BOTTONI [1]

giovedì 18 maggio 2017

ragazza #trans riceve proposta di matrimonio in un cinema a Napoli

Luca è fidanzato da 4 anni con Lisa, una ragazza trans brasiliana che è la sua vita. Il loro rapporto, profondo e limpido, è vissuto alla luce del sole, come tutti i veri amori che non temono giudizi né invidie. Quando Luca ha deciso di sposarla abbiamo pensato di seguirlo, aiutandolo a realizzare una proposta di matrimonio davvero speciale, per rendere pubblicamente indimenticabile il loro progetto di vita.

Luca e Lisa si uniranno civilmente entro la fine del 2017.


Una produzione Fanpage.it
Un video di Luca Iavarone
Ideazione: L. Iavarone, R. Durso, A. Avallone, D. Volpe
Riprese: Raffaello Durso
Assistente: Paola Mirisciotti
Operatore: Ugo di Fenza
Fonico: Nicola Celia

Runner: Giampaolo Fastello

altro che #ong, è la mafia a fare soldi coi profughi

Il Clan Arena della ‘ndragheta nel Cara di Crotone. Arrestati un grande capo della Misericordia e un prete del posto.

Questa mattina con un operazione di polizia sono finiti agli arresti Leonardo Sacco, presidente della sezione calabrese e lucana della Confraternita delle Misericordie, il parroco don Edoardo Scordio e decine di persone appartenenti alla famiglia Arena. Sono accusati di associazione mafiosa. Per 10 anni hanno cogestito insieme, intascandosi 103 milioni di euro di fondi europei, il Cie prima e il Cara poi più grande d’Europa ubicato a Sant’Anna in provincia di Crotone. Le risorse pubbliche destinate alla gestione del centro per i richiedenti asilo sono state spartite lucrando sulla pelle di migliaia di persone. Sacco aveva diversi legami politici e il beneplacido di tutta la classe dirigente da destra e da sinistra, compreso Salvini.

Ancora una volta emerge chiaramente come i migranti che arrivano nel nostro paese sono considerati e trattati come una merce preziosa più che come esseri umani e in quanto tale contesa sia a livello economico che a livello elettorale. Per qusto motivo la Confraternità delle Misericordie, la mafia e i fascisti sono da questo punto di vista sullo stesso piano. Il miglior antidoto al business dell’accoglienza e della politica è quello di guardare i migranti per quello che sono veramente: un soggetto attivo pronto a riprenedersi quello che gli spetta e a lottare per i diritti di tutti. L’hanno dimostrato nella lotta contro lo sfruttamento nelle campagne e nei magazzini della logistica, nella lotta per la casa e contro le frontiere che una vita migliore si può conquistare solo a spinta e tutti insieme. L’unico modo per fermare ras delle coop, palazzinari, mafie e sfruttatori.

Ecco cosa riporta l’agenzia Redattore sociale:

“Annunciamo già da adesso il Commissariamento della Misericordia di Isola Capo Rizzuto e della Federazione Regionale Calabrese”. Lo ha annunciato in una nota la Confederazione nazionale delle Misericordie d’Italia in merito agli arresti per mafia relativi alla gestione del Cara di Isola Capo Rizzuto.

“Conclusa l’Assemblea Nazionale delle Misericordie svoltasi ad Assisi – è inoltre scritto nella nota – abbiamo appreso con forte preoccupazione del fermo di Don Edoardo Scordio e di Leonardo Sacco, rispettivamente Correttore e Governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto. Otto secoli di storia non vengono cancellati da fatti, seppure presunti, così gravi e pesanti, continueremo a dare le risposte ai cittadini e alla popolazione più debole dando continuità ai servizi svolti dalla Misericordia non facendo mancare la risposta ai bisogni di assistenza e di carità”. Infine: “Confermiamo la nostra totale fiducia nell’operato dell’Autorità Giudiziaria”.

La vicenda. La Dda di Catanzaro ha arrestato 68 persone accusate, tra le altre cose, di  associazione di tipo mafioso, estorsione, malversazione ai danni dello stato, frode in pubbliche forniture e altri reati di natura fiscale. Tutti reati aggravati dalla modalità mafiose. Uno dei loro principali business era legato alle gestione del Cara “Sant’Anna”, la struttura destinata all’accoglienza dei migranti. In questo contesto è finito in manette anche il presidente della sezione calabrese della Confraternita delle Misericordie.

Come detto, sono 68 le persone tratte in arresto. I provvedimenti, disposti dalla Direzione Distrettuale Antimafia guidata dal Procuratore Capo Nicola Gratteri, a seguito di indagini coordinate dal Proc. Agg. Vincenzo Luberto, hanno smantellato la storica e potentissima cosca di `ndrangheta facente capo alla famiglia Arena – al centro di articolati traffici delittuosi nelle provincie di Catanzaro e Crotone. Dalle investigazioni, oltre alle tradizionali dinamiche criminali legate alle estorsioni, capillarmente esercitate sul territorio catanzarese e su quello crotonese, è emerso – appunto – che la cosca controllava, a fini di lucro, la gestione del centro di accoglienza per migranti di Isola Capo Rizzuto e coltivava ingenti interessi nelle attività legate al gioco ed alle scommesse.

Nello specifico, le indagini hanno evidenziato l´infiltrazione della cosca Arena nel tessuto economico crotonese e, in particolare, il controllo mafioso, da più di un decennio, di tutte le attività imprenditoriali connesse al funzionamento dei servizi di accoglienza del C.A.R.A. “Sant’Anna” di Isola Capo Rizzuto. La cosca, per il tramite di Leonardo Sacco – Governatore della “Fraternita di Misericordia” – si è aggiudicata gli appalti indetti dalla Prefettura di Crotone per le forniture dei servizi di ristorazione presso il centro di accoglienza di Isola di Capo Rizzuto e di Lampedusa, affidati a favore di imprese appositamente costituite dagli Arena e da altre famiglie di `ndrangheta per spartirsi i fondi destinati all´accoglienza dei migranti.

Italo Di Sabato

#palestina : chi passerà alla storia, il carceriere o chi fa lo sciopero della fame?

Comincia la quarta settimana di sciopero della fame di più di 1.200 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. Viene mantenuta l’incomunicabilità e l’isolamento dei prigionieri, mentre in tutto il mondo ci sono manifestazioni di solidarietà, in particolare in israele e nei Territori Occupati della Palestina.

L’aneddoto della settimana è stato il tentativo di screditare Marwan Barghouti, con un video nella cella dove è incarcerato senza contatti in cui lo si vede mangiare una galletta salata.

Il video è stato diffuso nell’ora di maggiore audience dalla TV israeliana, che si è fatta beffe della “serietà” del suo sciopero della fame. Questo primitivo e basso esercizio di “verità alternativa” ha avuto la reazione contraria a quanto ci si aspettava, come ha messo in rilievo il comico israeliano Assaf Harel in un video.

Alla fine la storia giudicherà. E chi ricorderà la storia, Gilad Erdan (ministro della Sicurezza Interna di Israele, n.d.t.) o Marwan Barghouti? Il commerciante di pneumatici di Ramat Aviv Guimel (prima Savion) che vive, tra l’altro, in una via che porta il nome di un assassino ebreo, o l’attivista del Centro di Detenzione di Khison (prima prigione di Hadarim)? Il carceriere o il prigioniero? Quello che ha nascosto i dolci o la persona che se li è mangiati? Il ministro o l’arci-assassino, come l’ha chiamato il corrispondente di Canale 2 Moshe Nussbaum?

