BOTTONI [1]

giovedì 20 aprile 2017

#FreeGabriele

“Gabriele libero subito". E' questo il messaggio che viene lanciato a gran voce in queste ore per chiedere la scarcerazione immediata di Gabriele Del Grande, giornalista, documentarista e blogger, fermato e tenuto in stato di fermo in Turchia dal 9 aprile scorso. 

Mentre si attende di sapere l'esito della trattativa tra l'Italia e il governo turco per il suo rilascio e rimpatrio, sono tanti a stringersi intorno alla famiglia di Del Grande. Arci nazionale esprime solidarietà: "Ci uniamo alla sua famiglia nel chiedere che al più presto siano comunicate la data e le modalità del rilascio - si legge in un comunicato -. E’ nota infatti la durezza delle condizioni di vita nelle carceri di un Paese in cui, soprattutto dopo la dichiarazione dello stato d’emergenza successiva al fallito golpe delle scorsa estate, c’è stata una forte stretta repressiva a scapito del rispetto dei diritti umani. E certamente la situazione di tensione determinata dalla contestata vittoria nel referendum costituzionale voluto da Erdogan non ci tranquillizza. Ci auguriamo quindi il massimo impegno delle nostre rappresentanze diplomatiche in Turchia e chiediamo un intervento urgente del nostro ministero degli Esteri perché Del Grande venga immediatamente rilasciato e rimpatriato".

Per Amnesty international "Del Grande è vittima dell’autoritarismo turco, un sistema di purghe e caccia alle streghe su tutta la società che ha portato all’arresto di magistrati, avvocati, insegnanti, giornalisti, universitari”. Il portavoce Riccardo Noury si è detto “molto preoccupato per la detenzione di Gabriele” perché “sia il Governo italiano che quello turco dicono che sta bene, ma la sua voce non l’abbiamo ancora mai sentita” e la sua è di fatto “una detenzione arbitraria di una persona in stato di isolamento”. Pertanto, dice Noury, “se il rilascio di Gabriele non dovesse avvenire entro mercoledì, come detto dalla Farnesina, sarà opportuno che il nostro Governo faccia sentire la propria voce” visto che finora il suo atteggiamento è stato “debole e accondiscendente, così come quello dell’Europa nei confronti della Turchia su tante altre questioni”. In merito al fermo di Del Grande, Noury ha poi aggiunto: “Gabriele non ha compiuto nessun reato e se il motivo della detenzione è davvero la mancanza del permesso stampa, non è giustificabile un fermo così lungo”. E infine: “La zona in cui si trova Gabriele è una zona militarizzata e in stato di emergenza, dove le condizioni per uno stato di diritto sono assenti”.

 Anche la Federazione nazionale della stampa (Fnsi) ha fatto sentire la sua voce: "Quello che di grave poteva accadere in Turchia era già accaduto prima delle elezioni, con l’arresto di migliaia di oppositori e la chiusura quasi totale di tutti i media non allineati. Nelle carceri restano oltre 100 cronisti in attesa di processi affidati ad una magistratura che ha già subito un pesante processo di epurazione - sottolineano il segretario generale e il presidente della Fnsi, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti -. Da giorni, infine, Gabriele Del Grande si trova in stato di fermo, sempre in attesa di essere rilasciato. Le autorità turche hanno garantito a quelle italiane che la sua liberazione potrebbe essere imminente, ma sarà bene non abbassare la guardia e continuare ad “illuminare” la sua vicenda sino a quando non sarà davvero rientrato in Italia".

a Roma in corteo, per il #25aprile


#erdogan, i buchi neri del trono più grande

Fra il successo storico proclamato dal mentore della Turchia del Terzo Millennio, i festeggiamenti e le prime esuberanze dei propri fan, i complimenti che sanno di promozione dei grandi che contano (Trump e Putin), compaiono i buchi neri d’una vittoria dimezzata. In testa le accuse diirregolarità su cui ha detto la sua la stessa Osce, che per bocca di osservatori locali afferma “talune procedure del voto sono risultate irregolari“. Il riferimento riguarda la conta avvenuta in parecchi seggi di schede non timbrate dagli addetti alle operazioni di voto, schede dunque che potrebbero essere contraffatte. I rappresentanti del fronte del no denunciano brogli e hanno presentato ricorso. La Commissione elettorale s’è presa una decina di giorni per esaminare dette schede e sancire il risultato definitivo. Per ora il successo del sì - che mostra un margine dell’1,4% pari a circa un milione e trecentomila voti su 58 milioni di votanti, oltre l’86% degli aventi diritto - è ufficioso ma gode già dell’ufficialità del governo, felice di un avvìo “democratico” del regime. Agli sconfitti che hanno ripreso il concerto di pentole e padelle, come all’epoca delle contestazioni di Gazi park, non resta che sperare nel miracolo di una decisione straniante della Commissione: l’annullamento del voto. Sembra fantascienza perché un passo simile potrebbe davvero condurre il Paese a uno scontro aperto, da quello delle risse per via, che già in qualche caso si sono verificate, a operazioni repressive dettate dalla difesa della “sicurezza nazionale”. Il referendum stesso, fortemente voluto dal presidente e dal suo staff ristretto (qualche nome noto dell’establishment dissentiva), si è svolto in pieno clima di emergenza, la cui legge speciale è stata di recente prorogata ancora una volta di tre mesi.

