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#fidelcastroisdead

sabato 3 dicembre 2016

a #Natale tornano gli spazi di @emergency_ong per i vostri regali





#UnioniCivili, a Salerno un convegno sulla legge dimezzata

A un certo punto, Viviana Caponigro, avvocato salernitano che da 16 anni si occupa di famiglie e di bambini, nonché curatore speciale dei minori, ossia avvocato di chi non ha voce, ha sentito il bisogno di svegliare la sua città e farle prendere una posizione sull’arto mancante della legge Cirinnà sulle unioni civili: la ‘stepchild adoption’.

La risposta c’è stata, altrettanto forte e chiara, perché l’assessore alle Pari opportunità ha sposato in pieno la questione e, insieme all’Istituto campano di Psicologia giuridica e al Comune, ha messo in piedi un convegno con conferenzieri stellati, sia in ambito giuridico che in quello psicologico. A Salerno, quindi, sabato 17 dicembre, arriveranno da tutta Italia giornalisti, famiglie arcobaleno, psicologi, assistenti sociali, educatori e studiosi delle nuove formazioni familiari. Tra gli altri, parleranno il giudice e coordinatore della Prima sezione civile del Tribunale di Salerno, Giorgio Jachia, e il giudice al tribunale di Napoli, Stefano Celentano; il ricercatore di Psicologia clinica all’Università degli Studi di Napoli Federico II, Anna Lisa Amodeo, e Silvestro Calabrese, Giudice onorario presso il tribunale per i minorenni di Salerno, e verranno portate esperienze personali su omogenitorialità e filiazione omosessuale da Giuseppina La Delfa, ex presidente di Famiglie Arcobaleno.

Insomma il Sud si sveglia e prende il toro per le corna: in grande stile. Già, perché la polemica scoppiata intorno alla sentenza del Tribunale di Milano che ha respinto la richiesta di adozione incrociata da parte di una coppia di donne lesbiche nei confronti delle rispettive figlie biologiche, è attualissima. Evento strabiliante, visto che la Cassazione si era invece pronunciata in modo contrario solo pochi mesi fa. “Non si può più restare fermi – spiega la Caponigro – mentre un Paese va alla deriva trascinando con sé bambini, famiglie e la giurisprudenza tutta. La voce deve levarsi subito, adesso, e deve essere quella di tutti i cittadini e di tutte le cittadine, perché in ballo ci sono i diritti civili, la democrazia, il funzionamento della giustizia italiana”.

Il 17 si parlerà, come dice il titolo, di “Unioni Civili, le convivenze e l’omogenitorialità“. Di ‘stepchild adoption‘, dunque, quel pezzo di legge che non è stato approvato, ma anche di gestazione per altri, “Tutti argomenti – continua Caponigro – che il Parlamento non ha affrontato. Il problema non è piccolo, e mi spiego: grazie all’equiparazione tra figli legittimi e naturali del novmbre 2012, oggi in Italia riconosciamo che tutti i figli sono uguali. Per questo si è potuta avere la legge sulle unioni civili, che riconosce che anche le coppie sono tutte uguali. Eppure, ciò non è vero. Perché mentre la filiazione delle coppie eterosessuali, sposate o meno, è riconosciuta con pieni diritti, non lo è per nulla quella delle coppie omosessuali, anche se unite civilmente. La regolamentazione delle famiglie arcobaleno è dunque affidata ai tribunali e alle loro lungaggini. Tribunali che, oltretutto, sentenziano ciascuno in modo diverso”.

Ed ecco che i partecipanti riceveranno strumenti pratici per orientarsi in un Paese incoerente e disordinato, per farsi un’idea sugli studi internazionali della comunità scientifica riguardanti bambini arcobaleno e famiglie omo, ma anche per capire lo stato dell’arte dei diritti negati per un pezzo della popolazione e per molti bambini – basta pensare che 10 anni fa l’unico censimento istituzionale in merito ne contava 100mila: facendo un po’ di conti..


Eugenia Romanelli

Gioia Tauro, Comune dedica una strada a una vittima gay della #Ndrangheta

"Il Comune di Gioia Tauro sarà il primo in Italia, e a quanto si è potuto appurare nel mondo, a dedicare una via a un concittadino trucidato dalla 'ndrangheta solo perché ritenuto omosessuale e come tale indegno di appartenere a una famiglia mafiosa". Ad affermarlo, in una nota, è il giornalista Klaus Davi primo firmatario di una petizione con la quale si chiede "di intitolare una via cittadina - riporta il verbale allegato - al commerciante gioiese Ferdinando Caristena, vittima di un agguato mafioso occorso il 18 maggio 1990".

