avvenga con una procedura amministrativa e senza alcuna salvaguardia del principio del contraddittorio).

Non è difficile prevedere che, ancora una volta in funzione di supplenza rispetto ad un legislatore (delegato) quantomeno distratto, tale diritto a scegliere e mantenere il cognome comune previsto dal comma 10 dovrà essere assicurato, assai verosimilmente, dall’Autorità giudiziaria ordinaria. In particolare, le parti che hanno già esercitato il diritto di scegliere un cognome comune avvalendosi della disposizione prevista dalla Legge e che dopo un periodo (di qualche mese) in cui hanno assunto il nuovo cognome si siano vista annullata l’annotazione, con regresso al cognome precedente, potranno adire l’Autorità giudiziaria ordinaria per vedersi riconosciuto il diritto a mantenerlo.

Marco Gattuso

[1] Corte costituzionale n. 286/2016, cit..
[2] Si è correttamente parlato al riguardo di «quattro distinte opzioni» offerte dalla Legge: a) cognome comune; b) mantenimento da parte di ciascuno del proprio cognome; aggiunta, per la parte il cui cognome non è stato scelto, del proprio cognome a quello comune, c) posponendolo oppure d) anteponendolo, M. N. Bugetti, Il cognome comune delle persone unite civilmente, in Famiglia e diritto, 2016, 10, pag. 911.
[3] Articolo 4, comma 2 del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 23 luglio 2016, n.144, per cui: «a seguito della dichiarazione relativa al cognome, gli ufficiali dello stato civile procedono all’annotazione dell’atto di nascita e all’aggiornamento della scheda anagrafica».
[4] Così anche quando vi è divorzio, per cui a norma dell’articolo 5, comma 2 della legge 898/1970 «la donna perde il cognome» che aveva aggiunto, o quando passa a nuove nozze dopo la morte del marito, non v’è alcuna annotazione circa il cognome.
[5] V. ex multis G. Ferrando, La disciplina dell’atto. Gli effetti: diritti e doveri, in Famiglia e diritto, 2016, 10, pag. 890, per cui le unioni civili sono «fonte di uno status familiare» e «sono anch’esse “famiglie”, non diversamente da quella tradizionale»; M. Dogliotti, Dal concubinato alle unioni civili e alle convivenze (o famiglie?), in Famiglia e diritto, 2016, 10, pag. 874, per cui «si tratta, all’evidenza, di una vera e propria famiglia tra persone dello stesso sesso»; T. Auletta Disciplina delle unioni non fondate sul matrimonio: evoluzione o morte della famiglia? in Le Nuove Leggi Civili Commentate, 2016, 3, p. 401; R. Fadda, Le unioni civili e il matrimonio: vincoli a confronto, in La Nuova giur. Civ. comm., 2016, 10, p. 1386.
[6] Tar Lombardia per cui «è pacifico che nel sistema della legge 76 rivesta natura contrattuale solo l’istituto, nettamente distinto dall’unione civile, del contratto di convivenza, contratto tipico, con propri requisiti sostanziali e formali, introdotto e disciplinato dai commi 50 e seguenti dell’articolo unico della legge 76», Tribunale amministrativo regionale della Lombardia, sezione di Brescia, del 29 dicembre 2016 che ha rilevato in Articolo29.it con nota M. Gattuso, Tar Lombardia: perché le celebrazioni delle unioni civili e dei matrimoni debbono essere uguali.
[7] M. N. Bugetti, Il cognome comune delle persone unite civilmente, in Famiglia e diritto, 2016, 10, pag. 914.
[8] Illegittimità costituzionale che è stata ravvisata anche nell’irragionevole disparità di trattamento rispetto al matrimonio, M. N. Bugetti, Il cognome comune delle persone unite civilmente, in Famiglia e diritto, 2016, 10, pag. 914.
[9] Potrebbe trattarsi di figlio di un solo genitore, che abbia assunto il cognome dell’altra parte dell’unione civile, o comune ad entrambi in ragione dei meccanismi dell’adozione coparentale ex art. 44 lettera d), della trascrizione di certificato di nascita estero o del riconoscimento ex art. 9 Legge 40 del 2004.
[10] Concorda che «ne va pertanto esclusa l’applicazione col conseguente riconoscimento del diritto del superstite a mantenere il cognome precedentemente stabilito», T. Auletta Disciplina delle unioni non fondate sul matrimonio: evoluzione o morte della famiglia? in Le Nuove Leggi Civili Commentate, 2016, 3, p. 383.
[11] Come noto, l’articolo 5 L. div. è correntemente interpretato nel senso che la perdita del cognome maritale consegue automaticamente allo scioglimento del vincolo non occorrendo, pertanto, che la sentenza di divorzio contenga alcuna specifica statuizione in proposito, cfr. A. Arceri, Articolo 143 bis, in Codice della famiglia a cura di M. Sesta, Giuffrè, 2015, p. 478.
[12] M.N. Bugetti, Il cognome comune delle persone unite civilmente, in Famiglia e diritto, 2016, 10, pag. 915. Rileva che non potrebbe escludersi che «la giurisprudenza, onde tutelare il diritto all’identità personale della ex parte dell’unione civile per lungo tempo identificata con il cognome dell’altra, possa autorizzare, per via diretta e senza il medio di una interpretazione analogica o estensiva della norma in questione, la conservazione del segno distintivo, al di là della durata del vincolo e fino all’eventuale passaggio ad una nuova unione», R. Campione, L’unione civile tra disciplina dell’atto e regolamentazione dei rapporti in La nuova regolamentazione delle unioni civili e delle convivenze,  M. Blasi, R. Campione, A. Figone, F. Mecenate e G. Oberto (a cura di), Giappichelli, 2016, pag. 14