Dal fallito golpe del luglio 2016, grazie a tali normative decine di migliaia di dipendenti statali (impiegati, insegnati di scuole primarie, secondarie e università, militari, poliziotti, magistrati) sono stati licenziati o messi a riposo. Migliaia di attivisti kurdi e di sinistra arrestati, finanche parlamentari dell’opposizione (Hdp) accusati di terrorismo e prossimità al Pkk. E ancora, molte testate e tv sono state chiuse o riconvertite a posizioni filogovernative, centocinquanta giornalisti sono tuttora in galera. In una Turchia crudamente divisa, dove una metà accusa l’altra di sovversione e terrorismo mentre essa è detestata per servilismo verso un megalomane del potere che odia avversari e vede (o dice di vedere) complotti in ogni angolo, il rischio d’una caduta verso lo scontro aperto non è affatto escluso. Certo la stessa classe dirigente politica ed economica turca non dovrebbe spingere verso la conflittualità delle piazza. I nemici interni armati, che esistono e agiscono, e sono solo parzialmente colpiti dalla repressione che punta soprattutto ad azzerare voci e coscienze critiche dei cittadini, non possono che avvantaggiarsi da un’aperta conflittualità. Ma è egualmente vero che la repressione erdoganiana, avviata con la coercizione dei contestatori di strada, giovani e studenti, ecologisti e femministe, antagonisti dell’Istanbul laica e cosmopolita, tuttora vivi e urticanti tramite il voto, ha raggiunto punte elevatissime nei mesi seguenti il tentativo di colpo di mano.

Dunque, per il potere il presidente assoluto, sembra disposto a tutto. Prendendo anche più delle cento e uno posizioni mostrate in politica estera sul versante mediorientale. Così in queste ore, come suo solito, ha alzato i toni. Ha smentito le insinuazioni dell’Osce, messe sullo stesso piano delle esternazioni di quei Paesi europei con cui si contrasta da settimane proprio sul tema referendum. Una battaglia che fra l’altro paga, visto come ha risposto l’elettorato tedesco in Olanda e in Germania: 70% e 60% a sostegno del sì. Perciò, nelle infuocate ore del dopo voto, Erdogan da quel fine animale politico, da quel giocatore d’azzardo che è ha pensato: perché non accelerare? E sta già spiazzando tutti, dirigendo lo sguardo dalle schede non timbrate e irregolari, e dal tintinnìo delle padelle, altrove. Ora parla di pena di morte. Rivolta a chi? Certamente ai terroristi, che al suo sentire sono tutti gli oppositori. Ovviamente ne seguono sdegno interno e internazionale. Dall’opposizione di Chp e Hdp alle molte voci anche illustri dell’intellighenzia interna, fino ai membri Ue che già esprimono condanne: ”in questo modo il presidente esclude a priori ogni possibilità di dialogo e di entrata in Europa”. Ma lui francamente se ne infischia. La partita con l’Europa sembra averla già chiusa, per tenere saldo il potere sembra voler sacrificare ogni cosa. Oppure pratica il doppio-gioco di cui è maestro, sia perché non vuol perdere il tanto business che il vecchio continente procura (sebbene abbia in cantiere ulteriori piani con altri partner), sia perché sa che i tre milioni di profughi siriani costituiscono comunque un deterrente per il Parlamento di Bruxelles. Il braccio di ferro prosegue, a tutto campo con tutti.


Enrico Campofreda


festa delle famiglie insieme a @FamArcobaleno


sosteniamo il @BaobabExp; venerdì 21 aprile appuntamento a piazzale Spadolini, Roma

Le istituzioni continuano a sottovalutare il fenomeno migratorio, preferiscono ignorarlo o nasconderlo piuttosto che prepararsi agli arrivi e organizzarsi per tempo.

L'ondata populista che si propaga in tutta Europa si traduce in una grande minaccia elettorale, e nessuno sembra disposto a perdere voti: meglio partorire leggi che violino i diritti umani e accordi vergognosi tra Stati. Nel frattempo, durante il weekend di Pasqua, sono sbarcate oltre 8.000 persone che arriveranno presto nelle varie città italiane. Come spesso succede, chi di dovere continuerà a latitare e il tentativo di accoglienza resterà sulle spalle dei cittadini e delle associazioni sensibili al tema. Qui a Roma,poi, la situazione rischia di essere aggravata maggiormente dalla chiusura del centro CRI di via del Frantoio e dalla mancata apertura del Ferrhotel, che offrirà soltanto 60 posti a partire da Gennaio 2017.

Ai circa 80 ospiti oggi presenti al presidio se ne aggiungeranno tanti altri. Chiediamo che venga assegnato uno spazio in cui allestire un presidio umanitario e poter assicurare condizioni minime di dignità e sicurezza ai migranti.


Abbiamo indetto una conferenza stampa per venerdì 21 aprile alle ore 12:00 a Piazzale Spadolini (Piazzale Est della Stazione Tiburtina), assieme a MEDU e alla Rete Legale per i Migranti in Transito, per spiegare quale sia realmente la situazione, e ribadire la necessità di un'accoglienza degna e politiche di inclusione come uniche vie percorribili.


a Roma ancora sgomberi di migranti; sosteniamo il @BaobabExp

Oggi è sgombero. Migliaia di sbarchi nelle ultime ore e questa è l'unica risposta che sanno dare.

Un'altra identificazione forzata, 60 e più ragazzi (ri)portati in questura, a solo una settimana di distanza. 

