PUBBLICITA' - AIRDOLOMITI

Birra25_728x90gif Torino_Birra25_300x250gif

BOTTONI [1]

PUBBLICITA' - DOUGLAS + EMOZIONE3

emozione3-cofanetti-soggiorni-weekend Banner Image Banner 403 x 60

lunedì 27 giugno 2016

Gajamente Critical Forum Glbtq è in vacanza

Castello25_728x90gif

… ci becchiamo a settembre; buone vacanze !

Vi ricordiamo però i prossimi appuntamenti “estivi”.

Fino ad agosto #gaypride in tutta Italia; scopri le date e dove su ondapride.it.

Il prossimo undici luglio ricorderemo Paolo Seganti.

Nella notte tra l´undici e il dodici luglio 2005, all´interno del Parco delle Valli (Montesacro), Paolo Seganti veniva torturato e ucciso perché gay. Aveva 35 anni, operava per gli altri e il suo assassino non è mai stato consegnato alla giustizia.

L´omicidio scosse profondamente la comunità lesbica, gay e trans romana e italiana che reagì contro la violenza omofoba con una fiaccolata in Campidoglio alla presenza delle Istituzioni cittadine.

A undici anni di distanza dalla sua morte vogliamo ricordare ancora Paolo, perché quello che è successo a lui non avvenga mai più e per ricordare, con lui, tutti gli uomini e tutte le donne omosessuali e transessuali vittime dell´omofobia e della transfobia, tutte le persone che subiscono violenze.

Ad agosto due gli appuntamenti commemorativi per la “comunità varia” tutta.

Il 15 agosto, i compagni e le compagne di Gajamente Crtical Forum Glbtq si recheranno al Cimitero 'Flaminio' di Prima Porta a rendere omaggio ad Anselmo Cadelli.

Anselmo Cadelli; sardo, 50 anni, una vita avventurosa dietro le spalle. Anselmo Cadelli appartiene alla seconda generazione del movimento gay italiano. Tra le tante cose che ha fatto, c'è da ricordare che fu lui, il 12 luglio del 1978, a dirigere l'occupazione della palazzina in via Campo Boario n. 22, quella che diventò l'ormai mitica (e la prima) "Gay House" e dalla quale l' "Ompo's" [ la più antica associazione culturale gay ] venne scacciato perché i lavori di ristrutturazione dell'ex mattatoio sarebbero dovuti cominciare da lì a pochi giorni. Molteplici le sue iniziative insieme al suo amico sodale Massimo Consoli. autore e regista del film-documentario sul lager di Sachsenhausen.

Se volete ricordare Anselmo assieme a noi, se non avete nulla di meglio da fare, l'appuntamento è alla sua lapide al Cimitero 'Flaminio' di Prima Porta in tarda mattinata, intorno alle ore 11.00 .
[riquadro n.113 bis, fila n.53, fossa n.3]

Anni fa, Alba Montori (Associazione “Fondazione Luciano Massimo Consoli”) si occupò personalmente del recupero e del restauro della lapide.

Invece, il 28 agosto prossimo ricorderemo il “nonno frocio”; Karl Heinrich Ulrichs.

Ulrichs nato il 28 agosto 1825, eroe della lotta di emancipazione e liberazione omosessuale, che consideriamo il "Nonno Gay" del movimento di liberazione omosessuale mondiale.


L'appuntamento è per tutti alle ore 12.00 davanti all'ingresso principale del Cimitero Monumentale de L'Aquila [piazza Olivetani], dove visiteremo la sua tomba.

maggiori informazioni su 
saichetuononnoeragay.blogspot.it, sites.google.com/site/saichetuononnoeragay, facebook.com/saichetuononnoeragay.

"Fino al momento della mia morte guarderò con orgoglio indietro a quel giorno, 29 agosto del 1867, quando trovai il coraggio di lottare faccia a faccia contro lo spettro di un'antica idra irata che da tempo immemorabile stava iniettando veleno dentro di me e dentro gli uomini della mia stessa natura. Parecchi sono stati spinti al suicidio perché tutta la loro gioia di vivere era sciupata. Infatti, sono orgoglioso di aver trovato il coraggio di assestare a questa idra il colpo iniziale del pubblico disprezzo".

Attraverso letture ed interventi ricorderemo il suo incredibile coming-out, in occasione del suo 42° compleanno, probabilmente il più drammatico e coraggioso della storia GLBTQ, oltre che il primo di cui abbiamo notizia, che gli è costato persecuzioni, esilio, povertà.

Lo ricorderemo per rinnovare il nostro impegno a lottare concordemente assieme per far sì che l'omofobia, "antica idra irata" scompaia al più presto e definitivamente dal costume sociale.



Torino_Birra25_300x250gif

emozione3-cofanetti-sport-momenti-speciali

grave cyberbullismo ai danni di un attivista di "Plus"

Paolo Gorgoni è un volontario di Plus, membro del direttivo dell’associazione. Come molti di noi è abituato a metterci la faccia e ad affrontare di petto i temi che ci stanno a cuore. Lo fa da persona omosessuale e sieropositiva.

Paolo vive a Lisbona, la stessa città dove nel 2009 è stato vittima di una vile aggressione a colpi di spranga. Nel verbale stilato dalla polizia lusitana non apparve la parola «omofobia».

Di recente, Paolo è stato bersagliato da parole gravissime. È cominciato tutto su facebook, all’interno di un gruppo per italiani a Lisbona. Dopo aver segnalato alla piattaforma un post dai contenuti inaccettabili, Paolo è stato espulso dal gruppo. Il post è rimasto.