#unionicivili; cancellato il doppio cognome sui documenti

Il corto circuito nei decreti attuativi della Cirinnà che non prevedono più il cambio di scheda anagrafica : «Così si toglie l’identità a figli e famiglia»

Serena Cavina Gambin, 32 anni, di Lecco, in autunno ha cambiato i documenti e ha dovuto avvisare tutti: banca, Poste, Ordine degli psicologi (di cui fa parte), Agenzia delle Entrate. Lo stesso è successo all’altro capo della penisola a Grazia Vaccaro Zervasi, 31 anni, siciliana di Gela. Sono tra le italiane e gli italiani che grazie alla legge Cirinnà hanno visto riconosciute le loro unioni con una persona dello stesso sesso e hanno assunto il cognome del partner. Adesso, pochi mesi dopo, si trovano costrette a rimettere sui documenti quello da single. Di nuovo.

La burocrazia
Colpa di un pasticcio burocratico che per Famiglie Arcobaleno (l’associazione dei genitori gay e lesbiche) «ha anche — afferma la presidente Marilena Grassadonia — un grande significato simbolico»: mentre il cosiddetto decreto ponte varato a luglio per permettere l’applicazione immediata della legge prevedeva che l’assunzione del cognome comune incidesse sulla scheda anagrafica, e quindi su documenti e il codice fiscale, i decreti attuativi emanati dal governo a gennaio non contemplano la loro variazione. È così anche per le mogli etero ma c’è un enorme differenza: per le madri lesbiche la marcia indietro significa cambiare il cognome dei figli.

«Ci siamo sposate a novembre quando io ero già incinta — racconta Grazia Vaccaro Zervasi — e abbiamo deciso che fossi io ad “assorbire” il cognome di mia moglie Conny proprio perché avrei partorito nostro figlio, che così ha ottenuto il doppio cognome. Finché non avremo una legge che riconosca anche il genitore non biologico per noi è importantissimo: dà un senso di appartenenza anche formale a nostro figlio». Così è stato anche per Serena Cavina Gambin e sua moglie Chiara, 46 anni: sposate in Portogallo nel 2014, hanno avuto l’unione trascritta in italia a settembre. Poco dopo è nata la figlia: «Ci sembra folle svegliarci una mattina e ritrovarci con il cognome mio e della nostra bambina modificato d’ufficio» dice Serena. A nulla vale l’obiezione che la scheda anagrafica non cambia neppure per i coniugi etero.

Il confronto
«Durante il voto sulla Cirinnà si è discusso molto del fatto che per le coppie gay sia stato tolto l’obbligo di fedeltà: noi l’abbiamo visto come un elemento innovativo, non perché vogliamo essere infedeli ma perché pensiamo che la fedeltà sia una scelta, non un obbligo — spiega sua moglie Chiara —. E abbiamo preso come una bella novità pure la possibilità del doppio cognome, anche se avremmo preferito poterlo assumere entrambe: sancisce simbolicamente l’esistenza della nostra famiglia».

