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mercoledì 18 gennaio 2017

#TerremotoItalia; @crocerossa in azione: registrati crolli e alcune persone isolate

La Sala Operativa Nazionale della Croce Rossa Italiana ha attivato tutti i suoi centri operativi per fronteggiare l’emergenza neve in Centro Italia, cui si sono aggiunte forti scosse di terremoto registrate nelle ultime ore tra le province di Rieti e L’Aquila.

Al momento vengono rilevate criticità in alcune frazioni di Amatrice: a Collecreta sono 7 i nuclei familiari bloccati a causa delle copiose nevicate e delle scosse. Stessa situazione nella zona di Bagnolo e San Martino, dove la neve ha raggiunto il metro e mezzo di altezza. A Cossara 15 persone isolate. Rimangono sotto continuo monitoraggio le aree di Capitegnano e Montereale. Diversi i crolli fino ad ora registrati.


Sin dai primi momenti dopo la prima scossa, Croce Rossa sta svolgendo operazioni di supporto al 118 per via delle numerose chiamate provenienti dai cittadini. Inoltre, è stato attivato il corpo militare, che sta raggiungendo la zona con veicoli medi e ruspe. Già movimentate da ieri motoslitte e altri veicoli in grado di spostarsi sulla neve.



#TerremotoItalia; donazioni attraverso @crocerossa e @PosteNews

Ora, più che mai, c'è bisogno dell'aiuto di ognuno per le popolazioni colpite dal terremoto del Centro Italia.













#TerremotoItalia; prosegue la raccolta con il numero solidale 45500

Prorogato al 14 febbraio il termine per la raccolta fondi destinata alla ricostruzione e alla messa in sicurezza degli edifici scolastici delle regioni colpite dal sisma.




#TerremotoItalia; eventi sismici tra le province di L'Aquila e Rieti

A seguito degli eventi sismici registrati dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia tra le regioni Lazio e Abruzzo alle ore 10.25 con magnitudo 5.3, alle 11.14 con magnitudo 5.4 e alle 11.25 con magnitudo 5.3, la Sala Situazione Italia del Dipartimento della Protezione Civile, in raccordo con la Dicomac insediata a Rieti, si è messa in contatto con le strutture locali del Sistema nazionale di protezione civile, oltre che con le strutture operative già dispiegate da mesi sul territorio.


Dalle verifiche effettuate, gli eventi – con epicentri individuati tra i comuni di Montereale, Capitignano, Amatrice, Campotosto, Barete, Pizzoli e Montereale – sono risultati avvertiti dalla popolazione, e sono in corso tutte le necessarie verifiche per eventuali danni a persone o cose.


la marcia delle donne. perché unite nella #protesta e non nella proposta?

Questo post parla di politica, di potere e di partiti. Vi avviso: parla di donne. Quindi interessa tutti. Parte da una data: sabato 21 gennaio. Una data non casuale, perché segue di 24 ore l'insediamento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

Quel giorno, a Washington, si terrà una marcia delle donne che si annuncia imponente. Il progetto politico, che parte dal presupposto che "i diritti delle donne" sono "diritti umani", pone le donne alla testa di un movimento a difesa dei diversi, dei più deboli (dagli immigrati agli omosessuali ai disabili) che, recita il manifesto, sono stati insultati e demonizzati nella scorsa campagna elettorale.

Le donne, che non sono state sufficientemente unite per eleggere la prima di loro a capo degli Stati Uniti, cercano ora quella forza e quella rappresentanza che possa contrapporsi al presidente entrante. Ma quanto contano le donne nella vita politica, quanto riescono a imporre visioni, strategie e, ultimo ma altrettanto importante, persone che le rappresentino?

Questa domanda interessa gli uomini. Interessa le donne. Anche te, che di quote e di battaglie per la parità non vuol sentir parlare perché tanto conta il merito e tu sai che potrai ottenere quello che vuoi indipendentemente dal tuo sesso. E riguarda te che, sul lavoro, dalle altre non hai mai ricevuto né aiuto né supporto. Tu che pensi che siano proprio le donne le peggiori nemiche delle donne, perché quando raggiungono il successo professionale si dimenticano delle altre, o peggio le ostacolano. E infine parla a te che sei arrivata dove volevi grazie alle tue capacità e per questo ritieni di non dover restituire aiuto e sostegno a nessuna.

La domanda non è tanto perché le donne non aiutino le altre donne, quanto piuttosto perché le donne, spesso unite nella protesta, non lo siano nella proposta e non giochino quindi vere battaglie di potere, che non significa guadagnare posizioni per se stesse, ma per il nucleo di persone che fa loro riferimento. La prova di questa carenza è che non esiste in Italia un segretario di partito donna. Ancora, nei partiti politici tutti divisi, senza eccezioni, in correnti, non esiste un capocorrente di sesso femminile. Le donne possono diventare ministre, presidenti di istituzioni. Ma restano in posizioni singole, isolate, dalle quali non deriva la rappresentanza di un'area culturale.

Facciamo un passo indietro e avviciniamoci alla sfera affettiva. Torniamo sui banchi di scuola. Credo che ognuna di noi abbia vissuto, almeno una volta a partire dagli anni dell'infanzia, dell'adolescenza e della prima gioventù quell'appagante esperienza che è l'amicizia femminile. Qualcuno la chiama efficacemente "sorellanza", ed è una sensazione unica di complicità che porta a riconoscersi nell'altra e quindi a manifestarsi nella propria autenticità, senza sovrastrutture, senza pregiudizi. Le amiche si parlano, si confidano, si consigliano, e soprattutto si aiutano.

Le donne si aiutano quando gli amori vanno male, quando lo studio si fa pesante, quando la famiglia di origine è pressante, poi quando i mariti e i figli presentano problematicità. Parallelamente arriva il lavoro e la carriera e lì, improvvisamente e salvo eccezioni, ecco che l'incanto si spezza. Generalizzando, tra donne non si conoscono più complicità e alleanza, ma conflitto e rivalità.

Ovviamente non è possibile applicare il metro del legame amicale al diverso e inevitabilmente meno intimo legame professionale. Eppure anche nella sfera personale non è stato sempre così. Il simbolico femminile, quello che abbiamo assimilato dalle fiabe ci imponeva un modello relazionale permeato dal conflitto e dalla rivalità. Lì, nel mondo dell'immaginario infantile, non esiste la "sorellanza", ma le sorellastre di Cenerentola.

C'è la strega di Biancaneve che vuole ucciderla per non esserne scavalcata in bellezza. Rivalità che ha un unico scopo: la conquista del Principe. La letteratura e la storia sono piene di esempi di questa condanna a contendersi l'uomo. Jane Austen la descrive con ironica amarezza, la Moll Flanders di Defoe si fa strada seducendo. Oppure i tanti esempi raccontati nei libri di Benedetta Craveri: donne intelligenti, spesso più degli uomini, che riuscivano ad affermarsi solo attraverso la benevolenza maschile, e quindi erano perennemente in conflitto tra loro proprio per accaparrarsene i favori.