Dopo questo antefatto, una sequela di offese e intimidazioni, pubbliche e in privato, ai danni del nostro volontario. Conoscenti iscritti al detto gruppo gli hanno inviato screenshot di conversazioni on line dove la sua immagine è stata messa accanto a corpi impiccati e immagini di tortura.

Paolo si è di nuovo rivolto alla polizia, che dopo aver minimizzato forse aprirà un’indagine. Amici di Paolo iscritti alla stessa università presso la quale lavorerebbe la persona che ha dato il via a questa catena di insulti hanno scritto al rettore denunciando l’accaduto. Paolo sarebbe stato infatti minacciato di morte da un ricercatore.

Plus si stringe compatta attorno al proprio volontario e chiede con forza la solidarietà di tutto il movimento LGBT+ italiano.

Siamo stanchi di leggere tra le righe di tanti episodi di violenza – fisica e psicologica – l’impressione che le persone gay siano sacrificabili, figlie di qualche oscura divinità minore. Siamo stanchi e incazzati. L’omofobia va fermata prima che si tramuti in lividi e ferite. Va disinnescata prima. Va estirpata. Paolo, e tutte le persone nel mirino di aggressioni omofobiche, non possono restare sole.

Sandro Mattioli










la Regione Veneto approva la mozione anti-gender, ai bambini si dovrà dire che è sbagliato essere gay

Le destre politiche hanno un grande convenienza nel diffondere isteria verso una fantomatica "ideologia gender" che potrebbe portarli a raccattare voti fra i bigotti che temono la diversità. In fondo anche il fascismo fece lo stesso, seminando paura e raccogliendo plausi per la sua persecuzione degli ebrei. Ma c'è da chiedersi se al giorno d'oggi la politica possa ancora permettersi di mettere a repentaglio la vita di migliaia di persone pur di riuscire ad accaparrarsi una qualche poltrona.

Non esiste alcuna ideologia gender e la scienza è stata categorica nel ribadirlo. Esistono solo movimenti ideologici che usano teorie da loro stessi create per poter giustificare il proprio la discriminazione: dato che non è bello dire che si odiano i gay, allora dicono che vogliono «difendere i bambini» dall'«ideologia gender». Non a caso tutte le rivendicazioni ci mostrano come non esista alcuna causa ed effetto fra chi parla di fantomatiche «scelte» del genere per poi chiedere l'omofobia non sia perseguita o che i figli dei gay siano privati da qualunque diritto civile. Non c'è ragione, solo discriminazione e pregiudizi.

Eppure con 24 voti a favore e 9 contrari il consiglio regionale del Vento ha approvato la vergognosa mozione presentata dal consigliere regionale di Fratelli d'Italia Sergio Berlato, nella quale si chiede che «la scuola non introduca ideologie destabilizzanti e pericolose per lo sviluppo degli studenti» e si invita anche ad introdurre nelle scuole dei corsi di esaltazione dell'eterosessualità, invitando le scuole ad indottrinare i ragazzi sul presunto «valore e la bellezza della differenza sessuale e della complementarietà biologica, funzionale, psicologia e sociale che ne consegue».

A chiarire la follia della norma è anche come fra le premesse si parli di «un’emergenza educativa» o come si dica che «l'educazione all'affettività è diventata sinonimo di educazione alla genitalità, priva di riferimenti etici e morali, discriminante per la famiglia fatta da un uomo e da una donna». Si sostiene anche che «in Paesi dove simili strategie sono state applicate, come in Inghilterra e in Australia, questo ha portato ad una sessualizzazione precoce della gioventù, con conseguente aumento degli abusi sessuali (anche tra giovani), dipendenza dalla pornografia, all'attività sessuale prematura con connesso aumento di gravidanze ed aborti già nella prima adolescenza, e all'aumento della pedofilia».

Tutte frasi che risultano un copia-incolla dalla petizione omofoba presentata al Presidente della Repubblica dall'associazione Provita Onlus, ora resa legge da chi pare non aver vergogna nell'usare come fonte una fra le realtà di istigazione d'odio più violente d'Italia.

Interessante è anche come la politica si sia ritrovata a scrivere le proprie teorie scientifiche anche in assenza di un qualsivoglia riscontro nel mondo accademico, come il sostenere che «la scissione tra il dato biologico e il dato psicologico non è solo impossibile, ma è anche pericoloso per lo sviluppo del bambino perché crea confusione, incertezza, doppiezza, laddove invece i minori chiedono certezza di ruoli e regole condivise».

Ancora una volta le istituzioni lanciano un messaggio malato al Paese, sostenendo che alcune persone debbano essere ritenute ideologizzate per il solo fatto di esistere e di chiedere rispetto. Si alimenta divisione, paura e violenza. Il tutto, peraltro, in una terra che le destre politiche hanno già gettato le basi di una una bomba ad orologeria in cui omofobia e xenofobia vengono coltivate dalle stesse istituzioni.

emozione3-il-regalo-perfetto


#gaypride a Istanbul; lacrimogeni e arresti sul corteo

La polizia turca, schierata in assetto antisommossa, ha caricato con gas lacrimogeni alcuni manifestanti del Gay Pride di Istanbul, vietato dalle autorità. Almeno 19 persone sono state fermate dalla polizia, tra cui anche il giornalista italiano Mariano Giustino e due deputati tedeschi dei verdi: Volker Beck e Terry Rientke. I tre sono stati rilasciati dalla polizia turca. 