Il funzionario di Grandi Stazioni ci fa notare che non è possibile avere gente che bivacca "sotto questa bellissima stazione nuova, sotto questa banca che sta per aprire". Spiegargli la funzione sociale che hanno avuto e dovrebbero avere le stazioni è inutile. Salviamo le tende, qualche effetto personale, ma gli operatori dell'AMA procedono implacabili. Bel pelo sullo stomaco bisogna avere per gettare via vestiti e ricordi di ragazzi con una storia tanto dura, che non è la nostra solo perché abbiamo avuto la fortuna di nascere altrove. "Io butto tutto perché questo mi ordinano, questo è il mio lavoro."

È da un anno e mezzo che accade. Staremo qua domani, dopodomani, tra un mese.


Finché ci sarà anche solo un migrante senza un posto dove stare.

l'abbraccio della comunità LGBT italiana alla #cecenia

Previste per il fine settimana diverse manifestazioni contro le torture sui gay ceceni

Mentre in Cecenia la comunità LGBT viene segregata, umiliata, costretta a torture, la comunità arcobaleno italiana allunga la mano in difesa dei "fratelli e delle sorelle cecene". L'Italia questo fine settimana sarà attraversata da Nord al Sud da una serie di mobilitazioni per dare sostegno e tenere accesi i riflettori sulle cento persone arrestate e tortura in Cecenia per il loro orientamento sessuale.

Un vento che sale è partito ieri da piazza dell'Esquilino, a Milano, dove I Sentinelli hanno organizzato in brevissimo tempo un sit-in che è riuscito a raccogliere più di trecento persone. Ai Sentinelli, tuttavia, non è stato consentito di stare davanti al Consolato russo. Luca Paladini, portavoce del movimento, ha così commentato la vicenda a HuffPost Italia: "È una vergogna che una manifestazione indetta a difesa dei diritti civili e umani sia tenuta a 500 metri dal luogo prefissato e che invece il 25 aprile sempre a Milano sarà consentito ai fascisti di manifestare con i soliti loro rituali. Chi ha polemizzato sul nostro presidio non ha fatto un torto a noi ma a quelle donne e uomini che stanno subendo la limitazione della propria libertà in Russia e Cecenia".

A Ferrara, invece, sabato 22 aprile alle 21 Circomassimo-Arcigay e Arcilesbica Ferrara, Famiglie Arcobaleno e Agedo cn l'amministrazione comunale di Ferrara e in collaborazione con la Fondazione Claudio Abbado del Teatro di Ferrara, illumineranno la Rotonda Foschini con i colori Rainbow. Sempre per sabato è fissato l'appuntamento a Roma, dove le associazioni lgbt si riuniranno nei pressi dell'Ambasciata Russa, in via Gaeta.


Nel frattempo lanciata a petizione lanciata da Amnesty International per chiedere un indagine immediata sul'orrore ceceno, ha raccolto quasi 40mila adesioni. Sventolano, inoltre, dagli edifici pubblici di diverse città le bandiere arcobaleno in segno di solidarietà del popolo ceceno, come a Torino dove Chiara Foglietta città le bandiere Arcobaleno come a Torino dove Chiara Foglietta, vicecapogruppo del Partito Democratico a Palazzo Civico.

gay perseguitati in #cecenia : “ Allah punirà i giornalisti ”

I mufti (giurista islamico) della Cecenia ha promesso la punizione di Allah ai giornalisti di Novaja Gazeta: Salah-Haji Medjiyev, durante un incontro con un corrispondente della radiostazione Govorit Moskva, afferma che l’inchiesta del periodico russo sulla persecuzione degli omosessuali ha avuto ripercussioni negative sul popolo ceceno, in particolare sulle figure religiose e su “ciò che vi è di più sacro” nel Paese. Oltre a smentire le accuse di Novaja Gazeta, si augura che i giornalisti vengano puniti severamente, chiedendo che possano rispondere alla legge della Federazione Russa e, allo stesso tempo, invocando il giudizio divino.

Tramite un comunicato la redazione di Novaja Gazeta ha informato come i suoi giornalisti e tutti i collaboratori si trovino in serio pericolo. Dopo la pubblicazione del 1° aprile l’autrice dell’articolo è infatti costretta a nascondersi. Elena Milašina, che vive a Mosca, durante la sua carriera di reporter si è occupata degli scontri in Cecenia, continuando il lavoro della collega Anna Politkovskaja (uccisa nel 2006), e ha già subito attacchi in passato.

Il 3 aprile, dopo due giorni dalla pubblicazione dell’articolo, circa 15mila persone si sono riunite nella moschea principale di Groznyj, in cui si è tenuto un meeting di rappresentanti di 24 wird (esercizi di preghiera), teologi islamici e leader dell’opinione pubblica cecena. Il meeting è stato trasmesso dalla televisione locale cecena Groznyj TV. Durante l’incontro Adam Šakidov, consigliere del primo ministro ceceno Ramzan Kadirov, ha accusato i giornalisti di Novaja Gazeta di essere “nemici della nostra fede e della nostra patria”. L’incontro e il discorso del consigliere hanno scatenato reazioni violente sui social network.

Il meeting ha portato a una risoluzione, che Milašina, in un’intervista alla BBC, ha definito una vera e propria “jihad” nei confronti dei giornalisti di Novaja Gazeta: nel documento scritto, firmato dalla Grande assemblea dei rappresentanti dei 24 wird della Repubblica cecena, si negano le accuse fatte dal giornale, percepite come un’ingiuria, e i giornalisti vengono nuovamente definiti “nemici della nostra fede e della nostra patria”. Inoltre, si promette che i giornalisti verranno puniti per aver diffuso simili “bugie” e si spinge affinché le informazioni fornite da Novaja Gazeta non vengano diffuse da nessuno e affinché i suoi giornalisti vengano fermati con ogni mezzo legale.