Le conquiste femminili ci hanno portato ad accantonare tutto ciò. La nostra affermazione non passa più attraverso un "buon matrimonio". In questo hai ragione, sorella, quando pensi che puoi farcela con la forza del tuo merito. Una donna non vale più solo in riferimento al maschio che la sposa o la nutre ed è oggi considerato naturale che una ragazza abbia in testa prima la realizzazione professionale e poi quella affettiva.

Per dirla in parole spicce, le donne hanno smesso di litigarsi il fidanzato, o almeno se lo contendono allo stesso modo con cui i ragazzi si contendono le ragazze. Privandolo cioè della funzione salvifica. Anche per questo, nel privato, abbiamo raggiunto una complicità simile a quella maschile, con l'intensità propria che è data dallo specifico femminile, fatto di cura, attenzione, lettura interiore.

Perché allora non applicare queste best practices anche nel campo pubblico? Essere leader non vuol dire solo raggiungere posti di comando, che a poco servono se non rafforzano una squadra e un progetto. Le donne sconfiggeranno la propria subalternità solo se sapranno valorizzare i talenti delle altre, senza timore che le altre possano oscurarle. Occorre avere con il potere lo stesso rapporto di libertà che abbiamo raggiunto rispetto agli uomini perché non è il nostro singolo posto al sole che ci salverà.

Gli uomini, abituati a combattere battaglie, sanno che queste non si vincono da soli, ma facendosi affiancare da bravi ufficiali. Le donne, use ad affrontare tante difficoltà pratiche ed emotive hanno scoperto che le si risolve meglio con l'aiuto delle altre.

Se noi donne restiamo nella logica dell'Eva contro Eva saranno solo i superficiali ad avvantaggiarsene. E noi abbiamo bisogno di competenze, soprattutto nei giorni in cui si nomina fino all'abuso l'affermarsi della cosiddetta post verità. Il puerile trionfo della menzogna e della demagogia che secondo molti osservatori avrebbe contribuito a eleggere proprio quel Trump contro cui le donne sabato scenderanno per le strade della capitale americana.

La società non può fare a meno dei saperi femminili. Dello sguardo curioso e accogliente delle donne. Ma solo le donne possono valorizzarsi fra loro. Non solo e non tanto nel nome di una generica e buonista "sorellanza", ma con la consapevolezza che solo strutturando gruppi in una logica di merito possiamo costruire il futuro. Affermare un'egemonia che, guarda il caso, a differenza di "potere", è un termine femminile.


Serena Bortone


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la rivolta delle #donne americane: un evento mondiale

Trump non è la malattia, Trump è il sintomo. Parole di Tamika Mallory, co-organizzatrice e perfetta icona della Marcia delle donne che si svolgerà il 21 gennaio a Washington. Perfetta icona perché è giovane, perché è donna e perché è nera, disegnando così un identikit delle categorie che questa marcia dice di voler rappresentare.

All'indomani dell'insediamento di Donald Trump, infatti, 300 associazioni americane si sono date appuntamento vicino alla Casa Bianca per difendere i diritti di tutte le minoranze e di tutte le categorie discriminate. Sarà una delle più grandi manifestazioni per i diritti civili dagli anni Sessanta, dicono.

Le donne ci mettono la faccia, l'organizzazione e l'indignazione (contro il misogino Trump), ma a fare massa ci sarà di tutto: dalle organizzazioni ambientaliste a quelle per i diritti dei carcerati, dai chi lotta contro le discriminazioni razziali a chi invoca limita alla vendita di armi. Perché tutte le battaglie per i diritti hanno a che fare con le donne.

Sembra ovvio, dato che le donne e uomini fanno entrambi fanno parte del genere umano. Ma le donne che scendono in piazza a Washington dicono qualcosa di più. Dicono di sentirsi chiamate in causa in tutte queste battaglie proprio in quanto donne. La battaglia contro le armi? È femminista perché le donne sono 16 volte più a rischio di un uomo di finire colpite da un proiettile e ogni mese ne vengono uccise 50 solo negli Usa da partner o ex partner.

L'ecologia e la lotta al surriscaldamento climatico? È femminista perché l'esigenza di un ambiente sano è prioritaria per le madri che pensano a come crescere i loro figli, sostengono i rappresentanti del Natural resource defence council (che aderisce alla manifestazione).

Ancora non sappiamo quanti parteciperanno alla Marcia delle Donne - a Washington e nelle 370 città del mondo che hanno aderito all'evento - ma secondo la pagina dell'evento su facebook sono circa 200mila le persone che vogliono andare a Washington, e sono 1200 gli autobus di manifestanti che hanno già ottenuto il permesso di parcheggiare allo stadio Robert Kennedy.

Raggiungere i 5 zeri sarà comunque un bel successo per gli organizzatori, che hanno organizzato una manifestazione quasi dal nulla, anzi da un post su facebook di due mesi fa sulla pagina di una semplice cittadina dell'Ohio, che aveva invitato 40 amiche a marciare per i diritti delle donne e contro la misoginia espressa dalla campagna elettorale di Trump.

Il successo nei numeri, però, lascia inevasa una domanda: chi è quel "noi" sotteso dallo slogan "Ascoltate la nostra voce?". Di categorie escluse dalla manifestazione ce n'è soltanto una ed è quella dei pro-life, ovvero degli antiabortisti, che inizialmente sembravano aver aderito alla manifestazione per poi essere banditi da un comunicato ufficiale delle organizzatrici, che si sono dichiarate pro choice, e cioè per la libertà di scelta.

Un residuo di femminismo "old school" che naviga in un mare di politically correct. I poster che pubblicizzano la manifestazione mettono in primo piano una donna velata, una volta col pugno alzato, una volta con la bandiera americana messa come chador. Vaglielo a dire alle organizzatrici che se una femminista doc vede una col fazzoletto in testa non le rivolge neanche la parola. E che una donna musulmana osservante col cavolo difenderà la libertà di scelta di chi esercita il diritto all'aborto.

Le contraddizioni sono nel dna di questa manifestazione, che punta a essere grande e accogliente ma per farlo esclude e respinge. Gli uomini per esempio. Siccome bisogna rappresentare e difendere le donne, gli uomini è bene che se ne stiano da parte. Possono pure venire, ma come membro di una "famiglia" e non come "maschi" che come al solito si vogliono prendere la scena anche quando la festa l'hanno organizzata le femmine.

Poi c'è il discorso delle minoranze. Siccome bisogna rappresentare e difendere i più bistrattati, anche le donne bianche e wasp devono fare un passo indietro e possibilmente non farsi intervistare dai giornalisti. In alcuni casi meglio che non vengano proprio - come ha deciso di fare Jennifer Willis, ministro matrimoniale e sostenitrice delle unioni gay in South Carolina, che non ci sarà perché un'attivista blogger l'ha accusata di voler andare a Washington per difendere la supremazia bianca.

Il politically correct fa parecchi caduti, dunque, ma fa anche tanto colore. I video e i flyer dell'organizzazione avvertono che al corteo ci saranno servizi igienici per tutti i sessi (gender toilet), spazi dedicati a tutte le categorie più deboli (disabili e donne incinte) e interpreti per sordomuti. Contemporaneamente ricordano alle mamme che sarà freddo e se vogliono portare i figli devono mettergli la sciarpa e il cappello.