Sull’adozione dei cognomi l’Italia sconta un ritardo anche per le coppie etero: «Siamo stati condannati nel 2014 dalla Corte europea dei diritti umani perché non era possibile dare al figlio quello della madre — dice Giacomo Viggiani, ricercatore all’Università di Brescia e autore di Nomen Omen. Il diritto al nome in Italia (Ledizioni) —. A dicembre c’è stata un’altra sentenza della Corte costituzionale, ma manca ancora una legge organica. Da tempo la giurisprudenza ha stabilito che il cognome fa parte dell’identità personale e quindi può essere mantenuto anche quando non ci sono più legami biologici (come nel caso di un figlio che si scopra illegittimo) e giuridici, per esempio dopo il divorzio».

Le cause legali
Per questo le coppie di Gela e Lecco intendono appellarsi ai giudici. «Annullare il cognome a Serena crea un danno a nostra figlia, perché le toglie il legame simbolico che ha con la mia famiglia. Anche per la nonna è fondamentale: mia madre sta organizzando il battesimo con il doppio cognome ed è pronta ad andare in causa con me» dice Chiara Cavina. «Un intervento d’ufficio sui registri di nascita viola i diritti soggettivi — aggiunge Maria Grazia Sangalli, legale delle due donne e presidente di Rete Lenford —. Ci aspettiamo i ricorsi di molte altre coppie».

Elena Tebano

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martedì 7 febbraio 2017

la #Boschi finirà all'inferno

"Mi sembra che lei equipari il concetto di diritto a quello di desiderio, anche ai desideri più distorti come quelli omosessuali". Così Gianni Fochi, chimico e divulgatore scientifico per anni insegnante alla Normale di Pisa, ha voluto provocare il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi, alla prima uscita pubblica significativa nel suo nuovo ruolo governativo per un dibattito sulle pari opportunità alla Normale di Pisa. "Penso che Dante - ha proseguito il ricercatore - la metterebbe con Semiramide che è che libito fé licito in sua legge". L'ex ministro per le Riforme ha risposto con una battuta: "Lei mi può mettere dove vuole all'Inferno, sarò sicuramente in compagnia interessante". Più nello specifico, Boschi ha detto che "non ha senso negare diritti a persone che hanno tutelata l'uguaglianza nella nostra Costituzione rispetto a qualsiasi uomo e donna", ricevendo gli applausi della platea presente alla Normale.

lo strano caso del dottor #MagnusHirschfeld

E’ iniziato tutto durante la seconda stagione di Transparent. Per chi non la conoscesse, si tratta di una serie tv prodotta dagli Amazon Studios, ideata e diretta dalla regista femminista statunitense Jill Solloway, vincitrice di due Golden Globes. Perché non ne avete mai sentito parlare? Forse perché, quando qualcuno ha iniziato a raccontarvi la trama, lo avete puntualmente interrotto con un “Aspetta, ma è quella serie sui trans? Ah no, non è il mio genere”. O almeno, questo è quanto accaduto a me — argh — talvolta. Così dicendo, invocate involontariamente una delle tematiche principali della serie: gender, sesso, identità e transizione. Il protagonista è Morton L. Pfefferman, docente di scienze politiche in pensione, finalmente pronto a rivelare alla famiglia il segreto che si porta dietro da tutta la vita: Morton si è sempre sentita donna. Inizia così a vestirsi con abiti femminili e diventa per tutti Maura. Attorno a lei, orbitano i figli (Sarah, Josh, Ali) e l’ex moglie Shelly. Da qui il titolo trans-parent. Se vi sembra tutto molto strano e improbabile, sappiate che la sceneggiatura della serie è ispirata alla vicenda personale del padre della regista: all’età di 75 anni, dopo più di 40 anni di matrimonio, Harry Soloway ha fatto coming out come transgender. Da quel momento è diventata Carrie.


Nel corso della seconda stagione (del 2015, uscita in Italia l’anno scorso) il personaggio di Ali, la figlia minore, è alle prese con la tesi di laurea, nella quale intende sviluppare un parallelismo tra la persecuzione degli ebrei durante il regime nazista e il sistema patriarcale. L’interesse di Ali scaturisce dalle sue origini: i Pfefferman erano una famiglia ebrea di Berlino; la bisnonna Yetta e la nonna Rose erano fuggite dalla Germania nazista nel 1933. Ma in Europa era rimasta una persona che Rose non avrebbe mai dimenticato, suo fratello Gershon.