Ieri fa sapere il giornalista la commissione comunale con competenza sulla toponomastica di Gioia Tauro ha giudicato "meritevole" la proposta decidendo di "sottoporla - è scritto in un comunicato della Commissione - alla Prefettura per l'espressione del parere di competenza e per ogni altra valutazione di quell'ente. Si precisa che l'indirizzo della Giunta guidata dal sindaco Giuseppe Pedà - prosegue il comunicato - prevede che vada coltivata la memoria di tutte le vittime innocenti, cadute a causa della violenza mafiosa affinché il ricordo dei tragici fatti che hanno caratterizzato il nostro passato impedisca il ripetersi di simili eventi in futuro".

"Ferdinando Caristena - è scritto nella nota di Davi - morì assassinato da due killer perché, secondo quanto appurato dal processo seguito a suo tempo dal pm Roberto Pennisi ora alla Dna ritenuto indegno di far parte di una famiglia mafiosa. Caristena , come certificò la sentenza in via definitiva, era completamente estraneo all'ambiente mafioso".

"Ringrazio in primis il sindaco Giuseppe Pedà per la sua sensibilità, il pm Roberto Di Palma e lo scrittore Umberto Ursetta - afferma Davi - che mi hanno aiutato a fare luce su questa terribile vicenda. Credo che dimenticare il sacrificio di Ferdinando sarebbe stato un oltraggio ulteriore alla sua memoria".

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lettera di un #italianosenzacittadinanza a Matteo Renzi

Caro Matteo,

mi permetto di chiamarti per nome perché vorrei che questa mia lettera arrivi prima al cittadino Matteo Renzi e successivamente al mio presidente del Consiglio. Sono un ragazzo appeso a un filo. A quel filo chiamato identità. Mi ritengo italiano, parlo come prima lingua l'italiano, viaggio molto e all'estero mi definiscono "il ragazzo italiano". Ma in Italia giro con un permesso di soggiorno, nel senso che dopo 23 anni, un'intera vita vissuta in questa terra, una laurea quasi presa, devo ancora chiedere il permesso per restare nella mia nazione.

Sono cresciuto in Italia, ma purtroppo a causa della mancanza di una legge sulla cittadinanza per noi figli di immigrati che siamo cresciuti e abbiamo sempre vissuto in Italia non mi viene riconosciuto il diritto a essere cittadino italiano. Sono straniero a casa mia. Un italiano con il permesso di soggiorno. Io come te, credo che l'Italia abbia un potenziale immenso da esprimere. Sono orgoglioso della mia Italia e all'estero viaggiando rivendico con forza la mia italianità. Possiamo competere con tutti. Il talento e la bravura italiana possono primeggiare nel mondo.

Caro Matteo, so che sei padre e un domani lo sarò anch'io. Proprio per questo ti chiedo di guardare negli occhi i tuoi figli e di capire che il loro compagno di banco a scuola è italiano perché parla il dialetto vicentino, romano o calabrese e non merita di saltare giorni di scuola per svegliarsi alle 5 di mattina per fare l'attesa che ho dovuto fare io per lasciare le impronte digitali. È ora di permettere a questi nuovi italiani di essere riconosciuti come figli di questa Italia. Tu puoi farlo.

Un domani i miei figli nasceranno in Italia e non voglio che subiscano le umiliazioni che ho dovuto subire io solo perché hanno una carta d'identità con la dicitura "non valida per l'espatrio" o sentirsi extracomunitari nella propria terra. Abbiamo molte cose in comune: entrambi abbiamo studiato legge, siamo stati capi scout e siamo tifosi delle nostre squadre di calcio (io interista, tu della viola eh non ti voglio ricordare il risultato di Domenica).

Caro Matteo, lo sai che non potrò votare e decidere le sorti della mia nazione al prossimo Referendum Questo mi amareggia molto. Mi fa sentire meno uguale ai miei coetanei. Ti pare coretto che un discendente di italiani all'estero che magari non parla nemmeno più l'italiano, che ha mantenuto il passaporto italiano solo per convenienza, ha acquisito la cittadinanza per un lontano bisnonno e non ha più nessun rapporto/legame con l'Italia potrà votare al Referendum e io invece che in Italia ci studio, lavoro, contribuisco alla crescita e sono parte attiva della mia comunità no? Non ti sembra un controsenso?

Io che studio legge, che ti tweetto sempre ai tuoi #matteorisponde, che come te voglio un Italia più veloce, con meno costi, meno burocratica, che torni a essere protagonista nel mondo per l'eccezionalità che ci rappresenta invece no. Non ho diritto di voto. Ed è solo uno dei diritti che mi vengono negati.

Caro Matteo non so come andrà a finire Domenica, io mi auguro che si scelga il cambiamento e di cambiare marcia per permettere a questo paese di essere maggiormente governabile senza due Camere con le stesse mansioni, con leggi che possano essere approvate più velocemente, ma mi auguro che anche tu abbia coraggio e ponga fine a questa ingiustizia. Io credo in te. Spero che anche tu possa credere in me.

Con amicizia e affetto,

Un italiano senza diritto di voto.