Sì ai cartelli ma senza bastone, no agli zaini e alle shopper (borse grandi) e infine tutti tranquilli: oltre alla polizia ci saranno anche guardie specializzate in controllo non violento. Mi raccomando, il messaggio è positivo (sosteniamo i diritti di tutti) e non negativo (i cartelli "stupra Melania" non sono ammessi).

Tra tante voci discordanti, comunque, le previsioni più "rosee" sulla partecipazione all'evento le fanno le attiviste di pussyhat, quelle che stanno preparando un milione e 170 cappellini rosa per chiunque partecipi al corteo. Da due mesi stanno sferruzzando per creare una marea umana di teste incappucciate con le orecchie da coniglietto. Chissà se se lo metteranno anche sopra il chador.


Cecilia Tosi


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l'omogenitorialità come nuova inchiesta sociale

Uno dei temi sicuramente più scottanti e, per certi versi, pregnanti quando si entra nell’alveo di quella che è la “famiglia arcobaleno” è certamente quello dell’omogenitorialità, che vede schierati da una parte molti pro e dall’altra una legione di contro. Ad essere onesti, tutti noi che ci occupiamo di trattare questo tema così forte e delicato al contempo abbiamo a cuore la salute del bambino.

Eppure, inspiegabilmente, questo slogan è quasi sempre una bandiera riconosciuta unicamente a coloro che parteggiano per la fazione opposta, quasi come se chiunque sostenesse la genitorialità omosessuale fosse disinteressato a tale principio. Fare chiarezza non è semplice, poiché ci troviamo al giorno d’oggi in una società profondamente razionalizzata, dove il valore della scienza, del dato e del numero ha rimpiazzato (non sempre pro bono publico) il buonsenso e l’affettività.

La psicologia, nelle sue numerose branche e declinazioni scientifiche, la psichiatria e la psicoterapia hanno tentato di dare una risposta a questa domanda, con i mezzi attualmente a disposizione: stiamo parlando di un fenomeno umano ancora in corso e nel pieno del suo svolgimento, pertanto le risposte non sono chiare e definitive. Molte ricerche sono state compiute in ambiente anglosassone, dove l’omogenitorialità è presente da molti anni in maniera socialmente accettata, e tali studi non hanno messo in luce nessuna sostanziale differenza nello sviluppo bio-psico-fisico del bambino rispetto a coloro che sono cresciuti in famiglie tradizionali. Alcune ulteriori analisi americane condotte da Regnerus (2012) hanno nondimeno messo in luce come i figli omogenitoriali siano soggetti a un elevatissimo tasso di disadattamento, a smentita di quanto sostenuto dalle ricerche inglesi. Tuttavia, questa presunta confutazione arriva da un ambiente molto vario nella tipologia di approccio al tema (condurre un simile esperimento in Texas, dove è effettivamente stato svolto, o a New York può influenzare grandemente il risultato) e nessuno ha tenuto conto che il background socio-culturale ha il peso principale nello strutturarsi di situazioni di pregiudizio1 e di disadattamento. Questo fenomeno ha matrice esterna alla famiglia e si può risolvere con molta semplicità: il bambino, inserito in una società non discriminante sulla sua situazione famigliare, non vivrebbe il disadattamento sopracitato perché non riceverebbe pressioni sociali e discriminazione. Ne deriva pertanto uno svantaggio che non ha niente a che vedere con le opportunità di crescita e sviluppo che sono offerte dall’ambiente famigliare in sé, ma che è esterno ad esso; risulta pertanto un fattore da considerare a livello di società e non di singolo individuo o di nucleo famigliare.

Concentriamoci ora su approcci diversi, che si sono dedicati allo studio delle dinamiche interne alla famiglia. Molte delle critiche che vengono fatte agli studi favorevoli all’omogenitorialità, come ad esempio quello svolto dall’APA (American Psychological Association) nel 2005, la quale ha definito che anche le coppie diverse da quelle eterosessuali non siano “unfit to be parents”, quindi non siano da reputare inadatte a essere genitori, pongono l’accento sul fatto che essere “non inadatti” non equivale a essere “ottimali”. In termini puramente grammaticali, si può anche essere tentati di lasciarsi cullare da questo splendido uso della lingua; tuttavia, in termini pratici questa critica non sembra cogliere il punto della questione: se stessimo a valutare con esattezza ogni variabile statistica, economica e biologica che rende una coppia “non ottimale”, penso che nessuno riuscirebbe più ad avere l’autorizzazione per avere figli. Definire una famiglia “ottimale” in termini di variabili come se fosse uno studio di funzione matematico lo trovo quantomeno riduttivo e riduzionista. Altre critiche tra quelle principalmente mosse agli studi interessati all’argomento muovono da motivazioni metodologiche: sostengono esista una non congrua quantità di soggetti analizzati nel campione per sostenere dei risultati attendibili; che vi sia una disomogeneità nella scelta del campione, dettata da una non attenta considerazione delle realtà gay o lesbo; che vi sia una non completamente opportuna scelta nella realtà genitoriale eterosessuale rispetto a quella omosessuale, sostenendo che la difficile scelta omogenitoriale predisponga a una cura più attenta dei figli, mentre nella scelta dei campioni eterosessuali non si sia tenuto conto della condizione socio-culturale e motivazionale.

Alla fine di questa disamina critica, vorrei sollevare una questione: ma a noi davvero interessa valutare, come fosse una gara, chi cresce meglio? E se sì, di che principi stiamo parlando, a cosa facciamo riferimento? Un confronto senza esclusione di colpi tra coppie etero e omogenitoriali che veda la vittoria o la morte? O ci interessa, come detto all’inizio, la corretta e ottimale crescita del bambino?

In conclusione, quello che si può trarre da queste considerazioni è che la formazione di una famiglia e, più di tutto, l’analisi di un nuovo approccio alla genitorialità “altra” o omogenitorialità sono campi che vanno trattati con speciale cura e attenzione. Dalle ricerche citate, appare evidente come i figli omogenitoriali inseriti in un corretto ambiente socio-culturale, e con ciò intendo un background che si dimostra accogliente verso questa tipologia di parenting, non fanno emergere alcuno stato di disagio e di disadattamento in merito all’inserimento sociale e alle pari opportunità offerte a questi bambini, che peraltro risultano inseriti in famiglie profondamente motivate verso l’accudimento del minore. Questo appare inconfutabile anche dalle testimonianze delle numerose famiglie arcobaleno che hanno figli e che li crescono al massimo delle loro capacità e dando loro tutto l’amore che si possa desiderare ricevere. Nelle famiglie omogenitoriali i figli risultano maggiormente educati all’accettazione di ciò che è diverso, al riconoscimento della strutturazione consapevole e reciproca dei rapporti e all’indipendenza dalle pressioni sociali indebite, oltre che alla resistenza al conformismo (J. Laird, 2003). A sostegno di ciò, e forse in virtù del comprendere meglio questa dinamica, c’è da sottolineare come le famiglie con coppia omosessuale non possano contare sulla identità dei ruoli materno-femminile e paterno-maschile. Al contrario tali ruoli vanno negoziati all’interno della coppia e co-costruiti in una quotidianità spesso contraddistinta dalla discriminazione e dal pregiudizio (D. Lasio, 2006). Questa situazione, che si riflette assai probabilmente sulla psiche del bambino, lo predispone alla contrattazione intersoggettiva dei ruoli sociali (e, di conseguenza, alla tolleranza) piuttosto che all’imposizione di tali ruoli anche all’esterno della realtà di coppia.