Fin dalla prima puntata, un flashback inquadra un sub-plot che diviene meglio comprensibile solo più avanti: siamo a Berlino, nel 1933, e una giovane ragazza adolescente attraversa l’ingresso di un “Istituto per la ricerca sessuale”. Una voce spiega: «Crediamo che i diversi tipi di sessualità, inclusa l’omosessualità, siano naturali». L’Istituto è un luogo sicuro, diretto da un uomo dalla fronte sempre corrucciata e i larghi baffi bianchi, di nome Magnus Hirschfeld. Ospita una vasta biblioteca e un ospedale, tra le stanze camminano, recitano, leggono, amano, donne e uomini liberi di esprimere la propria identità. Ed è qui che ha scelto di vivere Gershon, ora Gittel, la sorella nata uomo di Rose: è la zia che Maura non ha mai conosciuto ma dalla quale ha ereditato una dolorosa scelta.

Le vicende di Gittel e della giovane Rose proseguono per tutta la seconda stagione di Transparent. Solloway costruisce una narrazione fiabesca attorno a questo Istituto, che, se fosse esistito, avrebbe anticipato di cent’anni la gender revolution. Ma è solo finzione.

O forse no?

MAGNUS HIRSCHFELD

Magnus Hirschfeld era originario di Kolberg, figlio di un medico ebreo tedesco. Dal 1910 aveva iniziato a lavorare come neurologo a Berlino e dedicò poi il resto della sua vita a lottare in favore dei diritti delle persone omosessuali, transgender e intersessuali. La sua rivoluzione inizia nel 1896, anno in cui diede alle stampe il pamphlet Sappho und Socrates: storia di un uomo che, costretto nel vincolo matrimoniale, si toglie la vita. Inutile dire che suscitò un enorme scalpore. L’anno successivo fondò la prima organizzazione omosessuale tedesca, il Comitato Scientifico Umanitario (Wissenschaftlich-humanitäres Komitee), che i nazisti ignorarono volutamente fino al 1933, definendolo un «terreno fertile solo alla coltivazione di lerciume e sporcizia omosessuale». Si deve a lui la definizione di “travestito”, coniata nel 1910 con la pubblicazione dello scritto Die Transvestiten, e anche la distinzione tra “travestitismo” e “transessualità” (obsoleto, è da preferirsi “transgender”).

Hirschfeld era un medico omosessuale, ebreo, socialdemocratico, usava travestirsi e fin dall’inizio fu tra i principali sostenitori della campagna contro l’Articolo 175.

L’Articolo 175, o dei Crimini e delitti contro la moralità :

" Gli atti venerei contro natura, commessi tra persone di sesso maschile o da uomini con bestie, sono puniti dal carcere; si può anche pronunziare la perdita dei diritti civili onorifici. "

È con la diffusione del cristianesimo che inizia la persecuzione delle persone LGBTQ. I primi ad occuparsene sono gli imperatori cristiani Costanzo e Costante II, i quali, nel 342 d.C., approvarono la prima legge penale contro l’omosessualità. In oltre un millennio di storia, questa legge venne conservata e tradotta, fino al 18 gennaio 1871, giorno in cui Otto von Bismarck proclamò l’Impero Tedesco (il Secondo Reich) e con esso accolse l’Articolo prussiano sui Crimini e delitti contro la moralità, che da quel momento portò il numero “175”. L’Articolo è anche noto come Paragrafo 175.

In quegli anni cominciò a svilupparsi il primo movimento per i diritti degli omosessuali in Germania, che vide in Magnus Hirschfeld uno dei principali militanti. Con il Comitato Scientifico Umanitario, organizzò una petizione per abrogare l’Articolo 175, arrivando a raccogliere le firme — tra le tante — di Hermann Hesse, Albert Einstein, Thomas Mann e Rainer Maria Rilke. Di fatto, però, finché i nazisti non salirono al potere, i condannati con la 175 erano stati “solo” 835. Dopo la Prima Guerra Mondiale, il governo di Weimar non aveva attivato alcun mezzo repressivo: le persone omosessuali si incontravano liberamente nei bar, nei club, nei circoli culturali. Non si trattava semplicemente di tolleranza diffusa: erano gli anni del “panico voluttuoso” della sottocultura omosessuale — così come li definisce Mel Gordon —, i ruggenti anni Venti della Berliner Luft.