La carica è avvenuta nel centralissimo viale Istiklal, a poche decine di metri da piazza Taksim, quando un gruppo ha esposto uno striscione arcobaleno e tentato di leggere una dichiarazione da un balcone, applaudito dagli attivisti.

La scorsa settimana le autorità locali avevano vietato la manifestazione per questioni di ordine pubblico, sia per quanto riguarda gli attacchi terroristici da parte dello Stato islamico sia per le minacce arrivate da un gruppo giovanile ultranazionalista che aveva definito il corteo “immorale”. Ma gli organizzatori avevano deciso comunque di mettere in piedi una manifestazione. «Ci disperderemo in ogni angolo di viale Istiklal, ci riuniremo in ogni strada e viale di Beyoglu», avevano scritto in un comunicato stampa ufficiale. Il Gay Pride era stato vietato anche l’anno scorso, e anche quest’anno gli attivisti hanno deciso di scendere comunque in strada.

#gaypride a Istanbul; botte e arresti da parte della polizia

Il Governo Erdoğan l’aveva incredibilmente ‘vietato’, eppure centinaia di persone sono scese in strada quest’oggi per l’annunciato (e cancellato) Pride di Pride, andando incontro a botte, arresti, idranti e manganelle.


Decine di poliziotti hanno creato letteralmente il panico in città, con gas lacrimogeni lanciati tra la folla colorata e fermi persino politici, come rivelato su Facebook da Daniele Viotti. Tutto questo in un Paese che presto potrebbe fare il suo incredibile ingresso all’interno dell’Unione Europea. Paradossalmente proprio al ‘posto’ della civile Gran Bretagna.


Romantico25_300x250gif

#gaypride; storica partecipazione di Hillary Clinton

Fino ad oggi mai nessun candidato democratico o repubblicano alla Presidenza degli Stati Uniti d’America aveva partecipato ad un Pride.


Fino ad oggi, per l’appunto, perché Hillary Clinton, candidata democratica nonché ex Segretario di Stato, ha preso parte al Pride di New York, sbalordendo i presenti.

Per l’ex first lady si è trattato dell’ennesimo appoggio alla comunità glbtq, sostenuta sin dall’inizio di questa lunghissima corsa alla Casa Bianca con un video ‘promozionale’ ad hoc e una promessa, ovvero quella di proseguire lo splendido lavoro fatto da Barack Obama nel corso degli ultimi 8 anni.

#1oradamore nelle scuole italiane

Oggi inizia in Commissione istruzione e cultura della Camera dei deputati l’iter sull’introduzione dell’educazione sentimentale nelle scuole.

Una giornata storica per tutti noi che abbiamo creduto in questa proposta di legge e abbiamo continuato a fare pressione dal basso affinché venisse discussa in Parlamento.

Siamo davvero all’inizio. Il percorso è ancora lungo e bisognerà vigilare affinché non vengano ulteriormente dilatati i tempi. Un dato però c’è e ce lo dobbiamo rivendicare tutti insieme: finalmente il Parlamento discuterà di “prevenzione” – e non soltanto di leggi punitive e securitarie – alla violenza maschile sulle donne, all’omofobia e al bullismo.

In tanti c’avevano provato negli anni. Noi siamo gli unici ad esserci riusciti. Perché? Perché questa proposta di legge, fin dalla sua scrittura, si è avvalsa di una cosa fondamentale: la partecipazione. Dall’ascolto delle operatrici dei Centri antiviolenza (Cosenza, Napoli, Padova, Potenza, Ferrara, Catania, Bologna, Pesaro, L’Aquila, Pescara, Pordenone, Roma, Latina, Casal di Principe) che sono andata a visitare nel viaggio che ho chiamato #RestiamoVive; ai suggerimenti che mi sono arrivati da insegnati, dirigenti scolastici, associazioni, cooperative, movimenti, case editrici, giornalisti, psicologi e pedagogisti.

Grazie all’associazione daSud e a Change.org, ormai tre anni fa lanciammo la campagna #1oradamore: era un modo per far conoscere la proposta di legge e per sostenerla affinché non venisse lasciata in un cassetto come purtroppo avviene alla stragrande maggioranza delle proposte di iniziativa parlamentare. In più, il pericolo – rispetto all’educazione sentimentale – era che il tema in sé venisse cassato perché considerato tema sensibile, questione “etica” su cui è bene non legiferare. Di solito ci si appella a queste argomentazioni per scongiurare le decisioni.

Oggi siamo di fronte a una nuova sfida. Teniamoci pronti a parare i colpi di una discussione che non sarà affatto facile. Che ripercorrerà in parte quel discorso pubblico agghiacciante che abbiamo già ascoltato con le Unioni civili e la Step child adoption e che vedrà al centro il fantasma della teoria del gender, con tutte le falsità che ne conseguono: masturbazione in classe dei bambini, indottrinamento ideologico, sponsorizzazione dell’omosessualità e transessualità e tante altre amenità affini.

Noi invece manterremo la barra ferma sullo spirito, sull’obiettivo della legge e sulle numerose esperienze che già esistono nelle scuole italiane e alle quali ci siamo ispirati per condurre questa battaglia culturale. Una su tutte: l’associazione Scosse. Grazie a loro lavoro su Roma e grazie anche al festival che promuovono “Educare alle differenze”, arriviamo a questo appuntamento forti di una pratica già consolidata, attivata nel tempo, che ci racconta come il Paese è più avanti della politica. Cioè quello che noi proviamo a sancire in un testo di legge esiste già: il problema è che solo alcuni bambini e alcuni ragazzi hanno la fortuna di averne accesso. Con questa legge, invece, rendiamo organico e strutturale un modello di insegnamento che, laddove è stato fatto, ha prodotto risultati importanti. In Italia come in Europa.