Quel che trovo certo, e su questa posizione reputo che nessuno possa sentirsi offeso, è che se si concedesse ai genitori meritevoli, omo o eterosessuali che siano, la possibilità di prendersi cura e di donare il loro amore a dei bambini abbandonati, orfani o provenienti da situazioni di disagio famigliare, doneremmo non solo la felicità dell’essere genitori a persone che lo desiderano, ma offriremmo anche un più roseo futuro a questi bambini. La gioia dell’accudimento, del poter essere padri e madri amorevoli e bambini amati può curare molte più ferite, fisiche e psichiche, di quante non possa farne la filosofia perbenista di chi pensa che sia meglio per loro una ben più discreta e sicura permanenza negli orfanotrofi.

Stringo Jacopo


1_ Con il termine “pregiudizio”, in questo caso, si intende una serie di atteggiamenti sociali o credenze cognitive squalificanti, che originano da emozioni ingiustificatamente negative, a cui spesso seguono dei comportamenti ostili e/o discriminatori nei confronti dei membri di un gruppo, sia esso etnico, sociale o religioso, per la loro sola appartenenza ad esso (Brown, 1995). Il pregiudizio è pertanto definibile l’esito di un processo che porta a giudicare in maniera negativa un soggetto solamente basandosi sulla sua appartenenza a un gruppo specifico (Voci, Pagotto, 2010).


l'estate del mio primo #comingout

Nella vita di una persona omosessuale coming out è una parola da declinare al plurale, perché ce ne sono tanti di svelamenti: verso amici, genitori, colleghi. Ogni volta è come togliere un sassolino, talvolta un macigno, dalle proprie tasche e rendersi più leggeri, pronti ad avviarsi verso la propria libertà.

Ricordo ancora la prima volta che dissi a qualcuno, la mia amica Elsa, di essere gay. Era d’estate. I tempi del liceo, quelli delle confidenze e delle prime volte. I tempi in cui scoprirsi per un adolescente gay può assumere il significato letterale di svelarsi al mondo per quello che si è.
Mi basta chiudere gli occhi per ricordare quella sensazione di vitalità dopo un lungo periodo di torpore. Gli anni precedenti erano stati segnati dalla paura e dal bullismo dei miei compagni di classe. Avevo scelto di rendermi invisibile, mimetizzandomi con le pareti verdi e gialle dell’aula, giù in fondo agli ultimi banchi. Ero il ragazzo di cui nessuno si accorgeva, che parlava poco e di cui certo nessuno ambiva la compagnia durante le ore extra-scolastiche, in quei pomeriggi passati a bighellonare nei centri commerciali della città. Avevo serrato i sogni in una cassaforte e con essi il desiderio di poter essere amato e accettato, in attesa di tempi migliori, come durante un letargo.
E adesso, dopo un lungo inverno, assistevo al disgelo. Parlare di me, di quel mio ‘segreto’ era come riportare la luce in un vecchio scantinato: nel buio si erano agitati fantasmi, ma si erano nascoste anche le mie fantasie di un riscatto futuro.

Come in un flash back, rieccomi al lontano 2005. Tremo. Un sms dopo l’altro e sono sempre più vicino alla confessione. “Ecco, sai quella xsona ke mi piace” – “Sì, vabbè … qst famosa ragazza … ma si può sapere cm si kiama?” – “Ehm… veramente nn è una ragazza, mi piace Salvatore, il tuo compagno di classe” – “Nooo, ma davvero? Dai non l’avrei mai detto”.

Non dimenticherò mai il senso di liberazione nel poter parlare del mio Salvatore (mai nome fu più simbolico) facendola finita con tutte quelle inutili contorsioni linguistiche del tipo: “Eh, sì c’è una persona che mi piace, ma non so se io piaccio a questa persona”.

Se è vero che l’etimologia di persona deriva dal latino e vuol dire maschera, io l’avevo tolta quella maschera. Non ero invaghito di una ‘persona’, ma di Salvatore. Da mesi … lo seguivo come un segugio (oggi diremmo pure come uno stalker). Immaginavo il mio approccio con lui e nella fantasia era tutto perfetto. Era così bello fantasticare sul nostro primo bacio, quanto penoso confrontarmi con la realtà dei fatti: andavo nel pallone solo a vederlo passare a distanza ravvicinata, come avrei potuto trovare il coraggio di parlarci? E come avrei fatto a sapere se anche lui fosse gay? L’anno scolastico era agli sgoccioli e queste domande mi tormentavano più del pensiero delle imminenti interrogazioni che rubavano, a causa dello studio intenso, interi pomeriggi ai miei voli pindarici.

La prospettiva di rivederlo a settembre sembrava angosciante. Tra me e lui si frapponeva adesso un’intera estate, una delle ultime così interminabilmente lunghe. Quei pigri stand-by fatti di puntate del festivalbar, della calura delle notti estive e del sapore acquoso delle angurie che si sciolgono in bocca mi sembravano allora una terribile maledizione. Mi chiedevo se avessi mai trovato il coraggio di dichiarargli il mio amore e aspettavo il ritorno del più mite autunno.

Quel coraggio lo trovai. Prese la forma di una lettera, una lunga lettera d’amore. La più bella, forse l’unica, che abbia mai scritto. C’avevo messo il cuore. Quello stesso cuore che allora mi balzava fuori dal petto per l’emozione.
“Allora, gliel’hai data?” – chiedo in preda al panico ad Elsa – “Sì, l’ha letta”. “E cos’ha detto?” – “Che è la più bella lettera che gli abbiano mai scritto, ma che non può ricambiare” – “non gli piacciono i maschi come a te”, aggiunge.

Insomma, come avrete capito, questa storia, almeno per il momento, non ha un lieto fine. Il mio profetico Salvatore non finisce per salvarmi dai miei turbamenti adolescenziali. Verranno altri amori e ci saranno altre storie più in là nel tempo, ma di Salvatore serberò sempre un tenero ricordo. Lo stesso che provo ripensando a me.

So che oggi vive e lavora in una grande città, lontano da qui. Sono le ultime voci che mi giungono su di lui. Forse non saprò mai come sarebbe stato baciarlo, ma non conta. Gli sono comunque grato. Ogni persona porta con sé un messaggio e una benedizione. Salvatore è stato il trampolino di lancio per andare oltre le mie paure. Che lo sappia o no.


Ivan


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le cose cambiano : #lgbtq in aumento!

It gets better, le cose cambiano: lo slogan del progetto lanciato nel 2010 dal giornalista statunitense Dan Savage e da suo marito Terry Miller non mente. Secondo una ricerca di Gallup, nell’arco di appena 4 anni (dal 2012 al 2016) gli americani che si identificano personalmente come LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) sono passati dal 3,5 al 4,2% della popolazione. E se uno 0,7% in più può sembrare poco rilevante, pensare che si tratta di 1,75 milioni di persone cambia la prospettiva.