Chi dei due lotta per una causa più giusta? Chi di loro, di fatto, lotta? Chi di loro ha sacrificato qualcosa nel corso della sua vita? E chi è responsabile di più spargimento di sangue? A chi interessa di più la pace?

Alla fine, la storia giudicherà.

In realtà la storia ha deciso da molto tempo. Erdan non sarà neppure una nota a pié di pagina. Come ministro responsabile della Polizia e della polizia di frontiera di Israele, è anche responsabile dello spargimento di sangue che questa causa. In quanto a Barghouti, egli ha lavorato a favore della pace molto più di Erdan, finchè ha perso la speranza … e con ragione.

Erdan porta i capelli tagliati meglio, il suo vestito è di sartoria e il suo orologio brilla al buio. L’ultima volta che ho visto Barghouti, lui portava un Casio da pochi soldi.

Tutti e due hanno studiato scienze politiche e Erdan ha studiato anche diritto. Ha avuto, senza dubbio, un’educazione migliore. Erdan ha frequentato una scuola secondaria religiosa e Barghouti no. Erdan ha lavorato per l’Associazione Costruttori, Barghouti no. Entrambi hanno quattro figli ed Erdan dedica loro più tempo perché può vederli.

Alla stessa età in cui Erdan studiava nella sua yeshiva, Boarghouti entrava nella lotta palestinese. Alla stessa età in cui Erdan diventava ufficiale aggiunto, Barghouti era già statao arrestato per la prima volta.

Quando Erdan condannò gli Accordi di Oslo, Barghouti bussava alle porte di Israele e cercava di convincere la gente dell’importanza della pace. Erdar può essere “l’uomo del decennio nella lotta agli incidenti stradali” (come l’organizzazione per la sicurezza stradale O Yarok l’ha chiamato), ma l’uomo del decennio della lotta in realtà è Barghouti.

Erdan non ha mai lottato per nulla in vita sua, ad eccezione del suo posto nelle liste della Knesset (il parlamento israeliano, n.d.t.). Deputato alla Knesset per 5 legislature e ministro di 3 governi, non ha mai sacrificato niente sull’altare per un’idea. Non ha nemmeno lottato per la radiotelevisione pubblica che tanto gli è costato creare; si è piegato, è rimasto in silenzio e ha debolmente ceduto, intimorito dal primo ministro Benjamin Netanyahu. Erdan non è di quelli che sono disposti a pagare un prezzo personale per qualcosa.

Barghouti ha sacrificato la sua vita, la sua famiglia e il suo destino per le idee più elevate. Barghouti è un lottatore per la libertà. Erdan lotta nelle primarie del suo partito. Barghouti è un gatto di strada. Erdan è un docile cagnolino.

Barghouti è in sciopero della fame ed Erdan gli ha teso una trappola. Bisogna attribuire onori ad Erdan e al Servizio Carcerario di Israele: non hanno vergogna, neanche la più piccola vergogna.

Avanti carcerieri, filmateli, voi che fate gli eroi sulla pelle dei più deboli.

Continuate a filmarli nei gabinetti, nei bagni e sotto di essi, e trasmettete i cortometraggi nell’orario di massima audience.

Mettete una trappola per topi e pubblicizzate tutte le vostre prede, anime miserabili.

Saranno felicissimi, nel partito del Likud.

Erdan versus Barghouti: “Non posso dare particolari su chi l’ha messa (la telecamera). Quando andrò in pensione potrò dirlo” ha detto il ministro Tortit (ironico, si tratta della marca di una barretta di cioccolato, n.d.t.), come se stesse mantenendo un grande segreto.

Il John Le Carré israeliano (scrittore britannico, autore di molti fra i più venduti romanzi di spionaggio tra cui La Talpa e La Tamburina, è stato un agente segreto del Secret Intelligence Service, n.d.t.) ha anche elogiato il “lavoro di intelligence” del Servizio Carcerario di Israele. Bel lavoro di intelligence!! Non ci può essere, né ci sarà, qualcosa di più patetico. L’uomo che è responsabile di una forza di polizia che insegna ai ragazzini ad uccidere un ferito indifeso o ad aizzare i cani contro gli esseri umani è, naturalmente, altrettanto orgoglioso dell’eroico lavoro del Servizio Carcerario nella “Operazione Tortit”.

1 a 0 a favore di Erdan. L’arci-carceriere ha vinto l’arci-terrorista.

Barghouti (si presume) si è mangiato la galletta, la battaglia è decisa. Barghouti non è in sciopero della fame, perché (presumibilmente) ha dato un morso. Ma in un giorno di sciopero della fame, compresa la barretta Tortit, Barghouti ha sacrificato qualcosa più che Erdan in tutta la sua vita. E in un solo giorno di sciopero della fame, Barghouti sta lottando per una causa più giusta di qualsiasi problema al quale Erdan abbia mai pensato, compresa la sua lotta contro gli incidenti stradali.


Salute Erdan, eroe del momento! La Storia si ricorderà di Barghouti.

Gideon Levy

#donne, bolscevichi e #rivoluzione

Intervista alla storica Wendy Z. Goldman.

Vi proponiamo la traduzione di un’intervista alla storica americana Wendy Z. Goldman, docente di storia contemporanea all’università di Pittsburgh, specializzata in storia dell’Unione Sovietica. La Goldman è autrice di due importanti libri sulle donne durante l’esperienza sovietica Women, the State and Revolution: Soviet Family Policy and Social Life, 1917-1936 (Cambridge University Press, 1993)  e di  Women at the Gates: Gender and Industry in Stalin’s Russia Women (Cambridge University Press, 2002).L’unico libro della Goldman pubblicato in Italia è Democrazia e terrore. Le dinamiche della repressione nell’era di Stalin (Donzelli, 2008). Negli ultimi anni il lavoro della Goldman sulle donne nella Russia rivoluzionaria è stato tradotto in Brasile eArgentina dove la storica è stata accolta assai calorosamente da un folto pubblico di lavoratrici e militanti. (Maurizio Acerbo).

Nei primi capitoli di Women, State and Revolution, uno degli argomenti principali è l’innovazione derivante dalla rivoluzione russa in materia di diritti civili, in particolare per le donne. Quali sono i più importanti per te?

A quel tempo, nel 1918, i diritti più importanti per le donne comprendevano l’uguaglianza davanti alla legge, il diritto al divorzio e il diritto di aborto libero e legale. Questi diritti erano essenziali per dare la possibilità alle donne di diventare indipendenti da istituzioni patriarcali come la Chiesa ortodossa e le altre autorità religiose, e dal controllo dei loro padri e mariti. L’uguaglianza davanti alla legge diede alle donne il diritto di controllare i loro salari e beni, mantenere un diritto sui loro figli in caso di divorzio, e per decidere dove volevano vivere, andare a scuola e lavorare. Questi diritti non esistevano prima della rivoluzione. Oggi, in molte parti del mondo, molte donne ancora non hanno diritti civili di base o la parità con gli uomini. Penso che i diritti civili fondamentali – il diritto di essere trattate allo stesso modo degli uomini in termini di occupazione, partecipazione politica, istruzione, ruoli sociali e opportunità – sono ancora un problema pressante. Sotto il capitalismo, il diritto a un salario di sussistenza è un diritto fondamentale per entrambi i sessi. Se gli uomini e le donne di tutto il mondo avessero avuto il diritto fondamentale al lavoro e ad un salario che poteva sostenere una famiglia, molti attuali problemi sociali sarebbero scomparsi.