Nel frattempo, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov afferma di non essere a conoscenza di proteste o petizioni organizzate da parte di minoranze sessuali in Cecenia, anche se ammette di potersi sbagliare. Peskov sottolinea il fatto che le organizzazioni internazionali avrebbero bisogno di più informazioni per poter valutare in modo più approfondito le violazioni di diritti umani. Ha inoltre aggiunto che, se le accuse risultassero false o distorte, i giornalisti di Novaja Gazeta potranno essere sottoposti a provvedimenti legali.



gay perseguitati in #cecenia : più prudenza nella diffusione delle notizie

Cosa sta succedendo davvero in Cecenia? I titoli degli articoli non lasciano spazio a dubbi: dopo le prime notizie sugli arresti di decine e decine di presunti omosessuali e l’uccisione di tre di loro [Il Grande Colibrì], ora si sarebbero scoperti campi di concentramento di stile nazista in cui sarebbero imprigionati i gay. Eppure molti fattori consiglierebbero più prudenza, dalla gravità delle accuse al clima molto propenso alle strumentalizzazioni, fino a evidenti debolezze nelle fonti. Soprattutto, è assolutamente necessario non sbandare nel sensazionalismo e mantenere un atteggiamento il più responsabile possibile perché non si tratta di vendere articoli, ma di cercare di salvare vite. Proviamo allora a fare il punto della situazione.

La denuncia si basa su due articoli di Novaya Gazeta: il primo, pubblicato il 3 aprile [Novaya Gazeta], racconta che più di 100 uomini, accusati di essere omosessuali, sarebbero stati arrestati dalla polizia cecena ricostruendo i loro rapporti tramite le app di incontro gay. Il giornale racconta anche che almeno tre persone sarebbe state uccise. Il 5 aprile Novaya Gazeta ha pubblicato il secondo articolo, in cui ha raccolto tre testimonianze di persone su quella che definisce una “repressione di massa di ceceni sospettati di avere un orientamento omosessuale”: i presunti gay sarebbero stati rapiti illegalmente dalla polizia, derisi, umiliati, torturati, violentati con oggetti e rilasciati solo dopo il pagamento di enormi riscatti.

Il giornale è piuttosto autorevole e le informazioni, anche se si basano per ragioni ben comprensibili su testimonianze anonime, non solo sono state smentite in modo ben poco convincente dal governo ceceno, ma sono state anche confermate da Ekaterina L. Sokiryanskaya dell’International Crisis Group (Gruppo di crisi internazionale; ICG) e da Human Rights Watch (Osservatorio dei diritti umani; HRW), che ha scritto: “Le informazioni pubblicate da Novaya Gazeta sono coerenti con i rapporti che HRW ha ricevuto recentemente da numerose fonti attendibili, comprese fonti sul territorio. Il numero delle fonti e la coerenza delle storie ci lascia senza alcun dubbio che questi sviluppi devastanti si siano davvero verificati”.

La prima risposta dei media e delle associazioni è stata generalmente molto seria e prudente, seguendo lo stile scelto dagli stessi attivisti russi della Rossiyskaya LGBT-set’ (Rete LGBT russa): con grande fermezza si sono chieste indagini sulla situazione e si sono condannate le parole gravissime con cui il governo ceceno ha scaricato le accuse e giustificato i “crimini d’onore” in cui gli omosessuali sono uccisi dai loro stessi familiari.

L’associazione ha anche raccolto altre testimonianze, riportate sempre nel secondo articolo di Novaya Gazeta, in cui si parla di decine di persone recluse nella stessa stanza, insieme a presunti terroristi e a consumatori di droghe, o torturate in capanni abbandonati, alcune sparite nel nulla, altre consegnate alla famiglia con l’obiettivo di farle uccidere dai parenti.

Poi, però, la situazione è sfuggita di mano. Già il 5 aprile il blog russo Ixtc aveva pubblicato un articolo dal titolo “Ramzan Kadyrov [primo ministro ceceno; ndr] ha aperto campi di concentramento per gay in Cecenia”, ripreso poi il giorno dopo dal blog statunitense Window on Eurasia con il titolo “Kadyrov apre il primo campo di concentramento per gay dai tempi di Hitler”.

I titoli raccontano già quello che si sostiene nel testo degli articoli: Novaya Gazeta avrebbe svelato l’esistenza di campi di concentramento in cui sarebbero rinchiusi gli omosessuali. La realtà è diversa: il giornale non parla mai di campi di concentramento, ma solo di una prigione segreta aperta in una ex caserma di Argun, una cittadina di quasi 30mila abitanti nella Cecenia centrale. E occorre sottolineare con forza che sia il blog russo sia il blog americano sostengono di avere come propria unica fonte gli articoli di Novaya Gazeta, attribuendogli però informazioni che non contengono.

Insomma, rispetto ai due articoli del giornale russo non ci sono ulteriori informazioni e al momento non ci sono neppure motivi validi per pensare che esistano campi di concentramento in Cecenia. Questa idea è un’aggiunta, al momento priva di giustificazioni, nata presumibilmente per drammatizzare ancora di più una vicenda già molto tragica che purtroppo ha buone probabilità di essere vera: evidentemente per qualcuno una prigione segreta, decine di rapimenti e di torture, tre omicidi non sono “abbastanza drammatici”.