Institut für Sexualwissenschaft

In questo clima si colloca la fondazione dell’Istituto per la ricerca sessuale di Berlino. Il 6 luglio del 1919 aprì le sue porte nel quartiere Tiergarten: questo Istituto costituisce il primo tentativo della storia di introdurre una scienza della sessualità. Nel giro di pochi anni divenne un punto di riferimento per ricercatori, accademici, politici e per i membri della comunità LGBTQ. Per chi abitava a Berlino era un vero e proprio consultorio. Qui si praticarono i primi interventi di chirurgia per il cambio di sesso tra il 1930 e il 1931: tra i pazienti vi fu la pittrice danese Lili Elbe, le cui vicende hanno ispirato il romanzo The Danish Girl (e l’omonimo biopic diretto da Tom Hooper). L’Istituto attirò l’attenzione di intellettuali e artisti come Christopher Isherwood, Alfred Döblin, Sergej Ėjzenštejn. Vi lavoravano più di 40 persone, impiegate in diversi campi: ricerca, consultorio, trattamento delle malattie veneree ed educazione sessuale. Ospitava gli uffici del Comitato Scientifico Umanitario, ai quali si aggiunsero quelli della Lega mondiale per la riforma sessuale, impegnata nell’area della legislazione sessuale.

Il lavoro teorico e pratico dei ricercatori abbracciava l’intero spettro delle scienze della sessualità. Partendo dalla teoria del “terzo sesso”, sostenuta dallo scrittore Karl Heinrich Ulrichs, secondo la quale ogni persona racchiude in sé un’innata combinazione di caratteri sessuali maschili e femminili, Hirschfeld sviluppò la sua teoria delle “sexual transitions”. «Ogni maschio è potenzialmente femmina e ogni femmina è potenzialmente maschio», scrisse. L’assunto di base era che tutte le caratteristiche umane, fisiche e mentali, si esprimessero sia nelle forme maschili che femminili e, per chiarezza, le classificò in quattro gruppi: genitali, fisiche, di orientamento sessuale e altri aspetti psichici. L’uomo puro (Vollmann) e la donna pura (Vollweib), con caratteri esclusivamente femminili o maschili, costituivano gli opposti ed estremi idealtipi. Nel mezzo: il resto dell’umanità. Ogni persona combina in modo sempre diverso tutte queste caratteristiche, fino ad un numero possibile di tipi sessuali (calcolato da Hirschfeld) pari a 43.046.721. Sostanzialmente, siamo tutti genderqueer.

La dottrina dei caratteri innati dell’omosessualità fu però criticata dalla comunità scientifica, così come parte del movimento omosessuale attaccò l’idea di Hirschfeld dell’omosessuale come demi-woman. Inoltre, Hirschfeld riteneva che l’amore e la sessualità costituissero un nucleo naturale, la cui divisione porta necessariamente all’alienazione della persona; per questo motivo, la prostituzione era deprecabile.

Il nazismo al potere

Fin qui, tutto bene. Per molto tempo i nazisti non adottarono alcuna azione repressiva, anche perché contavano numerose persone omosessuali nel loro movimento. Responsabili del mutamento dell’opinione pubblica furono alcuni eventi di cronaca nera, tra questi, il più raccapricciante fu quello del “macellaio di Hannover” del 1924, un certo Friedrich Haarmann. Informatore della polizia, all’età di diciassette anni era stato arrestato mentre intratteneva un rapporto sessuale con un coetaneo e internato in manicomio. Fu poi rilasciato e, anni dopo, a seguito di numerose denunce e sparizioni, Haarmann venne riconosciuto come colpevole di 24 omicidi comprovati (criminologi e patologi gliene attribuirono però 147, mentre lui ne confessò 127): adescava le sue vittime in strada, principalmente gigolò e giovani fuggiti da casa, offriva loro accoglienza e, dopo aver consumato un rapporto sessuale, li uccideva, strappando spesso loro la testa a morsi. Dopodiché, i cadaveri venivano portati nella sua macelleria, dove la carne umana veniva accuratamente staccata dalle ossa, tagliata, macinata e venduta. Con grande stupore degli acquirenti, il negozio era sempre ben fornito di carne fresca, alimento che nel resto della Germania scarseggiava.

Magnus fu coinvolto nel processo in qualità di “esperto di omosessualità” ma il caso del “macellaio di Hannover” spezzò in maniera irreparabile il movimento. Andò diffondendosi la “teoria della degenerazione” del teologo Benedict Augustin Morel e la classe medica iniziò ad occuparsi sempre di più della cura dell’omosessualità come prevenzione dei crimini. Anche l’omosessualità era diventata una malattia.