Mohamed Rmaily

3 dicembre, #Giornatamondialedisabilita : applausi

"Voglio una vita spericolata, voglio una vita come Ileana Argentin, la voglio piena di guai" pensavo ieri sera - parafrasando una nota canzone di Vasco Rossi - mentre tornavo a casa dopo l'ennesimo volantinaggio per il Sì al referendum.

La disabilità, che per molti è una disgrazia, ritengo che in questo mondo sia un patrimonio per chi la vive, ma non perché sono fuori di testa, ma perché ho la convinzione che vivere un disagio arricchisce il tuo mondo come esperienze e patrimonio di emozioni. Ai disabili servono sono solo i servizi pubblici adeguati che garantiscano la quotidianità.

Poi, per il resto, gli essere umani si confrontano comunque con i problemi del vivere, quindi spetta pure a noi con handicap fare i conti con questo strano, bizzarro ma meraviglioso mondo. Come dicevo poco fa, l'importante sono i servizi e devo dire che quest'anno festeggeremo la Giornata Internazionale dell'Handicap con uno spirito diverso da quello dei precedenti.

Questo governo sulla disabilità è stato infatti da applausi: la legge per il "Dopo di noi", la legge sull'autismo e soprattutto i 450 milioni di euro sul capitolo della non autosufficienza. Un traguardo mai raggiunto negli ultimi anni: basti pensare all'era Berlusconi, in cui era stato completamente azzerato. La cosa importante, inoltre, è che questo capitolo è stato "strutturato". Che vuol dire?

Significa che da quest'anno e per i prossimi potremo contare su questa cifra come quota fissa, al di là di chi governerà. Oggi, inoltre, parleremo di cultura e sensibilizzazione in moltissime città d'Italia perché nel nostro mondo, quello della disabilità, si ha sempre di più la certezza che la principale barriera da superare sia quella culturale. Essere indicati a dito e stigmatizzati, solo perché non omologati ai cosiddetti "normali", nel 2016 è veramente scandaloso. Comunque, come dicevo all'inizio, continuo a volere una vita come Ileana Argentin. Perché?

Semplice: sono felice di essere ciò che sono, al di là delle mie quattro ruote che mi indeboliscono agli occhi di alcuni, ma che fanno di me una donna realizzata e soddisfatta delle battaglie che ogni giorno vivo, per dar risposta a chi non ha forza per gridare insieme a tanti uomini e donne che, pur affrontando grandi difficoltà fisiche o mentali, ci credono come me.

Ileana Argentin

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l'effetto perverso e incontrollabile della censura digitale automatica

Fin dove è lecito controllare e, nel caso, oscurare un contenuto pubblicato su una qualsivoglia piattaforma (carta, tv, radio, web etc.)? Le censure, perfino quelle finalizzate a tutelare i minori o le minoranze, non vanno a ledere il diritto all'informazione? Negli anni Settanta e Ottanta, in un contesto assai meno complesso dell'attuale, la questione fu posta con forza da Larry Flynt, fondatore della popolare rivista pornografica The Hustler, che con i suoi legali sostenne che impedire la diffusione di immagini e testi espliciti fosse in contrasto con il primo emendamento della Costituzione americana. Analogamente, in passato sono stati criticati gli operatori globali come Yahoo! che, in cambio dell'accesso ai mercati di paesi a democrazia nulla o ridotta, hanno accettato qualche compromesso limitante la propria libertà d'espressione e l'altrui libertà d'essere informati.

Il fenomeno è stato moltiplicato all'infinito dai social network, grazie ai quali chiunque può "pubblicare" online quanto ritiene opportuno comunicare alla propria cerchia di amici o follower. Sempre più spesso capitano incidenti che fanno salire la tensione tra chi chiede il massimo del controllo e chi invece lo teme. Con effetti ovviamente opposti. Due mesi fa l'iconica immagine della bambina nuda in fuga da un villaggio bruciato dal napalm in Vietnam è stata bloccata da Facebook e subito s'è alzato un coro globale contrario alla censura. Il mese scorso, la stessa società è stata invece accusata dai pro-censura di aver contribuito a diffondere le notizie inventate o manipolate che hanno influito sul risultato delle presidenziali americane.

Facebook, Twitter, Google e gli altri "nuovi editori" hanno già a disposizione gli strumenti per intervenire sui contenuti. In teoria, a fin di bene. Ieri è stato rivelato che a breve sarà attivo un servizio di rilevamento automatico del materiale offensivo postato all'interno dei live blogging, le dirette video ospitate da Facebook. "Intendiamo usare l'intelligenza artificiale per controllare in tempo reale quanto viene pubblicato", ha detto Joaquin Candela, direttore del machine learning del social di Mark Zuckerberg. Se per anni Facebook & Co. hanno fatto affidamento sugli utenti per l'individuazione dei messaggi offensivi, la sperimentazione in atto prevede che "all'interno di Facebook Live, il nostro servizio di streaming video, un algoritmo rilevi il nudo, la violenza o qualsiasi atto in contrasto con nostre politiche", come ha spiegato Candela. Perfetto. Resta aperta una questione non marginale: se un regime non democratico già collaudato (Cina, Russia, Turchia o Egitto, per citarne alcuni) o uno dei prossimi venturi (cosa accadrà nei prossimi anni in Ungheria, a Cuba o perfino negli Stati Uniti trumpizzati?) chiedesse a Candela o al suo capo Mark Zuckerberg di bloccare gli streaming i live con contenuti sgraditi - senza che necessariamente siano pornografici o violenti - quale sarebbe la risposta?