Questo aumento impressionante è legato esclusivamente alla cosiddetta Generazione Y (o millenial), nata a partire dagli anni Ottanta: sono ragazze e ragazzi che hanno vissuto un’adolescenza in una società sempre più aperta alla differenza sessuale, in cui accettare la propria identità di genere o il proprio orientamento sessuale è diventato meno difficile e traumatico che in passato. Come ricorda Gallup, “nel luglio 1986 solo il 32% appoggiava la legalizzazione delle coppie omosessuali. […] Dal 1999, quando i primi millenial sono diventati adulti, metà degli americani ha appoggiato la legalizzazione e, nel maggio 2016, la percentuale è salita al 68%”.

Così ben il 7,3% della Generazione Y si identifica come LGBT, contro il 3,2% della Generazione X (nata dal 1965 al 1979), il 2,4% dei “baby boomer” (nati dal 1946 al 1964) e l’1,4% della generazione più anziana dei “tradizionalisti”. Il peso di questa nuova generazione meno oppressa dal pregiudizio è così rilevante che oggi ben il 58% delle persone che si identificano come LGBT ha meno di 37 anni.

Eppure la ricerca di Gallup (link) non è molto interessante solo perché mostra con così grande evidenza la forza di una società che cambia, di ostacoli che vengono superati, di prospettive che si aprono. Emergono altri elementi importanti, che tracciano un ritratto delle persone LGBT molto lontano dagli stereotipi più comuni e persino dall’immagine che gli stessi media della comunità diffondono.

Per esempio, anche se i gay hanno molta più visibilità mediatica delle lesbiche, in realtà le donne si riconoscono come LGBT più spesso degli uomini (4,4 contro 3,7%). E soprattutto negli ultimi 4 anni tra le donne l’identificazione in una minoranza sessuale è cresciuta a un ritmo molto più evidente che tra gli uomini (+0,9 punti percentuali contro +0,3).
Anche dal punto di vista etnico la rappresentazione mediatica è molto falsata: sui media LGBT le persone “coloured” sono ancora molte meno dei bianchi, eppure la comunità è molto diversa da questa immagine quasi a tinta unita. A differenza degli stereotipi, i bianchi non sono i più propensi a identificarsi come LGBT, anzi sono i meno propensi: solo il 3,6% si dichiara omosessuale, bisessuale o transgender. La percentuale sale al 4,6% tra i neri, al 4,9% tra gli asiatici e al 5,4% tra gli ispanici. Nelle etnie ancor più minoritarie il dato sale addirittura al 6,3%.

E che dire della questione economica? Mentre i siti gay parlano così spesso di oggetti ipertecnologici, vestiti di marca e articoli di lusso, ecco che si scopre che a identificarsi di più come LGBT sono le persone che guadagnano meno: lo fa il 5,5% di chi ha un reddito inferiore a 36mila dollari l’anno, rispetto al 4% di chi fattura fino a 90mila dollari e al 3,7% di chi ha entrate ancora maggiori. Questi numeri forse si spiegano con il persistere di discriminazioni nel mondo del lavoro e di ingiustizie economiche che, però, catturano raramente l’attenzione degli stessi media della comunità.

A rispettare gli stereotipi, alla fine dei conti, rimane un unico dato: quello relativo alla religiosità. Se solo l’1,9% delle persone molto religiose e il 3,5% di quelle moderatamente religiose si considera gay, lesbica, bisessuale e/o transgender, la percentuale schizza al 7% tra chi non è religioso.

Il dato più significativo rimane però il primo: le cose stanno cambiando davvero e le nuove generazioni sembrano pronte a costruire una società senza più pregiudizi basati sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere. Il cammino è ancora lungo, non si può negare, ma ce la si può fare.


Pier Cesare Notaro


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qualcuno chieda scusa alla famiglia di @cucchi_ilaria

Dopo otto lunghissimi anni, grazie al procuratore della Repubblica Giuseppe Pignatone e al sostituto Giovanni Musarò, la ricerca della verità sulla morte di Stefano Cucchi appare possibile.

La richiesta di rinvio a giudizio per omicidio preterintenzionale e altri reati nei confronti di cinque carabinieri dimostra, in maniera inequivocabile quali violenze e quali abusi, quali menzogne e quali falsi abbiano determinato la morte di un trentaduenne romano; e abbiano impedito per così tanto tempo indagini approfondite.

Oggi è possibile che i fatti siano infine accertati. Dal momento che siamo garantisti sempre e comunque e nei confronti di qualunque soggetto, aspettiamo l'esito del processo, ma dobbiamo registrare quello di oggi come un importantissimo passo avanti.

Le accuse, dovrebbe essere superfluo ricordarlo, non sono indirizzate contro l'Arma dei Carabinieri ma contro quei singoli appartenenti che, con comportamenti illegali, ne offendono l'onore.

Mi auguro che oggi qualcuno voglia chiedere scusa ai familiari di Stefano Cucchi e che, in particolare, a farlo sia qualche parlamentare "infingardo" che, da anni, commette il reato di vilipendio di cadavere, definendo Stefano Cucchi con i termini che gli suggerisce il proprio sordido vocabolario ("tossicodipendente, anoressico, epilettico, larva, zombie").


Luigi Manconi


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attenzione a @matteosalvinimi : è il personaggio che cresce più sul #Web

Matteo Salvini è pronto a lanciare la sua personale scalata al centrodestra. Dalle colonne della Stampa ha rilasciato un'intervista in cui ha detto senza tanti giri di parole che la Lega "non aspetta Berlusconi per andare avanti". Proverà insomma a correre da solo, nella speranza di replicare il modello Trump, che "ha vinto parlando di dazi doganali, flat tax, stop all'immigrazione, lotta al terrorismo: il programma della Lega.

Ma davvero Matteo Salvini può pensare di avere una chance di vittoria alle prossime elezioni correndo in solitaria? A guardare i numeri provenienti dal web parrebbe proprio di sì. Matteo Salvini è infatti salito sul podio degli influencer politici italiani per contendersi lo scettro di personaggio più popolare e coinvolgente sui social con Matteo Renzi e Beppe Grillo. Almeno sulla rete il segretario della Lega è il leader naturale del polo di destra, l'unico personaggio di quest'area pronto a sfidare gli avversari in un sistema "tripolare".

A essere ancora più precisi Matteo Salvini è il politico italiano che sembra aver ottenuto più consenso nell'opinione pubblica digitale dall'esito del referendum del 4 dicembre. Su Facebook è il secondo leader per livello di popolarità: con 1.722.277 il segretario della Lega nord è secondo solo a Beppe Grillo (1.982.637 fan) e stacca nettamente Matteo Renzi (1.042.323 fan). Matteo Salvini è anche il personaggio che in questi ultimi mesi sta crescendo di più su questo social network.

L'europarlamentare leghista ha "agganciato" negli ultimi due mesi 96.181 potenziali elettori sulla sua fanpage, crescendo a un ritmo di circa 11mila nuovi fan a settimana. Per fare un confronto Beppe Grillo cresce con una media settimanale di circa 2.100 nuovi fan e l'ex premier con una media di "soli" 1.993 nuovi seguaci. Il sorpasso di Salvini su Grillo non è impossibile e anzi potrebbe avvenire nei prossimi mesi.