Oltre ai diritti formali di base, i bolscevichi credevano che la liberazione delle donne sarebbe stata impossibile se non erano in grado di socializzare i lavori domestici. Questo è un approccio molto interessante; ancora oggi rimane oggetto di dibattito all’interno del femminismo (marxista e non marxista). Perché ritieni che si siano concentrati su questo problema?

I bolscevichi si concentrarono sulla socializzazione del lavoro domestico perché credevano che la liberazione delle donne dipendeva dalla loro autonomia economica e finanziaria dagli uomini. Se una donna doveva dipendere da un uomo per il suo sostentamento, la sua capacità di fare le proprie scelte e prendere decisioni nella vita sarebbe stata limitata dal suo controllo finanziario. Inoltre i bolscevichi credevano che se le donne erano azzoppate dalla responsabilità per i lavori domestici, non sarebbero state in grado di entrare nel mondo del lavoro salariato in condizioni di parità con gli uomini, o di raggiungere la parità di istruzione e di opportunità. Per essere eguali agli uomini nella sfera pubblica, le donne dovevano essere liberate del loro carico diseguale nel lavoro domestico. Pulire, fare la spesa, cucinare, lavare, e prendersi cura dei bambini piccoli, insomma, tutto il lavoro non pagato che rientra in quella che Marx definiva “la riproduzione del lavoro” su una base quotidiana, richiede una grande quantità di tempo. I bolscevichi speravano di liberare le donne dagli aspetti più noiosi e gravosi di questo lavoro, per consentire loro di partecipare pienamente e attivamente alla società.
I bolscevichi fecero molti studi sul tempo di lavoro, sul numero di ore che ogni giorno gli uomini e le donne della classe operaia dedicavano al lavoro domestico. Quello che scoprirono era che dopo il lavoro, gli uomini leggevano il giornale mentre le donne lavavano i panni. Gli uomini socializzavano con gli amici mentre le donne si prendevano cura dei bambini. Gli uomini giocavano a scacchi, si riunivano nei club, parlavano di politica, suonavano musica, leggevano libri, e facevano passeggiate, mentre le donne cucinavano, pulivano e facevano la spesa. In breve, gli uomini erano in grado di sviluppare se stessi come esseri umani, mentre le donne servivano la famiglia (e gli uomini). La soluzione bolscevica era socializzare il lavoro domestico il più possibile: creare sale da pranzo pubbliche dove la gente poteva prendere i propri pasti, costruire lavanderie per lavare lenzuola e vestiti, creare asili nido o scuole materne per i bambini e ridurre il lavoro domestico al minimo. Le persone che lavoravano in queste imprese, sia uomini che donne, sarebbero state ben pagate e rispettate come lavoratori. Il lavoro domestico, o una buona parte di esso, sarebbero stati socializzati e pagati. Le donne sarebbero state libere di continuare il lavoro salariato, di andare a scuola e di godere del tempo libero su una base di parità con gli uomini. I bolscevichi avevano un’idea eccellente, anche se lo stato era troppo povero per renderla una realtà.

È interessante notare che i bolscevichi hanno avuto una politica molto aperta in materia di rapporti personali, soprattutto se si considera il contesto sociale e culturale arretrato. Perché credi che loro decisero di includere l’amore libero o di mettere in discussione i rapporti gerarchici genitori-figli?

L’idea dell’“amore libero” risale a molti centinaia di anni. Ha una lunga storia! Molti movimenti per la giustizia sociale, tra cui le prime sette cristiane, sognarono l’idea dell’amore libero da considerazioni economiche. I bolscevichi venivano da una lunga linea di pensatori e attivisti socialisti, sia utopisti che marxisti, che avevano cercato di creare una vita migliore e più libera per le donne. Loro erano anche consapevoli, con notevole anticipo, della necessità dei “diritti dei bambini”, o del diritto dei giovani ad essere liberi del potere tirannico o abusivo dei genitori, e dei padri, in particolare. In una cultura patriarcale, i padri esercitano un controllo tremendo su madri e bambini. Prendono decisioni sul matrimonio, l’educazione e il lavoro. I bolscevichi volevano abolire questo controllo a favore dei singoli, dei diritti umani. Arrivando al potere come risultato della rivoluzione, e pieni di speranza circa la possibilità di costruire un nuovo mondo, molti giuristi, educatori e altri sognavano di nuove possibilità. Misero in discussione le gerarchie di vario tipo, non soltanto quelle all’interno della famiglia. L’Armata Rossa fu ricostruita in base alle nuove regole più democratiche in termini di rapporti tra ufficiali e soldati. Le scuole divennero miste, e insegnanti, studenti, bidelli e lavoratori crearono soviet per gestirle. I giuristi discutevano dell’“estinzione” del diritto e dello Stato e facevano leggi che miravano a incoraggiare questo obiettivo. Anche le gerarchie di arte e musica vennero contestate. Nel 1920, i musicisti sovietici sperimentarono l’“orchestra-senza direttore”! Fu un momento di grande livellamento e sperimentazione appassionante in ogni ambito della vita.

Una delle conclusioni del tuo libro, è che l’inversione determinata dalla burocrazia stalinista non fu solo materiale (considerando la situazione economica difficile), ma ideologica. Quali sono le principali basi per questa conclusione?

Molti dei tentativi bolscevichi di creare una maggiore libertà per le donne vennero messi in discussione dalla povertà e dalla rovina creata da anni di guerra e guerra civile. Gli anni ’20 furono un periodo di elevata disoccupazione, soprattutto per le donne. L’idea di indipendenza delle donne dagli uomini non poteva essere realizzata semplicemente rendendo il divorzio più facile perché le donne non avevano modo di sostenere se stesse e i loro figli. Molte donne dovettero anche sostenere i genitori anziani e i familiari disabili. Inoltre l’atteggiamento dello Stato verso la liberazione delle donne cambiò precisamente nel momento in cui l’industrializzazione cominciava e l’Unione Sovietica diventava una società di piena occupazione. Un enorme numero di donne entrarono nel mercato del lavoro negli anni ’30, molte in ben retribuiti posti di lavoro industriali. Ed è proprio a questo punto che la visione della liberazione della donna avrebbe potuto essere realizzata. Anche se lo Stato sovietico ha fortemente incoraggiato l’educazione, la qualificazione e l’occupazione femminile, e ha creato un enorme sistema di istituzioni di assistenza diurna e di sale da pranzo dei lavoratori, esso al tempo stesso ideologicamente regredì ai ruoli di genere tradizionali in casa. Le donne, oltre a lavorare, ora venivano anche fortemente incoraggiate ad assumersi la responsabilità completa per la creazione di uno spazio domestico accogliente. Lo stato criminalizzò l’aborto nel 1936 e rese il divorzio molto più difficile da ottenere. In questo senso, lo Stato stalinista adottò un ibrido di partecipazione alla forza lavoro delle donne accoppiata con ruoli di genere tradizionali in famiglia. La criminalizzazione dell’aborto pose un fardello terribile e pericoloso sulle donne, che continuavano ad abortire ma facendolo illegalmente. Gli ospedali erano pieni di donne con emorragie e infezioni orribili. Il tasso di aborto scese in breve tempo nel 1937, ma poi rapidamente cominciò a salire di nuovo. Le donne hanno sempre cercato di controllare la loro fertilità (questo è essenziale per la loro capacità di vivere liberamente e fare scelte sulla propria vita.) La lezione era che le donne, private del diritto all’aborto legale e sicuro, continuarono a abortire, ma ricorrevano a metodi pericolosi.