Non a caso la Convenzione di Istanbul caldeggiata dalla Presidente della Camera Laura Boldrini, votata all’unanimità ormai tre anni fa, chiedeva nell’articolo 14 agli Stati ratificanti di inserire l’educazione all’affettività – prima si chiamava educazione sessuale – nelle scuole di ogni ordine e grado. L’hanno riconosciuta necessaria tutti i paesi del nord Europa a partire dagli anni 50. Poi, a cascata, tra la fine degli anni 60 e l’inizio dei 70, l’hanno assunta anche la Germania, la Francia, l’Olanda, il Regno Unito, la Spagna. Lasciando l’Italia e la Grecia come unici Paesi in cui nulla in termini normativi è mai stato fatto.

Adesso, e lo vedremo, sembra sia arrivato anche il nostro momento e nessuno pensi che tutto si gioca in Parlamento. Non è finito lo sforzo con cui avete contribuito a questo primo successo. La pressione affinché non venga snaturata “troppo” la legge ci deve vedere di nuovo tutti impegnati. Bisogna vigilare e monitorare il lavoro istruttorio. A partire dall’adozione del testo base. La nostra legge non è l’unica ad essere stata presentata in questi anni: ci sono proposte che vanno da Forza Italia al Pd, passando per il Movimento 5 stelle. Siamo consapevoli che l’ora dedicata all’educazione sentimentale sarà molto difficile da portare a casa, ma ci sono dei punti sui quali ci deve essere grande fermezza: formazione a tutti gli insegnanti e libri di testo.

Chi fa la formazione? C’è un elenco sterminato. Dimentichiamo che anche in Italia sono arrivati nelle accademie universitarie i corsi di laurea in gender studies materia in sé già multidisciplinare esattamente come multidisciplinare deve essere l’approccio alla prevenzione e al contrasto alla violenza. Tre filoni vanno seguiti: educazione sessuale, educazione civica, educazione di genere. E poi l’esperienza pratica da cui poter attingere che sono appunto i centri antiviolenza e le associazioni che in questi anni questo ruolo di formatori l’hanno già assunto.

Quali libri di testo? Anche qui l’elenco è sterminato. Bisogna far seguire il codice Polite e bisogna dare spazio alla lettura e alla letteratura di genere.

Battaglie coraggiose sono state intraprese in questi anni, penso a quella della consigliera comunale di Venezia Camilla Seibezzi che dopo aver portato delle favole che tengono conto dei cambiamenti sociali se l’è viste come nei peggiori periodi oscurantisti bandite dalle biblioteche della città per decisione del Sindaco. E tante tante realtà – piccole e grandi – che sono state capaci di produrre e diffondere la cultura della realtà.

Oggi ci dobbiamo riconnettere ancora una volta. E farlo però non più in una condizione di debolezza ma di forza perché il primo risultato lo abbiamo prodotto. L’associazione Frida Kalho di Marano (Napoli) con alla testa Stefania Fanelli che, generosamente, a spese proprie, ha prodotto 10.000 cartoline per chiedere al Governo di discutere la proposta di legge può dire a se stessa di avere vinto. Di esserci riuscita. Ma adesso ci aspetta un altro step non meno faticoso e va seguito con attenzione.

I mezzi e gli strumenti per osservarlo direttamente e in trasparenza esistono: gli stenografici del lavoro in commissione attraverso il sito della Camera e le dirette video dell’aula; la comunicazione costante dei parlamentari del gruppo di Sinistra Italiana con un attenzione maggiore chiaramente da parte mia che sono la prima firmataria e da parte di Annalisa Pannarale che seguirà il provvedimento in commissione; il lavoro di diffusione che metteranno i campo le compagne che hanno dato vita a Pink Factor Elettra Deiana, Cecilia D’Elia, Elisabetta Piccolotti, Maria Pia Pizzolante, Giorgia Serughetti; le giornaliste e i giornalisti che si sono sempre occupati del tema come Loredana Lipperini, Riccardo Iacona, Raffaele Lupoli, Giacomo Russo Spena, Michele Cucuzza, Roberto Moliterni, Giovanna Pezzuoli e tutto il blog della 27a ora del Corriere della Sera, Zeroviolenza, Leggendaria, Maria Fabbricatore di Fimmina tv, Luca Sappino, Angela Azzaro, l’Huffington Post; gli artisti che hanno prestato professionalità e sostegno alla causa come Gustav Hoffer e Luca Ragazzi che hanno girato il video clip #1oradamore o come Serena Dandini, Lunetta Savino, Paola Minaccioni che hanno firmato l’appello; il teatro Rossi di Pisa che mi ha accolta sul palco ed Elena Fazio e Angela Sajeva che l’hanno portata in scena; l’associazione Carminella e Amore e psiche che l’hanno portata dentro l’Università; il Pride di Palermo che è stato il primo a crederci e a volerci dedicare una giornata intera e così poi tutti i movimenti GLBT che hanno portato avanti questa battaglia; le famiglie arcobaleno e l’Agedo; le forze dell’ordine come il Commissariato di Torpignattara, che ha promosso insieme a Leonardo Loche al Liceo Immanuel Kant iniziative di approfondimento sul tema. In tre anni ho fatto centinaia di iniziative, di presentazioni di questa legge in cui ho incrociato le esperienze più diverse, di questo devo ringraziare in gran parte Sinistra ecologia e libertà, quelle compagne e quei compagni sui territori che c’hanno creduto ed hanno fatto nelle proprie realtà un lavoro straordinario. E in ultimo Nicola Fratoianni coordinatore nazionale di Sel, che non mi ha fatto mancare mai il suo supporto, e il capogruppo Arturo Scotto, che ha spinto per farla calendarizzare.