Matteo Salvini sta recuperando terreno anche su Twitter dove è ancora molto indietro rispetto agli altri due personaggi per livello di popolarità. Il leader leghista parte da una base di soli 336.000mila follower, contro gli oltre 2milioni di Grillo e Renzi. Se la distanza sulla base della popolarità sembra incolmabile c'è da dire che dal post referendum a oggi Salvini è riuscito nell'impresa di superare Beppe Grillo sul livello di interattività con gli utenti di Twitter. Matteo Salvini sugli ultimi 100 post ha un livello di coinvolgimento (like più retweet) pari a 596, contro i 447 di Beppe Grillo e gli oltre 2mila dell'ex premier Matteo Renzi.

Infine le ricerche su Google, il termometro della curiosità e della popolarità di un personaggio in rete. Matteo Salvini negli ultimi 90 giorni ha ricevuto un volume di ricerche in rete pari a 3, contro le 9 di Grillo e le 7 di Renzi (google trend indicizza il volume di ricerche in una scala da 0 a 100). Ma attenzione a un dettaglio: il leader leghista è più ricercato sul web del personaggio simbolo del centrodestra, Silvio Berlusconi.


Guido Petrangeli




martedì 10 gennaio 2017

in ricordo del martirio di Alfredo Ormando

Come ogni anno, la comunità lgbt ricorda Alfredo Ormando, che il 13 gennaio 1998 si tolse la vita dandosi fuoco in piazza San Pietro, in segno di protesta contro l’omofobia vaticana. Fu trasportato all’ospedale Sant’Eugenio dove morì dopo dieci giorni di atroce agonia.


A diciannove anni di distanza da quel tragico episodio che scosse profondamente la comunità lesbica e gay internazionale, è importante continuare a riflettere su quel gesto disperato e doloroso.

13 gennaio 2017
giornata mondiale per il dialogo tra religioni e omosessualità
´UN FIORE PER ALFREDO ORMANDO´

IO TORCIA UMANA LANCIATA CONTRO IL VATICANO

Ho passato buona parte dei miei quarant'anni, sperando che le mie parole pubblicate in un'opera potessero uscire dai confini della mia isola, la Sicilia. Non è stato possibile, inesorabili i rifiuti delle case editrici, dalle più grandi alle minori. Allora ho deciso di farmi parola io stesso. Ho deciso di trasformare in urlo e in segno indelebile il mio corpo di uomo che ama un altro uomo, di gridare tutto ciò che la Chiesa non vuole vedere. Il mio corpo sarà la penna, si consumerà scrivendo la mia parola che nessuno potrà cancellare, il mio inchiostro sarà la benzina.

Sono, partito da Palermo ieri sera in treno. Un viaggio interminabile per arrivare qui, sotto l'imponente colonnato in questa rigida mattina. Oggi è il 13 del mio ultimo gennaio, del mio ultimo anno, il 1998. Ho comperato la benzina presso un distributore automatico vicino San Pietro. Ho nascosto la tanica in una borsa nera. Ma ora, prima di darmi fuoco, sento i ricordi che non vogliono lasciarmi e li accolgo nel grembo della mia mente che per me è ospitale come il grembo di donna ed è l'unico luogo di libertà che io abbia mai conosciuto. La mia consolazione è stata nelle mie fedi, ho sempre creduto, come ho scritto in un aforisma che “anche una mente superiore, sei ha umili origini, può dimorare nel più infelice e reietto degli uomini”.

Mi chiamo Alfredo Ormando sono nato a San Cataldo, un paesino in provincia di Caltanissetta, il 15 dicembre del 1958. Mio padre e mia madre erano analfabeti, hanno lavorato nei campi e poi sono diventati operai. Ho sette fratelli, le nostre condizioni economiche sono state modeste, quando non disagiate. Io non sono riuscito a frequentare la scuola regolarmente e ho preso la licenza media a venti anni, come privatista. La maturità magistrale cinque anni fa. Mi sento un anticonformista e sento intorno a me, come ho scritto a un amico, il mondo ostile, armato verso coloro che hanno «dentro di sé quel qualcosa in più che va a cozzare contro la grettezza, i pregiudizi , l'invidia e il provincialismo della propria gente».

Alla ricerca di me stesso e di un luogo accogliente mi sono abbandonato anche a una crisi mistica di cui ho parlato nel romanzo «Il Fratacchione» nel quale descrivo il silenzio della mia vita conventuale. L'ho pubblicato a mie spese un anno fa, aiutato anche dalla mamma che ormai ha più di 80 anni e vive di una piccola pensione sociale.

Ma noi siamo di origini contadine e non buttiamo niente. Ogni cosa può nutrirci fino a quando la vita ha un senso. Poi buttiamo la vita tutta intera. Come sto per fare io, qui davanti a questo presepe anacronistico, che a San Pietro non viene smantellato subito dopo la Befana. Io sto per darmi fuoco guardando il bambinello. E mentre loro prolungano il Natale, io anticipo la Pasqua, e mostro che vogliono il sangue, che vogliono la morte.

Mi farò torcia umana e scriverò parole che non potranno essere ignorate. Visto che hanno messo Cristo in croce capiranno che cos'è il sacrificio e almeno dentro di loro l'eco delle mie parole procurerà un sussulto. Come ora, dentro di me, torna l'eco di ciò che ho scritto al mio amico: «Penseranno che sia un pazzo perché ho deciso piazza san Pietro per darmi fuoco, mentre potevo farlo anche a Palermo. Spero che capiranno il messaggio che voglio dare: è una forma di protesta contro la Chiesa che demonizza l'omosessualità, demonizzando nel contempo la Natura, perché l'omosessualità è sua figlia». Ho vissuto sulla mia pelle il razzismo nei confronti delle emozioni, quello che vede il pregiudizio stanarti oltre ogni confine possibile e nutrirsi di te fino ad annientarti. Le mie parole, anche quelle scritte nei libri, ritornano ora con forza, come i ricordi. L'umiliazione l'ho descritta in «Sotto il cielo d'Urano»: «Ho sperimentato in prima persona cosa significhi salire e scendere le scale altrui, sentirsi un «marocchino» nel proprio Paese... vivere all'ombra di mia madre, essere umiliato, vilipeso, osteggiato, emarginato e porre fine ai miei giorni con il suicidio». Adesso basta, la società mi ha suicidato, prima che lo facessi io. Almeno mi prendo la libertà, l'unica che mi hanno lasciato, di compiere il gesto finale.

Mi tolgo il giubbotto, anche se fa freddo, tra pochi secondi morirò di fuoco, un fuoco catartico e visibile, che mi avvolgerà azzannandomi la pelle. Eppure la mia mano esita, ma «perché devo vivere? Non trovo una sola ragione perché io debba continuare questo supplizio... Nell'aldilà a nessuno farò drizzare i capelli e arricciare il nasino perché sono un omosessuale... Non capisco questo accanimento contro dì me. Non svio nessuno dalla retta via dell'eterosessualità, chi viene a letto con me è maturo, cioé adulto consenziente e omosessuale o bisessuale. A volte basta davvero poco per essere felici e altrettanto poco per essere infelici.