Per finire, ci piacerebbe conoscere i tuoi pensieri sulla partecipazione delle donne in recenti manifestazioni in tutto il mondo.

Marx, Engels, August Bebel, Clara Zetkin, Lenin, Aleksandra Kollontai, e molti altri pensatori socialisti credevano che il lavoro salariato creava i presupposti per l’emancipazione femminile. Un salario indipendente avrebbe liberato le donne dalla famiglia come unità economica e fornito le basi per la loro indipendenza economica, che a sua volta, avrebbe permesso loro di scegliere liberamente. Credo che questi pensatori avevano sostanzialmente ragione. Oggi, molte battaglie devono ancora essere combattute anche nei paesi in via di industrializzazione e post-industriali. In molti paesi, le donne lavorano ma non hanno accesso a un salario di sussistenza. Le idee sul ruolo delle donne nella famiglia, le donne come oggetti sessuali, e la mancanza di rispetto per le donne come persone sono tutte cose che hanno ancora bisogno di essere cambiate. Tuttavia, le donne sono attive in tutto il mondo in modi nuovi ed entusiasmanti. Loro chiedono una punizione per gli stupratori in India e l’istruzione per le ragazze in Afghanistan. In Arabia Saudita, chiedono il diritto di guidare sulle strade. Anche in America Latina ci sono nuove lotte e nuove rivendicazioni. Mia figlia e mio figlio sono diventati maggiorenni in una nuova era. Loro credono che i giovani, indipendentemente dal sesso, hanno pari diritti e opportunità. Loro sostengono il diritto delle persone di scegliere il proprio orientamento sessuale e di sposare chi vogliono. Naturalmente affronteranno molti degli stessi problemi affrontati dalle loro madri: come conciliare lavoro e famiglia, come creare una casa amorevole per i bambini, in cui gli uomini partecipano in modo ugualitario alle faccende domestiche e si prendono cura dei figli. Abbiamo combattuto queste battaglie, ma penso che la generazione più giovane lo farà meglio di noi. Le nostre ragazze in tutto il mondo chiederanno di più. E così devono fare se le cose devono cambiare.

Maurizio Acerbo e Celeste Murillo

educare alle #differenze

Presentata oggi a Roma la Rete nazionale. 

«Contro gli sterotipi e per la valorizzazione delle differenze interlocutori forti della politica»

Presentata a Roma, presso la sala stampa della Camera dei Deputati, l’Associazione di Promozione Sociale “Educare alle differenze”. Punto d’arrivo di un percorso che nasce nel settembre 2014, quando per la prima volta si sono dati appuntamento a Roma più di 600 tra soggetti singoli e collettivi che si occupano – a vario titolo – di progetti per la valorizzazione delle differenze e per la prevenzione di ogni forma di violenza e discriminazione. Realtà molto varie che si sono incontrate sulla spinta di scambiare esperienze e buone pratiche e di rispondere agli attacchi sempre più aggressivi mossi dalle destre sulla base della retorica e dello spauracchio della cosiddetta “ideologia gender”.

Lo scorso anno gli oltre 1000 partecipanti della terza edizione hanno ribadito con forza l’esistenza di “un’urgenza formativa” che trova finalmente risposta nella rete formalmente costituita in APS. lle associazioni promotrici Progetto Alice, S.CO.S.S.E. e STONEWALL si sono unite Famiglie Arcobaleno, Io sono Mia, Associazione Sinonimia Teatro Cultura Bellezza, Hamelin Ass. culturale, E.V.A. Soc. Cooperativa.

Un salto di qualità per dare stabilità e forza a questo percorso. «Vogliamo dare vita a un progetto duraturo e stabile che abbia come obiettivo la valorizzazione delle differenze, a partire dalla scuola pubblica», esordisce così Monica Pasquino (S.CO.S.S.E.), presidente della neonata Associazione. «Si tratta di fare rete anche sui singoli territori e in questa direzione è stato lanciato anche un protocollo di intesa da sottoporre alle istituzioni locali, laddove, è importante contrastare l’idea che l’educazione alle differenze sia un pericolo ed è possibile costruire esperienze positive di collaborazione. Inoltre abbiamo deciso di fare la presentazione qui alla Camera perché su questi temi puntiamo ad essere un interlocutore della politica».

A scendere nel merito della questione è Giulia Selmi (Progetto Alice), vicepresidente di Educare: «Siamo ancora in attesa delle linea guida che rendano applicabile il comma 16 dell’articolo 1 della legge 107/2015 sull’educazione di genere e la lotta alle discriminazione. Senza le quali le previsioni della legge rimangono solo parole vuote. Sappiamo che ci sta una commissione che si sta riunendo presso il MIUR all’interno della quale è rappresentata una componente che ha paura delle differenze, della parola genere, dell’omosessualità e ha di fatto in mano quelle linee guida. Noi speriamo diventare un interlocutore di senso, capace di promuovere modelli e pratiche educative inclusive e di acquisire quella forza e quel peso specifico per poter influire e partecipare a questo dibattito».

Marilena Grassadonia (Famiglie Arcobaleno) tesoriera dell’APS, ribadisce la necessità di partire dalla scuola pubblica, poiché si tratta del «primo luogo sociale cui affidiamo i nostri figli e le nostre figlie. Chiediamo che sia un luogo di accoglienza e di inclusione in cui ciascuno possa esprimersi liberamente e con trasparenza, vincendo la paura che paralizza e impedisce l’incontro e la reciproca conoscenza tra realtà diverse».

Daniela Santarpia, di E.V.A Cooperativa sociale, attiva in Campania con oltre 10 centri antiviolenza e tre case rifugio, spiega la propria convinta adesione alla Rete di Educare alle differenze perché: «L’educazione alla diversità è la principale forma di prevenzione contro le violenze contro le donne, ma anche il bullismo e tutte le forme di discriminazione e di violenza verso chi è diverso e più debole. La lotta agli stereotipi di genere è un antidoto contro il maschilismo, l’omofobia e contro i femminicidi».

Fadia Bassmaji (Ass. Sinonimia Teatro Cultura Bellezza) e Sara Marini (S.CO.S.S.E.) insistono sull’importanza di allargare l’immaginario, operando dentro e fuori le scuole con progetti a lungo termine che partano fin dalla primissima infanzia e che coinvolgano le figure adulte educanti e lavorando fuori da una logica emergenziale. «Senza immaginazione non esiste innovazione» ha detto Bassmaji, mentre Marini chiarisce  che «solo in un contesto dialogante e operativo può realizzarsi l’educazione alle differenze. È un lavoro artigianale e di relazione, necessariamente in fieri. Uno scambio che costruisce e dà senso».