Ecco ci siamo, adesso tocca davvero a noi. Ci sarà da divertirsi.

Celeste Costantino

a questo link possiamo ancora firmare la petizione

rem

sabato 25 giugno 2016

c'è chi piange sulla città coloniale

In un lucido saggio del 2015 che analizzava la forma della politica romana, studiandone i germi antichi che – da destra e da sinistra – possono spiegare l’origine di Mafia Capitale, il democratico Walter Tocci chiamava Roma città coloniale. L’espressione, che sta a segnalare la somiglianza di Roma più alle metropoli sudamericane che alle capitali nordeuropee, nel segno di una crescita urbanistica abnorme e rapidissima, malata, è mutuata dalla letteratura comunista di Insolera: l’autore di quella Roma Moderna che – nei decenni prima della caduta del Muro – aveva costituito il vangelo di ogni militante piccista capitolino e la cui ultima edizione aveva visto la partecipazione di Paolo Berdini; lo stesso Berdini a cui Virginia Raggi ha deciso di affidare l’assessorato all’urbanistica e – con esso – la battaglia contro i palazzinari, contro i signori del cemento e delle mazzette, in nome e per conto dei 770mila elettori che nell’urna hanno detto all’avvocata Raggi, a Virginia: vai te, cambia tutto. Ma quell’espressione, Roma città coloniale, cita in realtà un verso di Pasolini scritto per il centenario dell’Urbe: «Non si piange su una città coloniale / eppure molta storia passò sotto questi cornicioni col colore del sole / calante / e fu spietata».

Spietata. Così è stata la tornata elettorale: immensamente spietata. Spietata nei confronti di Matteo Renzi, del Partito della Nazione, del Partito Democratico. Spietata contro quel blocco di potere neoliberale, arrogante, violento, sordo, mafioso. Spietata contro la sua forma antica: Piero Fassino a Torino, simbolo di un apparato rossastro che si nutre di nostalgie del fordismo, quello della città-vetrina e impoverita, quello della TAV a tutti i costi. Spietata contro la sua forma moderna, rottamatrice: Roberto Giachetti a Roma, radicale, radicato saldamente tra Parioli ed Esquilino (meno altrove), renziano per scelta e anti-mariniano per professione, un po’ smart-city e un po’ questore, un po’ Lorenza Baroncelli e un po’ Francesco Tagliente (e però vi ricordate che fighe le Olimpiadi di Roma ’60?). Spietata contro la sua non-forma: Valeria Valente a Napoli, incapace di ricevere neppure i voti di scambio, tanto da costringere i dem partenopei a dare inutili indicazioni di voto alla destra peggiore del Mediterraneo, quella di Lettieri. Spietata contro il centro-sinistra, che vince solo a Milano, solo laddove dismette ogni ambiguità e si fa nitidamente centro-destra, con Beppe Sala e con Expo, a chiarire l’equivoco ancora troppo arancione (suo malgrado) di Pisapia, in un ballottaggio che poteva benissimo ridursi a un pari o dispari, tale l’identità dei concorrenti. Nonostante i tentativi di certa stampa, in prima fila la Repubblica dell'insider trader De Benedetti, che ha usato ogni arma a disposizione per evitare che il colpo all'establishment arrivasse troppo forte, la botta è arrivata. La stessa Repubblica che il day after tomorrow, ha dato prova di un capolavoro di trasformismo quando il gioco era già scaricare il renzismo e ridare spazio agli applausi di Concita De Gregorio per la vittoria delle donne dei 5 Stelle. Di questa spietatezza delle urne, di questo calcio in faccia a Matteo Renzi, agli autori del Jobs Act, della Buona Scuola, dello Sblocca Italia, c’è da festeggiare. Festeggiare, senza remore.

No, nessuna ambiguità, per carità: non abbiamo vinto «noi». A Roma non ha vinto l’anticapitalismo, non ha vinto un’ipotesi di alternativa radicale alle politiche neoliberali. Non ha vinto l’europeismo radicale. Non ha vinto il sogno di abbattere i confini e le frontiere. Non ha vinto la sfida del sindacalismo sociale. Non ha vinto il progetto di costruzione di autonomie locali dotate di potere di veto. Non hanno vinto le istituzioni del comune. Non ha vinto un neonato potere costituente capace di produrre nuovo senso, nuove comunità, nuovi valori, nuove norme. Non ha vinto la mobilitazione organizzata e cosciente dei precari, dei senza casa, degli sfruttati, degli impoveriti, dei migranti, dei lavoratori poveri. Non ancora.