Per me il discorso è diverso: è da quando avevo dieci anni che vivo nel pregiudizio e nell'emarginazione; ormai non riesco più ad accettarlo, la misura è piena» . Le gerarchie cattoliche arriveranno a dire che mi tolgo la vita per malattia, o debolezza, e non per urlare loro l'ingiustizia che infliggono agli omosessuali in questo Paese. Ed è per questo che nel mio giubbotto, che ho poggiato per terra, sui lastroni calpestati da migliaia di fedeli, ho lasciato una lettera di denuncia. Almeno le parole di un morto, di un martire, le leggeranno. Bisogna ammazzarsi per farsi sentire.

Ma se mi fossi ammazzato in Sicilia non mi avrebbero ascoltato. E sono dovuto partire. Non tornerò più nella mia Palermo che è stata prima come una metropoli rispetto a San Cataldo e poi, comunque, luogo di dolore. Ho lasciato per sempre la palazzina di via delle Magnolie, le strade alberate piene di profumi a primavera, la casa dove ho vissuto con un uomo pensionato, dando una mano in cambio di un aiuto per poter acquistare i libri e frequentare l'università. Non entrerò più nella facoltà di Lettere e Filosofia. Avere una laurea, ormai non fa più differenza. Magari me la daranno dopo, da morto. Avrebbe fatto la differenza avere degli amici veri, trovare anche nel movimento omosessuale legami profondi, ma così non è stato. Fino a pochi giorni fa, il due gennaio, ho scritto da Palermo a un amico di Reggio Emilia: «Se avessi avuto un paio di amici come te qui, avrei accettato di buon grado la mia vita». Ma l'amicizia vera è un bene inestimabile che non ho avuto. Il Sud con me è stato avaro.

L'amarezza è stata il mio rifugio. Amari gli aforismi: «A tradire sono sempre gli amici più intimi e i parenti più stretti». Perché? Solo a loro concediamo la possibilità di tradirci. Incantati, invece, sono stati i desideri irrealizzabili che ha espresso il mio immaginario. E’ di pochi mesi fa il mio racconto il «sogno di Paolo», dove Paolo si scopre donna e vive un amore di una completezza irreale, tanto intenso quanto solo da sognare. Poi si sveglia indubbiamente uomo. Ho lavorato, studiato, scritto, fino all'estenuazione. Sembrava che nulla potesse vincermi. Mi ha sconfitto la malvagità. Quando ho scritto: "Nessuno è più malvagio di chi spinge un uomo buono ad essere il suo assassino", ho capito che era arrivata la mia ora.

Io mi sto trasformando nel mio assassino, qui dinanzi agli occhi innocenti di Gesù che amo. Dinanzi alle gerarchie ecclesiastiche che odiano gli omosessuali. Prendo la tanica, mi inzuppo la maglia e i-pantaloni. Stringo nella mano destra un accendino. Basta azionarlo una, due volte... il fuoco divampa, è come i falò sulla sabbia a due passi dal mare, la fiamma è rovente, vicinissima, vicinissimo è l'infinito, ma ora a divampare sono io, è terribile, sono una torcia umana, corro, mi inarco per il dolore che mi fa impazzire, sono pazzo ma mi sento vivo almeno per qualche istante, vado verso Gesù, il vento del mattino alimenta le fiamme, un passante grida, due uomini in divisa si gettano su di me, agitano le giacche contro la mia pelle che non c'è più, prendono un estintore... Mi soccorrono gli infermieri. «Non sono neanche riuscito a morire». Per terra, sotto il colonnato, resta una striscia nera, sangue impastato a carbone e benzina.

Sono dietro a un vetro, il novanta per cento della pelle è ustionata, le telecamere dei tiggì mi inquadrano. Lo so, non mi salverò. Il mio corpo è la mia parola. Finalmente ascoltata.

[Il testo è una ricostruzione scritta in prima persona della vita di Alfredo Ormando fatta anche sulla base dei documenti messi a disposizione da Massimo Consoli e Piero Montana, che ringraziamo. E' stato pensato nella convinzione che la scrittura può essere resurrezione]


le schiave della #secondaguerramondiale

Tra il 1932 e il 1945, migliaia di donne - soprattutto coreane - furono costrette a lavorare come schiave sessuali per i soldati giapponesi.

Kim Bok-dong aveva poco più di 14 anni quando una pattuglia dell’esercito giapponese si recò nel suo villaggio in Corea, per chiederle di dare un contributo alla causa bellica. Le dissero che l’avrebbero portata in una fabbrica di cucito, ma era quello che raccontavano a tante altre ragazzine come lei. La loro vera destinazione, però, era un’altra.

Kim fu una delle comfort women – letteralmente donne di conforto - che in piena seconda guerra mondiale furono consumate come carne da macello per mitigare le angosce di uomini segnati dalle efferatezze della guerra. Oggi la donna ha 89 anni e ha raccontato la sua storia all'emittente televisiva statunitense Cnn, ricordando la terribile esperienza che segnò per sempre la sua vita.
L’esercito imperiale giapponese, tra gli anni 1932 e 1945, adescò nelle sue comfort stations – dislocate in ogni regione dell’Asia orientale sotto il dominio imperiale – tra le 80mila e le 200mila donne e bambine. La maggior parte di loro proveniva dalla Corea, ma ve ne erano tante altre di origine giapponese, cinese, filippina o vietnamita. Vi è anche testimonianza di alcune centinaia di donne di origine europea.

Sedotte da offerte di lavoro illusorie che promettevano mansioni di ogni genere in fabbriche o ristoranti, o talvolta rapite mentre passeggiavano per strada, migliaia di donne e bambine - alcune sin dall'età di 12 anni - furono deportate nelle fabbriche del sesso. Vi rimasero per mesi o anni, subendo l’umiliazione di orde di soldati che facevano ritorno dai campi di battaglia e che potevano abusare dei loro corpi a proprio piacimento.

A molte di loro le violenze subite costarono l’infertilità. Quando Kim racconta del dolore provocato dal non poter avere un figlio, non riesce a trattenere le lacrime. Nel 1940 fu portata con l’inganno in uno dei tanti bordelli gestiti dall’impero giapponese e fu costretta a restarci fino alla fine della guerra. Nel 1945 riuscì finalmente a ritornare nel suo Paese, ormai libero dall'occupazione giapponese.

Conclusa la guerra, in molte delle comfort women divamparono sentimenti contrastanti: spavento, vergogna, una dignità calpestata fino allo stremo, ma anche una grande voglia di urlare al mondo le proprie disgrazie. Per lunghi anni è stato steso un velo di silenzio su quanto accaduto e soltanto nei primi anni Novanta le donne sopravvissute hanno cominciato a denunciare gli abusi subiti.

Oggi, tuttavia, si continua a sapere troppo poco su questo tema, che andrebbe invece approfondito e discusso, consentendo alle vittime ancora in vita di ricevere maggiore attenzione e sostegno. Bisognerebbe quanto meno dar loro la speranza che quelle profonde ferite, nate in seguito alle mortificazioni patite, possano col tempo essere scalfite, per poi risultare meno dolorose.