Claudio Giua

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sabato 26 novembre 2016

#LeaderMaximo; il @PartitComunista rende omaggio a Fidel Castro

Una delegazione del Partito Comunista, con i compagni Galdi, Ricci, Mustillo dell'Ufficio Politico e Lang, in rappresentanza del Fronte della Gioventù Comunista ha reso omaggio a Fidel Castro oggi presso l'Ambasciata della Repubblica di Cuba a Roma.







#LeaderMaximo; @MichelePlastino : " parlare di lui significa, inevitabilmente,spaccare le opinioni "

E'morto Fidel Castro. Questa volta è vero. Nel corso degli anni varie volte si era sparsa la voce della sua fine,come spesso accade alle figure leggendarie. Parlare di lui significa ,inevitabilmente,spaccare le opinioni.

Quando ci fu la rivoluzione ero piccolo,un bimbo e ancora in me c'e'il ricordo terribile della paura della guerra atomica,quando tutto ruoto'li a Cuba e solo grazie a Papa Giovanni 23° e a Krusciov e Kennedy( in rigorosa classifica di merito) si evitò la catastrofe. Per me ,quindi,da bambino traumatizzato(con il film "l'ultima spiaggia"in testa)Cuba rappresentò'la paura. Poi arriva l'adolescenza,la gioventù. La mia formazione fu segnata dal liceo(classico)e dalla scuola,quel Mamiani,culla di cultura e di straordinario dibattito politico. Occupazione,collettivi,assemblee e scontri con quelli di Ordine nuovo,contrappositori presenti in forza al nostro movimento studentesco. Ne ho rimpianto,anche degli avversari politici,anche di qualche"scazzottata"laddove una sola cosa avevamo in comune:"l'ideologia". Non la stessa,ovviamente,ma la passione nell'averla,nel "sentirla".

E in quegli anni Cuba diventa un mito. E Castro ne è il simbolo,cosi come Che Guevara. E quando i due si divisero noi facemmo finta di non saperlo. Gli ideali hanno un punto debole: il rifiuto della delusione. Perché chi è idealista se scopre un inganno si autocondanna. Pensa di aver sbagliato tutto. E Castro era una icona fondamentale del comunismo romantico. Quello cosi simile al Cristianesimo. E per i credenti di sinistra l'incontro con Giovanni Paolo II fu una vera benedizione,la conferma che gli obiettivi potevano essere comuni.

E cosi nell'animo,Fidel, il Che, la rivoluzione sono sempre rimasti come ancore di un ideale di uguaglianza e giustizia. E l'idealismo nel suo insito romanticismo ti fa rifiutare gli aspetti negativi:la dittatura,il militarismo, la guerra ai dissidenti. E ti soffermi alle cose belle:la scuola,la cultura e soprattutto l'organizzazione sanitaria, di cui Cuba è un esempio mondiale. E oggi con la morte di Fidel muore una parte della nostra vita culturale, e una ideologia che il tempo ha cancellato. Se è un bene o un male ce lo dirà la storia, se a raccontarla saranno uomini liberi. E non prigionieri di chi ha ucciso le ideologie:l'economia. Hasta la victoria siempre Fidel. Anche con la tua coscienza .


Michele Plastino

#LeaderMaximo; dalla cacciata di Batista alla repressione dei diritti

L’autunno del dittatore-patriarca è stato triste. Il 19 aprile 2011, cinquantesimo anniversario della proclamazione del carattere socialista della rivoluzione cubana e della vittoria alla Baia dei Porci contro i dissidenti mandati dalla Cia, Fidel si era spogliato anche dell’ultima carica, quella di segretario del Partito Comunista Cubano. Era il sesto congresso, quello dedicato alle riforme economiche volute dal fratello Raul, che la figlia di Fidel Alina Fernandez Revuelta, dissidente dal 1993, definisce “il patriarca della nostra famiglia, sempre preoccupatissimo di tenerne insieme i membri, Fidel incluso”. Il lider maximo aveva allora 84 anni. Sul sito Cubadebate.cu scriveva: “Sono convinto che il destino del mondo potrebbe essere molto diverso senza gli errori commessi dai capi rivoluzionari, che pure hanno brillato per talento e meriti”. E ancora: “Raul sapeva che non avrei accettato un ruolo nel partito. Mi ha sempre chiamato Primo segretario e Comandante in capo, funzioni che gli delegai quando mi ammalai gravemente (ndr, una pesantissima diverticolite). Non ho mai cercato di esercitarle, neanche quando recuperai in modo considerevole le capacità di analizzare e scrivere. Credo di aver ricevuto sufficienti onori. Mai ho pensato di vivere così tanti anni: i nemici hanno fatto il possibile per impedirlo, hanno cercato di eliminarmi innumerevoli volte e spesso ho “collaborato” con loro”. Parole stanche e sibilline. Il congresso approvava svariate eresie: “Investimenti esteri, piccola imprenditoria agricola, lavoro non statale, compravendita di abitazioni fra privati”. Bestemmie ideologiche al cospetto del “lider maximo”.