Il quotidiano scandalistico inglese Daily Mail è il primo grande mezzo di informazione a riprendere questa nuova idea, con un articolo dal titolo: “La Cecenia apre il primo campo di concentramento per omosessuali nel mondo da quelli di Hitler negli anni ’30; gli attivisti dicono che lì i gay sono torturati con l’elettroshock e uccisi di botte”. L’articolo sostiene che “un report di Novaya Gazeta afferma che le autorità hanno istituito molti campi in cui gli omosessuali sono uccisi e costretti a promettere di abbandonare il paese”. Peccato che, appunto, il giornale russo non parli proprio di campi di concentramento.

L’idea, però, vende bene e quindi affascina un po’ tutti. Tra i media gay, il primo a rilanciare la presunta “novità” è Pink News: “La Cecenia ha aperto campi di concentramento per uomini gay”. E sulla stessa scia seguono siti, blog, media e associazioni di mezzo mondo, che neppure si rendono conto che stanno riportando come propria fonte gli stessi articoli di cui già avevano parlato qualche giorno prima, facendogli ora dire cose nuove e diverse. Non manca chi decide di drammatizzare ulteriormente, moltiplicando questi presunti campi, aggiungendo dettagli per farli sembrare “più nazisti”, inventando traduzioni farlocche da Novaya Gazeta.

E in un mondo dell’informazione basato sul copia-traduci-incolla senza la minima verifica e senza il minimo senso critico, passa non solo l’informazione campata in aria, ma anche il concetto che questi presunti campi di concentramento sarebbero i primi dai tempi di Hitler. Nessuno ricorda la Cina, la Cambogia o l’ex Yugoslavia? Nessuno si accorge di quello che succede in Birmania, in Corea del Nord o a Guantanamo? Per limitarsi alla persecuzione degli omosessuali, nessuno ha sentito parlare di Cuba e delle sue Unidades Militares de Ayuda a la Producción (Unità militari di aiuto alla produzione)? Forse qualcuno, ma infilare Hitler nel titolo paga di più.

In Cecenia probabilmente la situazione è estremamente drammatica e delicata. Per questo bisogna cercare di affrontarla con enorme fermezza, ma anche con grandissima responsabilità. Come fanno i principali appelli online, da quello di AllOut a quello di Amnesty International, per esempio. Gran parte dei media, invece, ha scelto di diffondere titoli sensazionalistici e notizie prive di fondamento, che rischiano di screditare completamente anche le informazioni che invece sono presumibilmente vere. Parlare di “campi di concentramento” aumenta i lettori, ma diminuisce la credibilità e la forza della denuncia in Cecenia e in Russia. E mina ogni tentativo di incidere su circostanze già troppo tragiche.

Pier Cesare Notaro


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lager in #cecenia : “ per una buona causa”, non si deve esagerare ...

Le bufale, sono sempre sbagliate, anche quando fanno comodo. Non esistono bugie a mezzo stampa fatte per un buon fine, o anche per “legittima difesa”.

L’unica legittima difesa che abbiamo deve essere la verità, anche quando non fa così comodo. In Cecenia è in atto una enorme repressione contro le persone LGBT+, facendo uso di violenza da parte delle forze dell’ordine e di connivenza da parte delle autorità statali, e probabilmente anche federali (la Cecenia, pochi lo stanno dicendo in questi giorni è una repubblica della Federazione Russa). Non basta per lanciare un allarme?

Perché inventarsi i “campi di concentramento per gay” in stile nazista? A chi gioverà tutto questo quando verrà fuori che si è trattato di una bufala? Ma, per poter organizzare una protesta, basta ed avanza anche la sola politica federale russa contro le persone LGBT+, di fatto persone di serie B, senza diritti civili.

Le bufale, le conosciamo. Le mezze verità, fatte passare per verità solo al fine di rafforzare le tesi omofobe, le conosciamo.

L’accusa di “propaganda gender”, fa ormai capolino in tutti i media, vengono lanciate all’intera comunità LGBT+ italiana accuse infamanti da quelle di voler “traviare” i bambini, fino addirittura a quelle di pedofilia e di favoreggiamento della prostituzione, senza che questi “giornalisti” pensino neanche più a limitare il “fenomeno” a poche aree della comunità, ma, anzi, spingendo affinché questo diventi il pensiero comune. La famigerata legge russa sulla “propaganda gay”, nasce per “difendere i minori”, e, di fatto, toglie diritto di cittadinanza ad una parte della popolazione di quel Paese, del tutto inerme contro le aggressioni omofobe sempre più frequenti.

Era proprio necessaria la bufala dei campi di concentramento?




la #laicità della Spagna

Il leader socialista spagnolo Pedro Sanchez, secondo nei sondaggi, lancia il suo programma in materia di educazione scolastica durante un incontro con i sindacati

Via tutte le religioni dalle scuole pubbliche. Il leader socialista Pedro Sánchez, detto El Guapo (il Bello) per il suo fisico, 43 anni, economista e segretario della Rosa dal giugno scorso nelle prime primarie a lista chiusa del partito, ha annunciato stamani la sua linea di condotta in materia educativa, che più laica non si può. 

Incontrando i sindacati della scuola, Sánchez sorpassa in laicità persino l’ex premier socialista (tra il 20024 ed il 2011) José Luis Rodríguez Zapatero. «Nel nostro modello di scuola pubblica non entrano l’integrazione né l’insegnamento, né la materia delle confessioni religiose – ha tuonato Sánchez, che stando ad un sondaggio di El País di ieri sarebbe secondo nelle intenzioni di voto, con il 21, 9%, a un soffio dal primo classificato, Podemos, sinistra radicale, con il 22, 1%). Per conseguirlo, promuoveremo le riforme legislative necessarie, così come quelle degli accordi internazionali». 