A partire dal 1928, le posizioni del NSDAP si fecero sempre più chiare — «chiunque anche solo pensi all’amore omosessuale è nostro nemico» — e nel 1933 Hitler salì al potere. In un convegno internazionale sull’eugenetica, tenutosi nel luglio del 1934, dopo la Notte dei Lunghi Coltelli, il giurista esperto di “questioni omosessuali” del NSDAP, Rudolf Klare, auspicò una “purificazione perfetta” perseguita attraverso lo sterminio fisico degli omosessuali, pédales e donne. Iniziarono così le deportazioni, principalmente nei campi di “sterminio attraverso il lavoro” (Arbeitslager) e nei campi di concentramento “a scopo rieducativo” (Konzentrationslager). I deportati LGBTQ venivano spesso indirizzati direttamente ai crematori, senza essere prima registrati, sottoposti a castrazione, vessati e stuprati, impiegati come cavie umane.

La vita della comunità LGBTQ e di qualsiasi persona libera fu irrimediabilmente compromessa dal 28 giugno 1935, data in cui Hitler approvò l’integrazione dell’Articolo 175/A, che sanzionava addirittura le “fantasie omosessuali”. Tutto divenne perseguibile, anche un desiderio o uno stato d’animo.

Feuerspruche

Il 6 maggio del 1933 l’Institut für Sexualwissenschaft fu devastato dalla gioventù studentesca nazista del Deutsche Studentenschaft. Nella notte del 10 maggio, gli oltre 20.000 volumi della biblioteca vennero ammucchiati e bruciati sulle strade dell’Opernplatz. L’elenco di tutti coloro che avevano fatto parte della storia dell’istituto fu sequestrato, insieme ad oltre 5.000 immagini, per un totale di oltre mezza tonnellata di materiale. Il 14 giugno dello stesso anno la proprietà fu confiscata e ceduta ad organizzazioni e associazioni anti-comuniste e antisemite. Hirschfeld dichiarò di aver ricevuto, in tutti quegli anni, oltre 30.000 donne e uomini bisognosi di aiuto, un aiuto che lui riusciva a dare dedicando la giusta attenzione a ogni persona che si presentava all’Istituto. Secondo i dati rilasciati, solo nel 1924 si presentarono ogni settimana in media 20 nuovi casi al consultorio, un terzo dei quali erano in “sexual transitions”.

Magnus Hirschfeld fu costretto all’esilio e morì a Nizza il 14 maggio del 1935. Nel suo necrologio sul New York Herald Tribune si legge che «qualche scrittore fantasioso lo aveva definito l’Einstein del sesso». E prosegue: «Dopo avere sentito nuove e strane deviazioni dalla norma, incominciò a domandarsi qual era la norma e se esisteva un limite della natura umana».

Come insegna Transparent: siamo tutti in transizione.

Roberta Cristofori






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la storia della "Pastora" ermafrodita e ribelle

Ci sono storie "minori" che a un certo punto sopraffanno la "grande storia" svelandone un risvolto essenziale, illuminandola di traverso.

Il 1 gennaio 2004 muore nella sua casa Teresa Pla Meseguer aka Durruti aka La Pastora aka Florencio, ermafrodita dalla vita avventurosa nata nel 1917. Vive in solitudine sui monti con il gregge di famiglia, vergognandosi del suo stato e sottraendosi alle frequenti vessazioni. Adolescente, non partecipa alla guerra civile ma al suo termine, dopo essere stata violentata da una Guardia Civil, entra nel maquis, dove la sua diversità di genere viene accettata. Grazie alla conoscenza della montagna, svolge un ruolo eminente nella resistenza, impara a leggere e scrivere, assume un nome maschile, combatte accanitamente nella sierra de Caro fino al 1960, quando è catturata per delazione e condannata a morte. I franchisti la accusarono di ogni mostruosità, proprio facendo leva sulla sua ambiguità sessuale: in realtà le si possono attribuite soprattutto rapine per rifornire la sua banda. Graziata, sopporta il carcere per 17 anni, finché è amnistiata dopo la morte di Franco. Assume ufficialmente un nome maschile. Si conclude così il suo percorso fra le identità di genere.


Con la ripresa di interesse per la guerriglia antifranchista post-bellica e i movimenti femministi e queer divenne un vero mito, cui la scrittrice Alicia Giménez-Bartlett ha dedicato il premiato romanzo Donde nadie te encuentre, tradotto per Sellerio (Dove nessuno ti troverà, 2011). Cfr. anche J. Calvo Segarra, Teresa / Florencio Pla Meseguer "La Pastora". Del monte al mito, 2010. Sulla sua vita esiste anche un documentario, Siempre será la Pastora,di Ismaël Cobo e Pierre Linhart.