Due le prossime sfide della neonata APS lanciate dalla presidente Pasquino in chiusura: 1) il protocollo d’intesa con gli enti locali «fondamentale per attivare e valorizzare le energie sui territori, in rapporto con istituzioni di prossimità spesso più attente di quelle nazionali»; 2) l’appuntamento a Roma il 23 e 24 settembre 2017 per la IV edizione del meeting Educare alle differenze, dedicato al rapporto scuola-famiglie «oggi spesso affrontato in termini negativi, polemici, difensivi e infruttuosi. Affrontare il tema senza provare a protendere per l’una o l’altra agenzia educativa, cercando di capire come quel rapporto può declinarsi in modo proficuo sarà l’approccio a cui puntiamo».

Andrea Maccarrone

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in #indonesia 85 frustate ad una coppia omosessuale

Nella giornata mondiale contro l’omotransfobia arriva la notizia dell’ennesimo scempio dei diritti umani: due giovani indonesiani sono stati condannati a 85 frustate con l'accusa di aver consumato un rapporto omosessuale.

Un tribunale della provincia autonoma di Aceh ha stabilito che i due uomini, di 20 e 23 anni saranno fustigati in pubblico, la corte ha deciso di non infliggere loro la pena massima di 100 frustate in quanto i due si sarebbe mostrati " educati e cooperativi". Toccante la reazione di uno dei giovani che alla lettura della sentenza è scoppiato in lacrime, invocando clemenza.

I due erano stati arrestati a Marzo dopo che la loro relazione era stata denunciata da alcuni residenti. Uno dei vicini aveva anche girato di nascosto un video che ritrae uno degli accusati nudo e in preda alla disperazione mentre telefona per cercare aiuto e il compagno che viene spintonato da un terzo uomo che impedisce alla coppia di lasciare la camera dove è stata sorpresa.

La pena della fustigazione è stata introdotta due anni fa nella provincia di Aceh che si distingue come uno dei pochi posti nel sud-est asiatico in cui vige la Sharia e dove sono state inasprite le punizioni corporali giudiziarie per coloro che hanno rapporti con persone delle stesso sesso.

Luca Minoli




il #parlamentoeuropeo chiede la fine delle torture sui gay in #cecenia

Il Parlamento europeo ha votato questa mattina una risoluzione nella quale si chiede: la fine della detenzione  e delle torture sugli omosessuali in Cecenia, l'avvio di un’inchiesta "urgente" in Russia e che l'Unione Europea, il Consiglio d'Europa e gli Stati membri non solo devono contribuire all’indagine, ma fare di tutto affinché cessi quello che sta avvenendo nella Repubblica caucasica.

Gli eurodeputati si sono detti molto preoccupati dalle notizie sulla detenzione arbitraria e sulla tortura di uomini considerati omosessuali in Cecenia e condannano fermamente le dichiarazioni del governo ceceno che continua a negare l’esistenza di omosessuali nel Paese e che incita alla violenza verso le persone LGBT.

Il Parlamento europeo chiede alle autorità cecene di porre fine a questa campagna di persecuzione e di rilasciare immediatamente le persone detenute illegalmente. Inoltre, sollecitano le autorità cecene e russe a rispettare gli impegni internazionali ed a portare avanti lo Stato di diritto e gli standard universali dei diritti umani, per assicurare la sicurezza di tutte le persone potenzialmente a rischio, incluse le persone LGBT.

Infine gli europarlamentari hanno detto che “la Russia e il suo governo hanno la responsabilità maggiore nel dover investigare questi fatti, portando i colpevoli davanti alla giustizia”, chiedendo “un’inchiesta rapida, indipendente, oggettiva ed esauriente” e invitano la Commissione, gli stati membri e il Consiglio d’Europa ad una stretta collaborazione con la Russia in questa inchiesta.

Luca Minoli

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in #russia, alt ai gay nei supermercati

Che la Russia sia una nazione off limits per gli omosessuali è cosa risaputa, ma la trovata dell'eccentrico e controverso imprenditore russo German Sterligov, proprietario di una catena di supermercati è davvero vergognosa: l'ingresso è rigidamente riservato agli eterosessuali.

In ogni punto vendita ci sono dei cartelli dove c'è scritto:" vietato l’ingresso ai froc*. La cosa non dovrebbe sorprendere visto che Sterligov è un ultra ortodosso e fedelissimo di Putin.

All'inaugurazione del suo ultimo supermarket, avvenuta lo scorso 7 aprile a San Pietroburgo, Sterligov è arrivato a bordo di un camion della Seconda guerra mondiale, di quelli che portavano i viveri alla popolazione affamata assediata dai nazifascisti. I camion passavano solo nel periodo invernale sul ghiaccio del lago Ladoga, chiamato “La via della vita”.Nel suo discorso inaugurale Sterligov ha definito “la via della vita” per la popolazione russa la sua catena dei supermercati.

Una legge russa del 2004 vieta la discriminazione sulla base del sesso, la razza ed altre categorie, ma non include quella dell'orientamento sessuale.

Giovanni Lombardo







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giovedì 4 maggio 2017

il decoro uccide. schieriamoci dalla parte giusta; sosteniamo @BaobabExp

Noi non sappiamo come è morto Nian Maguette.

Sappiamo chi era, un uomo del Senegal di poco più di cinquanta anni, che aveva due figli qui in Italia, ed un terzo rimasto in Senegal con la madre. Sappiamo che provava a far sopravvivere la sua famiglia vendendo la sua merce su un lenzuolo posato su un marciapiede della nostra città.
Sappiamo che alla fine, ieri, c'è stato un altro corpo da coprire, con un telo argentato, di quelli che si usano per coprire i migranti, i vivi e i morti, quando vengono recuperati dai barconi, o quando i loro corpi vengono ritrovati su qualche spiaggia del Nord Africa o della Grecia.

Sappiamo che oggi i media riportano in coro le versioni ufficiali. Quelle secondo le quali non c'è stato alcun inseguimento, nessun investimento con un motorino, nessuna responsabilità di alcuno.
Prendiamo atto delle versioni ufficiali, sapendo che a volte il tempo è galantuomo, e che di versioni ufficiali questo Paese ha gli armadi pieni; ne ha così tante che per trovargli posto, ogni tanto, dagli armadi bisogna tirar fuori qualche scheletro.

Vedremo.

Non sappiamo come è morto Nian Maguette, né se lo sapremo mai davvero.

Ma sappiamo perché è morto.

Sappiamo che è morto in una città in cui il presidente della commissione Ambiente di Roma Capitale, Daniele Diaco, proponeva appena due giorni fa di fermare la somministrazione dei pasti serali ai clochard di Colle Oppio, perché - virgoletta Repubblica - "è un tema di sicurezza e anche decoro".

Sappiamo che è morto in una città in cui la pagina Facebook del Corpo di Pulizia Municipale di Roma Capitale celebra la giornata di ieri con un trionfale post in cui afferma che l'intervento a seguito del quale Nian Maguette è morto "ha consentito di ripristinare l'ordine fermando la vendita di borse e portafogli che "risultava dannosa anche dal punto di vista del decoro urbano in un sito sottoposto a vincolo paesaggistico".