Fidel nacque a Biran, il 13 agosto del 1926, nella provincia di Oriente, vicino a Santiago del Cuba. Il padre Angel Castro Argiz, era un benestante proprietario terriero emigrato dalla Galizia. I genitori della madre, Lina Ruz Gonzales, venivano dalle Canarie. Dal 1941 al 1945 Fidel studia all’Avana. Frequenta un collegio per ricchi, il Belen, gestito dai gesuiti. Si imbeve di cultura spagnola, lui che a tredici anni aveva vergato in inglese una lettera al presidente americano Franklin Delano Roosevelt. Si iscrive a legge. Nel 1948 sposa Mirta Diaz Balart, la sua prima moglie e va negli Usa in viaggio di nozze. Comincia il praticantato in un piccolo studio legale. Milita nella Lega antimperialista. Nel 1952 vorrebbe candidarsi al Parlamento nelle liste del “Partito ortodosso”, ma il golpe di Fulgencio Batista gli cancella le elezioni. Castro lo denuncia per “violazione della Costituzione”. Appello respinto.

Il 26 luglio del 1953 Fidel imbraccia le armi. Tenta l’assalto della caserma Moncada a Santiago del Cuba. Muoiono ottanta suoi seguaci. Lui viene arrestato e condannato a 15 anni di carcere. “La storia mi assolverà” è l’esordio della sua arringa difensiva. Nel 1955 esce grazie a un’amnistia generale. Ritorna a Cuba navigando dal Messico su una piccola barca, il Granma. Sbarca il 2 dicembre 1956. Riescono a salvare la pelle solo in 12 su 80, fra questi Fidel, Che Guevara e Camilo Cienfuegos. Riparano nella Sierra Maestra. Arrivano a reclutare 800 uomini. Il 24 maggio del 1958 Batista scaglia contro i guerriglieri della Sierra l’operazione “Verano", diciassette battaglioni che soccombono. Sono decimati dalle diserzioni. Il primo gennaio del 1959 il dittatore lascia Cuba.

Castro diventa il capo delle Forze Armate. Gli Usa riconoscono subito il nuovo governo. Cominciano gli espropri. Tocca per prima alla United Fruits americana. Fidel visita la Casa Bianca. Gli Il vicepresidente Nixon lo giudica un “ingenuo”. Ma nel 1960 il lider maximo firma un accordo per l’acquisto di petrolio russo e nazionalizza le raffinerie americane in territorio cubano. Washington interrompe le relazioni diplomatiche e spinge l’Isla Granda fra le braccia di Nikita Kruscev. Il 17 aprile 1961 la Cia promuove il disastro della Baia dei Porci, 1400 esuli cubani sono catturati appena toccano il suolo cubano. Centoquattro perdono la vita. Il presidente John Kennedy nega la copertura aerea allo sbarco. Nell’ottobre 1963 i velivoli spia U 2 statunitensi scoprono a Cuba nove siti con rampe che possono essere usate per i missili nucleari. L’8 settembre il primo carico di SS-4 Sandal era arrivato nel porto di Avana. Kennedy ordina il blocco navale di Cuba. Viene abbattuto un U 2 americano. Si sfiora l’olocausto nucleare. Il presidente americano accetta l’offerta di Mosca. Ritiro dei missili sovietici in cambio della promessa che Cuba non sarà mai più invasa.

Castro e l’Isola campano grazie a Mosca. Fino al 1990 l’aiuto dell’Urss vale un quarto del Pil nazionale. L’altro filone di ossigeno sono le rimesse degli emigrati negli Usa. Valgono 850 milioni di dollari all’anno. Nel 1978 Castro ha collettivizzato anche l’agricoltura. Nel 2003 vanta (e l’Unesco conferma) un livello di istruzione di base fra i più alti dell’America Latina, e prodigi sanitari, aspettative di vita seconde solo a quelle registrate negli Stati Uniti e un tasso di mortalità infantile inferiore solo a quello del Canada.