Eppure questo voto marca un altro segno, ci impone di cercare un nuovo senso. Un senso chiaramente che non può affermarsi univoco, lineare, compatto, come d’altronde non univoca, né lineare, né compatta è un’analisi materialista. Fino alla scorsa domenica era semplice riferirsi al consenso elettorale del Movimento 5 Stelle alludendo alla capacità, propria di un qualsiasi agglomerato populista, di convogliare i voti che scaturiscono dalla rabbia e dall'insoddisfazione, dal disincanto fino al qualunquismo. Dopo gli ultimi risultati elettorali gli stessi organi d'informazione sembrano costretti a dismettere questa lettura, non più adeguata a descrivere la complessità dell'attuale situazione sociale e politica. Non sembra più possibile infatti derubricare il consenso elettorale del movimento di Grillo a mero voto di protesta: unica forza in grado di conservare significativamente il numero di voti, il Movimento 5 Stelle sembra per la prima volta esser riuscito a consolidare un proprio bacino elettorale. A dispetto della politica del governo Renzi, che ha definitivamente disgregato il partito rendendolo irriconoscibile a quelle fasce sociali che in passato ne costituivano il core elettorale. Significherà qualcosa quella mappa di Roma che colora la distribuzione geografica (leggi: economica, sociale) del voto al Movimento 5 Stelle e a Virginia Raggi, che conquista la città consolidata fuori le Mura Aureliane, e si contende con la destra della Meloni le periferie più estreme, verso e oltre il Gra. Un voto di parte dei senza parte: l’espressione – più inedita che mai – della ricerca di un’altra chance, di una possibilità di cambiamento, di un’altra opportunità, di fronte alla disillusione per tutte le promesse tradite, dalla destra e dalla sinistra. Al di là dell’analisi politologica dei flussi elettorali, c’è un sentimento, un’intensità in questo voto, passioni felici e tristi tutte da capire, ascoltare, interpretare. Sono le passioni di un pezzo di città, fino a ieri privo di uno spazio politico, che tenta di riprendersene uno, fosse solo premiando i 5 stelle per vendicarsi di chi ha governato la città negli ultimi vent'anni. Lo fa talvolta con convinzione, talvolta con scetticismo, quasi sempre con rabbia: lo fa perché ha poco o nulla da perdere. Nel ballottaggio – dispositivo che costitutivamente implica la polarizzazione massima del dibattito politico – quel pezzo di città sceglie di sparigliare le carte, di ribaltare il tavolo, di assestare un colpo (si spera) definitivo agli equilibri di un sistema politico in coma irreversibile, stoppando la pellicola di un film già visto, identico a sé stesso, cento e cento volte. Il nemico, in quel voto, sono soprattutto le élites, i soliti noti, quelli che stanno lì da sempre o i loro eredi, i blocchi di potere inscalfibili, inarrivabili, irredimibili. C’è un utilizzo completamente strumentale del voto, che abbandona qualunque essenzialismo del momento elettorale: non si aderisce alla promessa della rappresentanza, si pratica come obiettivo la vendetta contro chi ha detenuto il potere negli ultimi 25 anni, vi può essere così in nuce la promessa della costruzione di un altro possibile.

Crediamo che questo voto segni soprattutto una riapertura del campo democratico, finora chiuso dall’arroganza della narrazione renziana che sembrava invincibile e che invece si scopre oggi vulnerabile (in Italia quanto in Europa). Ma questa riapertura del campo democratico – impossibile, conviene ripeterlo, fino al perdurare del blocco di consenso renziano (effettivo o presunto) in assenza di movimenti di massa – non attiene soltanto al rapporto tra quel blocco governativo e lo spazio politico-sociale della sua opposizione: attiene anche, oggi più di ieri, al cambio di fase che si è ora prodotto rispetto al Movimento 5 Stelle e grazie ad esso, al suo interno e al suo esterno. Dinamopress ha scelto di leggere e criticare il grillismo, sin dalla sua nascita, per i suoi aspetti più deteriori: la forma aziendalistica del partito-nonpartito-movimento, fondata su assetti proprietari; l’uso televisivo della rete, come dispositivo di propaganda più che di partecipazione; l’ambiguità degli enunciati politici, che immediatamente segnava lo scadimento dal post-ideologico al qualunquista. Ma oltre, e molto più di questo, nel Movimento 5 Stelle abbiamo osservato – e fermamente criticato – la loro funzione indiscutibile di congelamento delle possibilità della mobilitazione sociale: la lenta e inarrestabile affermazione di un soggetto politico in grado di stornare le istanze anti-sistema, anti-élite, anti-governative verso quella opzione elettorale, espressamente alternativa e non parallela (né collaterale, né) a quella della mobilitazione sociale, ha riaffermato l’efficacia dello schema opinione pubblica/rappresentanza, rinnovandolo certo, ma riconducendolo alla più classica delle forme di verticalizzazione. In altre parole, la dirompente affermazione elettorale non ha prodotto alcuna soggettivazione, non si è cioè basata, né ha prodotto, alcun corpo collettivo. Il voto si è nutrito (e ancora oggi continua a nutrirsi) di una sostanziale atomizzazione sociale. In molti casi gli elettori di Grillo si presentano come soli e atomizzati. Manca il momento della socializzazione, anche di quella negativa, basata sulle passioni tristi.

Ci sembra che il passaggio del Movimento 5 Stelle al governo delle grandi città, da un lato, e la modificazione evidente ed effettiva della sua forma (e dunque strategia) politica, dall’altro, costituiscano de facto un passaggio di fase o meglio lo costringano ad esso. Proprio dalla natura di quel voto, soprattutto dall’altissimo livello di aspettativa riposto in esso, può infatti scaturire la liberazione di istanze molecolari nella società. Istanze scomposte, multiformi, sperabilmente vigorose; istanze probabilmente contraddittorie, democratiche e/o decisioniste, progressiste e/o reazionarie, garantiste e/o giustizialiste; in ogni caso, istanze liberate dalla decennale ibernazione nella sfera dell’opinione. La capacità del Movimento 5 Stelle di catalizzare (in determinati contesti metropolitani) queste istanze, destabilizzando il quadro politico, è la sua caratteristica oggi più interessante, specie per chi non ha mai smesso di proporsi di ri-politicizzare e riattivare la società. Lo è molto molto di più della sua funzione – pure incontestabile – di canalizzazione dei flussi elettorali: di quella funzione, cioè, a cui prioritariamente (se non unicamente) guardano coloro i quali – tardivamente armati degli strumenti neoliberali della scienza politica classica – si affrettano a leggere nel “fenomeno Raggi” la nemesi del nuovo «partito pigliatutto».