Sappiamo che appena l'altro ieri, a Milano, la Questura celebrava sulla sua pagina di Facebook una muscolare operazione di "controllo straordinario" alla Stazione Centrale, e che blindati e tenute antisommossa sono stati schierati a profusione per "identificare" un centinaio di migranti costretti a bivaccare nell'atrio di una stazione, in mancanza di un posto dove vivere con quel decoro che noi pretendiamo sia garantito a noi ed ai nostri figli.

Sappiamo che Nian Maguette è morto vittima di quel patto criminale tra stato ed enti locali che, a colpi di decreti Minniti-Orlando e pacchetti-sicurezza, ha realizzato uno scambio scellerato tra finanziamento delle politiche di gestione delle nostre città - che lo Stato ha cessato di garantire - e co-gestione della sicurezza urbana.

Sindaci che non hanno più una lira per fare nulla, costretti ad accettare il declino di servizi e infrastrutture e la paralisi progettuale conseguenza di indebitamento e patti di stabilità, ricevono dalla ditta Minniti & Orlando distintivo e chiavi del loro nuovo ufficio di sceriffo, e possono finalmente trovare un nuovo canale di raccolta di voti e consenso.

In nome del decoro.


Contro questa deriva securitaria, contro le ipocrisie di chi lancia manifestazioni per l'accoglienza in una Milano che si vorrebbe autocelebrare "come Barcellona" e che, senza alcuna vergogna, non prende le distanze da quanto sta accadendo nel nostro Paese, contro i fantasmi di un passato che si aggirano per un'Europa in cui il colore delle camicie e delle divise è sempre più bruno, noi di Baobab Experience ci batteremo sempre, con le parole e con i fatti, per la solidarietà con i migranti, per restare, insieme a loro, uomini e liberi.




#hiv eliminato grazie alle "forbici molecolari" su tre tipologie di topi

Ha avuto un'efficacia superiore al 95% nei topi e il prossimo passo sarà sperimentarle sulle scimmie: l'utilizzo delle cosiddette "forbici molecolari" dell'editing genetico per sconfiggere l'infezione da HIV ha fatto un importante passo in avanti. L'annuncio è stato dato tramite uno studio studio pubblicato su Molecular Therapy e condotto da un team di ricercatori congiunti della Lewis Katz School of Medicine, della Temple University e dell'università di Pittsburgh.

Gli scienziati americani, infatti, sono riusciti a eliminare il genoma del virus dell'Aids dal Dna di 3 tipi di topo in più del 95% dei tentativi e il traguardo di lunga scadenza è quello di passare, in caso di successo sulle scimmie, ai test clinici. "L'obiettivo è un trial su pazienti" affermano gli autori della ricerca.

Nel 2016, con la tecnologia Crispr/Cas9, lo stesso team era riuscito a "tagliare" il materiale genetico virale in topi e ratti transgenici in cui il genoma dell'Hiv-1 viene incorporato nelle cellule di ogni tessuto dell'animale. "Il nuovo studio è più completo" afferma Wenhui Hu, a capo dell'équipe. "Abbiamo infatti confermato i dati del nostro precedente lavoro, migliorando l'efficienza della nostra strategia di gene editing" spiega poi.

La vera novità del nuovo esperimento, comunque, consiste nell'aver esteso la sperimentazione ad altre sottospecie di topi: "Abbiamo dimostrato l'efficacia dell'editing genetico anche in altri 2 modelli di topo", ovvero i roditori infettati con EcoHiv (virus equivalente all'Hiv-1 umano, che produce negli animali un'infezione acuta) e un modello di infezione cronica o latente (topi prima trapiantati con cellule immunitarie umane, inclusi i linfociti T, e quindi infettati con il virus Hiv-1).


In tutti e 3 i modelli Crispr/Cas9 ha funzionato. In ciascuno dei 3 è stato utilizzato un vettore virale adeno-associato speciale (Aav-Dj/8), che permette di trasportare il "bisturi molecolare" in un'ampia serie di cellule bersaglio. Gli scienziati hanno inoltre perfezionato il sistema di Rna-guida che serve a posizionare la "forbice" nel modo migliore e più preciso. Per i ricercatori, "il nuovo lavoro segna un ulteriore grande passo avanti verso il traguardo di una cura permanente dell'infezione da Hiv".


la mamma è lesbica; #comingout con i miei figli e sviluppi

Ecco come l’ho detto ai miei figli. Così. Quattro parole che, in quel momento, pesavano più di una montagna.

Per mesi avevo pensato a quando fare coming out con loro e a come farlo. Nella mia testa rotolavano parole e frasi, immaginavo il mio discorso e più volte lo cambiavo, cercavo di prevedere la loro possibile reazione e, sempre, un pugno allo stomaco mi costringeva al silenzio. Ad ogni giorno che finiva senza che io avessi concluso niente, continuando a trascinare me e loro nella ripetizione di una realtà falsata, mi sentivo un verme appeso all’amo. Un teatrino che mi costringeva ad indossare una maschera così pesante da schiacciare il cuore e il respiro.

Poi quel momento è arrivato. Era un pomeriggio di primavera. Brita aveva un paio di anni e Ari otto. Giuseppe era appena tornato dal lavoro. Io ho sentito una spinta interiore a vuotare il sacco. Un calcio nel sedere dell’anima. E così ho chiesto a lui di affrontare insieme il tema della nostra imminente separazione e comunicarla ai bimbi. Ari è rimasto sorpreso e preoccupato e ci ha domandato il motivo, dato che non aveva percepito tensioni tra me e il padre. Così gli ho risposto con semplicità: “Amore, ci separiamo perché a mamma piacciono le donne”. È rimasto in silenzio, dubbioso, al che ho aggiunto: “Eh, come vedi papà non è esattamente una bella donna!”. E lì ci siamo messi a ridere e la morsa allo stomaco si è allentata.

Abbiamo proseguito chiarendo che saremmo stati i suoi genitori per sempre e che si sarebbero verificati dei cambiamenti, ma che li avremmo affrontati insieme. Lo abbiamo rassicurato che poteva dirci tutto quello che pensava o lo preoccupava e che noi lo avremmo sostenuto.

Nei mesi seguenti abbiamo affrontato momenti difficili, di silenzio e incomprensioni tra Giuseppe e me, ma mai abbiamo smesso di collaborare per il bene dei bambini. Per un po’ abbiamo continuato a coabitare, il che ha permesso loro di abituarsi al cambiamento con gradualità. L’anno successivo lui ha cambiato casa, il che è stato utile a mettere quella distanza necessaria quando un rapporto si chiude. Poi, per necessità economiche, logistiche – e dato che il rapporto tra lui e me ormai lo consentiva – abbiamo deciso di tornare a vivere nella nostra vecchia casa. Per fortuna abbiamo quattro camere da letto e a nessuno è toccato il divano.