In altre parole, Pedro El Guapo prevede, se vince le legislative previste per fine anno, la deroga del Concordato con il Vaticano, sottoscritto dal dittatore Francisco Franco nel ’53 e rivisto nel ’79, con il ritorno della democrazia. Fino a Zapatero, l’insegnamento religioso (cattolico ma anche islamico in 40 scuole di Spagna) è previsto nell’orario come materia optional. Con il premier popolare (centro destra) Mariano Rajoy, l’ora di religione rimane tale, però fa media.

Gian Antonio Orighi

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elezioni in #Francia , una svolta LGBT in quale direzione?

Nella campagna per le presidenziali francesi del 23 aprile si è parlato talmente poco di tematiche legate alla comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali e asessuali) che si capisce la tentazione di sorvolare l’argomento anche sui media specializzati. Eppure la questione non è affatto da sottovalutare: se siamo lontani anni luce dai dibattiti che avevano acceso le presidenziali del 2012 [Il Grande Colibrì] sui matrimoni gay, poi approvati dalla maggioranza socialista di François Hollande, dietro il quasi silenzio di oggi si può sentire un rumore di sottofondo che potrebbe annunciare ben poco di buono.

Chi fa più parlare di sé sulle tematiche LGBTQIA è certamente François Fillon, il candidato dei Républicains, i repubblicani di centrodestra. Da sempre schierato contro i diritti delle minoranze sessuali, Fillon ha affidato la propria campagna elettorale all’associazione cattolica integralista Sens Commun (Senso comune; SC), tra le promotrici della Manif pour Tous contro le nozze tra persone dello stesso sesso [Il Grande Colibrì].

Il candidato presidente sembra deciso a premiare questa organizzazione che gli è rimasta fedele nonostante la valanga di scandali che lo ha travolto negli ultimi mesi: non bastava la promessa di cinque posti in parlamento [Le Parisien], ora Fillon ha aperto all’idea di affidare agli integralisti di Sens Commun anche un ministero, come ha dichiarato in un’intervista radio [Europe1]. A entrare nel governo, secondo voci di corridoio, potrebbe essere Madeleine de Jessey, leader di SC e già fondatrice dei Veilleurs, le Sentinelle in Piedi francesi. L’idea divide fortemente i Républicains (basti pensare che il secondo arrivato alle primarie del centrodestra, Alain Juppé, è favorevole a matrimoni e adozioni gay).

Se Fillon è additato come il candidato dell’omofobia, paradossalmente Marine Le Pen continua ad attirare una larga parte dell’elettorato LGBTQIA, soprattutto tra gli uomini gay e in particolare tra quelli sposati [Il Grande Colibrì], nonostante il programma del Front National (Fronte nazionale) sia molto chiaro: l’estrema destra vuole cancellare il diritto a sposarsi e ad adottare per le coppie omosessuali, mentre demonizza la procreazione medicalmente assistita per le lesbiche e la gestazione per altri [Il Grande Colibrì]. La paura dell’immigrazione e dell’islam, però, sembra più forte del rispetto di sé e dei propri diritti per molti elettori gay.

A raccogliere più voti tra lesbiche e gay, comunque, dovrebbe essere Emmanuel Macron [Il Grande Colibrì], nonostante sui diritti LGBTQIA sia rimasto abbastanza sul vago, esprimendosi chiaramente solo sui due principali temi di scontro: la procreazione medicalmente assistita (è a favore) e la gestazione per altri (è contrario, ma vuole riconoscere i figli nati in questo modo all’estero).

Negli ultimi giorni ha pubblicato sul sito del suo movimento En Marche ! (In marcia!) una lettera alla comunità LGBQTIA, cercando di apparire più convincente. “Voglio essere il presidente della Repubblica che darà a tutte le cittadine e a tutti i cittadini le stesse possibilità di usare le proprie libertà e di vivere la vita che desiderano”, scrive Macron, ma poi rimane sul vago: la scuola deve fare attenzione al bullismo, la polizia deve essere formata, l’omofobia online deve essere combattuta, aziende e locatori di casa non devono discriminare… Bei propositi, ma come li vuole realizzare?

Da questo punto di vista appare molto più determinato l’altro candidato che secondo i sondaggi ha qualche chance di arrivare al ballottaggio del 7 maggio e che continua a vedere aumentare i propri consensi: Jean-Luc Mélenchon, del Front de Gauche (Fronte di sinistra).

Se anche lui è contrario alla gestazione per altri (almeno, ha spiegato il suo portavoce a Hétéroclite, finché esisterà una disparità economica e politica tra i generi che ora renderebbe impossibile escludere lo sfruttamento delle donne), propone invece di permettere la procreazione medicalmente assistita a madri lesbiche o single, di facilitare e velocizzare il cambiamento di genere sui documenti per le persone transgender e di vietare le mutilazioni alla nascita delle persone intersessuali. Inoltre promette maggiori investimenti a favore della lotta all’AIDS e alle altre malattie sessualmente trasmissibili.

A favore dei diritti LGBTQIA, anche se con un programma più limitato rispetto a Mélenchon, è anche Benoît Hamon, candidato del Parti Socialiste (Partito socialista), che però non sembra proprio destinato a superare il primo turno. Ancora meno possibilità dovrebbe avere Philippe Poutou, del Nouveau Parti Anticapitaliste (Nuovo partito anticapitalista), che sui temi LGBTQIA propone sostanzialmente le stesse cose di Mélenchon.