sciopero internazionale e militante delle #donne l'8 marzo

Le immense manifestazioni di donne del 21 Gennaio possono rappresentare l’inizio di una nuova ondata di lotte femministe militanti. Ma quale sarà esattamente il loro obiettivo? Dal nostro punto di vista, non è sufficiente opporsi a Trump e alle sue politiche aggressivamente misogine, omofobiche, transfobiche e razziste; bisogna anche rispondere agli attacchi del neoliberismo progressista allo stato sociale e ai diritti del lavoro. Mentre la misoginia spudorata di Trump ha rappresentato la miccia per la risposta massiccia del 21 Gennaio, l’attacco alle donne (e a tutti i lavoratori) è di gran lunga precedente alla sua amministrazione. Le condizioni di vita delle donne, specialmente quelle delle donne di colore e lavoratrici, disoccupate e migranti, sono state costantemente deteriorate negli ultimi 30 anni, a causa della finanziarizzazione e della globalizzazione capitalista. Il femminismo del “farsi avanti” e le altre varianti del femminismo della donna in carriera hanno abbandonato al loro destino la stragrande maggioranza di noi, che non ha accesso all’autopromozione e all’avanzamento individuale e le cui condizioni di vita possono essere migliorate solo attraverso politiche che difendono la riproduzione sociale, la giustizia riproduttiva e la garanzia dei diritti sul lavoro. La nuova ondata di mobilitazione delle donne deve affrontare tutti questi aspetti in maniera frontale. Deve essere un femminismo del 99%.

Il tipo di femminismo che vogliamo sta già emergendo a livello internazionale, nelle lotte di tutto il mondo: dallo sciopero delle donne in Polonia contro l’abolizione dell’aborto allo sciopero e alle marce in America Latina contro la violenza maschile; dalla grande manifestazione di donne dello scorso Novembre in Italia alle proteste in difesa dei diritti riproduttivi in Sud Corea e Irlanda. L’aspetto sorprendente di queste mobilitazioni è che molte di esse hanno unito la lotta contro la violenza all’opposizione alla precarizzazione del lavoro e alla disparità salariale, e allo stesso tempo si oppongono anche all’omofobia, alla transfobia e alle politiche xenofobiche sull’immigrazione. Nel loro insieme annunciano un nuovo movimento femminista internazionale con un’agenda inclusiva – allo stesso tempo antirazzista, anti-imperialista, anti-eterosessista, anti-neoliberista.
Vogliamo contribuire allo sviluppo di questo nuovo movimento femminista più inclusivo.

Come primo passo, proponiamo di sostenere la costruzione di uno sciopero internazionale contro la violenza maschile e in difesa dei diritti di riproduzione l’8 Marzo. Per questo, vogliamo unirci ai gruppi femministi che hanno convocato questo sciopero da circa 30 paesi in tutto il mondo. L’idea è di mobilitare donne, donne transgender e tutti coloro che le sostengono in un giorno di lotta internazionale – un giorno di sciopero, di manifestazioni, di blocchi di strade, ponti e piazze, di astensione dal lavoro domestico, di cura e sessuale, di boicottaggio, di proteste contro aziende e politici misogini, di scioperi nelle istituzioni educative. Queste azioni hanno lo scopo di rendere visibili i bisogni e le aspirazioni di coloro che sono state ignorate dal femminismo della donna in carriera: le lavoratrici nel mercato del lavoro formale, le donne che lavorano nella sfera della riproduzione sociale e della cura, le donne disoccupate e le donne precarie.

Nell’abbracciare un femminismo del 99%, prendiamo ispirazione dalla coalizione Argentina Ni Una Menos. La violenza sulle donne, come loro la definiscono, ha molte facce: è violenza domestica ma anche violenza del mercato, del debito, dei rapporti di proprietà capitalistici, e dello stato; la violenza delle politiche discriminatorie contro donne lesbiche, trans e queer, la violenza dello Stato nella criminalizzazione dei movimenti migratori, la violenza delle incarcerazioni di massa e la violenza istituzionale contro i corpi delle donne attraverso la criminalizzazione dell’aborto e l’assenza di accesso a sanità e aborto gratuiti. La loro prospettiva ispira la nostra determinazione a opporci agli attacchi istituzionali, politici, culturali e economici contro le donne musulmane e migranti, contro le donne di colore e le donne lavoratrici e disoccupate, contro le donne lesbiche, trans e queer.