Oltre e contro la meteorologia dei flussi elettorali, c’è infatti la constatazione dello spostamento irreversibile del baricentro del discorso politico dall’asse destra/sinistra all’asse alto/basso. Uno spostamento in linea con la ridefinizione delle forme della politica in tutta Europa e in tante parti del mondo; uno spostamento non certo neutro e tuttavia (come è ovvio) neppure naturalmente teso all’affermazione di istanze di emancipazione. Uno spostamento, insomma, che consegna ai movimenti sociali urbani – e unicamente a loro – il compito di codificare esattamente quel basso. Codificare il basso, cioè interpretare politicamente, concretamente, materialmente questa spinta anti-elitista. Solo in questa maniera, solo con questo obiettivo si può ingaggiare una dialettica sana, produttiva, con il Movimento 5 Stelle, senza esserne subalterni né invidiosi: senza, cioè, prenderli fuori tempo massimo a referenti di un’opzione di alleanza politica; senza vedere in loro il campo per un’operazione di entrismo; senza osservarli come l’espressione di un mero (sempliciotto, sprovveduto) potere destituente, magari sfoggiando il peggior pasolinismo sociologico d’accatto. ll basso è uno spazio che dobbiamo necessariamente qualificare da pratiche sociali e conflittuali, che disegni la rottura tra gli ultimi e chi detiene il potere sulla nostra città, non semplicemente lo iato tra un popolo di indistinti “cittadini” e la classe politica.

Potere destituente che, peraltro, va anch’esso riorganizzato e organizzato, facendo leva su quanto di politicamente più ghiotto esso offre – da oggi, da domani – a Roma e altrove: ossia, precisamente, la frattura di blocchi di potere urbano, delle pratiche collusive, del neocorporativiso mafioso o mafiosetto, che nei flussi di denaro dall’Amministrazione al privato (privato imprenditoriale, privato cooperativo) ha stabilito il proprio dominio rendendo di fatto limitatissimi gli spazi e le possibilità della negoziazione sociale. Approfondire quella frattura, per riaprire quegli spazi, può e deve essere il canale per rilanciare il conflitto, e dunque per dare nuove gambe e nuove braccia agli esperimenti di sindacalismo sociale e di pratiche del diritto alla città.

Pratiche del diritto alla città: rinegoziare del debito delle città; riconoscere i beni comuni urbani e concepire un nuovo uso del patrimonio pubblico come vettore di partecipazione, come nuova forma del possesso (contro l’ingiustizia della proprietà privata); inaugurare una gestione dal basso, condivisa, dei servizi pubblici essenziali, nell’unione (e non nell’ostilità reciproca) di lavoratori e utenti; disegnare una nuova urbanistica, capace di rendere viva la vita metropolitana, di stringere (e non di allentare) i legami sociali; intendere il diritto alla mobilità come il diritto di abitare spazi ampi, tagliando il tempo di lavoro e allungando il tempo di vita; garantire il diritto alla casa; rilanciare la cultura per assicurare a ciascuno il livello di bellezza cui ha diritto. Elementi programmatici, concreti, utopici, da rivendicare ed ottenere domani, che informano la direzione e il senso di un nuovo municipalismo. E in questo la straordinaria affermazione di Luigi de Magistris a Napoli, vera e potente anomalia sul piano nazionale, rappresenta un laboratorio con cui, dalle prossime settimane, confrontarsi produttivamente a partire dal piano delle lotte metropolitane.

Ci sono – grossomodo – due modi di intendere il programma politico, l’avventura neo-municipalista. Due versioni per interpretare le forme della politica metropolitana. La prima è, per così dire, una versione debole. Si tratta della riproposizione (fuori tempo massimo) di quella che tra gli anni Novanta e gli anni Duemila si evocava come: «riappropriazione dei nessi amministrativi». Si trattava, in sostanza, della collocazione di “rappresentanti” del movimento all’interno dei partiti di sinistra, al fine di contribuire alla moltiplicazione della “offerta” politico-istituzionale: si tratta evidentemente – a fronte della scomposizione del quadro politico – di una via identitaria verso l’ambizione municipalista. Una specie di vetero-municipalismo, funzionale forse a un’altra ipotesi, ugualmente tardiva e fallimentare, l’utilizzo delle città come trampolino di lancio verso il quadro nazionale.