Il prezzo è la mancanza di libertà. Un solo partito legittimo, quello comunista. Secondo Freedom House sotto il governo di Fidel le esecuzioni e i morti in carcere sono stati 9000 e oltre 77 mila balseros hanno perso la vita sulle zattere che tentavano di raggiungere le coste americane. La stessa organizzazione calcola che a Cuba la stampa sia libera quanto lo è in Iran, centovantunesimo posto nel mondo nel 2013. Fino all’ottobre del 2012 era necessario un permesso speciale per espatriare. I gay venivano espulsi dal Partito Comunista Cubano e affidati alle cure delle Unità Militari per l’Aiuto alla Produzione che li dirottavano nelle piantagioni di canna da zucchero per trasformarli “in veri uomini”. In un’intervista del 1965 a Giangiacomo Feltrinelli Fidel confidava “il timore di dover mandare un figlio a scuola e di vederselo tornare frocio”. Il 31 agosto del 2010 aveva chiesto pubblicamente scusa. Ora la figlia Mariela, 50 anni, parlamentare, sessuologa, dichiara che “il Paese è pronto a riconoscere il matrimonio gay, anche se molti sono contrari”. Su Cubadebate.cu all’anziano padre era rimasta solo la magra soddisfazione di adeguarsi ai tempi nuovi, dichiarando la sua passione per internet.

#LeaderMaximo; la "Storia" lo assolverà

Fidel Castro è morto, e con lui finisce un tempo, un mondo, un'epoca: quando la parola rivoluzione aveva un senso, una nobiltà, un vigore. Per i ragazzi della mia generazione il Mito fu Ernesto Che Guevara, ucciso, ancora giovane uomo, nella selva boliviana: nei giorni in cui cercava di portare nel Sudamerica, cortile degli Usa, il sogno dell'Uomo Nuovo, la libertà ai poveri e agli sfruttati. È caduto sul campo, combattendo per un ideale. Per una Utopia.

Castro ha difeso Cuba, ha visto passare dieci presidenti americani, ha resistito a tentativi di golpe, di attacchi, alle menzogne, a un vergognoso embargo. Nessuno è perfetto, come sappiamo. Ma Fidel ha tutelato, con determinazione, i valori della sua rivoluzione, che resterà, in quelle stagioni di ribellione e di lotta, tra le pagine più intense e romantiche del Novecento. Quella piccola e orgogliosa fetta di terra, circondata dal mare, non è stata più saccheggiata, non è ritornata a essere la sala giochi di Miami. Cuba rappresenta, ancora oggi, un modello mondiale per sanità e istruzione.

Fidel Castro: la Storia lo giudicherà, certo, e lo assolverà. Ai ragazzi della mia generazione ha insegnato a non smettere di lottare. Che niente è impossibile. Che è vero: puoi essere minuscolo, ma quando possiedi la volontà e la consapevolezza ti trasformi in un gigante. Hasta siempre, Fidel. Con te se ne va il Novecento.


Darwin Pastorin

#LeaderMaximo; @MarcoRizzo1959 : " muore il Comandante Fidel Castro, ma la sua idea vive ! "

Muore il Comandante Fidel Castro, ma la sua idea vive! La volontà e la lotta del grande rivoluzionario cubano ha trasformato il suo popolo ridando dignità e uguaglianza contro la mercificazione dell’imperialismo. Centinaia di volte hanno provato ad assassinarlo senza riuscirci. I popoli e le nazioni delle Americhe, dell’Africa e del mondo intero lo ricordano come portatore di idea, lotta e solidarietà. 


Il Partito Comunista in Italia abbassa le sue bandiere in onore del Comandante Fidel. L’idea che non muore. Con Cuba Socialista Sempre.


#LeaderMaximo; il @PartitComunista continuerà la loro lotta in suo nome

Abbiamo appreso in queste ore della morte del comandante Fidel Castro. Inviamo le nostre condoglianze fraterne al Partito Comunista di Cuba e a tutto il popolo cubano, per l’immane perdita che colpisce Cuba e tutto il movimento comunista internazionale.

Muore il combattente che alla testa di un pugno di uomini ha liberato Cuba dallo sfruttamento capitalistico e dal tallone dell’imperialismo americano. Il dirigente comunista che ha saputo mantenere ferma la costruzione della società socialista dopo gli eventi controrivoluzionari in URSS e nell’est Europa, che nonostante le difficoltà e l’infame blocco economico americano, ha garantito al suo popolo istruzione, sanità, diritti sociali. Muore l’instancabile rivoluzionario antimperialista, fratello delle lotte di ogni popolo oppresso, dal Sud America, all’Africa.

Muore un uomo, ma non la grande idea del socialismo-comunismo. Siamo convinti che oggi, di fronte alla crisi capitalistica, allo sfruttamento sempre maggiore, alla compressione dei diritti e delle condizioni di vita dei lavoratori, all’emergere di nuove e più grandi contraddizioni del sistema capitalistico a livello globale, le idee di Fidel Castro, le idee dei comunisti siano più attuali che mai. 

Con questo spirito rinnoviamo il nostro profondo sostegno alla causa del socialismo, a Cuba socialista. Il nome di Fidel resterà scritto nelle pagine della storia accanto a quello dei grandi rivoluzionari di ieri, e ne siamo convinti, a quelli di domani. 