Le marce delle donne del 21 Gennaio hanno mostrato che anche negli Stati Uniti potremmo assistere alla nascita di nuovo movimento femminista. È importante non perdere questo slancio. Uniamoci insieme l’8 Marzo per scioperare, manifestare e protestare. Usiamo l’occasione di questa giornata internazionale per farla finita con il femminismo della donna in carriera e per costruire al suo posto un femminismo del 99%, un femminismo dal basso e anticapitalista – un femminismo in solidarietà con le donne lavoratrici, le loro famiglie e i loro alleati in tutto il mondo.

Cinzia Arruzza
Tithi Bhattacharya
Angela Davis
Nancy Fraser
Keeanga-Yamahtta Taylor
Linda Martín Alcoff
Rasmea Yousef Odeh

l'orgoglio gay di fronte alla ‘bomba’ del #cyberbullismo

“Nella società odierna c’è una pericolosa dualità”. Con questa provocatoria affermazione lo scrittore Marino Buzzi tesse il filo dell’incontro tenuto presso il Centro Documentazione Donna, che ogni anno in collaborazione con il Teatro Comunale organizza eventi collaterali alle stagioni di prosa.

E’ questo il caso dello spettacolo “The Pride”, presentato dal 26 al 29 gennaio scorsi, in un incontro che parafrasa e omaggia Jean Austen con il titolo “Pride vs Prejudice”.

Lo spettacolo, che propone come protagonisti una triade di personaggi costituita da una donna e una coppia di uomini omosessuali, proietta un’analisi di due società apparentemente contrapposte: da una parte quella conservatrice degli anni Cinquanta, dove la relazione tra i due uomini è pienamente inserita nel contesto del tabù, dall’altra, la stessa coppia nella società odierna, non vede la sua realizzazione a causa dell’eccessivo libertarismo, in questo caso dell’impossibilità di uno dei due di impegnarsi in una relazione monogama e sentimentalmente profonda, che vada oltre il mero rapporto sessuale.

“Io sono cresciuto in provincia – afferma Marino Buzzi – e ho vissuto sulla mia pelle il primo tipo di diversità che propone ‘The Pride’, ovvero quella della repulsione. Questo più che altro mi ha portato ad una solitudine a livello personale, ad anni della mia vita in cui ho perso del tempo. Tempo in cui avrei potuto trascorrere i miei ‘migliori anni’ e in cui invece non sono stato libero di essere felice di me stesso”.

Libertà completamente stravolta nella nostra ‘era social’, dove “non ha più quel significato che tanto si desiderava all’epoca dei tabù, ma addirittura vuol dire fare tutto quello che si vuole. Oggi – prosegue Buzzi – dove le nuove tecnologie dovrebbero dare l’opportunità a tutti di dire nel rispetto degli altri ciò che si pensa, è diventata una nuova occasione di fomentare fenomeni di bullismo, di quella violenza fisica e psicologica che tanto volevamo superare”.

C’è allora da interrogarsi sulla libertà surrogata della nostra ‘cyber society’ che, come nella versione contemporanea dello spettacolo, perde di vista qual era il valore a cui si voleva arrivare e mette invece fra le mani delle nuove generazioni un potenziale tecnologico che spesso può sortire lo stesso effetto delle bombe, e che “noi adulti in primis non sappiamo utilizzare”.

“Quand’ero ragazzino il bullismo era qualcosa che in qualche modo si chiudeva fuori dalla porta di casa mia, e di cui se ne riparlava la mattina dopo quando uscivo. Adesso con internet il bullismo ti segue ovunque, e sappiamo tutti che ci sono stati casi di suicidio a seguito di cyber stalking.

Questa presunta libertà virtuale, che dietro ai nickname permette di dire qualsiasi cosa, in qualsiasi momento, contro qualsiasi persona ha fatto perdere di vista qualunque cosa, qualunque limite, qualunque valore.
Non si può far passare tutto per libertà di pensiero – prosegue Buzzi, riferendosi ad alcuni commenti lasciati da persone di mezza età a fronte della recente tragedia di Pontelangorino e ad inni allo stupro sotto le foto di ragazzine. “E noi adulti stiamo ‘regalando’ queste bombe a mano alle nuove generazioni, e lo stiamo facendo con leggerezza. La cultura di genere (che non è il ‘gender’, ndr), è un’educazione al rispetto per il genere”.
“Le ragazze di oggi non hanno capito niente dalle nostre lotte contro le violenze sulle donne – aggiunge poi Luciana Tufani, editrice nonché direttrice del Cdd – e credono di fare un passo avanti essendo aggressive e carnefici loro stesse, quando invece fanno solo un passo indietro”. O, più che un passo indietro, “uno spaventoso andare avanti”.

Cecilia Gallotta

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