Insomma, le elezioni francesi potrebbero tradursi in politiche molto diverse per le minoranze sessuali, segnando un nuovo periodo di passi avanti dopo i cinque anni di François Hollande oppure una chiusura molto pesante. Se ne parla poco ed è un peccato. Perché si annuncia una svolta molto profonda, anche se per ora è impossibile dire in quale direzione.

Pier Cesare Notaro

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caso #StefanoCucchi in Cassazione : annullamento del proscioglimento dei medici

«Dal 19 ottobre se i medici avessero letto congiuntamente tutti i dati disponibili delle analisi di Stefano Cucchi, avrebbero potuto chiamare un nutrizionista e apprestare le cure necessarie». Lo ha detto il pg della Cassazione, Antonio Mura, nella sua requisitoria nella quale ha chiesto l’annullamento con rinvio dei proscioglimenti dei cinque medici dell’ospedale romano Pertini dove Cucchi, arrestato per droga, fu ricoverato dal 17 al 22 ottobre 2009, quando morì nel reparto protetto per detenuti. I camici bianchi prosciolti nell’appello bis con la formula «perché il fatto non sussiste» sono: il primario Aldo Fierro, Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi Preite De Marchis e Silvia Di Carlo. I cinque sanitari erano stati condannati in primo grado, prosciolti in appello, e assolti nuovamente nell’appello bis disposto dalla Cassazione nel giudizio di rinvio. Per loro la prescrizione maturerà domani ma se la Suprema Corte dovesse annullare i proscioglimenti, sarebbe salvo il diritto dei familiari di Cucchi e delle parti civili costituite, tra le quali Cittadinanza Attiva e il Comune di Roma, di avere il risarcimento dei danni.




trans, omosessuali e #hiv : le fobie del sud-est asiatico

Cosa succede nell’estremo sud dell’Asia? Se in un recente articolo del Grande Colibrì vi abbiamo raccontato la meravigliosa notizia della prima donna transgender che è riuscita a ottenere un posto di lavoro come agente di polizia, in Thailandia invece, le donne transessuali sono costrette ad arruolarsi nell’esercito (compiuti i 21 anni), ma come uomini, perché il paese non consente alle persone trans di cambiare il sesso sui documenti identificativi.

Jetsada Taesombat, direttrice esecutivo della Thai Transgender Alliance for Human Rights (Alleanza transgender tailandese per i diritti umani), afferma che la maggior parte delle donne transessuali vivono in una situazione di ansia e stress perché sono consapevoli che al momento della visita di leva verranno spogliate, guardate da una miriade di occhi e umiliate in pubblico. Alcune di loro arrivano persino al suicidio come soluzione per sottrarsi a tutto ciò [Reuters]. Il procedimento seguito dagli addetti al reclutamento è quello di far spogliare la persona interessata e, una volta verificato che non abbia ancora subito operazioni chirurgiche, è obbligatorio l’arruolamento, a meno che un dottore non certifichi che la persona è affetta da disturbo dell’identità di genere.

La Thailandia è spesso vista come un paradiso per gli omosessuali e i transessuali. In effetti le persone transgender appaiono frequentemente in televisione, nei concorsi di bellezza e in ogni tipo di show o pubblicità, ma assurdamente non possono cambiare il loro genere sui documenti, quindi per lo stato rimangono donne e uomini tali e quali a come sono state registrate alla nascita, sebbene (come spesso accade) ci sia una legge contro la discriminazione approvata nel 2015 [Mirror].

Intanto una notizia triste proviene dall’Indonesia: due uomini di 20 anni o poco più rischiano la fustigazione per essere stati visti far sesso da alcuni vicini, che subito l’hanno riferito alla polizia islamica. Marzuki, investigatore e capo della polizia, conferma che, se ritenuti colpevoli, verranno fustigati secondo una nuova legge di due anni fa che prevede cento frustate. Ci troviamo ad Aceh, provincia a maggioranza musulmana, l’unica peraltro in Indonesia che pratica la sharia. Formalmente l’omosessualità non è illegale in Indonesia, ma si sta cercando di convincere la corte costituzionale a rendere illegali i rapporti fuori dal matrimonio e quelli tra persone dello stesso sesso [ABC News].

Nelle Filippine, invece, il campanello d’allarme suona per l’HIV. Gli uomini omosessuali si trovano ad affrontare una situazione tremenda che il governo è incapace di gestire: le persone affette da questo virus sono aumentate del 13% dallo scorso anno. Il dato è ancora più allarmante per il fatto che per il 95% si tratta di giovani con un’età media di 28 anni.

Michel David de la Cruz, direttore editoriale di Outrage Magazine, l’unica pubblicazione LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali e asessuali) nelle Filippine, sostiene che non c’è attenzione sulla questione HIV: non solo l’educazione sui metodi di prevenzione è pressoché inesistente, ma è anche vietato ai ragazzi sotto i 18 anni di sottoporsi al test per l’HIV e di usare il preservativo (il che peggiora ovviamente la situazione degli adolescenti omosessuali) senza il consenso genitoriale, nonostante il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, ratificato dalle Filippine nel 1974, obblighi i governi ad adottare le misure necessarie per prevenire, trattare e controllare le malattie epidemiche come l’HIV.

Sul diritto per i diciottenni di sottoporsi al test, sta attualmente combattendo una lotta ostinata la National Youth Commission (Commissione nazionale dei giovani; NYC) presieduta da Aiza Segura [Outrage Magazine].