Nel frattempo i bambini crescevano e anche noi adulti aggiustavamo il tiro. Tra alti e bassi, errori e successi, abbiamo imparato ad essere famiglia senza più essere due amanti, abbiamo trasformato l’amore di coppia in qualcosa di diverso, ma non meno forte. Siamo stati bravi e determinati, perché ci abbiamo lavorato con impegno e tenacia senza mai dimenticare che i bambini e il loro benessere andavano tutelati. Abbiamo commesso errori e li abbiamo riparati, senza mai smettere di confrontarci tra di noi e con loro. I bambini hanno conosciuto le donne che ho frequentato e hanno imparato che trovare la persona giusta non è facile, che è difficile beccarla al primo colpo, ma pure al secondo, al terzo… E che la persona giusta non la trovi, se prima non impari chi sei, chi vuoi e cosa vuoi in una relazione.

Avrei potuto tenerli all’oscuro delle mie relazioni? Sì, certo. Probabilmente, con il senno e la saggezza del poi, per certe relazioni inutili e deleterie sarebbe stato anche opportuno. Si sarebbero risparmiati di dover conoscere persone sgradevoli, meschine e che li mal tolleravano. Ho imparato che chi non ama i miei figli non ama me e a fidarmi del loro giudizio (stando attenta a non confonderlo con la gelosia). Adesso che hanno otto e quattordici anni ci ridiamo, pensando al passato e pure alla mie ex, consapevoli che tra non molto saranno loro stessi a trovare persone sbagliate e momenti sbagliati; fa parte della crescita e della vita. Ari e Brita hanno sempre apprezzato la mia schiettezza e la mia trasparenza nei loro confronti, si sono sentiti coinvolti e non solo soggetti passivi sballottati da manovre incomprensibili. Sia io che Giuseppe siamo stati solidi con loro, senza tutta via nascondere la nostra fragilità.

Forse avrei potuto fare meglio, di sicuro avrei potuto fare peggio. Non so dirvi se un domani i miei figli dovranno spendere un patrimonio per pagare un terapeuta, ma al momento sono il ritratto dell’equilibrio e della serenità, perché anche nei momenti difficili si sono sentiti protetti e considerati.

[DISCLAIMER: Questa è la MIA storia, non è un modello universalmente riconosciuto, non ha validità scientifica, non è un consiglio, non è l’incipit del manuale sul “Coming Out Perfetto”, forse Piero Angela non ci avrebbe realizzato una puntata di Superquark. Ogni situazione è a sé. Ognuno ha i propri tempi e i propri modi. Cercate i vostri, ascoltate voi e i vostri figli. E, soprattutto, ricordatevi che il diritto alla serenità e all’autenticità è il regalo più bello che possiamo fare a noi stessi e a chi ci sta vicino]

Veronica Barsotti







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riflessioni su diversità, #omofobia e #discriminazioni

In vista della prossima giornata (17 maggio) contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, Nicla Vassallo e Sabino Maria Frassà invitano a riflettere e ripensare al tema della diversità, dell’omofobia e delle discriminazioni.

Cosa resta alla fine di tante e numerose giornate contro?

Perché alcune minoranze sono più “rumorose” di altre?

Perché le minoranze raramente sono solidali con le discriminazioni altrui?

Non sarebbe forse preferibile progettare una “Settimana dell’inclusione”, della tolleranza e fratellanza/sorellanza, ovvero un momento onnicomprensivo più lungo, che entri in tutte le agende socio-culturali e soprattutto in quelle politiche, in cui analizzare lo stato dell’arte su ogni discriminazione e/o mostrare come le peculiarità dei singoli siano la forza della nostra specie e siano l’unica premessa per un futuro sostenibile?

Vi sono parti del mondo in cui si muore solo per il sospetto di essere persone omosessuali; vi sono posti in cui ci sono nuovi lager per omosessuali; anche l’Occidente non affronta né riconosce in modo omogeneo la parità nei diritti delle persone omosessuali, bisessuali, transessuali, trans gender. I diritti di libertà conquistati ieri e oggi non devono esser dati per scontati perché non è detto che ci siano domani.

Ciò è innegabile, ma l’uso stesso e sempre più frequente della parola “contro” dovrebbe far riflettere. Un certo tipo di comunicazione-informazione basata sull’urlare, denunciare e indugiare nel mostrare la discriminazione e la violenza rischia di cedere il fianco allo zelo voyeuristico del diritto/dovere di cronaca, e rischia soprattutto di perdere di efficacia e persino di non conferire merito o degno ricordo alle vittime di qualsiasi ingiustizia e discriminazione.  Si determina anzi un perverso gioco al rialzo che porta all’assuefazione, alla rassegnazione indolente e assopita, che si risveglia una volta all’anno in occasione delle giornate mondiali contro questa e quell’altra ingiustizia. Le giornate contro le discriminazioni rischiano così di trasformarsi in una sorta di soluzione minimalista ai sensi di colpa di una società impotente al cospetto delle troppe ingiustizie umane perpetuate nel mondo.

Parlando di discriminazioni, si è portati a indicare e distinguere tra “buoni” e “cattivi“.

Ma siamo tutti vittime. Siamo tutti “diversi” da qualcun altro e prima o poi siamo tutti minoranza in qualche modo e misura.

Ma siamo tutti carnefici. Anche nei paesi occidentali occorre prestare estrema attenzione a non sottovalutare l’omofobia, al pari di ogni altra discriminazione. Oggi più che mai il ritorno al conformismo, o meglio all’etica della convenienza, sono un pericolo reale. Un conto è palesare e manifestare il proprio dissenso contro l’omofobia in questa giornata; diverso è ogni altro giorno dell’anno assestarsi col pensiero e con le azioni non omofobi, in quanto, in passato come oggi, la scelta più facile rimane l’adeguarsi al sentire comune, al branco (qualsiasi sia la sua “taglia” e “forma”).
Quanti di noi si professano non-omofobi, purché loro figlio/a non sia omosessuale?

Quando si parla di omosessualità e di minoranze spesso si parla anche di pubblico e privato.

Ma dove ritroviamo questa divisione? Sotto lo zerbino? Nel confine della propria famiglia (quale tipo di famiglia)?

Per chi scrive la sobrietà oggi più che mai è un valore, ma riflettiamo sul fatto che creare imbarazzo letteralmente significhi interporre un ostacolo, qualcosa d’ingombrante. Molti e molte si recepiscono imbarazzati/e da manifestazioni di affetto, passione, amore tra persone dello stesso sesso se non anche di sesso opposto.

Ma cosa sussiste di ingombrante e di imbarazzante nell’amore tra persone adulte?

A chi fa notare che la “diversità”, qualsiasi essa sia, sia fonte di imbarazzo, bisognerebbe chiedere: “A voi cosa cambia se ci si ama?”

La vera domanda è quindi: in un mondo così violento e urlato, siamo infine preparati e pronti veramente ad amare?


Amare non è gridare. Amare non è ostentare o imporre il proprio modo di vivere. Amare è prima di tutto provare il piacere di ascoltare l'”altro”, ciò che è altro da sé. Ad amare però bisogna essere educati (dalla famiglia – qualsiasi forma abbia – dalla scuola, dalla società) e la stessa parola “amore” è usata/abusata, ma forse infine mai compresa. Assistiamo così ad un crescente e reale autismo sociale, per cui l’unico criterio di valutazione finale è l’inesorabile constatazione di ciò che è “diverso” da noi, di ciò che non è “naturale” e non è “normale”. E chi determina cosa sia “diverso”, “normale” e “naturale” è spesso semplicemente chi grida più forte.