Nel tuo nome compagno Fidel continuiamo la nostra lotta. Hasta siempre Comandante!


#LeaderMaximo; @ferrero_paolo : " immenso dolore per la morte di Fidel Castro "

Immenso dolore per la morte di Fidel Castro, rivoluzionario vittorioso a cavallo di due secoli, che ha difeso l’umanità dalla barbarie.

Fidel ha saputo guidare la lotta per la liberazione di Cuba dalla dittatura di Batista e l’ha saputa trasformare in una rivoluzione socialista. Fidel è stato protagonista della difesa della rivoluzione cubana dagli attacchi degli USA, da quelli militari come quelli economici tutt’ora in vigore con il bloqueo. In questa difficile situazione ha saputo trovare la strada per la costruzione del socialismo, dell’eguaglianza, della dignità e della libertà del popolo cubano. Ciao compagno Fidel, comunista non pentito, grazie per quel che hai fatto, riposa in pace. 

Continueremo la tua lotta per la dignità dei popoli, la giustizia e la libertà.

Paolo Ferrero

#LeaderMaximo; lascia una Cuba colta e istruita

Con la scomparsa di Fidel Castro si chiude definitivamente la Guerra Fredda. E questo perché il Comandante della rivoluzione cubana era l'unico autorevole protagonista in vita di uno scontro ideologico, economico e politico che aveva visto il mondo diviso in due blocchi contrapposti per mezzo secolo. Cuba, una piccola isola caraibica, è stata un gigante politico per il peso che la Rivoluzione di Fidel e di Che Guevara del 1959 ebbe sull'America Latina e su tutto il mondo, ma anche per la sua vicinanza geografica al gigante statunitense.

Fidel è stato infatti l'uomo più bersagliato dalla CIA che tentò in tutti i modi di eliminarlo fisicamente e la sua Cuba è stata la zanzara fastidiosa che punzecchiò l'impero dall'interno del suo cortile di casa. Il prezzo per questo protagonismo cubano è stato l'alleanza di ferro con l'Unione Sovietica che l'avvocato liberal-democratico Fidel dovette accettare, ma sempre alla cubana. Permettendo ad esempio che continuasse a funzionare regolarmente la Chiesa cattolica, la santeria afrocubana e la massoneria. L'ideologia di Fidel si è più ispirata alle idee del poeta-patriota José Martì che combatté contro gli spagnoli alla fine dell'800, che al marxismo-leninismo. Il vero collante della Rivoluzione non è mai stato infatti la dimensione ideologica, ma l'aspirazione all'indipendenza dal vicino del Nord.

Fidel è stato implacabile nel gestire il potere impedendo l'emergere di altre figure che potessero fare ombra al suo ruolo di guida. Nella sua Cuba, il dissenso e la libertà di stampa sono state represse non tanto in nome dell'ortodossia politica, ma perché Cuba, anche grazie all'embargo e ai madornali errori politici di Washington, si è sempre considerato un paese in guerra. La transizione complessa e travagliata è ormai in corso da tempo. Il fratello minore Raul ha ottenuto praticamente la fine dell'embargo e il beneplacito di Washington al suo modello di stampo cinese che Fidel non amava tanto.

La Cuba che lascia il Comandante è un paese colto e istruito, con buoni medici e insegnanti, con incredibili artisti e musicisti, con una grande sete di apertura e di rinnovamento. La Cuba della Revolución probabilmente finisce qui, il sogno di Fidel e dei suoi barbudos viene consegnato alla storia come una pagina imprescindibile del '900.

Alfredo Luís Somoza





Alfredo Luís Somoza

#LeaderMaximo, il fratello Raul annuncia a Cuba la sua scomparsa

"Caro popolo di Cuba: é con profondo dolore che compaio per informare il nostro popolo, gli amici della Nostra America e del mondo, che oggi 25 novembre del 2016, alle 10.29, ore della notte, é deceduto il comandante in capo della Rivoluzione Cubana Fidel Castro Ruz".

Così, trattenendo a stento la commozione mentre legge un breve testo alla tv statale cubana, Raul Castro ha annunciato la morte del fratello. "Nel compiere l'espressa volontá del compaño Fidel i suoi resti saranno cremati domani sabato 26" (oggi, ndr.), continua il presidente cubano. "La commissione che organizzerà i funerali darà al nostro popolo un'informazione dettagliata sull'organizzazione dell'omaggio postumo che verrà tributato al fondatore della 'Revolucion Cubana'. Hasta la victoria siempre", conclude il messaggio Raul Castro. Cuba ha proclamato 9 giorni di lutto nazionale per la morte di Fidel Castro a partire da oggi.