Un grande contributo in questo senso è stato dato da Chang-Jin Lee, artista coreana stabilitasi da tempo a New York, e realizzatrice di Comfort Women Wanted, una mostra multimediale che ha lo scopo di ricordare le decine di migliaia di donne coinvolte nel massacro, e di aumentare la consapevolezza sulle violenze di cui sono state vittime le donne in tempi di guerra. Il titolo della mostra - Comfort Women Wanted - riprende i vecchi messaggi pubblicitari presenti nei giornali di guerra, utilizzati dai giapponesi per reclutare nuove donne di conforto. “La maggior parte di loro era adolescente […] e veniva violentata ogni giorno da 10 o 100 soldati…”, scrive Lee sul suo sito.

È quanto racconta anche Kim, ancora tormentata dai ricordi indelebili dell’adolescenza perduta. “Il sabato [i soldati] cominciavano a mettersi in fila a mezzogiorno. E si andava avanti fino alle 8 di sera. C’era sempre una lunga fila di soldati [in attesa] ... Non ci sono parole per descrivere il mio dolore. Ancora oggi. Non riesco a vivere senza prendere medicine. La mia sofferenza è continua".

Nonostante l’età e le cicatrici che si porta dietro, Kim però continua a raccontare con grande determinazione la sua storia, per far sì che le umiliazioni vissute non vadano dimenticate. Non è intenzionata ad arrendersi fino a quando non riceverà scuse formali dall’attuale governo giapponese.

“Prima di morire, il mio desiderio è poter raccontare cosa è realmente accaduto in passato", dice Kim, a testimonianza di quanto ancora siano tesi i rapporti tra i Paesi interessati. Alcuni primi ministri giapponesi in passato si scusarono personalmente per quanto successo durante la guerra, ma l’atteggiamento dell’attuale premier giapponese è spesso risultato ambiguo.

Koichi Nakano, professore di scienze politiche presso l’Università Sophia di Tokyo, sostiene che da quando il premier giapponese Shinzo Abe è al potere, il suo governo è riuscito a far rimuovere da molti testi scolastici diversi riferimenti sull’argomento delle comfort women, un fatto gravissimo e mortificante per le donne coinvolte. Vedere ridimensionate o addirittura negate le violenze subite significherebbe essere stuprate una seconda volta, sostiene il professor Nakano.

È per questo che le comfort women ancora in vita continuano a combattere per ricevere le scuse ufficiali dal governo giapponese. Ed è quello che pretende anche il governo della Corea del sud, che invita il Giappone ad affrontare la questione direttamente con le vittime coinvolte. E a farlo in fretta, visto che la maggior parte di loro, a causa della veneranda età, è prossima a morire.


Andrea De Pascale

stop al "Sportello Antigender" della @LiguriaOnLine

Il Coordinamento Liguria Rainbow lancia un appello per contrastare l'iniziativa della Regione Liguria volta a rendere attivo uno sportello che, come recita il documento ufficiale, “costituirà un momento di ascolto e di informazione pro famiglia, difendendo la libertà educativa in capo alla famiglia andando ad arginare quei fenomeni di indottrinamento ideologici noti come ideologia del gender”. Sulla scia di analoghe prese di posizione da parte della Regione Lombardia e della Regione Veneto,tale iniziativa, oltre che sovrapporsi a servizi già esistenti sul territorio, costituendo così uno spreco di denaro pubblico, è gravemente lesiva della libertà di insegnamento e rende vano uno degli obiettivi primari della scuola: offrire spazi privilegiati di ascolto, di scambio e di discussione. Contribuisce, inoltre, a creare un pericoloso clima di paura, sospetto e intimidazione.

Le politiche scolastiche - come recitano le Indicazioni Nazionali 2012 per il curriculo della scuola dell'infanzia e del primo ciclo di istruzione - devono pensare e realizzare i progetti educativi e didattici non per individui astratti, ma per persone che vivono qui e ora e che sollevano precise domande esistenziali.La Regione Liguria invece dimostra di pensare a politiche di sostegno a un modello unico di famiglia, fallendo così nell'offerta di servizi e risposte ai bisogni di chi vive sul territorio, e discriminando fattivamente chi sconfina dal modello "normale" (famiglie monogenitoriali, famiglie omogenitoriali, persone LGBT, donne e uomini che rifiutano la stereotipia dei ruoli dominanti).


Indirizziamo il nostro appello anche alla Ministra Fedeli perché quanto sta accadendo in Liguria è in realtà l’esito di un clima oscurantista che negli ultimi anni sta attraversando il paese. Chiediamo dunque alla Ministra di esprimersi in difesa dell’autonomia e della laicità della scuola pubblica, e di intervenire in modo deciso affinché non si espellano dai programmi scolastici i temi centrali dell'educazione all'affettività, del rispetto delle differenze e del contrasto agli stereotipi, alla violenza di genere, all'omofobia e al bullismo.



"troppo effeminato"; a #Padova, tredicenne tolto alla madre

 Il Tribunale dei Minori allontana il ragazzino dalla famiglia perché "è diverso e ostenta atteggiamenti in modo provocatorio". Una storia di abusi e disagio in cui la vittima è sempre l'adolescente.

"Tende in tutti i modi ad affermare che è diverso e ostenta atteggiamenti effeminati in modo provocatorio". Parole con cui il Tribunale dei Minori definisce il comportamento di un ragazzino di 13 anni della provincia di Padova. Parole che incidono pesantemente sulla sua vita perché ora quell'adolescente non potrà più stare con la sua mamma. L'atteggiamento 'ambiguo', secondo la relazione dei Servizi sociali, sarebbe dovuto al fatto che "il suo mondo affettivo risulta legato quasi esclusivamente a figure femminili e la relazione con la madre appare connotata da aspetti di dipendenza, soprattutto riferendosi a relazioni diadiche con conseguente  difficoltà di identificazione sessuale".

La notizia è stata pubblicata dal "Mattino di Padova". Secondo il quotidiano, in alcune occasioni il ragazzo era andato a scuola con gli occhi truccati, lo smalto sulle unghie e brillantini sul viso, contestano nella relazione che ha generato il decreto di allontanamento dal nucleo familiare. Ma la madre ribatte, sostenendo che si trattava di una festa di Halloween.

Il disagio in questa famiglia parte da lontano. C'è un'accusa di abusi sessuali da parte del padre. Il processo si conclude con un'assoluzione per l’uomo, anche se nella sentenza si dice che "non c’è motivo di dubitare dei fatti raccontati dal bambino". Tutto e il contrario di tutto, in una girandola di accuse in cui la vittima è sempre una: lui, con i suoi 13 anni. 

Da quei presunti abusi sessuali scaturisce il primo affidamento a una comunità diurna, dalle 7 alle 19. I responsabili della struttura notano gli atteggiamenti effeminati del ragazzino, li segnalano ai servizi sociali e così prende corpo un secondo provvedimento dei giudici. Quello del definitivo allontanamento dalla madre.


"Trovo scandalosa la decisione di allontanare un ragazzino solo per l'atteggiamento effeminato", dice l’avvocato Francesco Miraglia, specializzato in diritto di famiglia. "Mi sembra un provvedimento di pura discriminazione". La decisione del Tribunale dei Minori è stata impugnata dal legale che annuncia battaglia.

PUBBLICITA' - GIORDANO