Nicla Vassallo

ogni #famiglia è una #rivoluzione

Nel 2008 Ferrara aveva organizzato la sua prima Festa delle Famiglie: una piazza gremita da oltre 200 persone che “è servita da esperienza pilota, e che è stata presentata al Nelfa, il Network of European Lgbtiq Families Associations”, spiega Roberta Zangoli, del direttivo nazionale Famiglie Arcobaleno. Da allora, secondo le proprie peculiarità sociali e giuridiche, ogni paese ha declinato la Festa delle Famiglie in eventi e manifestazioni.

La Festa delle Famiglie – International Family Equality Day (Ifed) è oggi un evento promosso dal Nelfa nella giornata del 7 maggio; l’anno scorso l’Italia ha partecipato con un’unica manifestazione nazionale, quella di Milano, e quest’anno invece la festa sarà declinata localmente.

Tra le 74 città in 36 nazioni di tutto il mondo che organizzeranno eventi in contemporanea c’è anche Ferrara, unica città in Regione: “è un’occasione per farci conoscere dalla società civile e fare rete con le tante realtà associative della città”, fa sapere Henry Gallamini, referente interno Famiglie Arcobaleno di Emilia Romagna e Marche.

L’appuntamento ferrarese del 7 maggio sarà in Piazza XXIV Maggio, a partire dalle 15: “un luogo aperto per una discussione larga”, spiega l’assessore alle pari opportunità Annalisa Felletti, ricordando come “la città abbia sempre riconosciuto piena e pari dignità alla pluralità del panorama familiare, e questa esta ne è un ulteriore esempio”.

‘Ogni famiglia è una rivoluzione’, recita lo slogan della giornata, e le famiglie sono tante e sono diverse: c’è quella tradizionale – “che poi tanto tradizionale non è più” – quella ricomposta, quella monogenitoriale, quella allargata, quella omogenitoriale. Ad accomunarle “è la necessità che sia un luogo accogliente e sereno per i bimbi”, spiegano, e questo a prescindere dalla conformazione della famiglia stessa.

Per questo la Festa del 7 maggio “è di tutte le famiglie della città, di tutti i tanti e diversi contesti famigliari”, evidenzia Donatella Mauro, dirigente della Direzione pedagogica dell’Istituzione Servizi Educativi. E il momento di condivisione e convivialità “si terrà in un luogo che è sede naturale dell’incontro tra famiglie, qui al Centro Isola del Tesoro”, precisa la responsabile Coordinamento pedagogico Servizi Educativi Bianca Orsoni. Una piazza intera, insomma, per tutti i genitori e per tutti i bambini, “una festa inclusiva, plurale, per fare rete con le tante associazioni che hanno al centro la famiglia, per aiutarci per il bene dei nostri figli”, continuano i relatori.

La Festa del 7 maggio avrà un doppio filo conduttore: quello ludico, pensato per grandi e piccini – ci saranno laboratori e attività, dalle manovre salvavita pediatriche al trucca bimbi – e quello informativo, che si svilupperà in un ‘incontro di gruppo’, dalle 15.30 alle 17.30. “Si tratterà di un momento di discussione plurale per affrontare temi importanti, quello della nonviolenza e dell’inclusività dall’infanzia all’adolescenza”, spiega Gallamini. All’incontro sono attesi la psicoterapeuta Chiara Baiamonte, Alessandro Bruni e Francesca Massellani (ass. Dammi la mano), Paola Castagnotto (Centro Donna Giustizia), l’avvocato Michele Giarratano, Samanta Picciaiola (Falling Book), Gabriella Podbnich (Genitori Rilassati), Michele Poli (Centro Ascolto Uomini maltrattanti), Emanuela Zucchini (Agedo).

“La visibilità è un mezzo per la conoscenza: siamo famiglie come le altre, e questa Festa credo sia un seme positivo per tutta la città”, conclude Zangoli.

Durante la giornata – concomitante con la partita della 40ma giornata di Serie B – la zona di Piazza XXIV Maggio potrà essere soggetta a modifiche alla viabilità, che saranno comunicate preventivamente.

Silvia Franzoni

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il gruppo #BPM sposa le tesi integraliste di Gandolfini e si scaglia contro la #GPA

Il compito di una banca è quello di gestire i risparmi, gli investimenti dei propri clienti e di elargire prestiti per lo sviluppo dell'economia, evitando di offrire spazi a coloro che predicano odio e omofobia. 

Sembra pensarla diversamente il gruppo BPM, nato dalla fusione tra il Banco Popolare e la Banca Popolare di Milano che ha offerto la sua sala convegni di Verona per ospitare un incontro/convegno degli integralisti NO GENDER contro la GPA.

Il titolo del convegno é eloquente, "Utero in affitto: Un affare per pochi, dignità e rispetto per nessuno" e si terrà domani alle 20:30, vi parteciperanno gli esperti anti-gay più “illustri” come la giornalista de "La Verità", Marianna Baroli.

Riteniamo sia gravissimo, che una banca, che per sua mission dovrebbe avere il carattere dell'inclusività e dell’universalità, abbia concesso una sala congressi, sposando inevitabilmente l’iniziativa e schierandosi a fianco di Gandolfini e delle sue tesi integraliste e omofobe.

Siamo sicuri che a Piazza Meda si siano dimenticati di analizzare il profilo di chi avrebbero ospitato in casa loro, altrimenti potremmo pensare maliziosamente che alla BPM avere clienti LGBT provochi un certo imbarazzo. Ci domandiamo dunque quale sarebbe il trattamento che una coppia gay si vedrebbe riservato alla richiesta di un mutuo, ma soprattutto con quali motivazioni sia stata concessa una sala ad un movimento apertamente anti-LGBT? Tutte risposte alle quali l'Istituto di credito, contattato dal nostro staff non ha saputo o voluto rispondere, ma noi insisteremo.

Giovanni Lombardo

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gli rifiutano i #funerali perché sposato con un altro uomo

Robert e Jack hanno vissuto assieme per oltre mezzo secolo. Il loro primo incontro è avvenuto nel 1962 in California. Dopo aver lavorato in molte città degli Stati Uniti alla fine della loro carriera decisero di passare la pensione a Picayune, nello stato del Mississippi. Nella loro lunga vita assieme non avevano mai subito alcuna forma di discriminazione per il loro orientamento sessuale. Ma il pregiudizio è arrivato proprio nel momento più vulnerabile, quando all’età di 86 anni e dopo una lunga malattia Robert è morto. La casa funebre che si era incaricata di gestire le esequie non appena è stata informata che i due erano sposati si è rifiutata di procedere sostenendo che la loro ditta “non si occupa di questi casi”. Jack, 82 anni, racconta in lacrime quel momento. Grazie al supporto di un nipote riuscì a trovare un’altra agenzia incaricata di dare una degna sepoltura a Robert. Dopo alcuni mesi l’anziano ha però deciso di fare causa alla ditta che si era rifiutata all’ultimo minuto di fare il funerale affinché, come racconta lui stesso in un video realizzato dallo studio legale Lambda, “nessuno possa sperimentare quello che io ho vissuto.” Con quel rifiuto la casa funebre ha mostrato mancanza di rispetto verso suo marito e con questa azione legale Jack spera di “rendergli onore”.







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