Questa ostilità verso la prevenzione è fortemente influenzata dalla Chiesa cattolica, che, attraverso le forze conservatrici del governo, ha dato ordini a diverse cliniche di vietare la distribuzione di prodotti contraccettivi. Tanto per farsi un’idea sul suo pensiero, la Conferenza episcopale cattolica nel 2015 descrisse le persone affette da HIV come figli di “famiglie rotte e disfunzionali” [Outrage Magazine].





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mercoledì 12 aprile 2017

‘sterminio gay’ in #cecenia; omosessuali colpevoli di esistere

Orribili notizie arrivano dalla Cecenia, piccola repubblica della Federazione Russa. Come spiega bene Gaypost.it, “le autorità cecene avrebbero arrestato più di 100 uomini gay e ne avrebbero uccisi alcuni semplicemente in relazione al loro orientamento sessuale non tradizionale o al sospetto di questo”, già intorno alla fine di febbraio. La situazione sta però peggiorando, poiché siamo passati ai “campi di concentramento“.

Si legge, infatti, che “da tutta la Cecenia stanno arrivando nuove testimonianze di persone che sono riuscite a scappare o che si stanno nascondendo da quello che in molti hanno cominciato a chiamare lo ‘sterminio‘ degli omosessuali“. Dalle ricostruzioni fornite sembra che alcune ex caserme militari cecene siano “state ripristinate ed adibite alla detenzione di tossicodipendenti e di uomini dall’orientamento sessuale non tradizionale o sospetto“.

La notizia aggiunge orrore agli orrori che ogni giorno, nel mondo, popolano le cronache sulle costanti violazioni dei diritti civili e umani. Dalla strage dei cristiani, come quella del recente attentato in Egitto, alle violenze dell’Isis abbiamo una continua escalation di abusi, brutalità e uccisioni: la colpa dei soggetti che finiscono sotto la macchina repressiva è quella di non obbedire al concetto di “normalità” di chi si erge a censore, giudice e boia. Cosa non nuova, nella storia dell’uomo.

Le uccisioni di omosessuali non sono di certo un fatto recente. L’inquisizione uccideva, dopo adeguate torture, i “sodomiti”. La chiesa ha grandi responsabilità nei processi sommari contro coloro che un tempo erano definiti non solo peccatori, ma addirittura interpellati con epiteti quali “il vomito di Dio”. Il cosiddetto “omocausto” ha determinato lo sterminio di decine di migliaia di gay e lesbiche nei lager nazisti. La storia non solo non è stata maestra di vita, ma dimostra una sua ricorsività che avremmo sperato di non ripercorrere mai più.

Preoccupanti le analogie tra ieri e oggi. Come negli anni 30, abbiamo una crisi mondiale che genera malcontento e paure. In questo quadro è facile, per i vari leader populisti, cercare e trovare un nemico esterno. In Italia, questo è rappresentato dagli immigrati. Altrove, come in Russia, il nemico è il popolo Lgbt. Ma le analogie non finiscono qui.

Durante il fascismo Mussolini rispose, a chi gli ricordava che sugli omosessuali non aveva approvato leggi troppo restrittive, che in Italia “erano tutti maschi”. Così lo stesso del leader ceceno Ramzan Kadyrov che, di fronte alle accuse di sterminio della comunità arcobaleno, attraverso il suo portavoce fa sapere: “Non puoi arrestare o reprimere persone che semplicemente non esistono nella Repubblica. Se queste persone esistessero in Cecenia, le forze dell’ordine non dovrebbero preoccuparsi perché le loro stesse famiglie li manderebbero in luoghi da cui non potrebbero più tornare”.

L’inizio del ‘900 fu importante per la storia dei diritti civili e sociali: donne e operai cominciavano a ottenere riconoscimenti sempre più ampi, dal suffragio alle tutele sul lavoro. Gli ebrei stessi cominciavano ad attraversare, seppur timidamente, un processo di maggiore riconoscimento ed emancipazione rispetto a un pregiudizio millenario. Tutto ciò che si sarebbe compiuto nel secondo dopoguerra, ma ormai avviato e irreversibile. Ciò non impedì, tuttavia, i tentativi da parte di forze reazionarie di impedire che la storia – e la civiltà con essa – andasse avanti: la tragedia della shoah e l’avvento dei grandi totalitarismi andrebbero letti anche sotto questa lente.

Oggi, di quel processo avviato più di un secolo fa, la liberazione della gay community rappresenta un nuovo anello in quella lunga catena di eventi dopo la fine dello schiavismo, l’affermazione dei diritti delle donne e delle classe lavoratrici e il superamento della diffidenza anti-giudaica. Eppure, come allora, le persone Lgbt sono ancora al centro di una narrazione che – esattamente come per gli ebrei nel secolo scorso – le dipinge come contrarie all’ordine sociale e minacciose per le nuove generazioni.

Oggi come allora, vediamo la creazione di lager dove rinchiudere persone che hanno la semplice colpa di ‘essere’. Una cosa, tuttavia, può differenziare il presente: la coscienza di cosa è stato. Le nazioni occidentali non possono e non devono far finta di nulla, com’è già accaduto per la shoah. Occorre utilizzare tutti i canali diplomatici necessari, oltre alle dovute pressioni nelle sedi competenti, per denunciare le violenze e gli eccidi organizzati in Cecenia e pretendere che questa barbarie abbia fine una volta per tutte.

Dario Accolla


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