LA VITA DEL LEADER MAXIMO

Fidel Castro, eroe per la sinistra nel mondo e dittatore sanguinario per i nemici, e' stato protagonista di una piccola isola caraibica per quasi sessant'anni, sulla scia della sua tenace battaglia contro la maggior potenza del mondo, gli Stati Uniti. Nato a il 13 agosto 1926 a Biran, figlio del proprietario terriero spagnolo Angel Castro e della cubana Lina Ruz, ha studiato prima nei collegi La Salle e Dolores di Santiago de Cuba, poi, dal 1941 al 1945, a L'Avana, nella prestigiosa scuola gesuita di Belen, periodo che incide fortemente nella sua formazione culturale, così come in quella del fratello, Raul. Qualche anno dopo la laurea in legge si candida alle presidenziali, progetto subito frustrato per il golpe del 10 marzo di Fulgencio Batista. La sua risposta è l'assalto alla Caserma della Moncada, il 26 luglio 1953. Per Fidel fu un disastro: i ribelli vennero catturati e 80 di loro fucilati. Catro è condannato a 15 anni di prigione e, nella sua difesa finale, pronuncia il famoso discorso su 'La storia mi assolverà', in cui delinea il suo sogno rivoluzionario. Dopo il carcere, amnistiato, va in esilio negli Usa, poi in Messico: è qui che conosce Ernesto Guevara. Insieme al 'Che', Raul ed altri 79 volontari, nel'56 sbarca nell'isola a bordo del 'Granma'. Il gruppo, sorpreso dalle truppe di Batista, viene decimato: in 21 riescono a rifugiarsi nella Sierra Maestra. I due anni di guerriglia mettono alle corde il dittatore. Il 1/o gennaio 1959, i 'barbudos' entrano trionfalmente a L'Avana. Castro lo fa qualche giorno dopo. Fino al trionfo della 'revolucion', l'isola viveva del commercio con Washington. Dopo la presa del potere di Fidel, il paese divenne un campo di battaglia della 'guerra fredda'. Cuba riesce comunque a resistere al duro embargo americano e ad un attacco militare, quello della 'Baia dei Porci', organizzato dalla Cia formato da cubani reclutati all'estero.

E' poi stata al centro della crisi dei missili nel 1962 che ha rischiato di trascinare il mondo in una guerra nucleare mondiale. Forte di un inossidabile carisma e affascinante capacità oratoria, Fidel è stato per decenni il 'nemico numero uno' di Washington: con il risultato che, mentre accresceva la sua dipendenza dall'Urss, appoggiava i movimenti marxisti e le guerriglie in America Latina ed in Africa, diventando tra i leader del movimento dei Paesi non Allineati. Nel frattempo, si sposa con Dalia Soto del Valle. Hanno cinque figli: Alexis, Alexander, Alejandro, Antonio e Angel. Il 'lider maximo', con una vita privata nella quale realtà e mito s'intrecciano, è 'sopravvissuto' a dieci presidenti Usa e - ha più volte ricordato - a 600 attentati. Perfino nel crepuscolo del suo mandato, Fidel e il sistema politico cubano sono riusciti nel bene e nel male a resistere alla disintegrazione socialista e al crollo dell'Urss nel '91. Per i cubani, Castro è stato il 'Comandante', oppure semplicemente Fidel, sul quale sono state costruite tante 'storie': "non dorme mai", "non scorda nulla", "è capace di penetrarti con lo sguardo e sapere chi sei", "non commette sbagli".

Castro ha d'altro lato esibito una devozione per le cifre e dati, nascondendo caratteristiche come il pudore e lo scarso interesse, raro per un cubano, per la musica e il ballo. Ha sempre avuto una salute di ferro fino all'improvvisa e grave emorragia all'intestino avuta al rientro di un viaggio dall'Argentina poco prima di compiere 80 anni. Malato, dopo aver delegato il potere al fratello Raul - prima in modo provvisorio il 31 luglio 2006, poi definitivamente nel febbraio 2008 - ha così cominciato il conto alla rovescia verso la fine di una vita leggendaria. L'era di Fidel si scioglie lentamente, in mezzo a una nuova Cuba ogni volta più 'raulista', tra una serie di riforme economiche e la mano ferma del potere sul fronte politico: di sicuro una transizione, la cui portata è però difficile da capire. La data chiave della nuova era è il 17 dicembre 2014: quel giorno, a sorpresa e con la mediazione di Bergoglio, L'Avana e Washington annunciano il 'disgelo' bilaterale. Fidel assiste da lontano al 'deshielo', ogni tanto scrive qualcosa ribadendo concetti quali la 'sovranità nazionale' e il 'no all'impero'. Ma in sostanza a dettare il ritmo dei cambiamenti ormai è Raul. 'Ucciso' più volte dalle reti sociali, e con lunghi periodi di assenza dal pubblico, i limiti al suo mandato Fidel li aveva fissati nel 2003, dirigendosi ai cubani: "Rimarrò con voi, se lo volete, finchè avrò la consapevolezza di potere essere utile, se prima non lo decide la stessa natura. Nè un un minuto prima nè un secondo dopo".

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