Esiste poi una versione forte del neo-municipalismo, che si fonda – anzi scommette – sul superamento degli antichi dualismi che bloccano la produzione del nuovo: sociale e politico, negoziazione e autogoverno democratico. Tutte le esperienza di municipalismo radicale degne di questo nome (ma degne soprattutto della sfida che l’oggi e gli elettori del Movimento 5 Stelle lanciano a tutti noi) si collocano al confine di queste distinzioni, partendo dall’assunto della crescente disgiunzione tra funzione di governo ed esercizio del potere. Esse lavorano programmaticamente sulla moltiplicazione di contropoteri, a partire dai quali esercitare conflitto e negoziazione e, al contempo, sviluppare piattaforme programmatiche e istituenti. Contropoteri che, su quelle piattaforme, rifiutano la cantilena della partecipazione come mantra, esercitano potere di veto e di proposta, di controllo e di innovazione, potere normativo e potere liberatorio. Per essere chiari: il tentativo di «Roma non si vende – Decide Roma» e della sua «Carta di Roma Comune» sono esattamente questo tentativo, il nostro tentativo. La priorità non è porsi il problema dell’internità, o dell’alleanza, con la sfera amministrativa – senza però neppure limitarsi all’opposizione: la priorità è porre le basi per una nuova pianificazione diffusiva e decentrata dello spazio urbano.

Un immediato terreno di verifica, dopo la tornata elettorale, è la campagna per il No al disegno di riforma costituzionale, e per il No alle politiche sociali del Governo Renzi. Non dobbiamo sottovalutare l’effetto che, l’interminabile marzo francese, sta producendo anche in Italia, tra i lavoratori, tra i giovani precari, tra gli studenti. Effetto che può essere occasione di riapertura del campo della sperimentazione di pratiche di sindacalismo sociale e di democrazia reale. Costruiamo da subito la campagna, sociale e tecnopolitica, per un NO Costituente.

No, noi non piangiamo sulla città coloniale. Chi piange, oggi, finalmente, è il colonizzatore che sente di perdere il proprio dominio. Noi ridiamo del suo pianto. Organizziamo la città post-coloniale. Scriviamo la storia che ancora ha da passare «sotto questi cornicioni col colore del sole». Splendente.





Castello25_300x250gif

Dario Accolla presenta il suo libro

“Occorre  avere il coraggio di usare le parole in modo nuovo: non come proiettili da puntare contro qualcuno ma come pennelli per una felice rappresentazione dell’essere”

Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile: tre concetti apparentemente distanti, sono oggi più vicini che mai. Il saggio di Accolla, grazie ad un’indagine puntuale, ricerca le cause e gli effetti di un fenomeno, il bullismo omofobo, ormai radicato negli adolescenti (e non solo). L’uso malato delle parole attiva un processo di “costruzione linguistica del diverso” e contribuisce a creare una realtà discriminatoria che danneggia l’intera società.

DARIO ACCOLLA è siciliano e vive e insegna a Roma. Scrittore, blogger e attivista per i diritti delle persone LGBT, ha conseguito il dottorato di ricerca in Filologia moderna presso l’Università di Catania. Ha curato diversi contributi di Dialettologia e Linguistica italiana, Scienze onomastiche e Studi di genere. Ha pubblicato il saggio, I gay stanno tutti a sinistra – Omosessualità, politica e società (Aracne, 2012), la raccolta Mario Mieli trent’anni dopo, insieme ad Andrea Contieri, (Centro di Cultura Omosessuale Mario Mieli, 2013) e la sua prima opera narrativa Da quando Ines è andata a vivere in città (Zona, 2014). Oltre che sul suo sito – http://elfobruno.wordpress.com – scrive per il Fatto Quotidiano , Italialaica e Gaypost.it di cui è anche fondatore.

29 LUGLIO, ORE 21.00

Banner Image Banner 250 x 250



una storia d'amore

Vi racconto una storia, una storia d'amore.

Due donne, entrambe romane, vivono insieme dal 2003.
Nel 2009, dopo sei anni - possiamo supporre che dopo sei anni una relazione sia stabile? Direi di sì -  decidono di avere un figlio e fanno ricorso alla procreazione eterologa in Spagna. Nasce una bambina che una delle due donne porta in grembo ma di cui immagino tutte e due si sentano madri, perché frutto di una scelta condivisa, di una scelta d'amore.

Nel 2014 la compagna della madre naturale, fa richiesta di adozione e il Tribunale dei minori di Roma dà parere positivo. L'anno dopo la Corte d'Appello conferma la pronuncia. Ben due giudici stabiliscono che vi siano le condizioni per poter considerare quell'unione di tre persone, due donne e una bimba, famiglia.
Contro la sentenza fa ricorso per Cassazione la Procura Generale di Roma, ma la prima Sezione Civile della Corte di Cassazione respinge il ricorso e conferma la sentenza della Corte d'Appello. Fine.

La stepchild adoption in Italia non sarà legge ma ormai è prassi, come afferma la Corte, per "il preminente interesse del minore".

Ma non sarebbe stato infinitamente meglio non stralciare la stepchild adoption dal ddl Cirinnà? Per una volta avremmo potuto essere avanguardia nel riconoscimento dei diritti civili. E invece la politica, per timore di perdere consenso, non prende posizione e il cittadino per veder riconosciuto un diritto legittimo deve aspettare anni, ricorsi e vari gradi di giudizio. Non è evidente anche a voi quanto tutto questo sia triste e dispendioso? E come la politica e il legislatore, sempre pronti a lamentare le ingerenze della magistratura, abbiano abdicato al proprio ruolo, lasciando che siano altri poteri a riconoscere e disciplinare i diritti dei cittadini.

Roberto Saviano

potete approfondire qui 
http://www.repubblica.it/cronaca/2016/06/22/news/cassazione_si_a_stapchild_adoption-142563271/?ref=HREA-1

Abbonamento 1 anno Image Banner 300 x 250

PUBBLICITA' - DOUGLAS + EMOZIONE3

emozione3-cofanetti-regalo Banner Image Banner 468 x 60

PUBBLICITA' - ENI/AMAZON